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TERZA DOMENICA DI QUARESIMA-SE TU CONOSESSI IL DONO DI DIO

sabato 23 febbraio 2008
                                                                            

 

 

 

 

Adorazione Eucaristica
 
“Siamo venuti per
 Adorarlo”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Se tu conoscessi il dono di Dio
 

G. Oggi il Signore Gesù ci attende mentre, assetati, andiamo a cercare refrigerio. Egli vuole darci la sua acqua viva, per ristorarci e non avere mai più sete. La vicenda della Samaritana, che rappresenta la Chiesa, ci riguarda. È il cammino che dovremmo sempre fare: dall’incontro con Cristo, alla conoscenza di sé, alla fede, alla missione. È l’itinerario cristiano. La Samaritana rappresenta la storia di una vocazione. Tutto comincia da un incontro con Cristo, dal lasciarsi interpellare da lui, dall’accettarne la provocazione, per interrogarsi, scendere in se stessi, darsi delle risposte, impegnarsi. Questa celebrazione ci aiuti a riscoprire l’origini del nostro essere cristiani, che sta nel Battesimo, in cui attraverso il segno dell’acqua ci è stata donata la “Vita nuova”, e ci sproni a vivere gli impegni che abbiamo assunto in questo lavacro di rigenerazione.
 

G. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.     T. Amen
 

Canto
 

 

G. Cristo ci assicura della presenza di Dio. Egli non è più da ricercare su un monte o in un tempio, ma nella persona di Gesù, l’unico capace di saziare qualsiasi sete di verità, di libertà, di giustizia, di vita, di amore, di pace. Con la sete e la disponibilità della Samaritana, accostiamoci alla sua Parola per trovare ristoro.
 

(S) Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
 

1L Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Parola del Signore
 

Davanti a Gesù Eucarestia
Durante la preghiera a Gesù Eucaristia ci metteremo in ginocchio. Stare inginocchiati ci fa ricordare
che siamo davanti al Signore e lo riconosciamo come l’Unico della nostra vita
 

(S) So che cos’è la sete, Gesù, conosco l’arsura che divora quando la borraccia è vuota
e la gola secca reclama un sorso d’acqua fresca, quando la polvere s’attacca ostinata
 alla mia pelle abbrustolita. Ma conosco ancor di più il bisogno tenace
che abita le profondità dell’anima, quando da troppo tempo ormai
cammino in lande desolate e attraverso deserti senza fine.
E’ allora che, con tutte le mie forze, anelo a quella sorgente
che colma ogni mio desiderio e soddisfa ogni attesa.
No, non mi può bastare l’acqua delle pozzanghere e degli stagni,
rimedio temporaneo e rischioso per la mia debolezza cronica.
lo cerco te, Signore Gesù, perché solo tu mi puoi donare
l’acqua viva che estingue la mia sete senza tregua,
l’acqua che deterge e purifica da ogni peccato e da ogni sozzura,
l’acqua che risana e guarisce da ogni malattia e infermità,
l’acqua che zampilla e percorre ogni cavità della mia esistenza,
portando dovunque una vitalità e una forza straordinarie.
 

Tutti
O Dio, sorgente della vita, tu offri all’umanità riarsa dalla sete l’acqua viva della grazia
 che scaturisce dalla roccia, Cristo salvatore; concedi al tuo popolo il dono dello Spirito,
perché sappia professare con forza la sua fede, e annunzi con gioia le meraviglie del tuo amore.
Crea in noi, Signore, il silenzio per ascoltare  la tua voce,
penetra nei nostri cuori con la spada  della tua Parola, perché alla luce della tua sapienza,
possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno,
testimoniando al mondo che tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Amen
 

 

 

Adorazione silenziosa
 

 

G. A mezzogiorno un uomo, seduto sull’orlo del pozzo aspetta la Samaritana: è Gesù che aspetta un’anima per rivelarle il dono di Dio. Le dice per primo:
 

(S) Ho sete, dammi da bere!
 

