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TRA SILENZI E PROFEZIE

Mercoledì 11 Giugno 2008

TRA SILENZI E PROFEZIA 

di Antonello Solla 

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. 

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. 

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. 

Così si apre la Costituzione pastorale Gaudium et Spes ‑ la Chiesa nel mondo contemporaneo ‑ del Concilio Vaticano II. Mi pare di vedere come queste solenni indicazioni non solo siano spesso disattese, ma nella Chiesa siano raramente annunciate e testimoniate. 

Si assiste sovente ad una “presenza” di Chiesa distante dai problemi della gente, preoccupata più di conservare privilegi che non di annunciare il volto di un Dio che ascolta il grido del suo popolo. Quante parole lontane anni luce dalle gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi! Quante parole e decisioni che invece di proporre “un messaggio di salvezza per tutti”, impongono pesanti fardelli che non vengono neppure sfiorati con un dito da chi ha “ricevuto” il mandato di servire nell’autorità! 

Quanta durezza nell’affrontare certi temi legati al matrimonio: i separati, i divorziati, non possono accostarsi ai sacramenti perché vivono un grave disordine; ma, mi domando: perché la stessa durezza non è così franca e radicale nei confronti dei mafiosi e dei camorristi? Ma forse non causano lo stesso disordine… 

Perché chi va in guerra e bombarda villaggi e gente innocente, non viene scomunicato? Perché chi ha i miliardi in banca, spesso frutto disonesto dello sfruttamento dei poveri, non viene allontanato dai sacramenti!? 

Prendersi carico dell’umanità, in virtù del fatto che si è discepoli di Cristo, significa scendere dal piedistallo della presunzione di ritenersi sempre in ordine e comunque giusti per il banale fatto che si indossa qualche pizzo rosso, e diventare “buoni samaritani”; cioè chinarsi sulle ferite dell’uomo, medicarle con l’olio della carità. Significa diventare capaci di ascolto, di comunione; significa liberarsi dal pesante fardello di ritenersi possessori della verità. 

Don Milani diceva che nessuno ha il monopolio della verità, ma tutti abbiamo il compito di cercarla, di scorgerla in ogni volto e in ogni luogo… “lo Spirito soffia dove vuole e non si sa da dove arriva”. Si ha invece quasi l’impressione che qualcuno sappia sempre bene dove lo Spirito si trova, da dove parte e dove vuole andare! Questa eresia non ci permette più di guardare i volti, di amare le persone, di rispettarle, di accoglierle; ci scaraventa, invece, a guardare gli altri come dei concorrenti, che ci minacciano, che ci disturbano, che minano la nostra sicurezza! 

Con la questione della sicurezza, che giustamente deve essere salvaguardata, si sfogano i razzismi, le ideologie di superiorità di alcune civiltà rispetto ad altre. La cosa più scandalosa e dolorosa è che le persone che teorizzano queste realtà vergognose sono le stesse che poi parlano di radici cristiane e di orgoglio cattolico. 

A parte il fatto che Dio non è “cattolico”, non mi pare che nel Vangelo ci siano fatti o parole di Gesù che collimano con certi modi di fare politica o di essere Chiesa. Come la mettiamo con il durissimo discorso della montagna nel vangelo di Matteo: amore dei nemici, pregare per chi ti perseguita, porgere l’altra guancia!? 

Il Vangelo è radicale: dove è finita la profezia nella Chiesa? A parte qualche vescovo o prete (puntualmente esiliati o messi su binari morti) che ancora parla e vive di Vangelo, la “parresia” dove l’abbiamo cacciata!? 

In compenso c’è franchezza, quando si tratta di non perdere privilegi, onori, baciamano o primi posti nelle piazze. Debole con i forti e forte con i deboli!? Quanta strada abbiamo da compiere ancora per convertirci! 

Da pochi giorni abbiamo festeggiato solennemente il “Corpus Domini”, anzi, la festa del “Corpo e sangue di Gesù Cristo”; l’Eucarestia è conservata nei tabernacoli. Il termine tabernacolo significa “tenda”; essa si monta, si smonta e poi si rimonta più in là: indica il segno del nomadismo spirituale; il credente è sempre in viaggio, homo viator, mai presuntuoso di avere capito o addirittura “imprigionato” Dio nelle proprie formule o dogmi. 

Che bello: un Dio nomade! L’uomo è come un mendicante, sempre con le mani aperte alla ricerca di “qualcosa”, di qualcuno. 

Dio “è il Totalmente Altro”! Eppure abbiamo “controtestimonianze” di “Chiese” statiche, imbalsamate, congelate… altro che tende… santuari che non si spostano, che non vanno incontro all’uomo, ma aspettano, prigionieri dei propri compendi e norme. 

Vedo, però, segni di una Chiesa che dalla base ha voglia di amare il Signore, di servirlo nel volto dei poveri, degli sfruttati; vedo segni di persone che accolgono e non rifiutano, che perdonano e non condannano; avverto segnali di speranza nella voglia di una Chiesa sempre più evangelica, gioiosa e vedo mani tese verso gli zingari, gli omosessuali, le minoranze: mani che cancellano in qualche modo il razzismo e anche alcuni silenzi che ormai stagnano nelle Curie! 

Una volta si parlava della “Chiesa del silenzio”, perché non poteva liberamente manifestare la propria fede a causa di dittature; in Occidente la Chiesa è libera, eppure in gran parte tace su fatti gravi come l’assalto ai campi Rom… Cosa dobbiamo pensare: paura? E di cosa? Forse di non urtare politici devoti?! O, forse, si tratta della “celebrata” e celebre prudenza della Chiesa! Certo che se Gesù Cristo fosse stato prudente e non si fosse mai schierato, probabilmente sarebbe morto di vecchiaia a Nazareth! 

