18 OTTOBRE GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

Già da alcune settimane sono a Gibuti,il tempo di riprendere i contatti con il ”deserto ”e la gente.Il mio fratello di viaggio P.Andrè è partito per le vacanze e poi è stato destinato in Costa D’Avorio,ed ora è con me P.Matthieu,anche lui congolese,un giovane padre che è già stato quì agli inizi della missione e conosce anche l’arabo ,quindi si potranno programmare belle cose con i giovani che speriamo di incontrare.
La giornata missionaria mondiale mi dà l’occasione di ringraziarvi per essere missionari con noi.grazie e auguri.Domani partirò per alcuni giorni al nord ,per portare consolazione ,l’Eucarestia alle suore che lavorano a Obok e aiuti per i più poveri.BUONA DOMENICA P.Francesco

4 Commenti a “18 OTTOBRE GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE”

  1. padre renato scrive:

    Missione: un termine splendido, particolare. Forse rimasto vittima della sua storia e degno di essere rivisitato. Esso suggerisce il valore pieno dell’invio, l’incarico del diffondere, l’impegno del fare e un… segreto senso di conquista! Quest’ultimo, infatti, a volte sa insinuarsi sottilmente nel nostro stesso modus operandi. Dimenticando che un giorno il Signore inviò i suoi discepoli a due a due, ma a mani nude: divennero, allora, suoi apostoli, coloro che agiscono come lui e in nome suo.

    Ricordo l’iniziativa di una congregazione francese di accompagnare per un mese dei giovani in Africa, come modulo di formazione e di solidarietà con quella terra. Non era, però, per un progetto di costruzione di pozzi o di strutture varie, che sarebbero poi servite alla popolazione. Ogni giovane era affidato a una diversa famiglia del villaggio e doveva semplicemente vivere con loro, a loro ritmo, seguire la donna che andava all’orto, stare accanto al fuoco mentre si cucinava… insomma, accompagnare passo passo la vita di una famiglia africana. Non dovevano fare nulla, solo vedere, osservare, registrare con la mente e con il cuore. Sorprendente risultato quando ritornavano in Europa: erano trasformati. Essere missionari è lasciarsi trasformare dall’altro che si incontra. È convertirsi personalmente prima, eventualmente, di convertire. È, in fondo, lasciarsi conquistare dalla gratuità di Dio.

    Mi tornano spesso in mente le parole commosse di un vescovo in un monastero di suore durante una sua visita:“Sono venuto a scoprire ancora una falda d’aqua sotterranea che fa vivere la nostra diocesi!” Rivelava, così, la sua particolare attenzione alle differenti sorgenti di vita presenti nella diocesi: le comunità vive. Al pari di un rabdomante, anche per il missionario ciò significa andare a riscoprire la sorgente d’acqua che fa vivere un popolo, una cultura. È contemplare, così, il cammino di altri uomini o donne accompagnati invisibilmente da Dio. Chiamarlo, finalmente, per nome: l’amore. E rivelarlo attraverso tre tappe graduali e feconde: il vedere, il discernere e l’agire. Osservare la vita degli uomini prima, intravederne poi il senso e il suo mistero, e infine agire.

    Così, per me la missione è vivere in mezzo a comunità di migranti. Ciò mi ricorda che fu proprio uno straniero, incontrato per caso, a diventare il maestro di un gesto indimenticabile: spezzare il pane. Era sulla strada di Emmaus ed è rimasto il gesto rivelatore del Signore e della sua presenza. È anche l’immagine più alta e più vera dell’esistenza di un migrante: spezzare tra il pianto la propria cultura, le energie, i legami affettivi e originari, la propria identità per far vivere altri che neppure conosce.
    Milioni di uomini e di donne vivono nel mondo, nelle loro comunità, nelle famiglie questo stesso gesto. Una vita che si spezza, una vita che si dona. Ma chi spezza la propria vita per la libertà, la dignità o la vita degli altri rivive l’esistenza stessa del Cristo, il suo mistero pasquale. Spesso senza saperlo. È la missione grande del missionario quella di aiutare a riconoscervi il Signore in un gesto che rivela per eccellenza la sua identità: pane spezzato per la vita degli uomini. Ed è una forza inaudita che solleva l’umanità fino a Dio, dove la morte e l’amore insieme si fanno vita per l’altro.

    Spezzarsi e far vivere gli altri è la particolarità e, allo stesso tempo, l’universalità del Cristo in qualsiasi angolo del mondo. Egli precede, così, i suoi discepoli in ogni terra di Galilea. In fondo, la missione farà ricordare un meraviglioso detto zen: “Non è colui che riceve, ma colui che dona a dire all’altro: grazie!”

    Renato Zilio missionario scalabriniano

  2. mitrani micheline scrive:

    C’est tres bien. merci de ce temoignage.

  3. Antonella scrive:

    Buon viaggio e buona domenica anche da tutti noi… Antonella Carlo e Thabata

  4. padre renato scrive:

    Il termine di una celebrazione eucaristica, per l’assemblea cristiana, è il momento dell’invio. L’invio non è un rito di chiusura. È invece la grande apertura sul mondo, come se tutti uscissero per la grande porta spalancata della chiesa… Il cristiano diventa, allora, un missionario. Ciò fa parte della sua stessa identità: è inviato al mondo come il Cristo, l’inviato prediletto del Padre.
    Così, come il cuore di un uomo vive del doppio movimento di sistole e di diastole, dell’espandersi e del ritrovarsi, i cristiani vivono questa medesima dinamica. Movimento del riunirsi attorno al loro Signore Risorto. Movimento del disperdersi nel mondo. Un duplice incontro. E concretamente, per ogni cristiano una duplice fedeltà. Perché proprio nel mondo dove ognuno vive si è invitati a costruire i valori evangelici appena proclamati, ascoltati e cantati insieme, in comunità.
    Essere missionario è annunciare una buona novella, una gioia. Non è spargere lamentele o disgrazie. È testimoniare la gioia di aver incontrato Dio, Colui che ci ha trasformato. Lui ci ha nutrito di coraggio, di apertura di spirito, di compassione, di spirito di servizio, di solidarietà. La forza della testimonianza nascerà dalla nostra trasformazione… altrimenti, che Dio avremmo mai incontrato?
    Essere missionario è mettersi in cammino. È passare delle frontiere, le nostre molteplici barriere, per poter finalmente incontrare l’altro. Ed è l’altro per storia, per convinzione, religione o origine differenti. Costruire insieme, in fondo, qualcosa di nuovo, di bello e di umano, che Dio stesso ha immensamente desiderato.
    È il suo invito ad abitare terre e cieli nuovi. Per costruire un avvenire che non appartiene se non a Lui, ma che si nutre ora della nostra apertura, della nostra grandezza d’animo o della nostra mano tesa. Atteggiamenti, questi, indispensabili oggi per far vivere il mondo. Gesti, invece, di chiusura, di intolleranza o di esclusione lo farebbero morire. Sì, il nostro mondo multicolore, vario e quotidiano che Dio ama.
    Uscendo di chiesa, allora, quale missione stiamo noi portando al mondo?

Scrivi un commento