2L La sete della Samaritana è prevenuta dalla sete di Gesù. Dio ha sete della nostra sete, desidera che noi lo desideriamo. Per questo è venuto tra gli uomini:
 

(S) “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”
(Gv 4,34)
 

Tocchiamo oggi livelli profondi del cuore umano. Il bisogno di vita e di pienezza che spinge a cercare oltre il proprio limite, si incontra con la risposta di un Dio che ci è venuto incontro e s’è affaticato a cercarci, fino a dirci:
 

(S) Quello che tu cerchi…”Sono Io!”

La donna Samaritana è come l’emblema del cuore dell’uomo che passa di cosa in cosa – di marito in marito – senza mai trovare sazietà e soddisfazione. Non sospetta neppure che ci possa essere un’altra acqua capace di saziare la sua affannosa ricerca di felicità e di vita. Confida solo nei suoi consueti mezzi umani, i quali pure continuamente la deludono. Non sospetta… o forse non ha mai preso sul serio quel lontano segnale d’un Messia che sapeva avrebbe “annunciato ogni cosa”. Proprio come forse capita anche a noi:
 

(S) Affannati alla ricerca di vita piena, rincorriamo esperienze e acque che non saziano,
snobbando indifferenti e ostili quei grandi doni di Dio ricevuti gratuitamente fin dall’infanzia
che sono il nostro battesimo e la nostra fede.
 

L’iniziativa è di Gesù, che ci aspetta paziente per risvegliarci e convertirci, per far decantare la nostra sete ed elevarne il tiro. La donna cerca l’acqua del pozzo e Gesù la rinvia ad un’altra acqua:
 

(S) “Chi beve di quest’acqua avrà di nuovo sete;
ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete”
 

Guarda, o uomo – ci dice Gesù – che tu hai una sete ben più esigente; che il tuo cuore è fatto per bisogni e destini ben più grandi; che solo totalità, infinità ed eternità ti possono saziare! Sentiamo bene di ritrovarci spesso a bocca amara. Dice il profeta Geremia:
 

(S) “Le nostre sono cisterne screpolate
rispetto alla sorgente di acqua viva che è il Dio da noi spesso abbandonato”
(Ger 2,13)
 

Questo Dio che sazia non è promessa lontana. E’ qui. E’ a portata di mano. Basta che noi lo riconosciamo. E’ Gesù in persona. Lo scopriamo in quella fede cristiana che noi abbiamo ricevuto e che forse non abbiamo mai studiato e stimato seriamente.
 

(S) “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!,
tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”
 

Quello che cerchi, c’è già. Il dono di Dio, l’acqua che disseta pienamente sono Io, Gesù!
 

(S) “Sono Io, che ti parlo”
 

Lui non solo sazia le nostre attese, ma le dilata, le supera, fino ad aprirci alle prospettive dell’eternità:
 

(S) “L’acqua che io darò diventerà sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”
 

Lui è vita divina. Ascoltiamo dunque questo rimprovero di Gesù! Abbiamo in mano la medicina giusta, e la snobbiamo, per andare poi magari a mendicare – come fanno parecchi oggi – a forme irrazionali di religiosità quanto con maggior sicurezza e contenuto la nostra antica fede cristiana ci offre da sempre.

(S) Dio ci offre continue occasioni perché impariamo a camminare sulla via santa della conversione.
 Però, se ci ribelliamo, vanifichiamo la buona occasione offertaci dal Signore per conoscerlo
 e dovremo aspettarne un’altra, sperando di non rifiutare anche quella.
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
 

Pausa di silenzio per l’interiorizzazione
Sal 94
                       
Tutti
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
 

(S) Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Tutti
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

(S)
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Tutti
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

(S)
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Tutti
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
 

Canto

G. L’incontro col Dio vero rivelatosi in Gesù crea un nuovo rapporto con Lui, una nuova religione, un culto non più legato al luogo, ma al cuore.
 

(S) “Credimi donna, è giunto il momento in cui né su questo monte,
 né in Gerusalemme adorerete il Padre. E’ giunto il momento, ed è questo,
 in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità;
 perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito,
e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”.
 