Invece è uscito dai recinti sacri, ha oltrepassato il “buon senso”, ha abbracciato la croce fin dal primo giorno della sua esistenza terrena; è nato povero senza pizzi, vesti dorate e incensi in un luogo povero, lontano dalle autorità religiose; ha vissuto l’esilio e l’esperienza dell’immigrazione clandestina; ha rovesciato un sistema religioso che invece di dare all’uomo la libertà lo opprimeva; si è schierato dalla parte dei poveri, degli sfruttati; mangiava con i pubblicani e parlava con le prostitute; ha testimoniato la grandezza e la nobiltà della nonviolenza attiva; ha annunciato il volto di un Dio che attende, che corre incontro, che abbraccia, che ci bacia; ha pagato con il sangue la sua coerenza e la fedeltà al progetto del Padre; è risorto il terzo giorno, dimostrando che non c’è vita vera senza dono, non ci può essere redenzione senza croce; ci ha salvati da una vita senza senso, ci ha liberati dall’egoismo… ha indicato la via della fraternità, della pace, della giustizia, della verità! 

Paradossale, ma vero: il progetto di Dio, il Suo Regno, la Sua Chiesa, si fa largo… nonostante noi! 

* parroco di Casalbeltrame (No) 

 

‘’DAI DIAMANTI NON NASCE NULLA DAL LETAME NASCONO I FIOR'’F. DE ANDRE’ ‘’IN VIA DEL COMPO'’

Sabato 31 Maggio 2008

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono

i fior…».

Così si concludeva «Via del Campo», una delle più

belle canzoni-ballate di Fabrizio De André: la fotostoria

in musica di una donna di vita del centro storico

genovese, piccolo raggio di luce nel grigiore di tante

esistenze banali e dimenticate, un angolo di paradiso

«proprio lì al primo piano». La prostituta e il suo

cliente, tra cui forse l’io narrante, sono anime fragili

che vivono al confine fra condanna e salvezza, perdizione

e redenzione, terra di nessuno magistralmente

esplorata da De André in tante sue canzoni.

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono

i fior…» è anche una bellissima frase che dovrebbe

essere utilizzata come mantra del nostro vivere quotidiano

e del nostro cammino di fede. Potrebbe essere

la colonna sonora della presentazione in Power

Point della nostra vita, episodio dopo episodio, scandagliata

in quegli anfratti che neppure noi stessi conosciamo

in tutta la loro profondità: noi, che vorremmo

esser gemme e che invece siamo concime, vetri

appannati del fiato rotto e ansimante di una vita faticosa

che viaggia, a volte, «in direzione ostinata e contraria

» (anche questa, perdonate, è una citazione da

De André). Anime fragili, certamente, ma ricchi di

humus vitale.

Se c’è un merito che possiamo riconoscere al biennio

della santità che volge ormai al suo termine è quello

di averci dato, oggi, nel contesto culturale e soprattutto

esistenziale in cui come missionari della

Consolata ci troviamo ad operare, quella iniezione di

fiducia necessaria se vogliamo continuare ad essere

credibili apostoli di un messaggio di speranza nel

mondo. Dobbiamo però essere consapevoli che tale

messaggio diventa credibile solo nel momento in cui

ci sforziamo di riconoscere quella sottile linea rossa

che, nella sfocata estensione dello spettro morale dell’individuo,

rappresenta il confine fra bene e male.

Anzi, è proprio il carisma della consolazione che può

darci, attraverso la consapevolezza dei limiti e della

fragilità propria ed altrui, la forza per fare il primo

passo verso una conversione e quindi verso la salvezza.

Nel deserto, ricorda Isaia, siamo chiamati a preparare

la via del Signore (cf Is 40, 3).

La relazione esistente fra santità e limitatezza

umana è più stretta di quanto si possa pensare; non

soltanto in termini antitetici (limitatezza è sinonimo di

fragilità e quindi può a volte coincidere con una situazione

di peccato), ma come condizione di possibilità,

in cui il limite diventa elemento formale e non solo

accidentale dell’essere umano; ovvero, non contingente,

ma necessario. In altre parole, un cammino di santità

che non sia radicato nella consapevolezza del

limite umano sarebbe un «non-cammino», espressione

di un errato concetto di santità, di una santità

«pelosa» e, fondamentalmente, un atto di presunzione.

Eppure, in una società che sembra aver perso il

senso del limite, questo fatto potrebbe apparire persino

un controsenso. Le imperfezioni non hanno posto

nel nostro mondo di belli, forti, sani, “palestrati” e

brillanti individui: un tocco di chirurgia estetica o di

sano vecchio sofisma eliminano dai nostri nasi come

dai nostri pensieri i nei più evidenti, garantendoci

costantemente la simpatia del prossimo o, meglio,

della massa. Tutto va corretto, giustificato, aggiustato,

non in nome del vero, ma dell’apparenza. Non importa

tanto il fatto che io mi senta a posto con me stesso

– con il mio spirito e con il mio corpo – quanto l’opinione

che gli altri hanno di me e il giudizio che su di

me essi possono formulare. Sono i media, poi, a stabilire

i luoghi dell’odierna santità, decretandone criteri

e punti di partenza, fotografandone i suoi santuari:

la palestra, il medico, il salotto e canonizzando i

«santi» contemporanei dell’intrattenimento.

Difficile proporre oggi un cammino di santità, lì

dove l’imperfezione viene negata o per meglio dire

celata, ricoperta di cerone, mimetizzata e banalizzata

nel gossip. Basti vedere come in questa società «liquida

» che frammenta e individualizza, il concetto di

santità abbia perso completamente la sua forza di

attrazione. Raramente il santo viene proposto come

modello di vita. Il Barnum mediatico direbbe che

“non vende”, non è trendy, non buca il video e

avrebbe forse bisogno di un supplemento di gadgets 

per poter essere appetito e quindi comprato. The holy 

Biennio di santità 

person – figura trasversalmente presente in ogni religione

ed espressione di ogni sincera via spirituale –

ha alzato bandiera bianca ed è sparito dalla circolazione.

La secolarizzazione tende ad annacquare il

concetto di santità, relegandone lo spazio a forme di

vita monastica e ascetica, oppure limitandone (e

quindi banalizzandone) il concetto a quello di “brava

persona”, una figura dai contorni così sfumati da

essere immediatamente delegittimata dall’esperienza.

