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INNO ACATISTOS ALLA MADRE DI DIO

mercoledì 14 maggio 2008

 acatisto.jpg

L’Acatisto (dal greco Akáthistos) è un antico inno in onore della Vergine Maria. L’ autore è anonimo, anche se molti attribuiscono la creazione dell’inno a Romano il Melode (V sec.), in ringraziamento per la protezione della città di Costantinopoli dall’invasione di orde barbariche. La parola Acatisto suggerisce che l’inno debba essere recitato in piedi; l’inno costituisce una forma del genere liturgico del “Kondakion“. A questo proposito scrive P. Olivier Raquez: “Il kondakion è un genere letterario di inni propriamente bizantini sviluppatosi a partire dalla fine del V secolo. Era composto di un proemio e di un numero variabile di strofe (ìkoi) più o meno numerose. Nei secoli successivi è scomparso a favore del genere del canone. Oggi, come complesso organico di più strofe, se ne conserva uno solo, il celebre inno Akathistos.” (O. Raquez, Guida alla Celebrazione dell’Ufficio Divino nelle Chiese di tradizione bizantina, LIPA, Roma, 2002).

L’Acatisto è recitato privatamente dai fedeli, come devozione personale, e pubblicamente nelle chiese: è frequentemente cantato durante la Grande Quaresima, soprattutto al venerdì: il quinto venerdì di Quaresima è appunto detto “dell’inno Acatisto”.

1


Accolto l’ordine dell’arcana missione, senza indugio l’Angelo si presenta alla dimora di Giuseppe e dice alla Vergine: Colui che discendendo fa piegare i cieli si racchiude senza mutamento tutto in te. E, vedendolo prendere nel tuo grembo la figura di servo, stupito e a te esclamo: Gioisci, o Sposa Semprevergine!

2


Il primo fra gli angeli fu inviato dal cielo a recare il saluto alla Madre di Dio e vedendoti assumere con la voce incorporea un corpo, o Signore, al solo saluto, restò attonito e rivolto a lei esclamava così:

Gioisci, per te splenderà la gioia;
Gioisci, per te cesserà la maledizione;
Gioisci, redenzione del caduto Adamo;
Gioisci, riscatto delle lacrime di Eva;
Gioisci, altezza inaccessibile all’intelligenza dell’uomo;
Gioisci, profondità insondabile alla mente degli angeli;
Gioisci, sei divenuta il trono del Re;
Gioisci, perché reggi Colui che tutto regge;
Gioisci, stella che annunci il sole;
Gioisci, grembo della divina incarnazione;
Gioisci, per te si rinnova la creazione;
Gioisci, per te si fa bambino il Creatore.
Gioisci, o Sposa Semprevergine!

3

Sapendosi in purezza, la Santa Vergine risponde a Gabriele senza timore: “La stranezza del tuo parlare risulta incomprensibile alla mia anima. Tu annunci una maternità in un seno verginale esclamando: Alleluia?”

4


Desiderando la Vergine conoscere il mistero, esclamò al santo servitore: “Dal mio grembo votato alla verginità, dimmi come può essere generato un figlio?” E l’Angelo le rispose con riverenza soltanto questo:

Gioisci, partecipante al mistero ineffabile;
Gioisci, credente di ciò che matura nel silenzio;
Gioisci, preludio ai miracoli di Cristo;
Gioisci, compendio dei suoi dogmi;
Gioisci, scala celeste per cui discese Iddio;
Gioisci, ponte che conduce dalla terra al cielo;
Gioisci, degli Angeli inaudito prodigio;
Gioisci, dei demoni terribile sconfitta;
Gioisci, perché generasti ineffabilmente la Luce;
Gioisci, perché a nessuno hai rivelato il mistero;
Gioisci, perché trascendi la conoscenza dei sapienti;
Gioisci, perché illumini la mente dei credenti;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!

5


La potenza dell’Altissimo coprì allora con la sua ombra la Vergine affinché concepisse; e il suo seno senza frutto si trasformò in campo fertile per coloro che vogliono cogliervi salvezza, cantando: Alleluia!