3L “In spirito” significa nella potenza dello Spirito santo. Non è alla nostra portata attingere a Dio: egli è Spirito, qualcosa di alto, di inaccessibile alle nostre capacità. San Paolo dice che noi siamo “carne”, di corte prospettive, insufficienti a penetrare i misteri di Dio. Ciò che è più proprio e specifico di Dio lo rivela lo Spirito per creare in noi quella piena esperienza della divinità che ci fa gridare: Abbà! E’ lo Spirito a fondare in noi l’autentica speranza:
 

(S) “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori
 per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato”
(Rm 5,5)
 

“In Spirito e… Verità”. Per verità san Giovanni intende sempre la rivelazione che di Dio ha fatto Gesù e la sua stessa persona, il quadro oggettivo entro il quale instaurare i nuovi rapporti con Dio.
Più precisamente si tratta di porsi davanti a Dio in quella condizione nuova in cui ci pone Cristo, “figli nel Figlio”, legati e sostenuti da Lui come nostro fratello maggiore che dà valore efficace alla nostra fragile preghiera. Significa in concreto aprirsi a Dio nella confidenza piena del figlio rivolto al Padre, non con la paura dello schiavo verso il padrone.
 

(S) “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura,
 ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!”
(Rm 8,15)
Molti dicono di credere in Dio e di pregarlo. Ma quale Dio pregano? Quello vero che ci ha mostrato Cristo – quindi Padre, fedele, misericordioso… – o qualche altro Dio-idolo? E con l’aiuto dello Spirito santo che ci coinvolge nell’intimità della Trinità e ci mette nella condizione di essere ascoltati quanto il Figlio Unigenito-Primogenito, o semplicemente con nostri fragili e generici sentimenti sempre distratti da molti banali interessi…?
 

(S) Il Battesimo ci ha costituiti “sacerdoti” per offrire un culto legittimo a Dio,
 proprio perché inseriti in Cristo e arricchiti dallo Spirito santo.
Quel dono di Dio ricevuto al battesimo in questa prossima Pasqua deve essere riaccolto e vivificato.

Che il nostro tempo, arido di speranze e di certezze, abbia bisogno di interiorità e spiritualità è risaputo e riconosciuto da ogni analista. L’Israele di sempre cerca l’acqua per dissetarsi in questo deserto, magari lamentandosi proprio con quel Dio che ha abbandonato:
 

(S) “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”
(Es 17,7)
 

Il Mosè che ha fatto scaturire l’acqua dello Spirito – che dà la vita – è già venuto, e .. ci aspetta paziente ad un pozzo. Non manchiamo all’appuntamento! Il segno dell’acqua nel Battesimo sottolinea una purificazione e una vita nuova. La grazia dei sacramenti pasquali ci ridoni questa innocenza e la forza di una vita rinnovata.
 

(S) Quando tutto in te diventa arido e nulla ti soddisfa, quando ti si stringe il cuore e ti sembra di morire, quando si sgretolano le zolle delle tue fatiche e non vedi fiori nel tuo giardino…
scopri l’urgere di una insopprimibile esigenza: l’acqua. Un’acqua che non duri appena un’ora… un’acqua che non si estingua… Dio, l’unica acqua che disseta la tua sete.
Fermati al pozzo del tuo deserto: troverai un uomo, capace di condurti alle sorgenti della Vita.
Non dovrai camminare molto, perché il pozzo sigillato di acqua viva lui l’ha scavato in te
quando ancora tu non eri… scava nei tuoi giorni, e troverai la sua sete in te che estinguerà la tua.
 