Oppure ancora - e questa è la minaccia più seria al

concetto di santità oggi – si insinua subdolamente

l’idea che l’invito alla santità sia riservata a pochi eletti

chiamati ad intraprendere cammini sovrumani

fuori dalla portata dei più.

Una santità che, quindi, voglia costruirsi senza

tener conto della fragilità umana, che la fugga aborrendola

e non la usi come punto di partenza del cammino

che a lei conduce, nega la sua stessa essenza.

Anzi, di più, non permette a Cristo di compiere la sua

missione di salvezza (cf Mt 9, 13b). Non stupisce allora

che il primo santo assunto in cielo, non canonicato

dalla chiesa bensì direttamente da Gesù Cristo, sia

stato un delinquente (cf Lc 23, 39-43). Non c’è

miglior punto di partenza di questo per iniziare a disquisire

di santità. Il perdono salvifico ricevuto sulla

croce vale al famoso «buon ladrone» la medaglia

d’oro nella maratona verso il paradiso, al netto di processi

canonici, avvocati del diavolo e miracoli da

dimostrare. Reo confesso (e quindi consapevole dei

propri limiti), il «beato ladrone» resta aperto alla possibilità

che il Signore possa salvarlo ugualmente.

Se l’atteggiamento di Gesù invita da una parte a

non credersi perfetti, dall’altra ci impedisce di pensare

che la presenza di debolezze ed errori nella nostra

vita possa alienarci dall’amore di Dio. Quanti di noi

vorrebbero presentarsi la sera davanti al Signore con

le mani linde e il cuore aperto, grondante di opere

buone come uno scaffale di supermercato alla vigilia

di Natale? Quanti invece, non presentano altro che

mani vuote e cuori gonfi, carichi di rimorso, di «mi

piacerebbe, se dipendesse da me, se solo…». Se solo

non mi vergognassi di esser povero, talora brutto,

sovente fallito… Se solo non inseguissi la santità in un

farisaico concetto di perfezione, allora, forse, potrei

iniziare a camminare. Bonhoeffer ci ha ricordato

come la grazia che Dio offre non sia un prodotto a

buon mercato: è croce, è rinnegare la tentazione di

confondere la ragione della nostra esistenza con le

gratificazioni personali, per salvare invece la nostra

vita alla maniera di Gesù (cf Mc 8,34-35).

Gesù è venuto ad abolire una “prassi della purezza”,

come quella falsa e deviante propugnata dai farisei,

per proporre, al contrario, una prassi della misericordia

liberante. Ai puri, casti e integerrimi «bacchettoni

», ai santi per definizione, eredità, potere

d’acquisto e non per scelta, Gesù offre lo scandalo

di una santità che risorge dalle miserie umane.

Uomini e donne “da rottamare” trovano nella

Buona Notizia il coraggio, la forza o anche solo la

possibilità di diventare “usato sicuro”. L’episodio

della visita di Gesù a casa del fariseo Simone è paradigmatica

(cf Lc 7, 36-50): una donna legalmente

impura riguadagna la sua purezza grazie a un gesto

di misericordia e amore, mentre chi si ritiene puro

viene da Gesù redarguito per mancanza di misericordia.

La prima compie un passo avanti sulla scala

della santità, mentre il secondo retrocede di un

buon numero di scalini.

La santità è una questione di cuore; non di testa né

di muscoli. Non stupisce che proprio parlando di

cuore, Cristo imbastisca una delle sue catechesi più

efficaci su ciò che purezza e impurità rappresentano

nella vita morale dell’essere umano (cf Mc 7, 18-19).

La prassi del cuore contro la politica della purezza:

una scelta difficile. La seconda gode infatti di tutta la

forza rassicurante della legge e sempre rappresenta

una tentazione per chi si accontenta dello status quo e

cerca costantemente di inserirsi di soppiatto nella lista

dei puri, con tanto di avallo di codice, regola e direttorio.

La prassi di misericordia ci invita invece ad

affrontare un percorso più difficile, anche se, nel

medesimo tempo, ci spinge a vivere la nostra vita battesimale

in modo più sereno, libero e liberante. Vivere

una prassi di misericordia vuol dire vivere in modo

maturo la crisi che tale scelta comporta. Ogni crisi ha

in sé due componenti: il problema e l’opportunità.

Affrontare la vita con il cuore ci immerge nel problema

e ci offre l’opportunità di cambiamento, di crescita,

di scoperta di finora sconosciute potenzialità.

Superare la crisi significa disappannare il vetro, liberando

alla vista una figura forse non perfetta, ma viva,

reale, autentica. Significa scoprire che il letame non è

solo «escremento», ma è soprattutto concime: vita in

potenza, fiori, colori, profumo e bellezza. Significa,

infine, «tendere» costantemente, senza soste, senza

paura e soprattutto senza presunzione alla perfezione.

Significa dare alla nostra vita una spinta che ci

porti al quotidiano e continuo superamento di crisi e

difficoltà; in un percorso che, se da un lato non ci

condurrà subito alla santità sperata, dall’altro ci porterà

senz’altro – beato Giuseppe Allamano docet – ad

essere buoni missionari.

 

Santa Maria, donna del vino nuovo (Tonino Bello)

Martedì 6 Maggio 2008

(Tonino Bello)
 

 

Santa Maria, donna del vino nuovo,

quante volte sperimentiamo pure noi

che il banchetto della vita languisce

e la felicità si spegne

sul volto dei commensali!

E il vino della festa che vien meno.

Sulla tavola non ci manca nulla:

ma senza il succo della vite,

abbiamo perso il gusto del pane che sa di grano.

Mastichiamo annoiati i prodotti dell’opulenza:

ma con l’ingordigia degli epuloni e con la rabbia di chi non ha fame.

Le pietanze della cucina nostrana hanno smarrito gli antichi sapori,

ma anche i frutti esotici hanno ormai poco da dirci.

Tu lo sai bene da che cosa deriva questa inflazione di tedio.

Le scorte di senso si sono esaurite.

Non abbiamo più vino.

