Archivio della Categoria 'Lectio Divina'

NATALE DEL SIGNORE - MESSA DELLA VIGILIA

Mercoledì 24 Dicembre 2008

Forma breve (Mt 1,18-25):
Maria darà alla luce un figlio, e tu lo chiamerai Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Parola del Signore

Commento
Uomo di Dio, tale è il salvatore di cui avevamo bisogno. Soltanto Dio è la salvezza dell’uomo, ma Dio non vuole salvare l’uomo dall’esterno; ecco perché si fa uomo.
È questo il duplice messaggio che ci affida lo splendido testo di san Matteo.
Uomo discendente da una lunga stirpe di persone, oggetto della promessa, tale è il salvatore dell’uomo. Dal giorno in cui Dio riprende contatto con l’umanità nella persona di Abramo, fino a questa giovane fanciulla di Nazaret chiamata Maria, Dio si dedica con pazienza a quest’opera, prepara la venuta nella nostra carne del suo Figlio unigenito. La genealogia riportata da san Matteo è la genealogia della fedeltà di Dio. Tutte queste persone tracciano la storia di Israele. Sono portatrici della promessa. Le infedeltà di molti di loro mettono in luce la fedeltà di Dio. È da un popolo di peccatori che sorgerà il salvatore. Perché egli viene a salvare proprio il peccatore. Facendosi uomo, egli appartiene alla loro stirpe e, dall’interno della loro stirpe, li vuole salvare, assumendosi il loro peccato senza esserne macchiato: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati&rdqu! o;.
Ma: “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”.
Il ritmo della genealogia si spezza. Se occorreva che l’uomo fosse salvato dall’interno dell’umanità, non poteva esserlo che grazie a Dio. E, brevemente, Matteo sottolinea qui l’origine divina del Salvatore degli uomini: “Egli è generato dallo Spirito Santo”. Dio è molto più fedele di quanto l’uomo potesse immaginare. Lasciamo allora la parola a Ireneo di Lione: “Il Signore ci ha dato un segno” dal profondo degli inferi e “lassù in alto” (Is 7,11) senza che l’uomo osasse sperarlo. Come avrebbe potuto aspettarsi di vedere una vergine partorire un figlio, di vedere in questo figlio un “Dio-con-noi”, che sarebbe sceso nel profondo, sulla terra, per cercare la pecorella smarrita, cioè la creatura che egli aveva plasmato, e sarebbe poi risalito per presentare al Padre suo questo uomo ritrovato?” (Contro le eresie, III, 19,3).

PER RIFLETTERE INSIEME (Con il cardinale Martini sul Natale)

Martedì 23 Dicembre 2008

“In primo luogo appare chiaro che il mistero del Natale è un mistero di modestia e di piccolezza. Non ha la pretesa di introdurre modifiche di grande livello, che mutino il contesto in tempi brevi. E tuttavia il mistero del Natale introduce nel cammino storico dell’uomo quegli atteggiamenti quasi impercettibili, ma che permettono di cogliere la verità dei rapporti e di modificarli nel senso di un rispetto dell’altro, di una riverenza e di un’accettazione tali da poter influire anche su contesti più ampi”. [Da un editoriale del cardinale Carlo Maria Martini arcivescovo emerito di Milano, per “Popoli” mensile dei gesuiti; segue testo integrale][CO]

DOMENICA 29 GIUGNO FESTA DI S.PIETRO E PAOLO-UN ANNO CON PAOLO-

Sabato 28 Giugno 2008

               20400a.jpg

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parola del Signore

dscn2015.jpg

È la festa dei grandi apostoli, Pietro e Paolo. Rosso è il colore liturgico perché rosso è il sangue versato dai martiri. A San Pietro oggi il Papa consegna, ai nuovi arcivescovi, i palli, le piccole stole di lana d’agnello che simboleggiano un particolare legame con il successore di Pietro e che, come bianca e morbida collana, spiccano sulle ampie casule rosse. La tradizione vuole che queste stole riposino tutto un anno, in un’urna collocata sotto l’altare della Confessione e sopra la tomba di Pietro.

Il Vangelo di oggi presenta una scena svoltasi a Cesarea di Filippo, nell’estremo Nord della Terra Santa, in zona pagana, il punto più lontano da Gerusalemme. Cesarea si estendeva ai piedi del monte Ermon. Una delle grotte era dedicata al Dio Pan e alle ninfe. Sulla sommità di una rupe, Erode aveva fatto costruire un tempio in onore di Cesare Augusto, mentre Filippo, suo figlio, aveva ingrandito la città dandole il nome di Cesarea. Venerare un idolo e un uomo per gli Ebrei era semplicemente satanico: per questo la grotta era considerata l’ingresso dell’inferno. Gli ebrei attendevano che, da un giorno all’altro, gli abissi infernali scuotessero la rupe e inghiottissero il tempio sacrilego. Qui, in questo luogo, Gesù parla di un’altra pietra sulla quale edificherà un altro tempio, la Chiesa di Dio sulla quale nessuna potenza potrà prevalere. Simone ne riceve le chiavi e ne è pietra visibile. Ma prima occorre la fede. Per questo Gesù chiede ai discepoli, con umiltà, “chi sono io per voi?”. La domanda non mostra una crisi di identità, ma la strada per portare i discepoli dentro il suo mistero. È la risposta a questa domanda, infatti, che costituisce il discepolo. Il problema non è interrogare Dio, ma lasciarci interrogare da Lui che è e resta sempre un mistero; rispondergli, invece, costituisce l’avventura di essere uomini. Il cristianesimo non è una ideologia, neppure una morale, ma il rapporto personale con Gesù.

Siamo alla svolta del Vangelo di Matteo: Pietro e gli altri riconoscono Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio. Quella di Pietro è la professione di fede cristiana: Gesù è il centro e il culmine della rivelazione di Dio perché è il Figlio. E Simone diviene “pietra”, un attributo di Dio stesso. La Chiesa si costruisce su questa pietra come la casa dei figli di Dio.
A Pietro Gesù conferisce un primato che lo collocherà, nella prima comunità di Gerusalemme, sempre in prima fila come protagonista, nel prendere la parola a nome di tutti gli apostoli, nel compiere le guarigioni miracolose, nel punire gli indegni, nel confermare le conversioni, nell’ammettere i pagani, nell’affermare la libertà cristiana di fronte alla legge mosaica. Il primato di Pietro si spiega sul modello del primato del Signore che è venuto per servire e dare la vita. Il primato è un servizio nella fede e nell’amore. Così diviene anche principio di comunione e di unità.