Pausa di silenzio per l’interiorizzazione
 

Tutti
Aspettaci, Signore, al pozzo del convegno, nell’ora provvidenziale che scocca per ognuno.
Presèntati e parlaci per primo, tu mendicante ricco dell’unica acqua viva.
Distoglici, pian piano, da tanti desideri, da tanti amori effimeri che ancora ci trattengono.
Sciogli l’indifferenza, i pregiudizi, i dubbi e le paure, libera la fede.
Scava in noi il vuoto, riempilo di desiderio. Fa’ emergere la sete, attraici con il tuo dono.
Dilata il nostro cuore, infiammane l’attesa. Da’ nome a quella sete che dentro ci brucia,
senza che sappiamo chiamarla con il suo vero nome. Riportaci in noi stessi,
nel centro più segreto dove nessun altro giunge. Tra le dure pietre dell’orgoglio,
il fango dei compromessi, la sabbia dei rimandi, scava tu stesso un varco al tuo Santo Spirito.
Amen
 

 

Canto
 

 

Preghiere spontanee                   
 

Padre nostro
 

 

G. Siamo assetati oppure dissetati? Siamo assetati dell’acqua vera che “zampilla per la vita eterna” oppure ci siamo già dissetati delle tante “acque” che il mondo ci propone? Solo Gesù, acqua viva, può dissetare la nostra sete di eternità, amore, vita. Può colmare il nostro desiderio di assoluto, di vita senza fine. La vera acqua che disseta la nostra sete di Dio è Gesù di Nazaret, riconosciuto come Profeta, Messia e Salvatore del mondo. Ecco allora la nostra missione nella quotidianità della nostra esistensa: smascherare le false ricette di felicità e proporre e far conoscere Gesù, acqua viva. E nel frattempo, ricordarci che essere assetati di Gesù è l’atteggiamento giusto per essere buoni discepoli.
 

(S)Dopo tanta strada percorsa in terra arida, la sete.
Mille e più bevande ti hanno offerto colorate, attraenti, gasate,
alla moda, con mille gusti; e molte ne hai assaporato.
Ma bere non è dissetarsi!
Una sorgente di acqua fresca, pura, viva, scorre alla tua destra.
Zampilla, canta, dà forza, cresce, purifica, appaga.
Ora puoi bere, dissetarti, vivere.
Mi chino e bevo.
 

Tutti

Grazie, Signore, mi hai offerto un’acqua che non osavo sperare.
Mi hai donato te stesso, acqua che non ristagna, acqua che disseta per sempre. Presso quel pozzo,
quando tu mi hai parlato, sono cadute le tenebre, il mio cuore si è sentito ricolmo di gioia,
 io mi sono sentito rinascere. Tutto questo ha fatto la tua grazia che, d’ora in poi,
voglio far conoscere a tutte le persone che ti cercano, senza saperlo,
 in ogni briciola di gioia che il tempo mi offre.
“Dacci sempre o Signore
    l’acqua viva che disseta!”

 

 

 

 

Canto
 

 

CITTÀ DEL VATICANO 6/1/2008 16.39 IL PAPA :UN MONDO PIU’ GIUSTO E SOLIDALE

domenica 6 gennaio 2008
CITTÀ DEL VATICANO    6/1/2008   16.39 CITTÀ DEL VATICANO IL PAPA PER L’EPIFANIA: “COSTRUIRE UN MONDO GIUSTO E SOLIDALE” Chiesa e Missione Chiesa e Missione, Brief

“Non si può dire che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale” : lo ha detto oggi Benedetto XVI durante la messa celebrata nella Basilica Vaticana nel giorno dell’Epifania. “Se c’è una grande speranza – ha proseguito il Papa – si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile”. È per questo, auspica il Pontefice, che c’è bisogno “di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio. Il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza”. L’Epifania del Signore, ha ricordato il Pontefice, celebra la manifestazione di Cristo “ai popoli del mondo intero, rappresentati dai Magi che giunsero dall’Oriente per rendere omaggio al Re dei Giudei. Osservando i fenomeni celesti, questi misteriosi personaggi avevano visto sorgere una stella nuova e, istruiti anche dalle antiche profezie, avevano riconosciuto in essa il segno della nascita del Messia, discendente di Davide (cfr Mt 2,1-12)”.[CO

SERVIRE E’ GIOIRE DI TAGORE

domenica 6 gennaio 2008
Servire è gioia

(Rabindranath Tagore)Dormivo e sognavo
che la vita era gioia.
Mi svegliai e vidi
che la vita era servizio.
Volli servire e vidi
che servire era gioia.