Gli odori asprigni del mosto

non ci deliziano l’anima da tempo.

Le vecchie cantine non fermentano più.

E le botti vuote danno solo spurghi d’aceto.

Muoviti, allora, a compassione di noi,

e ridonaci il gusto delle cose.

Solo così le giare della nostra esistenza

si riempiranno fino all’orlo di significati ultimi.

E l’ebbrezza di vivere e di far vivere

ci farà finalmente provare le vertigini.

‘’Semplice e ricca manifestazione di queste “gocce di vita” -DI GRAZIANA di Milano-

Domenica 4 Maggio 2008

Carissimo P.Francesco,

esprimo, nell’unito allegato, la mia gioia e la
mia partecipazione all’opera meravigliosa che state svolgendo.

Il Signore si manifesta nella vostra vita con le opere quotidiane, che
valgono mille volte di più di tutti i discorsi e le erudite citazioni
che ascoltiamo o leggiamo ogni giorno, ma che appaioni aride davanti
alla semplice e ricca manifestazione di queste “gocce di vita”

Un forte abbraccio anche a nome di Marcello e dei ragazzi.

Graziana

Carissimo P.Francesco,
 

                      seguo ogni giorno, su Animafrica, il vostro cammino: é meraviglioso quanto state facendo nel deserto e nella Vita.
 

La parola di Dio, che vive nei vostri cuori, si trasforma in calorose strette di mano che esprimono la partecipazione alla vita di queste persone, conosciute e subito diventate parte del vostro cuore, e propagano la gioia e la speranza al di là delle dune.
 

Come abili giocolieri dell’Infinito riuscite a trasformare le torte in latte e zucchero: il superfluo del nostro continente, preparato con amore da tanti preziosi Amici, diventa l’indispensabile provvidenziale per un angolo della grande e tribolata Africa.
 

Una volta ancora il miracolo dell’Amore riesce ad allietare il cuore di chi riceve ed ancor più quello di chi dona e fa comprendere quanto sia bello tradurre le preghiere in opere e come il dono della vita per i propri fratelli torni, come un boomerang, a regalare letizia  e nuovo vigore agli operai della vigna del Signore…
 

“Solo” una goccia nell’oceano: quanti potrebbero scoprire il segreto della felicità se riuscissero a donare “solo” una piccola parte del loro tempo, della loro fatica, della loro speranza al loro prossimo!
 

E’ anche questo un miracolo che opera la fede: credere che ogni piccola stilla di vita e di amore possa giovare a chi la riceve e possa trasformare un attimo altrimenti arido della vita di ciascuno in una fonte di riconoscenza per la gioia di aver saputo donare una goccia di se stessi a qualcun altro!
 

La vita é fatta da un’enorme quantità di “gocce” che il più delle volte di disperdono in egoistici rivoletti e non recano alcun frutto, se non la noia dell’esistenza che, a sua volta, crea vani, se non disperati tentativi di darle un senso…
Se tutti coloro che soffrono perché si sentono inutili e provano disgusto per la vita, che non riescono a considerarla “dono” nè per gli altri nè per se stessi, potessero solo immaginare la bellezza e la profondità del sentimento che porta ad annullarsi e nello stesso tempo a realizzarsi pienamente, arricchendosi scoprendo l’unica ricchezza che può generare letizia vera, allora l’oceano potrebbe traboccare e rendere fertili le terre più desolate…  
 

Sono certa che chi rifiuta o disprezza l’immagine, l’esistenza e il volto di Dio é perché ne ha sentite solo parole: se potesse soltanto vedere l’incarnazione di queste nella vita di chi le ha comprese profondamente e fatte sue, negli occhi di chi ha ricevuto un messaggio di vero Amore, come questi pastori e le loro famiglie, che ricorderanno per tutta la vita questi mesi trascorsi con la vostra amicizia, sono certa che si convertirebbero all’istante, ed i loro cuori comincerebbero a germogliare, ardendo dal desiderio di trasformare al più presto i fiori della loro novella gioia in copiosi frutti.
 

Carissimi Amici, grazie, anche a nome dell’oceano, di quanto state vivendo.
 

Vorrei avere braccia chilometriche per potervi stringere tutti in un maxi abbraccio!
 

 

                                                                     Graziana           

 

DIO E’ AMORE -riflessione di GRAZIANA-

Sabato 19 Aprile 2008

Carissimo P.Francesco,
 

Mi ha particolarmente colpita, al di là di tutte le meravigliose cose che ho letto del vostro quotidiano vivere tra la gente “vera” una frase:
 

“Non si é qui per convertire ma unicamente per amare”
 

Questa mi pare una scintilla (ma che dico? Un gran fuoco) di Verità e di Luce che potrebbe far riflettere ed aiutare il mondo intero a vivere veramente lo spirito ecumenico del quale tanto si parla ma che presenta sempre il pericolo che ciascuno tenda a “tirare dalla sua parte” l’altro, anzichè rispettarne il credo più profondo.
 

Avere invece come meta e come ideale l’Amore, vissuto semplicemente e faticosamente accanto all’altro, di cui non si sa niente ma che si riconosce come amico, come “tu” a cui ci si rivolge nel desiderio di comprenderlo, di condividerne l’attimo che si sta vivendo, al di là dell’ieri e del domani, perché solo l’attimo presente può essere vero, perché la nostra vita é fatta soltanto di piccoli attimi in cui ci é data la possibilità di realizzare tutto ciò in cui crediamo e per cui ci appare degna di essere vissuta, e questo può essere magari espresso soltanto in un sorriso, ma valido più di un volume di principi morali… come il sorriso delle suore che sono con voi e sanno trasferire la letizia divina negli occhi e nel cuore di chi incontrano.
 

Così, chi riesce ad essere un “semplice” Missionario dell’amore, non può che propagarlo, e trasmettere nel cuore dell’altro un benessere soprannaturale che gli fa vedere tutto con occhi nuovi, e sente il bisogno di trasferire quella nuova letizia nel cuore degli altri che incontrerà, e così l’Amore diventa contagioso…pensa che bella epidemia, se si riuscisse veramente a diffonderla!
 