6


Accolto Dio nel grembo, la Vergine corse verso Elisabetta e il figlio di costei riconobbe subito il suo saluto e gioì e con balzi, quasi cantici, esclamava alla Madre di Dio:

Gioisci, virgulto di pianta che non si dissecca;
Gioisci, possesso di un frutto che non marcisce;
Gioisci, perché allevi Colui che con amore nutre gli uomini;
Gioisci, perché generi Colui che crea la nostra vita;
Gioisci, terreno che produce abbondanza di misericordia;
Gioisci, mensa che porti ricchezza di propiziazione;
Gioisci, perché fai fiorire il giardino di delizie;
Gioisci, perché prepari un rifugio per le anime;
Gioisci, profumo che rende gradite le suppliche;
Gioisci, propiziatrice di perdono al mondo intero;
Gioisci, compiacenza di Dio verso gli uomini;
Gioisci, fiducia degli uomini verso Dio;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!


7


Aveva dentro di sé una tempesta di pensieri contrastanti il prudente Giuseppe. Era sconvolto: ti sapeva vergine ma sospettava un’unione furtiva, o Immacolata. Ma appena apprese il tuo concepimento per opera dello Spirito Santo disse: Alleluia!

A Te, o Madre di Dio, che guidasti la nostra difesa, innalziamo l’inno della vittoria e della riconoscenza, per essere stata salvati da terribili sciagure. Tu, dunque, nella tua potenza invincibile, liberaci da ogni sorta di pericoli, cosicché a Te si esclami: Gioisci, o Sposa Semprevergine.


8


I pastori udirono gli angeli che inneggiavano alla venuta di Cristo incarnato e, accorrendo a lui come verso il Pastore, lo videro quale Agnello senza macchia nutrirsi nel seno di Maria e dissero inneggiando a lei:

Gioisci, Madre dell’Agnello e del Pastore;
Gioisci, ovile del gregge spirituale;
Gioisci, difesa contro i nemici invisibili;
Gioisci, chiave che apre le porte del Paradiso;
Gioisci, perché il cielo si rallegra con la terra;
Gioisci, perché la terra si allieta con i cieli;
Gioisci, voce degli Apostoli che mai tace;
Gioisci, coraggio invincibile dei martiri;
Gioisci, forte baluardo della fede;
Gioisci, fulgido vessillo della grazia;
Gioisci, perché spogliasti il regno dei morti;
Gioisci, perché ci rivestisti di gloria;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!
(continua alla prossima)

18 MAGGIO -SS.TRINITA’-DIALOGO D’AMORE-

mercoledì 14 maggio 2008

Spesso ci si immagina un “Dio” lontano, astratto, ridotto quasi a un sistema di idee contorte o semplicissime, ma inesplicabili.
Soprattutto quando ci si accosta alla dottrina della Trinità, si ha l’impressione di essere di fronte a una sciarada beffarda.
E invece. E invece, l’essere concretissimo di Dio è comunione che liberamente si effonde. Anzi, ci chiama a varcare la soglia della sua vita intima e beatificante.
Non riusciamo a capire perché Dio si sia interessato di noi: più di quanto, forse, noi ci interessiamo a noi stessi.
Proprio mentre eravamo peccatori, il Padre ha mandato il suo Figlio per offrirci la vita nuova nello Spirito. Liberamente. Per amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.
Cristo non si impone. Non costringe ad accettarlo. Si consegna alla nostra decisione.
È questa la vertigine della vita umana. Possiamo passare accanto al Signore Gesù che muore e risorge, senza degnarlo di uno sguardo nemmeno distratto.
E, tuttavia, non possiamo fare in modo che egli non esista come il Dio fatto uomo che perdona e salva. “Chi non crede è già stato condannato”.
Ma se ci apriamo alla sua dilezione…
Allora Cristo si rivela come colui che ha suscitato in noi tutte le attese più radicali. E colma a dismisura queste attese.
È la redenzione. È la grazia. È lo Spirito che abita in noi e ci conforma al Signore Gesù.
La vita nuova, che ci viene donata, apparirà in tutta la sua gloria oltre il tempo. Inizia qui, ed è la “vita eterna”.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Parola del Signore

DALLA SANTA TRINITA’: misericordia e missione

Riflessioni
La solennità odierna è la festa del “Dio unico in Tre Persone”. Con questo è già detto tutto, ma tutto resta ancora da capire, accogliere con amore, adorare nella contemplazione. Il tema ha una importanza centrale sul fronte missionario. Si afferma, con facilità, che tutti i popoli – anche i non cristiani – sanno che Dio esiste e che anche i ‘pagani’ credono in Dio. Questa verità condivisa – pur con alcune differenze, riserve e la necessità di purificare immagini e rapporti – è la base che rende possibile il dialogo fra le religioni, e in particolare il dialogo fra i cristiani e i seguaci di altre religioni. Sulla base di un Dio unico comune a tutti, è possibile tessere un’intesa fra i popoli in vista di azioni concertate a favore della pace, in difesa di diritti umani, per la realizzazione di progetti di sviluppo e crescita umana e sociale. Su questo fronte abbiamo visto gesti coraggiosi e positivi di intesa e collaborazione, promossi anche da grandi Papi, come Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II; ma sempre nella chiara consapevolezza che tutto questo è soltanto una parte dell’azione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo.