DALLA PAURA LA GUERRA RIFLESSIONE DI TOMAS MERTON

domenica 6 gennaio 2008
 Dalla paura la guerra

(Thomas Merton)Alla radice di ogni guerra sta la paura: non tanto la paura che gli uomini hanno gli uni degli altri, quanto la paura che essi hanno di tutto. Non è soltanto che non si fidino gli uni degli altri: non si fidano neppure di se stessi. Se dubitano che qualcuno possa voltarsi ed ucciderli, ancor più dubitano di poter essi stessi voltarsi ed uccidere. In nulla possono riporre la loro fiducia perché hanno cessato di credere in Dio.

Porrete fine alle guerre chiedendo agli uomini di fidarsi di uomini che evidentemente non meritano fiducia? No. Insegnate loro ad amare Dio e ad aver fiducia in Lui; allora essi saranno in grado di amare gli uomini in cui non possono avere fiducia ed oseranno far pace con loro, fidandosi non di loro ma di Dio.
Perché soltanto l’amore – che significa umiltà – può scacciare il timore che sta alla radice di ogni guerra.

Se gli uomini volessero davvero la pace, la chiederebbero a Dio ed Egli la darebbe loro. Ma perché Egli dovrebbe dare al mondo una pace che in realtà il mondo non desidera? Perché quella pace che il mondo sembra desiderare non è affatto pace.

Per alcuni, pace significa semplicemente libertà di sfruttare altri senza pericolo di rappresaglie o di interferenze. Per altri, pace significa la possibilità di derubarsi continuamente a vicenda. Per altri ancora significa facoltà di divorare i beni della terra senza essere costretti a interrompere i propri piaceri per nutrire coloro che vengono affamati dalla loro avidità. E per la grande maggioranza, pace significa semplicemente l’assenza di ogni violenza fisica che possa gettare una ombra su vite dedite alla soddisfazione dei propri appetiti animali di comodità e di piacere.
Molti uomini come questi hanno domandato a Dio ciò che essi credevano fosse la «pace» e si sono chiesti perché le loro preghiere non fossero state esaudite. Essi non potevano comprendere che in realtà erano esaudite. Dio ha lasciato loro ciò che desideravano, perché la loro idea di pace era soltanto un’altra forma di guerra.
Così, invece di amare ciò che tu credi sia la pace, ama gli altri uomini e ama soprattutto Dio. E invece di odiare coloro che credi fomentatori di guerra, odia gli appetiti e il disordine della tua anima, che sono le cause della guerra.

……GIUSEPPE IL MITE

martedì 18 dicembre 2007
) Nella vita di Giuseppe tu, o Dio, sei entrato creando scompiglio, in un modo del tutto inatteso,
imprevedibile, inimmaginabile. Quanti problemi in così poco tempo:
una promessa sposa che attende un bambino (e Giuseppe sa che non è suo),
le possibilità offerte dalla Legge e poi la decisione più mite e rispettosa nei confronti di Maria,
di licenziarla in segreto. Nel mezzo del suo turbamento Giuseppe si sente interpellato,
in sogno (ma ci si può lasciar guidare dai sogni in cose di cosi grande importanza?).
Eppure Giuseppe si fida di te, mio Dio, si mette nelle tue mani, realizza la tua volontà
senza garanzie anticipate, senza segni straordinari, senza grosse possibilità di scelta,
neppure quella del nome. Ed è grazie a lui che il tuo Figlio avrà una famiglia come tutti,
una madre ed un padre. Ed è grazie a lui che il «Dio con noi» sarà protetto,
 garantito, cresciuto, preparato alla vita da un uomo che gli fa da padre.
Così si realizzano i tuoi progetti, con uomini e donne della pasta di Giuseppe e di Maria,
disposti a farti entrare nella loro vita fino a questo punto.
Marana thà, vieni Signore Gesù!