Scusa, mi son fatta prendere un po’ la mano dall’esaltazione, come se fossi lì anch’io, nel deserto, ad attingere la miracolosa acqua da una sorgente invisibile finalmente ritrovata!
Ma é tale la sensazione che provo immaginando di essere al vostro fianco..
 

E’ talmente bello sentir parlare di Dio-Amore in un periodo in cui tutti pare siano diventati grandi Maestri, e discutono e contestano ed umiliano la vera natura di Dio, facendolo apparire un despota, un sorpassato, un antico eco di una favola  ormai superata dall’”intelligenza moderna”!! E con lui tutti gli illusi che ci credono…
 

Io, tu lo sai, non ho una conoscenza culturale, teorica, teologica, basata sui libri  che pure, ovviamente, riconosco e rispetto: non riesco a rinchiudere in un contesto razionale l’idea che ho di Dio.
Anche definirla “idea” é una forzatura, é qualcosa che appiattisce, che limita, che soffoca un sentimento - perché tale é la natura più simile a Lui - che tutto sublima, accoglie e giustifica.
E’ qualcosa che trascende i nostri poveri sentieri e pensieri, li rende unici e luminosi, pregni di profondi significati e di radiose attese.
E’ ciò che rende il nostro presente degno di essere vissuto, che dà senso ad ogni attimo perchè ogni attimo ha senso in una vita fatta di un mosaico di istanti preziosi, se tali riusciamo a considerarli, nel nostro tempo effimero ma infinito.
Ecco, Dio é qualcosa che sta sopra, attorno e dentro di me, é il respiro della brezza che sta muovendo le corolle dei miei fiori, qui sul balcone che vedo mentre sto scrivendo, che giunge da lontani Cieli, attraverso Universi sconfinati che non riesco nemmeno ad immaginare, nella loro infinita vastità; é il canto che contiene ed origina la mia gioia e l’eco che porta lontano il mio dolore; é la magìa che trasforma la mia tristezza in dolce malinconia di sogni e mi rende felice di poter costruire nuove speranze sul terreno dell’anima, resa feconda dalle lacrime.
E’ il brivido che percorre le mie vene quando contemplo la misteriosa oscurità del cielo trapuntato di stelle che, tremule, sembrano trasmettere un richiamo a chi sa ascoltare la voce silente della notte attraverso la quale questo vento percorre infinite distanze, saluta innumerevoli lidi e percorre tutti i mondi possibili e impossibili, e conosce le grandezze e le infinite piccolezze dei cuori umani che conforta ed accoglie con la sua vibrante carezza.
E’ tutto ciò che non é e dà forma e significato a ciò che esiste, se si muove sulle ali del suo spirito e parla, ed ama con la forza del suo cuore, che rende grande ciò che l’uomo crede insignificante ed annulla lo spazio, il tempo, l’angoscia ed il vuoto lasciato dalla caduta della illusioni umane.
Non riesco a filosofeggiare, a ragionare, a razionalizzare un concetto che appartiene soltanto al cuore e, come tale, sale dalla mia nima e tutto avvolge; sale verso il cielo, abbraccia l’universo intero, dà vita a tutto ciò che vive e fa vivere, con la speranza, tutto ciò che crede di non vivere più.
Dio é tutto ciò che credo e voglio credere che esista, che sia sempre esistito al di là del tempo, ciò da cui vengo ed a cui tornerò quando questo meraviglioso viaggio terreno non avrà più tappe.
Dio é la vita che non finisce, é ciò che di più grande é riuscita ad immaginare, inventare o credere l’anima umana poiché ha bisogno  di trovare qualcosa che non deluda, che non finisca, che rende Tutto il nulla che noi siamo e che dia ad ogni attimo della nostra vita il senso di cui ha bisogno per non morire.
 

Ecco la mia solita prolissità: bastava ripetere che Dio é “soltanto” Amore.
 

Ora credo sia bene salutarti, per lasciar riposare i tuoi occhi che é pur vero che da tanto tempo non affliggo, ma non é il caso che imperversi ulteriormente…
 Ancora un abbraccio a tutti voi                             
                                                             Graziana

4 DOMENICA DI PASQUA-GESU’ BUON PASTORE-

Venerdì 11 Aprile 2008

Quarta domenica di Pasqua
13 aprile 2008

LETTURE

Atti 2,14,36-41
Salmo 23
1Pt 2,20-25
Giovanni 10,1-10

TEMA DELLE LETTURE

Nel contesto liturgico dei misteri pasquali, celebriamo, oggi, Gesù Cristo come Buon Pastore. Il Maestro usa questa immagine in riferimento a sé nel Vangelo di san Giovanni. Egli è la Porta; tutti coloro che passano attraverso la Porta saranno salvati. Egli è il Buon Pastore che conduce il suo gregge su pascoli sicuri, perché né briganti né ladri possano rubare, sopprimere o distruggere il gregge.

Il salmo 22 ripropone l’immagine bucolica del Signore quale pastore e custode. Anche se può accadere di dover subire la persecuzione dei nemici, il salmista sperimenta un senso di sicurezza, grazie alla presenza e alla protezione del Signore.

La prima Lettera di san Pietro sembra riecheggiare le parole del capitolo 53 del libro del profeta Isaia, quando ricorda che tutti noi eravamo erranti come pecore, ciascuno perso per la propria strada. Gesù si assume il compito di radunare il gregge, quale pastore e custode delle nostre anime.

Gli Atti degli Apostoli riferiscono di Pietro che rivela come far ritorno al gregge del Signore, attraverso il pentimento personale, la purificazione del Battesimo e mediante l’accoglienza dello Spirito Santo.