Per un cattolico l’orizzonte di relazioni fondate sull’esistenza di un Dio unico non è sufficiente, e tanto meno lo è per un missionario cosciente della straordinaria rivelazione ricevuta per mezzo di Gesù Cristo, rivelazione che abbraccia tutto il mistero di Dio, nella sua unità e trinità. Il Vangelo che il missionario porta al mondo, oltre a rafforzare e perfezionare la comprensione del monoteismo, apre all’immenso, sorprendente mistero del Dio-comunione di Persone. La parola ‘mistero’ è da intendersi più per ciò che rivela che per quello che nasconde. In questa materia è meglio lasciare la parola ai mistici. Per S. Giovanni della Croce “c’è ancora molto da approfondire in Cristo. Questi infatti è come una miniera ricca di immense vene di tesori, dei quali, per quanto si vada a fondo, non si trova la fine; anzi in ciascuna cavità si scoprono nuovi filoni di ricchezze”. Rivolgendosi alla Trinità, S. Caterina da Siena esclama: “Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna”.

La rivelazione cristiana del Dio trino offre parametri nuovi sul mistero di Dio. Sia in se stesso, sia nei suoi rapporti con l’uomo e il creato, come pure per le relazioni fra le persone umane. Un anonimo ha trasmesso il seguente dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano.
- Diceva un musulmano: “Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?”
- Rispose un cristiano: “Dio, per noi, è amore; come potrebbe essere solo?”

Si tratta di una forma stilizzata di ‘dialogo interreligioso’, che manifesta una verità fondamentale del Dio cristiano, capace di arricchire anche il monoteismo ebraico, musulmano e delle altre religioni. Infatti, il Dio rivelato da Gesù (Vangelo) è soprattutto Dio-amore (cf. Gv 3,16; 1Gv 4,8). È un Dio unico, in una piena comunione di Persone. Egli si rivela a noi soprattutto come un “Dio misericordioso e pietoso” (I lettura); “Dio ricco di misericordia” (Ef 2,4).

È questo il vero volto di Dio che tutti i popoli hanno il diritto e il bisogno di conoscere * dai missionari della Chiesa. Per questo, afferma il Concilio, “la Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il progetto di Dio Padre” (Ad Gentes 2). Nei primi numeri dello stesso Decreto il Concilio spiega l’origine e il fondamento trinitario della missione universale della Chiesa, offrendo, tra l’altro, una delle più alte sintesi teologiche di tutto il Concilio.

Parola del Papa
* “Ogni persona ha il diritto di udire la «buona novella» di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione. La grandezza di questo evento risuona nelle parole di Gesù alla Samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio», e nel desiderio inconsapevole, ma ardente della donna: «Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete» (Gv 4,10).
Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, (1990) 46.

Sui passi dei Missionari
- 24/5: Beato Giovanni del Prado (+1631), sacerdote francescano, missionario in Marocco e martire.
- 26/5: S. Filippo Neri (1515-1595), sacerdote, apostolo della gioventù romana, fondatore della Congregazione dell’Oratorio.
- 26/5: S. Maria Anna di Gesù di Paredes (1645), vergine laica terziaria francescana, dedicatasi ad aiutare indigeni e neri a Quito (Ecuador).
- 27/5: S. Agostino, vescovo di Cantorbery (+604/605), monaco romano, mandato come missionario in Inghilterra dal Papa S. Gregorio Magno.

GRAZIANA POESIE

mercoledì 14 maggio 2008

“L’unica cosa importante
quando ce ne andremo,
saranno le tracce d’amore
che avremo lasciato”
(Albert Schweitzer)
Ciao, a te ed a tutti voiCarissimo P.Francesco,

 

                       mi fa piacere sapere che ricevete volentieri le mie meditazioni, ma non sempre scaturiscono, non so se dalla mente o dal cuore o da entrambi, quando sono in sintonia.