BREVE COMMENTO AL VANGELO DELLA III DOM.DI AVVENTO

sabato 15 dicembre 2007
Subito dopo il passo in cui Gesù invia i suoi discepoli (Mt 10,5-11,1) san Matteo pone questa domanda che ci tocca tanto – come ha chiaramente toccato anche la prima comunità e colui al quale viene qui fatta pronunciare: Non vi sono numerosi argomenti contro Gesù e il suo messaggio? La risposta alla domanda che pongono i discepoli di Giovanni non è senza equivoci. Vi si dice chiaramente: non esiste una “prova” da presentare. Eppure un colpo d’occhio sui capitoli precedenti del Vangelo di san Matteo mostra bene che la lunga lista di guarigioni e miracoli non è stata redatta a caso. Quando la si paragona attentamente a ciò che Gesù fa rispondere a Giovanni, è possibile trovare, nei precedenti testi del Vangelo, almeno un esempio per ogni dichiarazione (i ciechi vedono, gli storpi camminano…). Quando Gesù dice questo, le sue parole fanno pensare alle parole di un profeta. Bisogna che diventi manifesto che in Gesù si compiono le speranze passate anche se molte cose restano ancora incompiute. Non tutti i malati sono stati guariti, non tutto è diventato buono. Ecco perché si legge in conclusione questo ammonimento: “Felice colui che non abbandonerà la fede in me (che non si scandalizza di me)”.
Quanto a coloro ai quali questo non basta, Gesù domanda loro che cosa di fatto sono venuti a vedere. Poiché di persone vestite bene se ne trovano dappertutto. Ma se è un profeta che volevano vedere, l’hanno visto! Hanno avuto ragione di andare a trovare Giovanni Battista, poiché la legge e i profeti lo avevano designato. Eppure la gente lo ha seguito come farebbero dei bambini che ballano sulla piazza del mercato senza preoccuparsi di sapere chi suona il flauto. La parabola che segue, e che non fa parte del nostro testo di oggi, dà una risposta che ci illumina: di fatto gli uomini non sanno quello che vogliono. Essi corrono dietro a chiunque prometta loro del sensazionale.

TANTA PAZIENZA E NON LAMENTATEVI LETTERA DI S.GIACOMO

sabato 15 dicembre 2007
Dalla lettera di san Giacomo apostolo

Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

LA GRANDEZZA DELLA SEMPLICITA’ DI T.TERZANI

domenica 9 settembre 2007

La grandezza della semplicità       
Scritto da Tiziano Terzani – Avvenire    

Nel decimo anniversario della scomparsa di Madre Teresa, riproponiamo il reportage dell’incontro che il giornalista e scrittore Tiziano Terzani ebbe con lei a Calcutta nel 1996, poi confluito in gran parte nel volume «In Asia» (Longanesi).

 

Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi aveva dedicato, quando lei, guardandomi fissa coi suoi occhi azzurri arrossati dall’età, mi ha chiesto: «Ma perché tutte queste domande?». «Perché voglio scrivere di lei, Madre». «Non scriva di me. Scriva di Lui…», ha detto, alzando gli occhi al cielo. Poi s’è fermata, ha preso le mie mani nelle sue – grandi, tozze e già un po’ deformi – e, come volesse confidarmi un gran segreto, ha continuato: «Anzi, la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno dei nostri centri… Vada a lavorare un po’ nella casa dei morenti». Madre Teresa era tutta lì.

 

 

Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella Casa Madre sulla Circular Road, ho visitato il centro per i lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati mentali e quella per le ragazze mezzo impazzite nelle prigioni. L’ho accompagnata a Guwahati, nello Stato dell’Assam, dove Madre Teresa è andata a inaugurare il primo rifugio in India per le vittime dell’Aids, un’altra categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati via dagli ospedali, ostracizzati dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie.