MESSAGGIO DOTTRINALE

Il sacerdozio ministeriale. Le letture di oggi richiamano un aspetto centrale del sacerdozio ministeriale di Gesù: il sacerdote come pastore. La metafora deve essere compresa correttamente. Il sacerdote è uno che, in virtù della sua consacrazione, vive per gli altri. Il titolo “Padre”, come “Pastore”, essenzialmente esprime un rapporto aperto agli altri, così come il suo modo di essere per gli altri ben più di chi svolge una semplice e anonima funzione. È questo intenzionale (ed autentico) modo di essere per gli altri che anima tutto ciò che egli fa, dai sacri ministeri alle faccende più ordinarie. Questo spirito di carità è parte essenziale della santità e della fedeltà del sacerdote.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 1544-1553 trattano dell’unico sacerdozio di Cristo e del servizio ministeriale di carità.

APPLICAZIONI PASTORALI

Può darsi che ci sia qualcosa di insoddisfacente nella nostra concezione del sacerdozio quale ruolo di pastore. Questa immagine potrebbe implicare una certa passività, lontana dallo stress tipico delle occupazioni più mondane. Si può pensare ad un pastore come a qualcuno che veglia con calma, che ha ben poco da fare, mentre il suo bel gregge pascola a suo piacimento. Non ci sono vere mete da raggiungere, nulla davvero cambia moltissimo, né pare debba farlo.

Un rapido e realistico sguardo allo stato del “gregge” rivela una situazione assai più urgente. Il mondo sembra correre su altri binari. La vera sfida per i sacerdoti di oggi sembra essere rappresentata da coloro che ritengono il sacerdozio quasi irrilevante in un mondo determinato tecnicamente ed economicamente. Come sacerdoti, dobbiamo trovare la nostra strada, con coraggio e un po’ d’immaginazione, per far breccia in una società laica ermeticamente sigillata. Dobbiamo sopportare il peso della possibile indifferenza e del rifiuto.

Si può anche vedere un collegamento con le nuove vocazioni al sacerdozio. La nostra società offre gli strumenti per un’istruzione accademica e professionale specializzata. Il lavoro è diventato più preciso; i risultati sono previsti e misurati con accuratezza. Viviamo in una società dove ciò che più conta è la capacità di essere efficienti. I giovani vogliono forse vedere nel sacerdozio un modo convincente ed efficace per fare qualcosa di grande per il Signore e per gli altri. Forse le passioni che ispirano molti giovani a dedicare lunghe ore ed anni alla formazione professionale, sono indicative del potenziale di spirito di sacrificio di cui essi sanno valersi, quando gli viene proposta una sfida che valga la pena raccogliere.

Il rinnovamento delle vocazioni sacerdotali può avere qualcosa a che fare col rinnovamento dei metodi pastorali della Chiesa. In un’età che è spiccatamente segnata dalla tecnica, può esser necessario adattare metodi pastorali idonei per il confronto con questa società per essere alla pari con l’efficienza e la precisione delle attività professionali. Certamente, nulla può sostituire la carità di un pastore, ma è proprio la carità pastorale che cerca di andare oltre il modo ordinario di fare le cose, quando quel modo non sembra più adeguato.

C’è anche la necessità di formare persone laiche affinché facciano la loro parte nella missione dinamica della Chiesa. Il pastore deve formare oltre che pascolare il suo gregge. Attraverso una competente guida spirituale ed il coinvolgimento di laici idonei, la Chiesa può guardare con più ottimismo e con maggior entusiasmo all’evangelizzazione. Potrebbe darsi che, come pastori, abbiamo soffocato l’iniziativa, non alimentandola, o non usando strumenti adeguati per le vere sfide pastorali che ci attendono. Potremmo essere anche tentati di ridimensionare le sfide a “quel che ritengo di poter gestire”, “quel che abbiamo sempre fatto”, “quel che le finanze della parrocchia permettono”.

San Giovanni, nel racconto del miracolo dei pani, fa menzione della preoccupazione del Buon Pastore per il suo gregge. Bisognava dar da mangiare a cinquemila persone; gli apostoli seppero vedere solamente i limiti, le difficoltà, e l’apparente impossibilità. È il suo amore per il gregge che porta Gesù a fare la domanda che andava posta, che gli altri avevano evitato o liquidata come inarrivabile. Come pastori, abbiamo bisogno di vedere, e di far sì che gli altri vedano le autentiche preoccupazioni del cuore del pastore

DA LEGERE PER STIMOLARE LA NOSTRA SPERANZA-CONVIVIALITA’ DELLE DIFFERENZE-DI DON TONINO BELLO-E ALTRI BEI LIBRI DA MEDITARE

Giovedì 3 Aprile 2008
CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE
Omelie crismalidi Antonio Bello 

Edizioni “La Meridiana”, pagg.126 - € 12,00

È una celebre espressione di don Tonino che abbiamo scelto come titolo del volume che raccoglie le omelie delle messe crismali celebrate da don Tonino nei 10 anni del suo episcopato. Un’espressione forte per un libro che oggi acquisisce ancora maggiore attualità come sottolinea mons. Bruno Forte nella prefazione, perché forti sono le parole usate da don Tonino: “Che cosa ci manca: la convivialità o la differenza? Lo stare insieme o la genialità pastorale? L’essere solidali attorno a un progetto comune o la fantasia di quegli originali percorsi alternativi che nascono dall’amore? … Ci stringiamo a tavola perché gli altri stiano più comodi? O ci infastidisce ogni arrivo fuori orario? … Spezziamo il pane di grano della comunione e mesciamo il vino della letizia, o serviamo le erbe amare del tradimento, con l’aceto del disprezzo e la mirra dell’indifferenza?”.

Un libro per meditare, lasciarsi acciuffare dalla poesia della parola e… magari rimettersi in piedi in mondo dove le differenze vanno sempre più osate.

IL SILENZIO DELLA PAROLAdi Filippo Gentiloni
(prefazione di Giorgio Girardet)

Editrice Claudiana, pag.64 - € 5,00

In ideale continuazione con il precedente “Abramo contro Ulisse: un itinerario alla ricerca di Dio” (Claudiana), Filippo Gentiloni abbandona le inutili, dure certezze della modernità invitandoci a riflettere sui grandi mutamenti in alcuni ambiti del nostro presente inquieto - religione, cultura, conoscenza e politica - per seguirlo in un cammino personale e coraggioso verso una verità in fieri.

