4 DOMENICA DI AVVENTO
Maria va a visitare Elisabetta
39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.
Note 1,26 Per Nàzaret cfr. Mt 2,23.
1,28 Rallégrati: il saluto dell’angelo non è convenzionale, ma invita Maria alla gioia perché lei è la figlia di Sion, visitata dal suo Signore (cfr. Sof 3,14). Maria non è chiamata con il suo nome proprio, ma piena di grazia, ossia “colmata di grazia da parte di Dio”, con un nome nuovo che esprime la pienezza di iniziativa d’amore di Dio verso di lei.
1,34 Come avverrà questo…?: quella di Maria non è un’obiezione motivata da incredulità; ella chiede piuttosto a Dio quale sia il suo volere in questa maternità.
1,35 Secondo il racconto di Esodo (cfr. Es 33,7-11), dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull’arca dell’alleanza per indicare la presenza di Dio. Maria sta per diventare la dimora di una speciale presenza divina.
1,32 La promessa divina di un trono eterno a Davide, fatta dal profeta Natan al re in cfr. 2Sam 7,12-16, è all’origine delle attese messianiche.
1,39 una città di Giuda: la località è stata tradizionalmente identificata con Ain-Karim, a 6 chilometri a ovest di Gerusalemme e distante circa 150 chilometri da Nàzaret.
MEDITATIO
Luca contempla il santuario di due donne nell’attesa d’essere madri, abitate da figli inesplicabili. E davvero esse sono due santuari: casa di Dio e casa dell’umanità nuova, grembo carico di cielo e di futuro. All’orecchio attento pare di udire un’assonanza profonda tra Dio, autore ed amante della vita e la donna che sta per generare: essa porta e annuncia il “vangelo della vita”. Infatti nel Nuovo Testamento profetizzano per prime le madri: il grande sacramento è la vita. Luca contempla l’abbraccio di due donne. Il Magnificat non nasce nella solitudine, ma in uno spazio di affetto. Dio viene incontro nelle relazioni, è mediato da uomini, da incontri, da dialoghi, da abbracci.
«Benedetta tu fra le donne!». Benedetta sei tu fra le donne che sono, tutte, benedette. La prima parola di Elisabetta è una benedizione che da Maria discende su tutte le donne e le coinvolge, che riassume e fa fiorire la benedizione di tutta l’umanità al femminile. Ad ogni frammento, ad ogni atomo di Maria, sparso nel mondo e che ha nome donna vorrei ripetere la profezia di Elisabetta: che tu sia benedetta, che benefico agli umani sia il frutto del tuo ventre. Che tu possa pacificare la terra, conciliare i fratelli nemici, far risorgere Abele, ricondurre all’amore Caino.
«E benedetto è il frutto del tuo grembo». Gesù è un frutto unico, eppure tutti i nati di donna sono, come lui, benedizione. Dio ci benedice con la vita. Ogni figlio d’uomo è profezia per la terra, la Parola di Dio è dispersa in sillabe in ogni creatura che nasce. Vorrei anch’io abitare la terra benedicendo, come Elisabetta, chi mi aiuta a credere, benedicendo ciò che cresce e matura in ciascuno, ciò che sa di inizio, di nascita, di piccolo germoglio, con la sua radice di terra e insieme di cielo, le sillabe di Dio. Ogni prima parola tra gli uomini dovrebbe contemplare questo “primato della benedizione”, una profezia reciproca, perché se non impara a benedire, l’uomo non potrà mai essere felice. Vorrei passare nel mondo magnificando, come Maria, Colui che fa dei miei giorni un tempo di stupore, e si curva su tutti i poveri che hanno il nido nelle sue mani; si curva su di me proprio perché sono povero, con poca luce, con forza incerta, con fede dubbiosa. Vorrei dire la mia fede con la parte di Zaccaria che è in me e che stenta a credere, con la parte di Elisabetta che sa benedire, con la parte di Maria che sa credere e mettersi in viaggio e lodare, con la parte di Giovanni che sa danzare, portando così il Signore, e sarò forse motivo di benedizione per qualcuno: «benedetto sei tu che hai creduto».
GRAFFIATI DALLA PAROLA
Due donne. Un viaggio lungo. Un saluto semplice ed ospitale. Un incontro che scalda il cuore. Sembra la parabola di ogni uomo. Sì, perché ogni incontro con l’altro impegna ciascuno di noi in un viaggio. Uscire da sé, dalla propria casa, dalla propria città. Andare verso l’uomo, muoversi e correre là dove c’è un bisogno. Non a mani vuote: è il cuore, è il ventre, è la libertà che porta una novità: chi ha ricevuto una buona notizia non la tiene per sé e sa che quella notizia scalderà e “farà grande” la vita anche di chi incontra. Non è forse anche la parabola del nostro Dio? Lui l’ha vissuta nel figlio di Nazareth.