Accanto al primato di Pietro e dei suoi successori, c’è il primato della Chiesa di Roma, di cui Pietro è vescovo. Roma “presiede alla carità”, secondo l’espressione di Ignazio di Antiochia, e “tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui a Roma come unica base e fondamento, perché, secondo la promessa del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa” (San Massimo il Confessore).
Insieme a Pietro, anche Paolo. Insieme sono “le più grandi e le più giuste colonne” (San Clemente) che portano a compimento la loro testimonianza a Roma, dove versano il sangue per Cristo e conferiscono a questa Chiesa una “più alta autorità apostolica”, per cui ogni cristiano e ogni comunità ecclesiale deve confrontarsi e concordare con essa (Sant’Ireneo). I due apostoli simboleggiano anche la Chiesa dei giudei e la Chiesa dei pagani. La Chiesa è una e universale.
 20400.jpg
Un anno con Paolo

E’ tale l’importanza dei santi Pietro e Paolo che quando, come quest’anno, la loro festa cade in domenica la liturgia sospende il normale corso delle celebrazioni. I due santi, in quanto apostoli, sono importanti per tutta la Chiesa, la quale proclama sé stessa “una, santa, cattolica e apostolica”; lo sono poi a maggior ragione per quei cristiani che, come i mantovani, seguono il rito romano, vale a dire quello adottato a Roma, la città dove i due apostoli hanno coronato col martirio la loro vita terrena e hanno tuttora, entro splendide basiliche, il loro venerato sepolcro, da sempre frequentatissima meta di pellegrinaggi.
Quest’anno l’attenzione si appunta in particolare su Paolo. Di lui si sa molto, ma non la data di nascita; poiché si ritiene sia avvenuta tra l’anno 5 e il 10 dopo Cristo, per non lasciar cadere il bimillenario, il papa ha deciso di celebrarlo a cominciare da oggi con un “Anno Paolino”, denso di iniziative volte a cogliere meglio i doni che tramite lui il Signore ha fatto alla Chiesa e al mondo intero. Tramite lui: la sua vita, quale è narrata negli Atti degli apostoli (a tratti nei capitoli 8-12, in esclusiva nei seguenti), e il suo insegnamento, quale emerge in particolare dalle sue tredici intense Lettere, di cui ogni domenica si legge un brano.
Per verità, in Paolo vita e dottrina non si possono scindere; egli ha insegnato, instancabile pur tra mille pericoli e ostilità, quello che ha compreso a partire dalla sua stessa esperienza. Cinque o sei anni dopo la conclusione della vita terrena di Gesù, il giovane Saulo, come allora si chiamava, pieno di zelo per il Dio dei suoi padri, riteneva suo dovere combattere i traditori, divenuti seguaci di quel rabbi di Nazaret che si ostinavano a dichiarare risorto dai morti. Allo scopo aveva partecipato alla lapidazione del primo martire, Stefano, e riuscì a ottenere dai capi del popolo ebraico l’autorizzazione di andare ad arrestare gli ebrei cristiani dimoranti a Damasco. Alla testa di un drappello di soldati era ormai prossimo alla città, quando una luce accecante lo gettò a terra, e una voce gli chiese: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” La risposta fu un’altra domanda: “Chi sei, tu?” E la voce: “Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.
Sconvolgente. Egli non aveva conosciuto Gesù, non l’aveva ascoltato parlare né visto guarire; avrà saputo che era morto in croce, e con ciò riteneva conclusa la vicenda. Ecco ora che il Crocifisso si manifestava vivo, e dunque risorto come sostenevano i suoi seguaci; non solo, egli riteneva fatto a sé quello che facevano ai suoi amici: “perché mi perseguiti?” A partire da questi elementi, egli si mise a riflettere, si informò adeguatamente su Gesù e giunse alla conversione, di cui in certo modo è segno il cambio del nome: dall’ebraico Saulo al romano Paolo.
Alla conversione seguì dapprima un silenzioso ritiro nella sua città natale, Tarso; poi però, sollecitato dai compagni di fede, egli cominciò un’intensa attività apostolica, rivolta ai componenti del suo stesso popolo, ma anche e soprattutto ai pagani. Senza nascondere di essere stato un persecutore di quella fede che ora poteva annunciare, per averne sperimentato di persona i fondamenti; una fede basata sull’amore di Gesù per gli uomini

24 GIUGNO NATIVITA’ DI S.GIOVANNI BATTISTA FESTA

Lunedì 23 Giugno 2008

giovanni.jpg

+ Dal Vangelo secondo Luca

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Parola del Signore

La fine di ogni uomo non è il suo destino, ma il suo fine. Senza lasciarsi ingannare dal possibile e facile giro di parole il cambio dell’articolo cambia totalmente significato. Ogni persona viene al mondo con un Dna cromosomico caratteristico, personale e indelebile. Il colore degli occhi dei propri genitori saranno dominanti in quelli dei propri figli. Una sorta di eredità genetica che si tramanda. Ma quando viene al mondo un bambino vi è una domanda che tiene in sospeso e nutre le attese di chi gli è accanto. Ed è la medesima che si sono posti Elisabetta e Zaccaria, i genitori di Giovanni il Battista: “Che ne sarà di questo bambino?”. La felice coincidenza della dodicesima domenica del tempo ordinario con la natività di Giovanni il Battista orienta il commento verso tre riflessioni tra loro innervate.

La nascita di una vita è l’esplosione della misericordia di Dio. Un padre non riesce a vivere senza crescere assieme ai suoi figli e poterci parlare, giocare, riflettere. Così è l’agire di Dio che dona continuamente l’abbondanza della vita con il dono dei figli. Un’abbondanza che viene temuta e misurata dall’uomo al punto che, per natalità, l’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa. Ma la voglia di vita è più forte del desiderio di morte. La sterilità di Elisabetta è stata ricolmata dal dono di un figlio, di colui che diverrà il precursore di Gesù. Vi sono molte situazioni nelle nostre città e paesi di donne che non possono avere figli per molteplici motivi fisici ma che desiderano ardentemente il dono della maternità. Altre, invece, che pur essendo nella possibilità di generare alla luce un figlio decidono di reprimere tale dono con una iniezione abortiva. A tanto desiderio di maternità corrisponde tanto egoismo e paura. Quante giovani ragazze si recano (o vengono accompagnate) all’ospedale per abortire e dire no alla vita. L’aborto è una cicatrice che rimane per sempre nel Dna mentale e interiore della donna che nulla e nessuno potrà cancellare. La scelta di abortire può essere dettata da mille motivi riconducibili, alla fine, ad un solo: egoismo. Non ci si stanchi mai di parlare a vari livelli di tale argomento nella catechesi per adolescenti e giovani cercando di favorire una cultura di apertura alla vita. Da questo punto di vista l’affido e l’adozione sono, in extremis, delle possibilità che vengono offerte come sostitutive alla soppressione della vita.