Al frastuono mediatico e pubblicitario, qui accomunati, Gentiloni contrappone il silenzio: non tanto quello forte dei mistici o quello più debole di chi tace non avendo nulla da dire, quanto quella sorta di vuoto provvisorio in cui galleggiano parole marginali da «salvare» — «forse», «grazie», «oggi» —, tessere di un mosaico il cui disegno e valore non sono valutabili, né forse visibili, che alla fine.

Gentiloni non prova neppure a immaginare il domani: si limita a sostenerci nei primi passi all’interno di quella società precaria e instabile in cui viviamo.

IN NOME DELL’UOMO
Per conoscere Ernesto BalducciA cura di Andrea Cecconi

Fondazione Ernesto Balducci,
pag.270 - € 12

può essere richiesto direttamente
alla Fondazione

Una raccolta tematica di brani di Balducci.

Il volume, completato da utili notizie di carattere bibliografico, rappresenta uno strumento unico ed essenziale per una prima introduzione alla conoscenza del pensiero e dell’opera del padre scolopio.

Può essere richiesto direttamente alla Segreteria della Fondazione.

DA TADJURA PER FIFLETTERE INSIEME E VIVERE LA PASQUA

Sabato 22 Marzo 2008

“Far memoria dei misteri di Cristo significa anche vivere in profonda e solidale adesione all’oggi della storia, convinti che quanto celebriamo è realtà viva ed attuale. Portiamo dunque nella nostra preghiera la drammaticità di fatti e situazioni che in questi giorni affliggono tanti nostri fratelli in ogni parte del mondo. Noi sappiamo che l’odio, le divisioni, le violenze non hanno mai l’ultima parola negli eventi della storia. Questi giorni rianimano in noi la grande speranza: Cristo crocifisso è risorto e ha vinto il mondo. L’amore è più forte dell’odio, ha vinto e dobbiamo associarci a questa vittoria dell’amore. Dobbiamo quindi ripartire da Cristo e lavorare in comunione con Lui per un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia e sull’amore”.

[Dalla catechèsi di Benedetto XVI nell’Udienza generale di ieri; il testo integrale del periodico insegnamento orale dei principi fondamentali della religione cristiana svolto dal Papa riguardava ieri il ‘Triduo Pasquale’ ed è disponibile sulla pagina della MISNA come ultimo titolo del notiziario di ieri.]

IL CALVARIO TRE GIORNI DOPO-di don tonino bello-

Mercoledì 19 Marzo 2008

Il Calvario tre giorni dopo

(don Tonino Bello)I Vangeli ci raccontano numerose apparizioni del Risorto avvenute nel giorno di Pasqua. Se è lecito esprimere delle preferenze, quella che mi commuove di più è l’apparizione a Maria di Magdala, piangente accanto al sepolcro vuoto.

Le si avvicina Gesù e le dice: “Perché piangi?”. Donna, le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi. A meno che tu non pianga per gioia o per amore. Vedi: la collina del Calvario, che l’altro ieri sera era solo un teschio coperto di fango, oggi si è improvvisamente allagata di un mare d’erba. I sassi si sono coperti di velluto. Le chiazze di sangue sono tutte fiorite di anemoni e asfodeli. Il cielo, che venerdì era uno straccio pauroso, oggi è limpido come un sogno di libertà. Siamo appena al terzo giorno, ma sono bastate queste poche ore perché il mondo facesse un balzo di millenni. No, non misurare sui calendari dell’uomo la distanza che separa quest’alba luminosa dal tramonto livido dell’ultimo venerdì. Non è trascorso del tempo: è passata un’eternità. Donna, tu non lo sai: ma oggi è cominciata la nuova creazione.

Cari amici, nel giorno solennissimo di Pasqua anch’io debbo rivolgere a ciascuno di voi la stessa domanda di Gesù: “Perché piangi?”. Le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi. A meno che non siano l’ultimo rigagnolo di un pianto antico. O l’ultimo fiotto di una vecchia riserva di dolore da cui ancora la tua anima non è riuscita a liberarsi. Lo so che hai buon gioco a dirmi che sto vaneggiando. Lo so che hai mille ragioni per tacciarmi di follia. Lo so che non ti mancano gli argomenti per puntellare la tua disperazione. Lo so.

Forse rischio di restare in silenzio anch’io, se tu mi parli a lungo dei dolori dell’umanità: della fame, delle torture, della droga, della violenza. Forse non avrò nulla da replicarti se attaccherai il discorso sulla guerra nucleare, sulla corsa alle armi o, per non andare troppo lontano, sul mega poligono di tiro che piazzeranno sulle nostre terre, attentando alla nostra sicurezza, sovvertendo la nostra economia e infischiandosene di tutte le nostre marce della pace.

Forse rimarrò suggestionato anch’io dal fascino sottile del pessimismo, se tu mi racconterai della prostituzione pubblica sulla statale, del dilagare dei furti nelle nostre case, della recrudescienza di barbarie tra i minori della nostra città.

Forse mi arrenderò anch’io alle lusinghe dello scetticismo, se mi attarderò ad ascoltarti sulle manovre dei potenti, sul pianto dei poveri, sulla miseria degli sfrattati, sulle umiliazioni di tanta gente senza lavoro.

Forse vedrai vacillare anche la mia speranza se continuerai a parlarmi di Teresa che, a trentacinque anni, sta morendo di cancro. O di Corrado che, a dieci, è stato inutilmente operato al cervello. O di Lucia che, dopo Pasqua, farà la Prima Comunione in casa perché in chiesa, con gli altri compagni, non potrà andarci più. O di Nicola e Annalisa che, dopo tre anni di matrimonio e dopo aver messo al mondo una creatura, se ne sono andati ognuno per la sua strada, perché non hanno più nulla da dirsi.

Queste cose le so: ma io voglio giocarmi, fino all’ultima, tutte le carte dell’incredibile e dire ugualmente che il nostro pianto non ha più ragione di esistere.

