ACCOGLIENZA, ALTRO NOME DI DIO.

DOC-2266. ROMA-ADISTA. Una società in cui non ci si sente corresponsabili di nulla, neppure del destino dei propri simili, in cui l’accoglienza dell’altro, del diverso da sé, è solo uno sbiadito ricordo e al suo posto si ergono muri di prepotenza, di potere, di denaro, è una società cui sono venute a mancare le sue fondamenta e che è destinata a crollare su se stessa. All’altra estremità dello spettro, la società in cui è praticata l’ospitalità, dove la condivisione del pane si trasforma nella sua moltiplicazion: lì Dio è all’opera e lì si avverte la sua benedizione. Così suor Elisa Kidané, missionaria comboniana, ha affrontato, insieme alla teologa islamica Shahrzad Houshmand, la penultima tappa del ciclo di incontri sul tema “Le diversità: un dono”, organizzato dal Cipax (Centro interconfessionale per la Pace) in collaborazione con la Comunità di base di S. Paolo, la sezione romana di Pax Christi, Religions for Peace e il Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche. Il ciclo – partito nell’ottobre scorso con un incontro dal titolo “L’altro come povero, come diverso, come nemico” (v. Adista n. 112/09) – ha esplorato da diversi punti di vista tutte le varie forme di negazione dell’altro e a questo scopo si è avvalso, nel corso di questi mesi, del contributo dell’economista Tonino Perna, del teologo Armido Rizzi, dei sociologi Luigi Manconi e Antonella Cammarota, solo per citarne alcuni.

“Tanti – ha sottolineato la missionaria comboniana nell’incontro svoltosi a Roma il 14 aprile scorso sul tema “L’ospitalità è sacra” – rivendicano le radici cristiane, facendone una bandiera politica: bisognerebbe invece tornare ad abbeverarsi alle Sacre Scritture che ci indicano la strada maestra per rendere credibile la nostra appartenenza alla religione, qualsiasi religione, la religione in cui ci si sente a casa, per accogliere e far diventare sacra l’ospitalità”.

Tra i nomi con cui il Corano chiama Dio, le ha fatto eco la teologa Houshmand, ce n’è uno che più di tutti richiama questa idea di ospitalità, ed è il nome “Karim”, “colui che è generoso, colui che dona”: “Nella sura 17.70 il Corano parla di questa generosità di Dio nei confronti di tutti gli esseri umani, laddove dice: ‘Abbiamo onorato i figli di Adamo, li abbiamo trasportati sulla terra e sul mare, abbiamo elargito loro buone cose e li abbiamo preferiti al di sopra di molte altre nostre creature’. Ciò che ci interessa – ha proseguito la teologa – è l’espressione ‘Abbiamo onorato i figli di Adamo’: ogni essere umano, senza eccezione, è stato onorato da Dio nel Corano”. “Come Dio elargisce questa sua generosità verso i figli di Adamo, così chiede all’uomo di fare lo stesso verso gli altri uomini: nella mistica infatti si dice che l’uomo realizzato è colui che si veste di tutti i nomi di Dio, e quindi anche del nome ‘Karim’”. “E se Dio è stato generoso nei confronti dell’essere umano – ha concluso Shahrzad Houshmand – quest’ultimo a sua volta deve vestirsi di questo nome essendo generoso verso il prossimo”.

1 Commento a “ACCOGLIENZA, ALTRO NOME DI DIO.”

  1. padre renato scrive:

    morire all’estero

    Sono entrato nella stanza a passo felpato. La osservo da lontano fissare intensamente la parete. Emma, girata completamente sul fianco, neanche risponde al mio entrare.
    La parete è interamente vetrata: il giardino e il laghetto con i suoi cigni bianchi sembrano entrare direttamente nella piccola stanza, insieme alla luce del tramonto. Sì, questo tramonto è la sua vita. La chiamano la clinica della morte ed è tenuta da suore completamente vestite di bianco. Siamo all’estero. Come facciano a resistere in un luogo dove si viene solo per morire, per una settimana, due o tre al massimo, è la mia domanda interiore… Sono malati in fase terminale.“La preghiera, mi dice una di loro, è la nostra forza!” E sarà vero, visto che l’unica forza in una situazione così estrema non può venire che dall’alto.
    A volte vedi passare il prete cattolico, a volte il pastore protestante. Ora, a fine pomeriggio qualcuno passa delicatamente per le stanze come al mattino per un dessert. In un immenso plateau il malato si vede offrire il dessert che preferisce in una scelta varia tra frutti esotici e delikatessen. Cosa vuol dire mai questo invito a gustare le cose del mondo nei propri ultimi istanti di vita? Così questo giardino delizioso si fa quasi invito a incamminarsi per un lunghissimo viaggio… Tutto qui parla di addio: tuttavia, si prende tutto il tempo per assaporare la vita che si spegne.
    Le visite vengono in qualsiasi momento, discretamente, di giorno o di notte. “Lo sanno?” chiedo. Si, quasi tutti i malati lo sanno. A qualcuno la famiglia non ha saputo dirglielo, ciononostante dopo qualche giorno anche lui parte in punta di piedi, per una porta discreta dietro lo stabile.
    Qui sembra quasi che la morte diventi banale. No, invece. Soffermandosi a guardare i ritmi e i volti pare che la vita venga esaltata alla sommità, come un dono prezioso senza pari. Anche una carezza o una mano posata su un corpo che muore si fa messaggio straordinario e meraviglioso. Ogni istante, ogni gesto qui ha un senso, un sapore speciale, può essere veramente l’ultimo.
    Ed osservi con emozione il missionario curvo sul respiro ormai resosi difficile e affannoso ripetere all’orecchio di un malato insistentemente: “Abbi fiducia, prendi fiducia… fiducia, Antonio!” Partire in pace, riconciliati, è l’ultima frontiera importante da passare. E per un migrante la fiducia, dopo una lunga vita di lotta, è il vestito più bello per l’incontro con Dio. Renato Zilio, missionario a Londra
    Vangelo dei migranti, EMI Bologna 2010 (prefazione Card. R. Etchegaray)

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