 

                       Fa niente se, in alternativa, trascrivo alcuni dei miei versi, scritti in momenti in cui la mente ed il cuore erano collegati? (li avevo radunati, – i versi, non la mente ed il cuore! – un paio di mesi fa, per partecipare ad un concorso che richiedeva una cinquantina di testi ma, non avendo ricevuto alcun riconoscimento ufficiale dalla casa editrice, mi assegno io il premio di mandarli nel deserto, dagli Amici che vivono la Poesia dell’Amore)

 

 

“L’Amore é…”

 

 

L’Amore é accettazione,

per fede,

di ciò che é l’Altro;

é condivisione,

é silenziosa partecipazione

di ciò che l’Altro é;

é la fatica

di arrivare a capire

ciò che intende,

che fa, che spera;

é il desiderio

di vivere col suo cuore,

di farlo vivere con il tuo;

é fiduciosa attesa

di arrivare, un giorno,

ad essere insieme

anche nelle speranze.

E’ cercare di capire,

in silenzio,

ciò che sente il suo cuore

e la sua voce non dice

e non dirà mai.

 

 

“Preghiera”

 

 

Signore,

 

dammi la forza

di sorridere sempre;

dammi il coraggio

di sperare comunque;

dammi la pazienza

di accettare,

l’umiltà di ascoltare

le ragioni altrui.

 

Dà a chi amo

la gioia di cercarti,

di sentire la tua voce

nel vento,

di scoprire il tuo sorriso

in ogni angolo del mondo

che ci hai regalato

per essere felici,

per volerci bene.

 

 

“Cosa conta”

 

 

Il mondo, senza amici,

non sarebbe umano.

 

La vita, senza sole,

non sarebbe gioia.

 

Il mattino, senza rugiada,

sarebbe stanco

 

e tutto, senza la speranza,

sarebbe niente.

 

PENSANDO A TE MARIA MADRE DI GESU’ E MADRE NOSTRA HO TROVATO CONSOLAZIONE

venerdì 9 maggio 2008

Ho pensato a te, Maria
(Annie Cagiati)
               24800.jpg Ho pensato a te, Maria,
e la mia solitudine
si è fatta meno pesante.
Ho pensato alla tua vita in quegli anni,
quando sembrava che tutti
ti avessero dimenticata. Anche tuo Figlio.

Sembrava che lui il mondo
lo stesse salvando da solo.
Invece tu eri presente ad ogni istante.
Eri presente nel suo cuore
quando parlava e quando taceva.
Quando pregava e quando agiva.
Quando ammaestrava e quando guariva…

Ho pensato a te, Maria.
E ho scoperto che una madre
non è mai tanto «sulla breccia»,
come quando si crede inutile.
Perché la sua missione esteriore finisce.
E comincia quella della presenza
silenziosa, discreta.
Che sa sparire per anni.
E ricomparire al momento in cui
tutti gli altri abbandonano… tradiscono.
Una presenza tanto più viva,
in quanto non chiede nulla per sé.
Né tempo, né attenzioni.
E neppure il ricordo.

Oggi ho pensato a te, Maria.
E ho capito il valore
di questa mia vita,
fatta di attese, di discrezione,
di apparente dimenticanza.
Una vita fatta solo d’amore.

PREGHIERA ALLO SPIRTO SANTO

venerdì 9 maggio 2008

Preghiera allo Spirito Santo
(Edit Stein (S. Teresa Benedetta della Croce))
Spirito Santo, eterno Amore,
che sei dolce Luce che mi inondi
e rischiari la notte del mio cuore;
Tu ci guidi qual mano di una mamma;
ma se Tu ci lasci non più d’un passo solo avanzeremo!
Tu sei lo spazio che l’essere mio circonda e in cui si cela.
Se m’abbandoni cado nell’abisso del nulla,
da dove all’esser mi chiamasti.
Tu a me vicino più di me stessa, più intimo dell’intimo mio.
Eppur nessun Ti tocca o Ti comprende
e d’ogni nome infrangi le catene.
Spirito Santo, eterno Amore.

PREGHIERE PER FIDANZATI E SPOSI

venerdì 9 maggio 2008

Preghiera dei fidanzati
(Card. Giovanni Battista Montini)
Nel mio cuore, o Signore,
si è acceso l’amore per una creatura
che anche tu conosci ed ami,
Ti ringrazio di questo dono
che mi inonda di una gioia profonda,
mi rende simile a te che sei l’Amore,
e che mi fa comprendere il valore
della vita che mi hai donato.
Fa’ che io non sciupi
questa immensa ricchezza
che mi hai messo nel cuore:
insegnami che l’amore è un dono
e non può mescolarsi con nessun egoismo,
che l’amore è puro
e non può stare con nessuna bassezza,
che l’amore è fecondo
e deve fin da oggi
produrre una nuova vita in me
e chi mi ha scelto.
Ti prego per chi mi aspetta e mi pensa,
per chi mette in me tutto il suo avvenire;
Rendici degni l’un dell’altro.
Preparaci al matrimonio, alla sua grandezza,
alle sue responsabilità,
perché le nostre anime e i nostri cuori
siano fin d’ora uniti nello stesso amore.