La Resurrezione di Gesù ne ha disseccate le sorgenti. E tutte le lacrime che si trovano in circolazione sono come gli ultimi scoli delle tubature dopo che hanno chiuso l’acquedotto.

Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del “terzo giorno”. Da quel versante, il luogo del cranio ci apparirà come il Tabor. Le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo. Le sofferenze del mondo non saranno per noi i rantoli dell’agonia, ma i travagli del parto.

E le stigmate lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, saranno le feritoie attraverso le quali scorgeremo fin d’ora le luci di un mondo nuovo!

Buona Pasqua!

DA ADISTA LEGGO:CHIESA:CASA DI MISERICORDIA O TRIBUNALE?

Mercoledì 5 Marzo 2008

CHIESA: CASA DI MISERICORDIA O TRIBUNALE? di Jung Mo Sung Nell’Incontro nazionale dei presbiteri, svoltosi dal 13 al 19 febbraio ad Itaicí, il card. Claudio Hummes ha riaffermato la dottrina della Chiesa cattolica in base a cui i divorziati risposati possono frequentare la comunità cattolica, ma non possono confessarsi né ricevere la comunione. In altre parole, le comunità devono accogliere bene queste persone, però non possono loro permettere una partecipazione piena, poiché si troverebbero fuori dalle leggi della Chiesa cattolica. Non voglio discutere qui la dottrina della Chiesa su tale argomento, ma piuttosto il modo in cui questa posizione può essere percepita o intesa dalla società. Cioè, qual è l’im-magine e il messaggio che la Chiesa cattolica sta passando o può passare alla società, anche involontariamente. Le persone si rivolgono alla Chiesa (cattolica o meno) perché desiderano, tra altre cose, riconciliarsi con Dio, con se stesse e con altre persone o con la comunità. Il senso di colpa, spesso diffuso e inconsapevole, è qualcosa che fa parte della nostra vita. È una sensazione che ci tormenta. Per questo, molte volte creiamo una corazza in noi stessi e diventiamo più insensibili verso di noi e anche verso altre persone. Queste sensazioni o sensi di colpa non significano che siamo necessariamente colpevoli di qualcosa, ma stanno lì e ci paralizzano oppure ci rendono aggressivi. Quando ci rendiamo più sensibili a noi stessi, siamo in grado di cercare la riconciliazione con noi e con ciò che causa questa sensazione. Generalmente, questo inizia con un perdono: perdonando noi stessi e/o chiedendo perdono. Quando la riconciliazione e il perdono hanno luogo, le persone fanno esperienza di libertà e di comunione. Ci sentiamo liberi e siamo più capaci di percepire la nostra appartenenza a qualcosa di più grande che ci unisce. Nella Chiesa cattolica consideriamo questo processo talmente importante che vi sono sacramenti proprio per celebrare la riconciliazione (sacramento noto anche come “confessione”) e la comunione con Dio e con la comunità (eucarestia). Con ciò, la Chiesa cattolica mostra che la ricostruzio-ne/riconciliazione delle relazioni umane spezzate è qualcosa di più che semplicemente umano, è qualcosa anche di divino. Offrendo il sacramento della riconciliazione a tutti coloro che vogliono confessare i propri peccati e confessare (professare) la propria fede nel perdono divino, la Chiesa confessa e annuncia la propria fede in Dio che è Amore e misericordia. Ma se la Chiesa dice che non tutti/e coloro che fanno parte della comunità possono avere accesso ai sacramenti della confessione e della comunione, crea confusione tra le persone. Nel senso che invia un messaggio che può essere interpretato in diversi modi. Un’interpretazione potrebbe essere: Dio è misericordia infinita perché il suo Amore per noi è immutabile (non diminuisce a causa dei nostri peccati) e ci perdona, mentre la Chiesa permette l’accesso alla confessione solo a persone che si trovano all’interno delle leggi della Chiesa. Così, il perdono di Dio si rivela molto più grande di quello della Chiesa cattolica e dei suoi sacramenti. Una seconda interpretazione potrebbe essere: la Chiesa cattolica possiede il “monopolio” del perdono divino e le persone che non hanno accesso alla confessione non ricevono il perdono di Dio, cosicché la misericordia divina non è tanto grande poiché è limitata dalle leggi della Chiesa cattolica. Malgrado la profonda differenza teologica tra queste due interpretazioni, c’è un punto in comune: la Chiesa si presenta o è percepita come un luogo in cui la legge parla più forte della misericordia. Anche se assumiamo la prima interpretazione e diciamo che la misericordia di Dio oltrepassa i limiti della Chiesa (che è logico, dal momento che Dio non può essere meno di una Chiesa o religione), la Chiesa cattolica è presentata o vista come una casa in cui la legge impera, in cui l’obbedienza alla legge è la cosa più importante. Le persone che hanno violato questa legge e si sono sposate per la seconda volta possono essere accolte dalla comunità, ma non ricevere i sacramenti della confessione e della comunione. La casa in cui la legge parla più forte - e così deve essere - è il tribunale di giustizia, dove il giudice dichiara innocenti o colpevoli le persone in base al loro rispetto o meno delle leggi. Qui la colpa implica un castigo. Per quanto il giudice sia benevolo e liberi il colpevole dalla pena, la legge prevale, poiché questa liberazione può realizzarsi solo all’interno della legge. La Chiesa deve funzionare come un tribunale di giustizia? In fondo, la questione dei divorziati risposati va oltre un problema pastorale o di diritto canonico. È una questione teologica: in quale Dio crediamo? Nel Dio sottomesso alla Legge, che non può amare e perdonare al di là dei limiti della Legge, o nel Dio che è Amore e Misericordia, che ci ama infinitamente e che per questo non è sottomesso alla Legge e ci perdona al di là dei limiti delle leggi? Vivere la fede nel Dio-Amore significa assumere il cammino della Chiesa come un luogo di misericordia, di una vita comunitaria basata sull’amore e il perdono (i due pilastri della riconciliazione e della comunione). Questo non comporta la fine della legge o delle regole, ma esige una nuova relazione con esse. Esige un modo creativo di vivere l’insegnamento di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2, 27).