Chiamare per nome una persona significa evocarla alla vita. La Scrittura è ricca di episodi che confermano quanto detto e il testo dell’evangelista Luca proposto dalla liturgia è emblematico. Il nome dato a un bambino va ben al di là della sola iscrizione anagrafica. Vi possono essere – ed esistono – motivi più profondi che inducono un genitore a chiamare il proprio figlio con il nome di un divo televisivo o di spettacolo! Un nome ti accompagna per tutta la vita e scoprire in prima persona che nella scelta del nome da parte dei genitori vi è una vocazione da far emergere è quanto mai straordinario. È buona cosa, dunque, essere guidati da saggi e profondi criteri nella scelta del nome per il proprio figlio e figlia lasciandosi, perché no, consigliare anche dalla Bibbia.

Come, pertanto, si da un nome alle persone è buona cosa nominare ciò che abita nell’interiorità. Dare un nome a ciò che abita nel cuore dell’uomo equivale a ritrovare la direzione e senso alla personale esistenza. Da questa pagina di Vangelo emerge in filigrana l’arte del discernimento, del saper distinguere per scegliere. “Gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua”: Zaccaria era divenuto muto a motivo della sua incredulità e paura. Quando si ha il coraggio e l’umiltà di fare luce nella propria esistenza a qualsiasi età è allora che prende forma il volto autentico e pacificato della vita. Nessuna vocazione prenderà il largo se non si conosce da quale porto si è partiti.

XII DMENICA T.O. ‘’NON ABBIATE PAURA'’

Giovedì 19 Giugno 2008

Mt 10,26-33 

Dal Vangelo secondo Matteo 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Non temete gli uomini, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 

Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. 

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. 

Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. 

Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! 

Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.

 

COMMENTO

Il volto cristiano del coraggio
don Bruno Maggioni
XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/06/2005)
Vangelo: Mt 10,26-33   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 10,26-33)

Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri.
l mondo ha odiato Cristo e continua ad odiarlo nei suoi discepoli. Le ragioni del suo odio sono sempre le stesse, ragioni che il mondo tenta di nascondere dietro falsi pretesti: l’ordine religioso e civile, il bene comune. Ma la vera ragione è sempre un’altra: «a causa del nome di Gesù». L’annuncio del discepolo è un annuncio che inquieta il mondo. Il Cristo è venuto, senza tanti riguardi, a fare irruzione nella tranquillità del mondo. Il mondo ama solo ciò che è suo, ciò che non turba la sua pace e non smaschera le sue pretese. Il mondo odia i discepoli di Cristo (quelli veri) perché con la loro esistenza lo pongono in questione.
Il Vangelo di questa domenica, invita il discepolo ad avere coraggio. L’espressione «non temere» ricorre tre volte e scandisce tutta quanta la pericope. E vengono indicate alcune forme in cui il coraggio deve concretamente manifestarsi: il coraggio nella persecuzione, il coraggio di parlar chiaro, il coraggio di non aver mai vergogna di Cristo di fronte agli uomini. E alle forme di coraggio si aggiungono i motivi che devono sostenerlo: la certezza di essere nelle mani del Padre e, anche, la certezza che gli uomini nulla possono fare per toglierci la vera vita. È un coraggio – come si vede – che nasce dalla fede e dalla libertà: la condizione è di amare Cristo al di sopra di ogni altra cosa. Solo così il discepolo è libero da se stesso, e non ha più nulla da difendere, quindi non è più ricattabile.
Mi si permetta un’insistenza. La paura è un sentimento che ogni uomo prova. Generalmente la paura viene da pericoli esterni, dalla calunnia o dalla violenza, ma se può entrare nel cuore dell’uomo turbandolo è unicamente perché vi trova un punto di appoggio. La paura entra nel profondo se si è ricattabili, se qualcosa ci importa più della causa di Gesù. E questo qualcosa può essere la vita, anche se, più spesso, si ha paura per molto meno. Ma ora che il Signore è risorto non c’è più ragione di avere alcuna paura. Persino la morte è vinta: di che cosa allora avere paura? Neppure della forza del peccato, che pure è profondo. Ce lo dice Paolo nella seconda lettura: «Se per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rom 5,15). Il peccato è grande e pervasivo, sembra dominare ogni cosa, ma la grazia di Dio è più forte dello stesso peccato.

 179074.jpg

SECONDO COMMENTO 

Tutto quello che Gesù ha detto e ha fatto durante la sua vita terrena, gli apostoli lo predicheranno nel mondo intero. Dopo la Pentecoste e il dono dello Spirito, gli apostoli, spalancate le porte del cenacolo, hanno iniziato ad annunciare il Vangelo dirigendosi verso i quattro punti cardinali del mondo conosciuto e non. 

Anche noi dobbiamo superare ogni paura, soprattutto quella della morte, ma anche il timore delle persecuzioni e le difficoltà di ogni giorno. Occorre la fede, ossia la fiducia nel Padre che protegge anche il più insignificante degli uccelli, il passero. Addirittura ha considerazione per ciascun capello del nostro capo. Il martirio non è il destino di tutti i discepoli, ma a tutti i discepoli è chiesta la testimonianza e la coerenza delle parole e delle opere, della vita e del comportamento. Ad ognuno è chiesto di proclamare: io sono di Cristo. 

 

Nel Vangelo di questa domenica Gesù ripete per tre volte l’imperativo: “Non temete”. Eppure una sua parola è sempre definitiva. Qui, però, la ripete più volte. La paura deve proprio attanagliare il discepolo! Non è, infatti, così? Non è forse la paura il freno dell’agire umano? C’è paura in ogni cosa: l’uomo si sente assediato e sfiduciato, fra timori e incertezze, angoscia e disperazione. Su tutte, domina la paura della morte. Al punto che questa è divenuta una vera filosofia di vita. 