 

 

Preghiera degli sposi
Ci hai chiamati, Signore,
a fondare insieme questa famiglia;
dacci la forza d’animarla del tuo amore
il quale possa sostenere
tutti quanti vivranno in essa.
 

Che la nostra casa sia accogliente
a quanti vorranno riscaldarsi.
 

Insegnaci a progredire nell’aiuto reciproco
sotto il tuo sguardo,
a fare la tua volontà
tutti i giorni della nostra vita,
a manifestarti i nostri progetti,
a offrirti le nostre gioie e le nostre sofferenze,
a portare a te i figli che ci vorrai dare.
 

Ti ringraziamo del nostro amore,
tu che sei l’amore,
Signore.
 

DOMENICA DI PENTECOSTE

venerdì 9 maggio 2008

Vangelo Gv 20, 19-23
 

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi: ricevete lo Spirito Santo.
 

Dal vangelo secondo Giovanni
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
 20263.jpg
  Vieni, infine!
 

Ecco, Gesù è partito, asceso al cielo.
Peccato non avere con sé una videocamera che documentasse come è finita la giornata.
Me li vedo, i dodici. Li vedo tornare in città, silenziosi.
Mettere su cena, fare una preghiera di benedizione, cibarsi facendo qualche battuta, cercando di tirare su l’atmosfera. Ma tutto pesa, tutto è fatica.
C’è un vuoto immenso, gigantesco, insostenibile. Lui c’è per sempre, lo ha detto.
Ma loro, ora, sono soli.
Uffa.
Enigmatico maestro, sconfortante Dio che ci obblighi a crescere proprio quando sentiamo di non esserne capaci! L’annotazione birichina di domenica scorsa, quel “dubitarono”, getta una luce appassionata che svela l’ironia di Dio.
Proprio loro, ora orfani, devono rimboccarsi le mani, senza attendere che qualcun altro faccia al posto loro, senza sedersi sugli scranni del Regno. Proprio noi, pavidi discepoli, arroccata Chiesa sempre sulle difensive, sempre in ritardo, sempre spaesata, siamo chiamati ad essere testimoni.
L’opera è titanica, immensa, eroica, sproporzionata, troppa.
Non ce la possono fare da soli. Non ce la possiamo fare.
E Dio lo sa.
 

Sbrang!
Ciò che accade è divertente e intrigante, sfrontato e geniale. Visto che gli apostoli non ce la fanno, visto che manca loro energia e coraggio, idee e passione, Dio rifà la Creazione da capo.
L’esperienza della croce ha messo in luce il loro evidente limite, la loro inadeguatezza. Si sentono insicuri, si sentono incapaci. Sono fango.
E allora Dio prende il fango per creare una cosa nuova e il soffio, la ruah biblica, ora irrompe per dare vita, per ricreare, per forgiare santi.
Sono spaventati? Arriva la forza.
Sono insicuri e balbuzienti? La Parola li abita.
Sono divisi e diversi? La Pentecoste è l’antibabele e le nazioni si capiscono.
Sono oscurati dal proprio dolore? Lo Spirito è fuoco che scalda e illumina, come la colonna di fuoco che accompagna il popolo di fuga dalla schiavitù.
Sono rosi dal senso di colpa? Lo Spirito dona il perdono e la capacità di perdonare.
Ora sono pronti, ora sono discepoli.
Non per i loro meriti, non per le loro qualità, non perché sono “bravi cristiani”, ma perché, infine, si lasciano abitare e devastare dalla forza di Dio.
 

Quando
Quando sentite di non essere abbastanza presi dalla Parola, invocate lo Spirito.
Quando in parrocchia proprio non ci si capisce e ci si scanna (cattolicamente e santamente) per delle immense sciocchezze, invocate lo Spirito.
Quando gli eventi della vita vi fanno letteralmente perdere il senno e tutto è tenebra fitta, invocate lo Spirito.
Quando siete arcistufi delle solite scuse e vedete che la Chiesa langue e latita e l’incendio del Vangelo si è ridotto alla brace della consuetudine, invocate lo Spirito.
Che entri lo Spirito, cha faccia violenza, che scardini tutte le nostre scuse e le nostre porte chiuse a doppia mandata. Che mandi in frantumi le nostre (finte) difese per risvegliare in noi l’ardore e il desiderio di amare!
 

