OGGI FACCIO DI TE UNA FORTEZZA IV DOMENICA DEL T.O.

 

 IV domenica del Tempo Ordinario (C) – 28 Gennaio 2007 

 

Oggi faccio di te una fortezza

 

 

“Ci vuole un bel coraggio – mi diceva un giorno un

giovane, che viaggiava con me in aereo – non solo a

testimoniare la nostra fede di battezzati, ma a

dichiararsi sinceramente tali. L’ambiente in cui si vive,

dalla famiglia al posto di lavoro, ai vari luoghi di ritrovo,

pare sopporti con disagio che qualcuno ‘sia’ cristiano.

Si preferisce vivere nell’anonimato o non avere alcuna

fede. È triste, pensando che noi battezzati abbiamo da

Cristo, proprio nel Battesimo, il dovere di

evangelizzare i fratelli, a cominciare dalla nostre

famiglie. Ma si preferisce tacere. Cosa fare del resto?

Ammiro lei che viaggia portando Cristo a testa alta,

anzi, come l’Unico cui affidare l’esistenza, e si muove

sulle orme del Maestro. Ma ci vuole coraggio. Non ha

paura, non prova disagio?”.

È vero. A volte sembra che il distintivo di cristiano, la

Croce, sia destinato solo ad essere esibito per le

cerimonie esterne, per poi ritornare nell’anonimato in

cui si vorrebbe restasse. Come se Dio non ci fosse.

Ed è veramente incredibile che, in una società che fa

pressante appello alle sue radici cristiane, si debba

vivere la fede ‘come un martirio’… a volte, per questo,

rifiutati dalla società stessa!

Il Vangelo di oggi presenta Gesù che, nell’istante in

cui proclama la Sua missione di salvezza, subito è

rifiutato dai ‘suoi concittadini’. Non solo, ma,

preannunciando quella che sarà la Sua fine, la morte

in croce sul Calvario, vede il rifiuto di coloro che vuole

salvare.

“In quel tempo, Gesù prese a dire nella sinagoga:

Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete

udita con i vostri orecchi. Tutti gli rendevano

testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di

Grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non

è il figlio di Giuseppe?. Ma egli rispose: Di certo voi mi

citerete il proverbio: medico cura te stesso. Quanto

abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche

qui, nella nostra patria! Poi aggiunse: Nessun profeta

è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte

vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu

chiuso per tre anni e sei mesi, e ci fu una grande

carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu

mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di

Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del

profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non

Naaman il Siro. All’udire queste cose, tutti nella

sinagoga furono pieni di sdegno, si levarono, lo

cacciarono fuori della città, e lo condussero fin sul

ciglio del monte, sul quale la loro città era situata, per

gettarlo dal precipizio. Ma Gesù, passando in mezzo a

loro, se ne andò”. (Lc 4,21-30).

Gesù capisce l’effimera ‘consistenza’ della loro fede,

che, sentendolo parlare, si ferma alla soglia del

battimano e, quando gli si chiede quasi una

esibizione inopportuna del suo fare miracoli, come

fosse un ciarlatano, toglie la loro maschera

di ‘credenti senza fede’… La reazione è immediata:

vogliono ‘metterlo a morte’.

Così avverrà alla fine della sua missione, quando

dalla piazza, scordandosi dei tanti miracoli da lui

compiuti e, come a vendicarsi di un ‘profeta’, che

sempre aveva parlato chiaro nell’annunciare il

Vangelo, chiederanno che ‘sia crocifisso’.

È l’epilogo non solo di un grande evento di amore per

noi, ma anche la conferma che la Verità di Dio non

piace a tanti uomini. Preferiscono il parlar bene, ma

non la verità.

Ed è così che anche oggi tanti si spellano le mani

nell’ascoltare i troppi falsi profeti del nostro tempo,

che sanno come ‘prenderci’ per il lato debole, la

nostra ignoranza e superficialità, per

proporci ‘paradisi’, che tali non sono. Quante volte ho

sentito dire dagli ex terroristi: ‘Sono diventato quello

che sono perché ho dato retta a cattivi maestri’. E

quante volte veniamo derisi perché non siamo ‘alla

moda’, ossia non facciamo piazza pulita dei valori

della persona, che sono la nostra veste di figli di Dio,

per indossare gli stracci dell’effimero, che riduce a

marionette che stanno al gioco, ma sono

tremendamente infelici.

Oggi davvero occorrono ‘uomini e donne di fede’, che

sappiano mostrare il Volto di Dio, senza paura e,

senza disagi, con la semplicità dei santi, vestano

l’abito della verità, costi quel che costi, rimanendo ciò

che veramente siamo: figli di Dio.

Il mondo ci invita a idolatrare il benessere, il piacere

ad ogni costo, il successo e il potere…non importa se

questo ci chiede di calpestare la nostra meravigliosa

identità di figli del Padre!