Il cristiano cerca e vive di un’altra filosofia, quella della sapienza dell’amore di Dio. È questa che vince ogni paura, anche quella della morte. Il discepolo di Cristo si lascia guidare dallo Spirito e la fiducia in lui rovescia la condizione angosciante dell’esistenza: se la paura sbarra il passo, la fiducia fa compiere ciò che si desidera. 

 

Dopo il secolo delle guerre mondiali, con gli orrori delle bombe atomiche e dei campi di sterminio ad Est e ad Ovest, è iniziato il secolo del terrorismo di massa: a paura si aggiunge paura. È in epoche come queste che si avverte più chiara la coscienza del “silenzio di Dio”, della sua apparente assenza, della sua luce che scompare dall’ultima linea del nostro orizzonte. Il Vangelo di questa Domenica è proprio per quest’oggi. E per quest’oggi occorrono, più che mai, discepoli di Gesù – uomini e donne – che hanno accolto il suo invito: “Non temete”. La Pentecoste non investì, col suo vento gagliardo, solo quelli che erano nel cenacolo, ma diede fuoco al mondo. Con cristiani pieni di fede-fiducia, continua la Pentecoste fino agli ultimi confini della terra. Sarà pur tempo di angoscia, “ma che importa!”, dice Bernanos. E Peguy: “Tutto ciò che accade è adorabile”. Oppure, La Pira: “Dio esiste, Cristo è risorto: dunque tutto va bene”. 

 

Gesù invita i discepoli ad avere sconfinata fiducia in Dio, il Padre che conosce ogni cosa, anche la minima della nostra vita. Egli stesso è il modello, il maestro da seguire. L’esempio dei passeri e dei capelli contati dice tenerezza, ma non ingenuità, perché sullo sfondo c’è già il dramma del calvario e l’agonia sulla croce. La fede-fiducia, però, è più forte perché dice che alla fine non c’è il nulla e la disperazione, ma il Padre che ci ama e che amiamo. È l’amore che scaccia il timore. Se Gesù cita l’esempio dei passeri e dei capelli è perché noi stessi ci giudichiamo di nessun valore e dunque incapaci di avere e dare fiducia. Gesù sposta lo sguardo sul Padre: Lui conta le stelle e le chiama per nome, si prende cura di ciascuno di noi, come padre amorevole verso i suoi figli. Oggi, un solo pensiero vale: Dio, mio padre. 

 

 

 

XI DOM.DEL T.O. LETTURE E COMMENTO-DALLA MISERICORDIA ALLA MISSIONE

Mercoledì 11 Giugno 2008

 Letture per:
XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) Prima Lettura
Es 19,2-6 Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annunzierai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Salmo responsoriale (Sal 99) Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida. Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Lodate il Signore, poiché è buono,
eterna è la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione. Seconda Lettura
Rm 5,6-11 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.
Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione. Acclamazione al Vangelo
(Mc 1,15) Alleluia, alleluia.
Il regno dei cieli è vicino:
convertitevi e credete al vangelo.
Alleluia.Vangelo: Mt 9,36-10,8
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”.
Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì.
Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Riflessioni

 

La dozzina di versetti del Vangelo odierno offre un quadro globale della missione di Gesù e dei discepoli: vi troviamo tutti gli elementi della missione della Chiesa, secondo i contenuti e lo stile di Gesù. Il quadro risulta più completo se includiamo il versetto precedente (Mt 9,35), che presenta Gesù, missionario itinerante: “Andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità”. Gesù è l’ideale, il progetto primario di ogni missionario: vicino alla gente, itinerante, maestro, predicatore, guaritore, compassionevole, proteso verso Dio, di cui annuncia il Regno, e appassionato per il bene della gente, soprattutto di coloro che soffrono. 

 

Gesù non passa mai accanto al dolore umano senza sentirne intimamente la sofferenza e senza apportarvi un rimedio, una soluzione. Le folle “erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore” ed Egli “ne sentì compassione” (v. 36). Che è molto di più di un sentimento! La traduzione esatta sarebbe: ‘ne sentì una totale commozione viscerale’. Infatti, il verbo greco sottostante (splanknízomai-esplanknísthe), che è impiegato dodici volte nei Vangeli, esprime la profonda commozione di Dio e di Cristo per l’uomo. La commozione delle viscere (splankna) richiama la commozione totale della madre nel momento del parto. Pertanto questa parola del Vangelo (v. 36) porta alla scoperta del volto materno di Dio. La missione di Gesù -e quindi la missione della Chiesa- affonda le sue radici nella tenerezza e compassione di Dio per l’umanità: “grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio…” (Lc 1,78). Di questo amore misericordioso e missionario, il Cuore di Cristo è segno patente e strumento efficace, come insegna il Papa Benedetto XVI. 

 

Il cristiano che guarda il mondo come faceva Gesù, con occhi e cuore pieni di misericordia, vi scopre immense realtà umane bisognose di missione, bisognose, cioè, di essere illuminate e sanate dal Vangelo. Affinché tutti abbiano la vita in abbondanza (cf Gv 10,10). Rendersi conto che, anche oggi, qui e nel mondo intero, “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai” (v. 37), è già un buon inizio di missione. Gesù ci indica due risposte basilari alle urgenze della missione: pregare e andare. Anzitutto, pregare il signore della messe, per la buona qualità e il numero degli operai nella messe (v. 38): pregarlo, perché è Lui il Signore del Regno. Pregare sì, ma anche andare: Gesù chiama a sé il primo gruppo, i Dodici, li chiama per nome (v. 10,2-4), da loro il potere di predicare, guarire gli infermi, scacciare i demòni e compiere altri segni. Li manda (v. 5) a due a due (in piccoli nuclei comunitari), per una prima missione di prova e di addestramento, limitata nel tempo e nello spazio (v. 5): per adesso i destinatari sono le “pecore perdute della casa d’Israele” (v. 6). Dopo la sua risurrezione e con la forza dello Spirito, Gesù li manderà definitivamente al mondo intero: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). Da quel momento la missione sarà un andare sempre oltre, al di là delle mete acquisite, alla ricerca di altre messi e di altre pecore senza pastore. Ovunque si trovino! Sarà una missione senza frontiere! Con immenso amore! 

