”DAI DIAMANTI NON NASCE NULLA DAL LETAME NASCONO I FIOR”F. DE ANDRE’ ”IN VIA DEL COMPO”

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono

i fior…».

Così si concludeva «Via del Campo», una delle più

belle canzoni-ballate di Fabrizio De André: la fotostoria

in musica di una donna di vita del centro storico

genovese, piccolo raggio di luce nel grigiore di tante

esistenze banali e dimenticate, un angolo di paradiso

«proprio lì al primo piano». La prostituta e il suo

cliente, tra cui forse l’io narrante, sono anime fragili

che vivono al confine fra condanna e salvezza, perdizione

e redenzione, terra di nessuno magistralmente

esplorata da De André in tante sue canzoni.

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono

i fior…» è anche una bellissima frase che dovrebbe

essere utilizzata come mantra del nostro vivere quotidiano

e del nostro cammino di fede. Potrebbe essere

la colonna sonora della presentazione in Power

Point della nostra vita, episodio dopo episodio, scandagliata

in quegli anfratti che neppure noi stessi conosciamo

in tutta la loro profondità: noi, che vorremmo

esser gemme e che invece siamo concime, vetri

appannati del fiato rotto e ansimante di una vita faticosa

che viaggia, a volte, «in direzione ostinata e contraria

» (anche questa, perdonate, è una citazione da

De André). Anime fragili, certamente, ma ricchi di

humus vitale.

Se c’è un merito che possiamo riconoscere al biennio

della santità che volge ormai al suo termine è quello

di averci dato, oggi, nel contesto culturale e soprattutto

esistenziale in cui come missionari della

Consolata ci troviamo ad operare, quella iniezione di

fiducia necessaria se vogliamo continuare ad essere

credibili apostoli di un messaggio di speranza nel

mondo. Dobbiamo però essere consapevoli che tale

messaggio diventa credibile solo nel momento in cui

ci sforziamo di riconoscere quella sottile linea rossa

che, nella sfocata estensione dello spettro morale dell’individuo,

rappresenta il confine fra bene e male.

Anzi, è proprio il carisma della consolazione che può

darci, attraverso la consapevolezza dei limiti e della

fragilità propria ed altrui, la forza per fare il primo

passo verso una conversione e quindi verso la salvezza.

Nel deserto, ricorda Isaia, siamo chiamati a preparare

la via del Signore (cf Is 40, 3).

La relazione esistente fra santità e limitatezza

umana è più stretta di quanto si possa pensare; non

soltanto in termini antitetici (limitatezza è sinonimo di

fragilità e quindi può a volte coincidere con una situazione

di peccato), ma come condizione di possibilità,

in cui il limite diventa elemento formale e non solo

accidentale dell’essere umano; ovvero, non contingente,

ma necessario. In altre parole, un cammino di santità

che non sia radicato nella consapevolezza del

limite umano sarebbe un «non-cammino», espressione

di un errato concetto di santità, di una santità

«pelosa» e, fondamentalmente, un atto di presunzione.

Eppure, in una società che sembra aver perso il

senso del limite, questo fatto potrebbe apparire persino

un controsenso. Le imperfezioni non hanno posto

nel nostro mondo di belli, forti, sani, “palestrati” e

brillanti individui: un tocco di chirurgia estetica o di

sano vecchio sofisma eliminano dai nostri nasi come

dai nostri pensieri i nei più evidenti, garantendoci

costantemente la simpatia del prossimo o, meglio,

della massa. Tutto va corretto, giustificato, aggiustato,

non in nome del vero, ma dell’apparenza. Non importa

tanto il fatto che io mi senta a posto con me stesso

– con il mio spirito e con il mio corpo – quanto l’opinione

che gli altri hanno di me e il giudizio che su di

me essi possono formulare. Sono i media, poi, a stabilire

i luoghi dell’odierna santità, decretandone criteri

e punti di partenza, fotografandone i suoi santuari:

la palestra, il medico, il salotto e canonizzando i

«santi» contemporanei dell’intrattenimento.

Difficile proporre oggi un cammino di santità, lì

dove l’imperfezione viene negata o per meglio dire

celata, ricoperta di cerone, mimetizzata e banalizzata

nel gossip. Basti vedere come in questa società «liquida

» che frammenta e individualizza, il concetto di

santità abbia perso completamente la sua forza di

attrazione. Raramente il santo viene proposto come

modello di vita. Il Barnum mediatico direbbe che

“non vende”, non è trendy, non buca il video e

avrebbe forse bisogno di un supplemento di gadgets 

per poter essere appetito e quindi comprato. The holy 

Biennio di santità 

person – figura trasversalmente presente in ogni religione

ed espressione di ogni sincera via spirituale –

ha alzato bandiera bianca ed è sparito dalla circolazione.

La secolarizzazione tende ad annacquare il

concetto di santità, relegandone lo spazio a forme di

vita monastica e ascetica, oppure limitandone (e

quindi banalizzandone) il concetto a quello di “brava

persona”, una figura dai contorni così sfumati da

essere immediatamente delegittimata dall’esperienza.