Così parla il profeta Geremia: “Prima di formarti nel

grembo materno ti conoscevo e prima che tu uscissi

alla luce ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta

delle nazioni, tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e di’

loro tutto ciò che ti ordinerò. Non spaventarti alla loro

vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco,

oggi, io faccio di te come una fortezza, come un muro

di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i

suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del

paese. Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno,

perché Io sono con te per salvarti” (Ger 1, 17-19).

Leggendo queste parole e, prima ancora, quelle di

Gesù a Nazareth, mi viene spontaneo chiedermi se,

come vescovo, davanti all’uomo di oggi, facilmente

ingannato, ho il coraggio del missionario, che non ha

alcuna paura di annunciare la Verità di Dio, anche se

è un contrastare le ‘comode verità’ del mondo,

rischiando di essere emarginato.

Ho vissuto il mio mandato sacerdotale ed episcopale

in un territorio dove a volte ‘gridare la verità’ poteva

costare la vita. Ma ho sperimentato che davvero Dio mi

ha aiutato ad essere ‘un muro di bronzo’ …sapendo

che Lui era sempre con me e che, per la mia

missione di ministro di Dio, quindi della Verità e della

Misericordia, era mio dovere non avere paura e

indicare, a tempo opportuno e con forza, le vie del

Bene. Quante volte ho dovuto alzare la voce contro i

mali della criminalità organizzata e i mali del mondo,

sempre mettendo in conto la possibilità del ‘martirio’.

Mi confortava la profonda amicizia che avevo con

l’amato Papa Giovanni Paolo II che, sempre,

incontrandomi, mi diceva con forza: ‘Non avere paura,

mai!’.

Come del resto era la sua missione nel mondo,

ovunque. Con forza, ripeto, e carità.

Voglio ricordare – e mi confondo anche solo a

narrarlo – un venerdì santo, giorno della Via Crucis in

Diocesi, cui partecipavano migliaia di persone.

Qualcuno del ‘gruppo di fuoco della criminalità’ mi

invitò a non partecipare, perché era possibile un

attentato. Non diedi ascolto neppure al

Commissariato e, al momento opportuno, scesi tra la

gente. Per tutelarmi le forze dell’ordine vollero che

stessi nel mezzo della processione, isolato, con a

fianco un carabiniere e un poliziotto a difendermi.

Sempre mi fecero dolce compagnia le parole del

Santo Padre: ‘Non abbiate paura’. Ma mi sentivo ‘poca

cosa’ di fronte al grande vescovo di Shangai, Mons.

Francis Xavier Ngunten Van Thuan, eletto poi

Cardinale e Presidente del Pontificio Consiglio per la

giustizia e la pace. Eravamo stati invitati insieme a

partecipare alla marcia della Pace a Boves, vicino a

Cuneo. Era stato in carcere, quello duro, dove è

possibile solo vedere le sbarre e le guardie di

custodia ed essere indottrinato ogni giorno.

Portandolo in carcere, non gli avevano concesso

alcunché di religioso: niente breviario, né Bibbia,

nessun messale. Nudo di tutto ciò che era parte del

suo ministero. Lui solo…con Dio. Così per 16 anni!

Aveva chiesto di portare con sé una bottiglietta di

vino ‘per la salute’ ed ogni giorno conservava un

pezzetto di pane. A sera, quando era solo, celebrava la

S. Messa – non so come facesse senza messale.

Consacrava due gocce di vino sul palmo della mano e

il pezzetto di pane. Racconti di santi martiri. Alla fine,

alcune guardie, ammirandolo, chiesero di essere

battezzate e partecipare a quella solenne Messa.

Quando lo incontrai aveva al collo una croce

composta con legno del carcere e la catena fatta con il

filo spinato. Si accorse della mia ammirazione ed

amicizia e voleva a tutti i costi donarmela. La rifiutai

perché per lui era segno del martirio a lungo subito,

per me solo un prezioso dono.

Di fronte a questi fratelli – ed oggi sono tanti, ovunque –

che predicano il Vangelo sempre sul filo del martirio,

confesso che mi assale come una grande

malinconia, soprattutto se li paragono al disagio di

molti nel testimoniare il Vangelo con la vita o alla

paura di chi si rifugia nell’anonimato, che è come

cancellare Dio dalla propria storia.

Viene da interrogarci sulla qualità della nostra fede e

missione, in questo tempo assetato di Verità, in cui

troppi però non trovano sorgenti di acqua viva.

E che diranno di noi, dal Cielo, coloro che hanno dato

la vita per essere cristiani?

Spero tanto e prego perché tutti possiamo diventare

coraggiosi e gioiosi testimoni di Cristo… anche se

sarà necessario andare contro corrente. Solo così si

può costruire una civiltà di amore e di fede, di pace e

di solidarietà, a misura di Cristo.

 

Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it

 

 

 

 

 

 

              

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