 

Il messaggio missionario da portare riguarda il Regno dei cieli ormai vicino (v. 7); per questo è necessario convertirsi e credere nel Vangelo (Mc 1,15: cf Canto al Vangelo). Il Vangelo, però, non è un documento o un codice: è anzitutto una Persona, Gesù Cristo, che ci ha dato gratuitamente il suo amore, la salvezza e la riconciliazione (II lettura), morendo “per noi, mentre eravamo ancora peccatori” (v. 8) . Così scopriamo quanto è grande l’amore di Dio per il suo popolo, come Egli lo aveva manifestato già nell’Antico Testamento (I lettura), liberando gli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, anzi sollevandoli “su ali di aquile” (v. 4), facendone “una proprietà particolare tra tutti i popoli… e una nazione santa” (v. 5-6). 

 

Il missionario che ha fatto l’esperienza personale della grandezza e della gratuità dell’amore di Cristo non può non sentirsi chiamato a condividerla gratuitamente con chi ancora non Lo conosce o non Lo ama. Il comando di Gesù di servire il Vangelo gratuitamente, senza servirsene, diventa così un invito gioioso a dare con gratuità (v. 8) . Lo aveva compreso molto bene l’apostolo Paolo, il quale, facendo un bilancio della sua vita missionaria, ricordava proprio questa parola di Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35). Sempre, la missione nasce e si realizza nell’amore. 

 

 

Parola del Papa 

“Questo mese (giugno) è tradizionalmente dedicato al Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la buona novella dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione… Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo. Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo”. 

Benedetto XVI 

Angelus, domenica 1 giugno 2008 

 

 

Sui passi dei Missionari 

- 15/6: B. Luigi Maria Palazzolo (Bergamo, 1827-1886), predicatore di missioni popolari, fondatore delle ‘Suore Poverelle’ per l’educazione, l’assistenza e le missioni. 

- 16/6: B. Maria Teresa Scherer (1825-1888), religiosa svizzera, confondatrice delle Suore della Carità della S. Croce, che ebbero una rapida diffusione. 

- 17/6: Giornata Internazionale contro la Desertificazione e la Siccità, istituita dall’ONU (1995). 

- 20/6: Giornata Mondiale del Rifugiato, creata dall’ONU (2000). 

- 20/6: B. Francesco Pacheco e altri 8 compagni martiri gesuiti, condannati al rogo in Giappone (Nagasaki, 1626). 

- 21/6: S. Luigi Gonzaga (1568-1591), religioso gesuita italiano, morto a Roma assistendo gli appestati. È il patrono della gioventù studentesca. 

 

IL CARD.MARTINI ,PROFETA NELLA CHIESA DI OGGI CI METTE IN GUARDIA….ASCOLTIAMOLO

Venerdì 6 Giugno 2008

Dal cardinale Martini un severo ammonimento ai preti
“Troppe bramosie dentro di noi, ci piace più l’applauso del fischio”

 “Vanità, invidia e calunnie


vizi capitali anche nella Chiesa”
 di ZITA DAZZI

MILANO - Una durissima lezione per gli uomini di Chiesa, peccatori come tutti gli altri uomini. E un severo ammonimento ai preti: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Occorre un vero rinnovamento della mente”. Malato e sofferente per il Parkinson, pensava di non farcela, il cardinale Carlo Maria Martini, a predicare gli esercizi spirituali. E invece, appena tornato da Gerusalemme, è arrivato fino a Galloro, vicino ad Ariccia, alla casa dei gesuiti, dove si recano i sacerdoti a meditare. E con loro, interrompendo le omelie di tanto in tanto per sottoporsi ai controlli clinici, è stato molto chiaro, commentando i brani della lettera di San Paolo al romani, dove si parla del peccato: “Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti”.
Una vera e propria lezione sui “vizi capitali” della Chiesa d’oggi, senza nessun timore di dire cose sgradevoli. Anzi con la certezza di offrire “una pista di riflessione”. Martini ha voluto parlare dei “peccati che interessano proprio noi come chierici”: anzitutto i peccati “esterni”, come le fornicazioni, gli omicidi e i furti, precisando “questi ci toccano meno di altri, ma comunque ci riguardano anch’essi”. E poi è passato ad esaminare “le cupidigie, le malvagità, gli adulteri”. Ha ammonito: “Quante bramosie segrete sono dentro di noi. Vogliamo vedere, sapere, intuire, penetrare. Questo contamina il cuore. E poi c’è l’inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c’è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità”. 


L’arcivescovo emerito di Milano ha parlato poi dell’invidia, “il vizio clericale per eccellenza: l’invidia ci fa dire “Perché un altro ha avuto quel che spettava a me?”. Ci sono persone logorate dall’invidia che dicono “Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no?”". E ancora: “Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte a Roma… “.
Carlo Maria Martini, vescovo per 22 anni a Milano, sente il dovere di parlare esplicitamente ai giovani preti, auspicando un rinnovamento: “Devo farlo perché sarà l’ultimo ritiro, fa parte delle scelte che fa una persona anziana e in dirittura d’arrivo, ci sono cose che devo dire alla Chiesa”. La sua lezione continua giorno dopo giorno durante la settimana di ritiro spirituale. “San Paolo parla del “vanto di fare gruppo”, di coloro che credono di fare molti proseliti, di portare gente perché così si conta di più. Questo difetto grave è molto presente anche nella Chiesa di oggi. Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l’applauso del fischio, l’accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande! Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la Chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria”.
Non fa nomi, Martini, se non quello del papa Benedetto XVI, citato tre o quattro volte, affettuosamente: “Dobbiamo ringraziare Dio di averlo, anche se poi abbiamo qualcosa da criticare”. Ma Martini è come se volesse anche mettere in guardia Ratzinger quando, riprendendo le parole del papa, mette in guardia i preti dal “vanto terribile del carrierismo”: “Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al Papa stesso”.
Un quadro fosco, che il grande biblista, dettaglia, come può solo chi conosce dall’interno i meccanismi di potere della Chiesa: “Purtroppo ci sono preti che si pongono punto di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero”.

                            20400w.jpg

PIETRO E PAOLO SI ABBRACCIANO

(5 giugno 2008)
 

10 DOMENICA DEL T.O. DICE GESU’:'’ANDATE E IMPARATE CHE COSA VUOL DIRE:MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICI.'’