L’Assenza
Fiorella Mannoia
Sarai distante o sarai vicino
sarai più vecchio o più ragazzino
starai contento o proverai dolore
starai più al freddo o starai più al sole
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Se chiamo forte potrai sentire
se credi agli occhi potrai vedere
c’è un desiderio da attraversare
e un magro sogno da decifrare
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell’assenza
la solitudine non ha odore
ed il coraggio è un’antica danza
Tu segui i passi di questo aspettare
tu segui il senso del tuo cercare
C’è solo un posto dove puoi tornare
c’è solo un cuore dove puoi stare
L’intimita’
Coltiviamo la virtù dell’intimità, cioè la cura di relazioni semplici e vere, cominciando dal riconoscerci cristiani gli uni gli altri non per rinfacciarcelo, diventando giudici gli uni degli altri, ma perché in relazioni vere e impegnative, riconosciamo nel frammento di ciascuno un segno della presenza liberante e vivificante del Signore Gesù, che già ora è capace di trasformare la storia, cominciando da noi, da questa casa. Non esiste possibilità di esperienza di Chiesa e quindi di Cristo comunicatore di vita, se non a partire da relazioni semplici, vere, impegnative, amicali in cui la storia evangelica diventa la nostra storia. Gesù non aveva casa, ma quelle in cui entrava diventavano sue per sempre, non per diritto, ma per amore: troppo grande la sua presenza perché quella casa (quella di Pietro, di Zaccheo, di Lazzaro) rimanesse uguale. Gesù non aveva casa, ma conduceva i suoi discepoli nella case amiche dove condivideva i suoi insegnamenti.
Due donne. Un viaggio lungo. Un saluto semplice ed ospitale. Un incontro che scalda il cuore. Sembra la parabola di ogni uomo. Sì, perché ogni incontro con l’altro impegna ciascuno di noi in un viaggio. Uscire da sé, dalla propria casa, dalla propria città. Andare verso l’uomo, muoversi e correre là dove c’è un bisogno. Non a mani vuote: è il cuore, è il ventre, è la libertà che porta una novità: chi ha ricevuto una buona notizia non la tiene per sé e sa che quella notizia scalderà e “farà grande” la vita anche di chi incontra. Non è forse anche la parabola del nostro Dio? Lui l’ha vissuta nel figlio di Nazareth.
19 dicembre 2009 alle 11:50
mettersi a servizio
“Can I help you?” è la prima frase al telefono che la nostra segretaria lancia subito dopo il saluto. Deve aver imparato dagli inglesi. Questa espressione, infatti, la ritrovi qui ad ogni angolo: “Posso aiutarla?” Se la sentono rivolgere all’improvviso, colti di sorpresa, anche tanti italiani che capitano qui a Londra e in un modo o nell’altro si sentono perduti… Basta un volto interrogativo, un ansioso guardarsi attorno o un gesto inutilmente ripetuto… e qualcuno si avvicina, lanciandovi un sorridente “can I help you?” Prendendo, poi, tutta la flemma possibile per restare con voi a risolvere insieme il problema. Un altro mondo, un altro stile si direbbe. Da noi spesso si corre via svelti, ognuno per gli affari suoi senza accorgersi a volte di qualcuno in difficoltà.
Ormai sotto Natale, mi domando che cosa significhi questa differenza culturale, nascosta in una piccola frase recitata automaticamente. I semiologi ci insegnano a guardare i segni e a scoprirvi sotto le forze direttrici. A scoprire, in fondo, al di là della punta emergente di una traccia anche linguistica un iceberg nascosto: il senso.
Questa innocente domanda significa porsi in un gradino più sotto dell’altro per mettersi a suo servizio. Farsi suo servitore. Paradossalmente, invece, si tenderebbe a fare proprio il contrario: si sale un gradino più in alto… Se si fa parte di una istituzione questa tenderà a darvi la sicurezza e la solidità che essa possiede, a farvi diventare spesso il pezzo di una struttura più che l’anello di una relazione.
“Che cosa vuole?” mi sento perentoriamente chiedere a volte in patria, presentandomi in un ufficio. Altro modo di interpellare per un servizio. Ma il personaggio da tanti segni mi fa capire di rappresentare una istituzione e la sua onnipotenza, alla quale, semmai, spetta concedervi qualcosa.
Nel mistero del Natale una rivoluzione copernicana nei nostri rapporti ci è richiesta. D’altronde, ciò mi fa ricordare ancora i miei vecchi studi all’università. In Italia ognuno era al suo posto preciso, in un spirito di ordine caro a Confucio: noi studenti da un lato e i professori universitari dall’altro e… tanto di cappello! Poi all’università francese, invece, quale non fu la mia sorpresa di vedere alla prima lezione il professore scrivere il suo telefono alla lavagna, per essere meglio a nostra disposizione, “come lo è la bibliografia, la biblioteca e gli altri professori: al centro siete voi e il vostro progetto!” sottolineava sicuro. Scoprire, così, dei professori universitari a nostro umile servizio!