Oppure ancora – e questa è la minaccia più seria al

concetto di santità oggi – si insinua subdolamente

l’idea che l’invito alla santità sia riservata a pochi eletti

chiamati ad intraprendere cammini sovrumani

fuori dalla portata dei più.

Una santità che, quindi, voglia costruirsi senza

tener conto della fragilità umana, che la fugga aborrendola

e non la usi come punto di partenza del cammino

che a lei conduce, nega la sua stessa essenza.

Anzi, di più, non permette a Cristo di compiere la sua

missione di salvezza (cf Mt 9, 13b). Non stupisce allora

che il primo santo assunto in cielo, non canonicato

dalla chiesa bensì direttamente da Gesù Cristo, sia

stato un delinquente (cf Lc 23, 39-43). Non c’è

miglior punto di partenza di questo per iniziare a disquisire

di santità. Il perdono salvifico ricevuto sulla

croce vale al famoso «buon ladrone» la medaglia

d’oro nella maratona verso il paradiso, al netto di processi

canonici, avvocati del diavolo e miracoli da

dimostrare. Reo confesso (e quindi consapevole dei

propri limiti), il «beato ladrone» resta aperto alla possibilità

che il Signore possa salvarlo ugualmente.

Se l’atteggiamento di Gesù invita da una parte a

non credersi perfetti, dall’altra ci impedisce di pensare

che la presenza di debolezze ed errori nella nostra

vita possa alienarci dall’amore di Dio. Quanti di noi

vorrebbero presentarsi la sera davanti al Signore con

le mani linde e il cuore aperto, grondante di opere

buone come uno scaffale di supermercato alla vigilia

di Natale? Quanti invece, non presentano altro che

mani vuote e cuori gonfi, carichi di rimorso, di «mi

piacerebbe, se dipendesse da me, se solo…». Se solo

non mi vergognassi di esser povero, talora brutto,

sovente fallito… Se solo non inseguissi la santità in un

farisaico concetto di perfezione, allora, forse, potrei

iniziare a camminare. Bonhoeffer ci ha ricordato

come la grazia che Dio offre non sia un prodotto a

buon mercato: è croce, è rinnegare la tentazione di

confondere la ragione della nostra esistenza con le

gratificazioni personali, per salvare invece la nostra

vita alla maniera di Gesù (cf Mc 8,34-35).

Gesù è venuto ad abolire una “prassi della purezza”,

come quella falsa e deviante propugnata dai farisei,

per proporre, al contrario, una prassi della misericordia

liberante. Ai puri, casti e integerrimi «bacchettoni

», ai santi per definizione, eredità, potere

d’acquisto e non per scelta, Gesù offre lo scandalo

di una santità che risorge dalle miserie umane.

Uomini e donne “da rottamare” trovano nella

Buona Notizia il coraggio, la forza o anche solo la

possibilità di diventare “usato sicuro”. L’episodio

della visita di Gesù a casa del fariseo Simone è paradigmatica

(cf Lc 7, 36-50): una donna legalmente

impura riguadagna la sua purezza grazie a un gesto

di misericordia e amore, mentre chi si ritiene puro

viene da Gesù redarguito per mancanza di misericordia.

La prima compie un passo avanti sulla scala

della santità, mentre il secondo retrocede di un

buon numero di scalini.

La santità è una questione di cuore; non di testa né

di muscoli. Non stupisce che proprio parlando di

cuore, Cristo imbastisca una delle sue catechesi più

efficaci su ciò che purezza e impurità rappresentano

nella vita morale dell’essere umano (cf Mc 7, 18-19).

La prassi del cuore contro la politica della purezza:

una scelta difficile. La seconda gode infatti di tutta la

forza rassicurante della legge e sempre rappresenta

una tentazione per chi si accontenta dello status quo e

cerca costantemente di inserirsi di soppiatto nella lista

dei puri, con tanto di avallo di codice, regola e direttorio.

La prassi di misericordia ci invita invece ad

affrontare un percorso più difficile, anche se, nel

medesimo tempo, ci spinge a vivere la nostra vita battesimale

in modo più sereno, libero e liberante. Vivere

una prassi di misericordia vuol dire vivere in modo

maturo la crisi che tale scelta comporta. Ogni crisi ha

in sé due componenti: il problema e l’opportunità.

Affrontare la vita con il cuore ci immerge nel problema

e ci offre l’opportunità di cambiamento, di crescita,

di scoperta di finora sconosciute potenzialità.

Superare la crisi significa disappannare il vetro, liberando

alla vista una figura forse non perfetta, ma viva,

reale, autentica. Significa scoprire che il letame non è

solo «escremento», ma è soprattutto concime: vita in

potenza, fiori, colori, profumo e bellezza. Significa,

infine, «tendere» costantemente, senza soste, senza

paura e soprattutto senza presunzione alla perfezione.

Significa dare alla nostra vita una spinta che ci

porti al quotidiano e continuo superamento di crisi e

difficoltà; in un percorso che, se da un lato non ci

condurrà subito alla santità sperata, dall’altro ci porterà

senz’altro – beato Giuseppe Allamano docet – ad

essere buoni missionari.

 

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