Il primo dono
Siete soli? Avete l’impressione che la vostra vita sia una barca che fa acqua da tutte le parti? Vi sentite incompresi o feriti? Invocate lo Spirito che è Consolatore, e fa compagnia a chi è solo. Ascoltate la Parola e faticate a credere, a fare il salto definitivo? Invocate lo Spirito che è Vivificatore, rende la vostra fede schietta e vivace come quella dei grandi santi.
Fate fatica a iniettare Gesù nelle vene della vostra quotidianità, preferendo tenerlo in uno scaffale bello stirato da tirare fuori alla domenica? Invocate lo Spirito che ci ricorda ciò che Gesù ha fatto per noi.
Avete l’impressione che la vita vi condanni? Sentite di essere messi all’angolo dal giudizio degli altri? Invocate il Paracleto, l’avvocato difensore (In Israele quando un accusato non riusciva a dimostrare la propria innocenza in tribunale, un anziano poteva decidere di alzarsi e mettere la mano sulla sua spalle, dimostrando così di credergli: era il paracleto).
Così gli apostoli, come ancora si diceva domenica scorsa, che hanno dovuto essere abitati dallo Spirito, che li ha rivoltati come un calzino per essere finalmente, definitivamente annunciatori e, allora, solo allora, hanno iniziato a capire, a ricordare col cuore.
 

Sia, oggi, l’inizio di una eterna e reiterata Pentecoste. Lasciamoci abitare.
 

4 MAGGIO FESTA DELL’ASCENSIONE DEL SIGNORE

domenica 4 maggio 2008
ASCENSIONE DEL SIGNORE

Prima Lettura At 1,1-11

Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi.

Dagli atti degli apostoli
Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo.
Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre «quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».
Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?» . Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».
Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 46

Ascende il Signore tra canti di gioia.

Applaudite, popoli tutti,
acclamate Dio con voci di gioia;
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
re grande su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni;
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sui popoli,
Dio siede sul suo trono santo.

Seconda Lettura Ef 1, 17-23

Dio ha fatto sedere Cristo alla sua destra nei cieli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.
Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.

Vangelo Mt 28, 16-20

Mi è stato ogni potere in cielo e in terra.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

04 maggio 2008 – Dubitarono

La mia vita, recentemente, è pressata ai lati da una fitta rete di corrispondenza che mi prende una buona ora di tempo al giorno. Pur offrendo risposte stringatissime, mi sono preso l’impegno, da sempre, di portare nella mia scarna preghiera di prete tutti i volti e le persone che a me si affidano.
Avendo diminuito l’apostolato diretto, questa forma di compassione, di patire insieme, mi fa toccare da vicino il senso del limite, del mio e della vita e mi fa sentire, col passare degli anni, prete fino in fondo, proprio come Cristo che offrì se stesso, non avendo null’altro da offrire.
Stasera mi metto a scrivere con leggero ritardo rispetto alle mie abitudini ma, per deontologia professionale, ho letto stamani presto il vangelo che sto per commentare, in modo che mi accompagnasse nella fitta giornata.
Ma la meditazione è stata brutalmente interrotta, al solito, dalla conoscenza di poche ma tragiche situazioni che mi sono state affidate: una telefonata, un messaggino, una lunga mail. Una devastante crisi di coppia, un lutto improvviso che ha straziato una nascente storia d’amore, una dolorosa notte dello spirito che accompagna una suora.
Più passava il tempo e più ero distratto.
Allora – al solito – è Dio che si è adeguato. Tenero.