 

Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Ho voluto farmi una mia idea della sua opera; sapendo che, per capire Madre Teresa bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi, disgustato: casa per i derelitti morenti dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un passo e si legge: il fine più alto della vita umana è quello di morire in pace con Dio. Ci si potrebbe voltare e tornare indietro in disaccordo con questa interpretazione dell’esistenza, ma gli occhi cadono su una brandina dov’è disteso una sorta di fagotto d’ossa e pelle: un vecchio, ormai senza età, con gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d’aria. Una suora gli siede accanto e gli accarezza una mano. «L’hanno trovato ieri su un mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in paradiso».

 

Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato, sbagliato. Kaligath, nella periferia meridionale di Calcutta, è una città di per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla faccia della terra solo per provare che Lui non esiste (oppure che c’è bisogno che esista?). Arrivarci a piedi, passando i due crematori municipali dove centinaia di cadaveri vanno ogni giorno in fumo, soffermandosi davanti ai vari templi e tempietti, bordelli e negozi, venditori di frutta e di amuleti è un perfetto esercizio spirituale per spogliarsi dei propri pregiudizi, per lasciarsi dietro quella «ragione» su cui noi occidentali contiamo così tanto per spiegarci tutto.

 

Oggi di queste case ce ne sono decine in tutto il mondo; ma è a questa che Madre Teresa è legatissima. «Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi», mi raccontò. «Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli a uno a uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: «Son vissuto come un animale per le strade, ma muoio come un angelo» e, morendo, mi fece un bellissimo sorriso. Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: amore in azione. Semplice».

 

Sì, semplice. Semplice com’è lei. A incontrarla, come nel caso del Dalai Lama, la prima cosa che colpisce è appunto questa: che, se c’è grandezza, è nella sua semplicità. Come il Dalai Lama, Madre Teresa non è un’intellettuale, le cose che dice sono elementari, le storie che racconta sono sempre le stesse, ma, come le parabole, hanno un fondo di verità e restano impresse, accendono la fantasia. Alla base di tutta la sua opera c’è un’idea sola: «Servire i più poveri dei poveri» e su quell’idea ha fondato tutto, senza mai un dubbio, senza mai un tentennamento. «Come si possono avere dubbi su quel che si fa? Il lavoro è Suo», dice, sempre rivolgendosi al Cielo che sembra essere il suo vero interlocutore.

 

In tempi di liberalismo e di liberazione sessuale lei parla del senso dell’amore, del valore della verginità. Ora che l’acquisizione di beni materiali sembra la grande, unica grande ossessione comune a tutta l’umanità, ora che la ricchezza sembra il principale criterio di successo e di moralità, lei insiste sulla «santità dei poveri» e vuole che le sue suore vivano come quelli. Tre sari, un crocefisso, un rosario e una sporta son le uniche cose che una missionaria della Carità può possedere.

 

Nel 1994 venne l’operazione «smitizzazione» guidata da Tariq Alì, un ex leader studentesco dell’ultrasinistra di origine pakistana, e da Christopher Hitchens, uno scrittore già noto per un suo velenosissimo libro contro la monarchia inglese. Senza entrare nel mondo di miseria dell’India, né in quello di fede di Madre Teresa, l’intera opera delle Missionarie della Carità viene smontata in nome della ragione, dell’efficienza e di una moralità che distingue fra benefattori buoni e cattivi. Quanto al «miracolo», è una bugia, scrive Hitchens.

 

Eppure basta andare a Kaligath e il «miracolo» è davanti agli occhi di tutti. Ogni mattina alle 7, una ventina di volontari si presentano alla «Casa dei morenti» per aiutare le suore. Per lo più sono occidentali, spesso studenti universitari, che, invece di passare le loro vacanze ad abbronzarsi sulle spiagge di Goa, scelgono di andare a lavorare lì. La prima volta che ci sono arrivato, anch’io per fare quell’esperienza, per cercare di capire, c’erano un tedesco impiegato di banca, una donna del mondo della moda di New York, alcune ragazze spagnole e una coppia d’italiani in viaggio di nozze. Pulivano i pavimenti, facevano il bagno ai malati, toglievano, in un puzzo rivoltante di escrementi, i lenzuoli sporchi e lavavano, a mano, le coperte e i materassini blu delle brande. «Questo è il posto più bello dell’India», diceva Andi, il tedesco.