Venerdì 6 Giugno 2008
Vangelo Mt 9, 9-13
Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori.
Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, passando, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 dscn1941.jpg

08 giugno 2008 - La misericordia
È meglio costruire la casa della propria vita sulla roccia della Parola del Maestro Gesù.
Così, domenica scorsa, ci esortava Matteo, pensando, probabilmente alla propria esperienza.
Ci scordiamo, purtroppo, che dietro l’esperienza della fede ci sono delle persone concrete, persone che vivono dimensioni di vita molto simili alle nostre, con sogni, emozioni, fallimenti, fatiche, sussulti.
Come noi, gli uomini della Bibbia sperimentano fallimenti matrimoniali sanguinanti e laceranti, come sperimenta Osea. Come noi, vivono momenti in cui sperano contro ogni speranza, come Abramo citato nella lettera ai romani. Come noi, desiderano portare alla fede altri fratelli, come Paolo che cerca un contatto con i cristiani di Roma. Come noi, sperimentano il dono della misericordia. Assoluto. Infinito. Inatteso.
Come Matteo, il manager senza scrupoli che ha inciampato nello sguardo compassionevole del rabbì di Nazareth.
Feccia
«Il più pulito ha la rogna», dice un caustico proverbio popolare.
Ed era esattamente ciò che dei pubblicani pensava la gente.
Ebrei, collaborazionisti con l’invasore romano, i pubblicani, appaltando le tasse, facendosi scudo dell’autorità ricevuta, non esitavano a fare la cresta su quanto dovuto. Peggio: per i puri di Israele erano pure idolatri, maneggiando monete che recavano impressa l’effige dell’imperatore.
Insomma, dopo gli odiatissimi romani, certamente i pubblicani meritavano tutto il disprezzo dei patrioti e dei benpensanti.
Per Matteo, immaginiamo, tutto quell’odio non era sufficiente per rinunciare ad una attività così redditizia simile a chi, negli anni di guerra, non esitava a vendere al mercato nero prodotti introvabili sfruttando la disperazione e la fame della gente.
Proprio lui Gesù andò a cercare.
Accadde, così, semplicemente come Matteo ce lo racconta.
Il Nazareno si accostò, sorridendo, lo guardò con intensità. Matteo si aspettava un rimprovero, come spesso accadeva da parte dei devoti che andavano in sinagoga e che sputavano in terra quando lo incrociavano.
Invece no. Gesù disse, semplicemente: «Vieni?».
Matteo restò interdetto. Forse si trattava di uno scherzo. Forse quel falegname, ospite dei fratelli pescatori, si era bevuto il cervello. Forse quel profeta di periferia aveva sbagliato persona. O forse no.
Per un attimo Matteo vide nello sguardo trasparente e fermo di Gesù ciò che egli avrebbe potuto essere. Vide che era amato, senza condizioni.
Avrebbe voluto fargli mille domande. Non un suono gli uscì dalla gola.
Andò.
Trent’anni dopo
Matteo scrive questa pagina trent’anni dopo.
Ci sta dicendo: ne è valsa la pena, non è stato il momento inebriante e fuggente dell’evento spettacolare, del ritiro o del pellegrinaggio, della giornata della gioventù o dell’esperienza di Taizè, esperienze travolgenti che devono poi passare al setaccio della quotidianità e della povertà delle comunità parrocchiali.
Trent’anni sono una vita, e Matteo dice a noi suoi lettori: ho lasciato tutto: ricchezza, potere, progetti e ho seguito il folle Nazareno. Ne è valsa la pena, credetemi, è come se la festa che ho dato giunta la sera e a cui Gesù ha voluto partecipare, malgrado fossimo tutti dei rampanti professionisti della truffa, degli spregiudicati manager senza scrupoli, fosse continuata fino ad oggi.
E Gesù ci spiazza, subito.
A chi critica questa scelta ricorda che sono gli ammalati a necessitare del medico.
E lui è un gran medico.
Ma, allora.
Se Gesù è venuto per gli ammalati, perché continuiamo, nella Chiesa, nel mondo, a far finta di scoppiare di salute nascondendo le nostre magagne?
Se Gesù è venuto a cercare gli ultimi, i perdenti, i peccatori, perché ci scandalizziamo tanto del peccato che abita i nostri cuori e, di più, nei cuori degli altri?
Se la Chiesa è la casa della misericordia, la compagnia di coloro che sono stati curati, perché a volte ho l’impressione che si dica, rivolgendosi a chi sbaglia: «Va bene, ma che si sbrighi a guarire!»
La misericordia
La misericordia, amici, è la misericordia che Matteo ha incontrato in quello sguardo.
E tutta la tenerezza che si era negato e che gli avevano negato, tutto il bene che non pensava possibile, tutto il rispetto di chi ti ama davvero, di chi oltrepassa i tuoi limiti, i tuoi peccati, le tue scelte spregevoli e vede in te ciò che tu non vedi più, il santo che potresti essere, lo ha riempito.
Gesù lo ama, senza giudicarlo, senza offenderlo, senza astio o rabbia o moralismo.
Lo ama con libertà e, amandolo, lo fa nuovo. Matteo diventerà ciò che Gesù ha pensato di lui, Matteo diventerà il santo che scopre di essere.
Matteo è sconvolto. Non sa dove lo condurrà questa avventura, non sa ancora cosa succederà; i suoi amici lo prendono in giro, non lo capiscono, ma brindano alla sua fortuna.
Matteo segue il suo istinto: non ha mai trovato tanta gioia in un momento solo, tanto amore in un solo sguardo.
La misericordia ci converte, amici.
Non il timore, non il giudizio, non la legge, non la devozione, non l’etica, non la ragione, non la volontà. La misericordia: l’esperienza del cuore di Dio che supera la nostra miseria, l’amore di Dio che mi aiuta a superare la mia e l’altrui fragilità.
Levi si è convertito perché, per la prima volta, si è sentito amato.
Prima l’amore, poi il sacrificio
Troppi cristiani hanno una visione crocefissa della fede, una visione moralistica dell’agire cristiano, come se dovessimo meritarci l’amore di Dio. Il sacrificio, lascia intendere Osea, è un modo per restare fedeli all’amore. Se ami davvero, prima o poi ti viene chiesto di abbandonare te stesso, i tuoi sentimenti, per amore dell’amato. E’ un gesto doloroso, di dimenticanza del sé, un gesto – appunto – sacro.
Ma prima, per favore, mettiamo l’amore.
Forse la presunta crisi della Chiesa (Ma esiste davvero questa crisi?) non è nelle strutture, nell’emorragia di fedeli, nello scollamento con la modernità, nel calo delle vocazioni consacrate, ma nella diminuzione dell’amore.
No, non la metto giù semplice, non lasciamoci travolgere dalla moda buonista.
L’amore, se è davvero amore, può anche essere esigente, aiutare l’altro a crescere.
Matteo, una volta divenuto discepolo, ha abbandonato ogni compromesso con la tenebra: non ne aveva più bisogno.
Ma se il cristianesimo non ci porta a incontrare la tenerezza e a diventarne discepoli, cosa diventa?
Amate, ve ne prego.
Male, in modo imperfetto, ma amate.
 