Dubitarono
Non ci avevo fatto caso, negli scorsi anni, preferendo concentrarmi sul senso teologico che sfocia nel non senso razionale della enigmatica festa dell’Ascensione, sconosciuta alla quasi totalità dei credenti.
Nella sua stringata e quasi infastidita versione, Matteo mette bene in chiaro la situazione.
Gesù ha assolto la sua missione, il dono di sé sulla croce ha ribaltato la situazione in nostro favore, la morte è stata sconfitta, ai discepoli, rinforzati dal dono dello Spirito, è affidato il proseguio della missione di Gesù: quella di svelare ad ogni uomo il vero volto di Dio, volto di comunione, volto di festa, volto trinitario.
Un momento di passaggio delle consegne, insomma, la nascita ufficiale (improvvida?) della Chiesa, un momento storico. E Matteo inizia, senza paura, annotando lo stato d’animo dei discepoli: dubitarono.
Quei discepoli, i dodici che Gesù aveva scelto e preso con sé per tre anni di vita pubblica. Quelli che lo avevano seguito fin dall’inizio, quelli per cui egli aveva passato un’intera notte di preghiera. Quelli che avevano vissuto la tragedia della croce e lo stordimento della resurrezione, quei discepoli, non altri. Quelli a cui era apparso in diversi modi e per quaranta giorni Gesù nello splendore della sua gloria, quelli, non altri, dubitarono.
Non dice rispetto a cosa, ma dubitarono.
Immenso Matteo. Commovente Dio.

Come noi
Questo mi viene da scrivere, stasera, pensando a chi sta perdendo l’entusiasmo della propria consacrazione, a chi ha visto morire il proprio nascente amore, a chi vede vacillare le proprie scelte famigliari: hanno dubitato gli apostoli, nel momento della massima gloria, della massima rassicurazione, nel pieno della manifestazione della gloria di Dio. E volete non dubitare voi?

Si avvicinò
Gesù si avvicina a loro, a me, a noi e dice: andate.
Voi, proprio voi dubbiosi, voi insicuri, voi che non avete le certezze incrollabili da sbattere in faccia ai poveri, voi fragili discepoli, siete inviati. Noi fragili discepoli siamo inviati, invitati a non ripiegarci sul nostro dolore, a non lasciare che le tenebre prevalgano, che l’amore si spenga e l’oceano del nulla soffochi la speranza.
Siamo inviati, mandati, spinti fuori. A dire Cristo, a viverlo, ad annunciarlo, a diventare sua trasparenza, suoi discepoli, dicendo ad ogni nazione ciò che egli ci ha comandato.
Cioè amare.
Esame semplice da superare, quello che il Signore ci pone oggi: la Chiesa è ancora capace di dire quanto è amata? Quanto possiamo amare? E che amare ci salva, anche quando il nostro amore è frantumato e incompleto?
Dubitavano i dodici, ma hanno amato e sono stati amati a tal punto che dal loro amore, noi oggi, attingiamo la fede nel Nazareno.

Con voi
Nel nostro dubbio non prevale la fragilità di chi tribola, ma la trasparenza di chi è amato.
Gesù conclude il suo mandato rassicurandoci. Egli è con noi.
La Chiesa non ha l’appalto del Regno, non è la detentrice della verità, non ha carta bianca nell’evangelizzazione. È sempre e per sempre e solo serva del risorto, trasparenza della misericordia, oceano di compassione e di tenerezza, perché il Signore è con noi in questo tempo che ci separa dal suo ritorno.
Viviamo in attesa, un’attesa gravida e piena di tensione, faticosa e liberante, ostesa e terribile.
Ora viviamo questo tempo, il tempo della presenza della sposa in attesa del ritorno glorioso dello sposo.
Mi basta.

VI DOMENICA DI PASQUA-LO SPIRITO,IL CONSOLTORE-

giovedì 24 aprile 2008
 
Atti 8,5.8.14-17; 1Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21

Siamo ancora nel periodo pasquale, ma alla vigilia dell’Ascensione e della Pentecoste. Gli apostoli, dopo alcuni anni di vita in comune con il Signore e, soprattutto, dopo gli avvenimenti di Pasqua, sanno che non possono più vivere senza di Lui. Non sempre hanno capito Gesù, ma hanno sempre sentito di appartenergli. Ora, nella stanza del cenacolo, luogo testimone della grande liturgia che ha preceduto il calvario e dell’incontro con il risorto, sentono parole di addio e avvertono il pericolo di un cambiamento. Parole come “orfani”, “abbandonati”, “non mi vedrete più” turbano gli apostoli. Ancora una volta viene loro chiesto di andare oltre la logica umana e di aver fiducia – fede – in Gesù. Lui non vuole una separazione, ma una vicinanza più grande. L’intimità resta e il legame non viene interrotto. Il salto è notevolissimo: il dono dello Spirito Santo, lo Spirito di Dio, ci fa più che “vicini”. Ci fa intimi della Trinità, ci porta in Dio stesso. Avvolti dall’amore del Padre che si è pienamente manifestato nel Figlio eterno, viviamo dello stesso spirito di unità e di comunione.