Il vangelo aiuta a capire meglio questa rivoluzione: prima di tutto viene la persona umana. Ed è quando il Cristo chiede a Pietro di sostenere la fede dei suoi fratelli e a questi la fede della folla che li seguiva. Si sostiene, infatti, ponendosi in un gradino più in basso. Siamo come di fronte a una piramide, ma posta all’inverso: il papa, così – che dal tempo di Gregorio Magno è il“servus servorum Dei” il servitore dei servitori – sostiene i suoi più stretti collaboratori, i vescovi, questi i loro sacerdoti e questi ultimi il popolo a loro affidato. Stupenda immagine, dove al di sotto di tutti si pone il responsabile più grande, anzi il Cristo stesso, fondamento della fede vissuta da ognuno.
La prima preoccupazione è così spostata dalla struttura al servizio della persona e alla sua realizzazione. Per questo ogni istituzione sarà continuamente assillata da un’unica domanda: “come meglio servirvi?! “E ciò dimostrerà dove si trova il suo vero centro di gravità: in se stessa o nell’altro che è chiamata per vocazione a servire.
Perfino Dio, un giorno, si mise a servizio dell’umanità, nascendo tra gli uomini: era per far prendere coscienza ad ognuno della propria grande dignità. A cominciare dai pastori, uomini perduti nel mondo animale ai margini estremi della società. E fu Natale.
Renato Zilio missionario reporter freelance
21 dicembre 2009 alle 19:09
migranti da altre terre
La porta della chiesa degli italiani in Brixton Road è già aperta da tempo, quando le cinque del mattino si mettono pigramente a scoccare. Ormai a pochi giorni dal Natale vedi arrivare le prime ombre e non ti sembra vero… Affrettate o lente, infagottate dal freddo, talmente rigido da bloccare perfino l’Eurostar in mezzo alla Manica, sembrano le sagome dei pastori di Betlemme. Entrano nella nostra chiesetta devotamente come fosse un santuario: è per vivere quello che da secoli si celebra nella loro terra, la messa del parto. Un’antichissima tradizione dell’isola di Madeira.
Così, in modo popolare, negli ultimi nove giorni prima del Natale, si accompagnano alle prime luci dell’alba i nove mesi di gravidanza di Maria. Poi, tra canti dall’antica aria di berceuse o preghiere adattate all’occasione una Madonna sorridente vi accoglie, avvolta da una grandioso e rotondo manto azzurro, che nasconde la sua santa gravidanza. Una delicatezza d’obbligo. Infine, un concerto di campanelli dove ognuno porta il suo da casa scatena gioioso il canto finale. Ed è forse per ricordare quella strana abitudine di chi a Madeira sul finire della notte esce da messa, andando a suonare tutti i campanelli delle porte. Atto di coraggio o di insolenza chissà, ma la fede in questa bella occasione tutto perdona. È ora di risvegliarsi, in fondo, pare esserne il senso. “È passata a nuttata!” esclamerebbe De Filippo con tutti i suoi grandi sottintesi… Il Natale è alle porte.
D’altronde, non pare vero che una chiesa frequentata per decenni da italiani qui a Londra sia ora diventata la culla di secolari tradizioni di altri emigranti. Trasformatasi, in fondo, in casa comune accoglie anche altre genti, altre culture. Alla sera, così, con il simbang gabi, la lunga e luminosa novena dei filippini, si vive la medesima attesa. Viene, allora, spontaneo ammirare una chiesa gremita con tutto un popolo che canta alla portoghese o in tagalog, coltiva altre tradizioni, vive sensibilità religiose differenti, affezionandosi tanto alla Madonna da contarne perfino i giorni che mancano al parto! Ed è quella attenta apprensione che si porta da noi per una giovane mamma.
Finita la messa mattutina, con i campanelli che risuonano ancora in testa, ecco i nostri personaggi da presepio trasformarsi completamente. L’aria è ormai improntata alla festa. Dopo poche ore di sonno, svegliatisi nel cuore della notte, erano venuti da tutte le parti di Londra, ma non solo per una messa… La tradizione vuole altro! Un forte liquore dolcissimo a base di arance passa di mano in mano e risveglia la gola di ognuno, mentre dolciumi di ogni genere ne accompagnano il profumo, intanto in cucina la cangia con carne di pollo bolle in un pentolone da caserma pronto a scaldarvi lo stomaco. La fisarmonica ed altri strumenti tradizionali, allora, risvegliano la voce e una bella nostalgia per la propria terra. Per almeno un paio d’ore canti profani e canti religiosi si mischiano tra di loro come gli alimenti dolci o salati, ma il prodotto finale ne è sempre uno solo. Uno spirito di forza e di comunione che qui ti sembra impensabile. Sì, tra gente emigrante. Ed è allora che ti pare proprio di essere a Betlemme in una notte stellata tra pastori. Dove lo stare bene insieme, in compagnia, è la conquista più grande dell’uomo.
E da che mondo è mondo, a pensarci bene, è proprio vero.
Renato Zilio missionario reporter freelance