1 GIUGNO 9 DOMNICA T.O. LE DUE VIE-CASA SULLA ROCCIA O SULLA SABBIA?

Sabato 31 Maggio 2008

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Dt 11, 18. 26-28
Io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione.

Dal libro del Deuteronomio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi. 
Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do’; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuti. [Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io pongo dinanzi a voi]».

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 30
Sei tu, Signore, la roccia che mi salva.

In te, Signore, mi sono rifugiato, 
mai sarò deluso; 
per la tua giustizia salvami: 
porgi a me l’orecchio.

Vieni presto a liberarmi;
sii per me la rupe che mi accoglie.
Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, 
per il tuo nome dirigi i miei passi. 

Fà splendere il tuo volto sul tuo servo, 
salvami per la tua misericordia. 
Siate forti, riprendete coraggio, 
o voi tutti che sperate nel Signore. 

Seconda Lettura
  Rm 3, 21-25a. 28
L’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ora, invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. 
E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.

Canto al Vangelo   Gv 14,23 
Alleluia, alleluia.
Se uno mi ama osserverà la mia parola, dice il Signore;
il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

Vangelo   Mt 7, 21-27
La casa costruita sulla roccia, e la casa costruita sulla sabbia.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. 
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». 

COMMENTO


Il dire e il fare

Il tema delle due vie è antico quanto la sacra Scrittura (prima lettura). L’esperienza nomade del popolo di Israele ne sta all’origine: Israele, infatti, è stato chiamato costantemente a scegliere tra la via che conduce alla meta e quella che conduce allo sbandamento e all’idolatria. Un vocabolario che si basa tutto sul termine «strada» esprime l’esperienza del popolo eletto: traviamento, pietra d’inciampo, conversione o ritorno alla strada giusta, guida che indica la via, e tracce seguite dal popolo.

Le due vie
Il tema delle due vie si ritrova, nel Nuovo Testamento, più spiritualizzato ma non meno esigente. Il cristiano deve scegliere tra la «via stretta» che coincide con il piano di Dio e la «via larga» che non si preoccupa di Dio, tra Dio e Mammona, tra lo Spirito e la carne, tra la vita e la  morte,  tra la luce  e  le  tenebre…  I primi cristiani, indicando il Cristo e la Chiesa con il termine «via», manifestavano la loro volontà di lasciare la via dello sbandamento per affidarsi alla guida di Gesù, alle indicazioni della sua Parola e alla economia sacramentale della Chiesa.
Il vangelo, a conclusione del discorso della montagna, esprime, in altra forma, il tema delle due vie, dei due atteggiamenti di fronte alla parola di Dio. Esso trova la sua unità nella parola «fare», «mettere in pratica». Bisogna «fare» la volontà del Padre che è nei cieli (v. 21), bisogna «mettere in pratica» le parole ascoltate (tema della parabola dei due figli: Mt 21, 28-30). Anche la parabola delle due case costruite sulla roccia o sulla sabbia verte sull’opposizione fra «ascoltare» soltanto e «mettere in pratica». Non c’è religione cristiana senza una scelta concreta (la via), e non c’è scelta concreta senza impegno attivo (fare e non parlare soltanto). Quanto numerosi, anche nel popolo di Dio, sono gli abili parlatori, i profeti inutili, gli esegeti sapienti… e quanto pochi i cristiani impegnati, compromessi con  i problemi, pronti  a  pagare di persona!

La verifica della vita cristiana
La verifica non avviene sul piano delle parole, delle velleità, delle sterili e buone intenzioni che non si attuano mai. La sola parola infatti non è sufficiente: è troppo sfuggente, sottile, subdola; incanta e nasconde, illude e suggestiona. Il metro di verifica è nel «fare». L’azione e più facilmente controllabile, si scontra inevitabilmente con le cose e con gli avvenimenti, rivela ciò che uno veramente è. L’azione può fallire, ma difficilmente riesce a nascondere il proprio fallimento. I fatti sono una pubblica testimonianza: ci giudicano per quello che siamo, ci assolvono o ci condannano molto più delle nostre parole. Le azioni sono, anzi, una «prova» delle nostre parole.
Eppure si può barare in due modi: sfornando parole vuote e dichiarazioni inutili, ma anche ammucchiando azioni senz’anima. Anche le azioni e le opere possono illudere e diventare occasione di compiacenza farisaica, di sicurezza, di ostentazione. Se, da una parte, Gesù mette sull’avviso coloro che si fermano alle parole e alla sterile invocazione del nome di Dio, dall’altra non risparmia i suoi «guai» a coloro che confidano nelle opere, che pensano di essere salvati dalle «pratiche» e dalla osservanza vuota delle Tradizioni e della Legge senza agire per Dio.
«La fede deve essere integrata nella vita, cioè la coscienza del cristiano non conosce fratture, ma è profondamente unitaria.
La dissociazione tra fede e vita è gravemente rischiosa per il cristiano, soprattutto in certi momenti dell’età evolutiva, o di fronte a certi impegni concreti» (RdC 53).

Né verbalismo né efficientismo
Se la nostra fede non può essere ridotta al «dire», ad una preghiera staccata dalla vita, bisogna, tuttavia, ricordare che essa non coincide neppure con il «fare». Questo va ricordato specialmente oggi, quando tutto nella società ci porta a misurare i valori e gli avvenimenti e le persone in base al criterio dell’efficienza, del successo, del profitto, dell’avanzamento nella carriera…, in base cioè ad un «fare» che non ha niente di evangelico. Il «fare» del vangelo non ha nulla a che vedere col concetto di «efficienza» e di «riuscita», anzi, molto spesso è un «fare» che, dal punto di vista umano, è coronato dall’insuccesso e dallo scacco più paradossale.
Umanamente parlando la vita di Cristo non si concluse col successo, ma con il più umiliante fallimento: la condanna, l’abbandono dei discepoli, la morte infamante sulla croce. Ma è proprio in questo insuccesso che affonda le sue radici il mistero della salvezza e il trionfo della Pasqua.
 