Per arrivare su questa cima, che dà le vertigini della vita spirituale, Gesù stesso indica la condizione: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. La frase è composta in modo speculare: l’osservanza dei comandamenti è la prova dell’amore; ma è vero anche: l’amore è la prova dell’osservanza dei comandamenti. Mai più le due cose separate, anche perché il “primo” dei comandamenti resta l’amore, l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Anche il nome di Dio è Amore, lo Spirito di Amore.

Il grande teologo russo Sergej Bulgakov, nell’opera Il Paraclito, scrive: “Non avendo lo Spirito, lo bramiamo, languiamo per ottenerlo. Senza di lui, tutta la nostra epoca storica freme per i brividi della morte”. Lo Spirito, il consolatore, cura i brividi di paura con le sue carezze sull’anima. Riferendosi proprio al brano del Vangelo di questa domenica, Bulgakov aggiunge: “L’ultimo discorso terreno di Cristo espone il mistero trinitario e glorifica la santissima Trinità: è la meraviglia delle meraviglie, il vangelo dei vangeli, la parola più dolce di Gesù dolcissimo”.

La Chiesa viene da Dio. Vive e si rigenera ogni giorno, nella fede e nella carità, in virtù dello Spirito Santo che la sostiene e la guida. È la promessa di Gesù: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa”. Ma anche la sicura dichiarazione degli apostoli a conclusione dell’assemblea di Gerusalemme: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi”. Dobbiamo riconoscere il primato della grazia e viverlo praticamente, con un forte impegno di preghiera personale e comunitaria, ascolto della Parola, partecipazione all’Eucaristia.

Certo, nella Chiesa ci sono sempre, in ogni generazione, ritardi e deviazioni, errori e peccati. E ciò non deve meravigliare, perché la Chiesa è composta di uomini, peccatori e condizionati culturalmente e socialmente. Ma ci sono anche e soprattutto luci, che rendono quasi trasparente la presenza salvifica di Cristo. Di fatto duemila anni di storia offrono la verifica impressionante di come la Chiesa, pur sbagliando e correggendosi in molte altre cose, non abbia mai rinnegato nessuna verità di fede. Ha sviluppato incessantemente la comprensione del messaggio ricevuto per rispondere ai bisogni delle diverse epoche; ma lo ha interpretato con perfetta coerenza e continuità. E questo, se consideriamo le infinite contraddizioni del pensiero umano, i molteplici condizionamenti e le pesanti pressioni culturali, sociali e politiche, non può non sorprendere e impressionare. In ogni generazione, poi, nelle situazioni e nelle forme più diverse, fioriscono numerosi santi, totalmente rivolti a Dio e ai fratelli, gioiosi nella sofferenza, eroici nell’amore. Davvero Pasqua non è finita quel giorno, ma è andata avanti, fino a noi.

Angelo Sceppacerca

 
 

ANCORA SULL’AMORE:VIA PER ARRIVARE ALLA PIENEZZA DELLA GIOIA CHE E’ GESU’

sabato 19 aprile 2008

In questa quinta Domenica del Tempo di Pasqua la Liturgia ci presenta il Vangelo in cui Gesù esorta i discepoli ad avere fiducia perché nella casa del Padre vi sono molti posti. Ma i discepoli replicano: qual è la via per arrivarci? E Gesù risponde:
 
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». 

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense:

 
(musica)

 
E’ un’altra grande dimostrazione d’amore quella che Gesù porge ai suoi. “Vi prenderò con me – dice Gesù – perchè siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 3). L’amore si dimostra, tra l’altro, dalla capacità che fornisce di superare le molteplici e ripetute difficoltà che l’amato frappone. La distanza tra Lui e i suoi è ancora enorme: essi non credono, fraintendono, esigono, non comprendono, non vedono.
 
L’amore possiede un’altra grande caratteristica: la volontà di rendere l’amato partecipe del bene più prezioso che si possiede. E il bene più grande che il Figlio possiede è il legame del Padre con Lui e il suo legame col Padre. “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 10s).
 
L’amore, inoltre, chiede la conoscenza: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?”. (Gv 14, 9).
 
Un errore e una riduzione vanno evitati sulla via della conoscenza di Cristo: il primo è quello di ritenere che ci sia una via per andare a Lui che non sia Egli stesso; la seconda è quella di non incontrare e non riconoscere il Padre in Lui e quindi di non vedere neppure Lui.
 L’Amante però vuol essere conosciuto! E conosciuto in verità!