INNO ACATISTOS ALLA MADRE DI DIO

Mercoledì 14 Maggio 2008

 acatisto.jpg

L’Acatisto (dal greco Akáthistos) è un antico inno in onore della Vergine Maria. L’ autore è anonimo, anche se molti attribuiscono la creazione dell’inno a Romano il Melode (V sec.), in ringraziamento per la protezione della città di Costantinopoli dall’invasione di orde barbariche. La parola Acatisto suggerisce che l’inno debba essere recitato in piedi; l’inno costituisce una forma del genere liturgico del “Kondakion“. A questo proposito scrive P. Olivier Raquez: “Il kondakion è un genere letterario di inni propriamente bizantini sviluppatosi a partire dalla fine del V secolo. Era composto di un proemio e di un numero variabile di strofe (ìkoi) più o meno numerose. Nei secoli successivi è scomparso a favore del genere del canone. Oggi, come complesso organico di più strofe, se ne conserva uno solo, il celebre inno Akathistos.” (O. Raquez, Guida alla Celebrazione dell’Ufficio Divino nelle Chiese di tradizione bizantina, LIPA, Roma, 2002).

L’Acatisto è recitato privatamente dai fedeli, come devozione personale, e pubblicamente nelle chiese: è frequentemente cantato durante la Grande Quaresima, soprattutto al venerdì: il quinto venerdì di Quaresima è appunto detto “dell’inno Acatisto”.

1


Accolto l’ordine dell’arcana missione, senza indugio l’Angelo si presenta alla dimora di Giuseppe e dice alla Vergine: Colui che discendendo fa piegare i cieli si racchiude senza mutamento tutto in te. E, vedendolo prendere nel tuo grembo la figura di servo, stupito e a te esclamo: Gioisci, o Sposa Semprevergine!

2


Il primo fra gli angeli fu inviato dal cielo a recare il saluto alla Madre di Dio e vedendoti assumere con la voce incorporea un corpo, o Signore, al solo saluto, restò attonito e rivolto a lei esclamava così:

Gioisci, per te splenderà la gioia;
Gioisci, per te cesserà la maledizione;
Gioisci, redenzione del caduto Adamo;
Gioisci, riscatto delle lacrime di Eva;
Gioisci, altezza inaccessibile all’intelligenza dell’uomo;
Gioisci, profondità insondabile alla mente degli angeli;
Gioisci, sei divenuta il trono del Re;
Gioisci, perché reggi Colui che tutto regge;
Gioisci, stella che annunci il sole;
Gioisci, grembo della divina incarnazione;
Gioisci, per te si rinnova la creazione;
Gioisci, per te si fa bambino il Creatore.
Gioisci, o Sposa Semprevergine!

3

Sapendosi in purezza, la Santa Vergine risponde a Gabriele senza timore: “La stranezza del tuo parlare risulta incomprensibile alla mia anima. Tu annunci una maternità in un seno verginale esclamando: Alleluia?”

4


Desiderando la Vergine conoscere il mistero, esclamò al santo servitore: “Dal mio grembo votato alla verginità, dimmi come può essere generato un figlio?” E l’Angelo le rispose con riverenza soltanto questo:

Gioisci, partecipante al mistero ineffabile;
Gioisci, credente di ciò che matura nel silenzio;
Gioisci, preludio ai miracoli di Cristo;
Gioisci, compendio dei suoi dogmi;
Gioisci, scala celeste per cui discese Iddio;
Gioisci, ponte che conduce dalla terra al cielo;
Gioisci, degli Angeli inaudito prodigio;
Gioisci, dei demoni terribile sconfitta;
Gioisci, perché generasti ineffabilmente la Luce;
Gioisci, perché a nessuno hai rivelato il mistero;
Gioisci, perché trascendi la conoscenza dei sapienti;
Gioisci, perché illumini la mente dei credenti;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!

5


La potenza dell’Altissimo coprì allora con la sua ombra la Vergine affinché concepisse; e il suo seno senza frutto si trasformò in campo fertile per coloro che vogliono cogliervi salvezza, cantando: Alleluia!

6


Accolto Dio nel grembo, la Vergine corse verso Elisabetta e il figlio di costei riconobbe subito il suo saluto e gioì e con balzi, quasi cantici, esclamava alla Madre di Dio:

Gioisci, virgulto di pianta che non si dissecca;
Gioisci, possesso di un frutto che non marcisce;
Gioisci, perché allevi Colui che con amore nutre gli uomini;
Gioisci, perché generi Colui che crea la nostra vita;
Gioisci, terreno che produce abbondanza di misericordia;
Gioisci, mensa che porti ricchezza di propiziazione;
Gioisci, perché fai fiorire il giardino di delizie;
Gioisci, perché prepari un rifugio per le anime;
Gioisci, profumo che rende gradite le suppliche;
Gioisci, propiziatrice di perdono al mondo intero;
Gioisci, compiacenza di Dio verso gli uomini;
Gioisci, fiducia degli uomini verso Dio;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!


7



Aveva dentro di sé una tempesta di pensieri contrastanti il prudente Giuseppe. Era sconvolto: ti sapeva vergine ma sospettava un’unione furtiva, o Immacolata. Ma appena apprese il tuo concepimento per opera dello Spirito Santo disse: Alleluia!

A Te, o Madre di Dio, che guidasti la nostra difesa, innalziamo l’inno della vittoria e della riconoscenza, per essere stata salvati da terribili sciagure. Tu, dunque, nella tua potenza invincibile, liberaci da ogni sorta di pericoli, cosicché a Te si esclami: Gioisci, o Sposa Semprevergine.


8


I pastori udirono gli angeli che inneggiavano alla venuta di Cristo incarnato e, accorrendo a lui come verso il Pastore, lo videro quale Agnello senza macchia nutrirsi nel seno di Maria e dissero inneggiando a lei:

Gioisci, Madre dell’Agnello e del Pastore;
Gioisci, ovile del gregge spirituale;
Gioisci, difesa contro i nemici invisibili;
Gioisci, chiave che apre le porte del Paradiso;
Gioisci, perché il cielo si rallegra con la terra;
Gioisci, perché la terra si allieta con i cieli;
Gioisci, voce degli Apostoli che mai tace;
Gioisci, coraggio invincibile dei martiri;
Gioisci, forte baluardo della fede;
Gioisci, fulgido vessillo della grazia;
Gioisci, perché spogliasti il regno dei morti;
Gioisci, perché ci rivestisti di gloria;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!
(continua alla prossima)