 

«Una volta lei, Madre, ha detto che, se ci fosse di nuovo da scegliere fra la Chiesa e Galileo, lei starebbe ancora dalla parte della Chiesa. Ma non è questo un rifiuto della modernità, un rifiuto della scienza che oggi è invece la grande fede dell’Occidente?» ho chiesto. «Allora perché l’Occidente lascia morire la gente per le strade? Perché? Perché tocca a noi 135 a Washington, a New York, in tutte queste grandi città, aprire dei posti per dar da mangiare ai poveri? Diamo cibo, vestiti, rifugio, ma soprattutto diamo amore perché sentirsi rifiutati da tutti, sentirsi non amati è ancor peggio che aver fame e freddo. Questa è oggi la grande malattia del mondo. Anche di quello occidentale.»

 

Penso a Gandhi. Anche lui non credeva che i problemi dell’umanità potessero essere risolti da una rivoluzione sociale, politica o scientifica, ma solo da una rivoluzione spirituale. Peccato che, anche in India, quella rivoluzione non sia avvenuta. E il messaggio di Madre Teresa finirà, come quello di Gandhi, per essere dimenticato dopo la sua scomparsa? «Il futuro non è affar mio», mi ha risposto. «Nemmeno quello del suo ordine?». «No. Lui provvederà. Lui ha scelto me e allo stesso modo sceglierà qualcuno che continuerà il lavoro».

 

Le ricordo un sogno che lei stessa ha raccontato. Madre Teresa si presenta a san Pietro e quello, fermo sulla porta, dice: «Via, via. Questo non è un posto per te. In Paradiso non ci sono i poveracci e i baraccati». «Allora riempirò questo posto di quella gente, così poi avrò anch’io il diritto di venirci», gli risponde Madre Teresa. «Ora crede di avercene manda ti abbastanza da aver conquistato quel diritto, Madre? Si sente vicina?» le ho chiesto. «Aspetto che mi chiami». «Non ha paura della morte?». «No. Perché dovrei? Ho visto tantissima gente morire e nessuno attorno a me è morto male».

 

S’era fatto tardi e la campana era già suonata due volte per chiamare a raccolta nella cappella al primo piano le suore e i volontari per la preghiera della sera e lei voleva andare a prendere il suo posto, inginocchiata su un pezzo di balla. A guardarla quell’ultima volta, in mezzo alla sua gente, mi pareva che le preoccupazioni che tanti «ragionevoli» si fanno sul futuro delle Missionarie della Carità fossero superflue. Se il lavoro che lei e le suore fanno non è il «loro», ma il Suo, quel lavoro certo continuerà. Perché qui quel che più conta è credere.

LA MISSIONE IN UN MONDO IN FUGA I

domenica 9 settembre 2007

La missione in un mondo in fuga (I)       
Scritto da Timothy Radcliffe, o.p.    

“Forse ciò che caratterizza veramente il nostro mondo è una conseguenza specifica della globalizzazione, e cioè il fatto che non sappiamo dove esso stia andando”. Di fronte all’ “angoscia profonda” che nasce dal nostro vivere in “un mondo in fuga”, “ciò che i cristiani offrono non è la conoscenza, ma la sapienza, la sapienza del destino ultimo dell’umanità, il regno di Dio… Perciò la nostra spiritualità missionaria deve essere di tipo sapienziale, una sapienza della fine alla quale siamo chiamati, una sapienza che ci libera dall’angoscia”. Nella conferenza “La missione in un mondo in fuga: futuri cittadini del Regno – SEDOS 2000″, tenuta dal in occasione dell’Assemblea annuale del SEDOS (Servizio di documentazione e studi) il 5 dicembre 2000, la penna arguta e penetrante del maestro dell’Ordine dei frati predicatori Timothy Radcliffe op tratteggia una spiritualità della missione “attraverso la presenza, attraverso l’epifania e attraverso l’annuncio”, ricca di sollecitazioni per ogni credente.

 

 

 

-SEDOS Bulletin, n. 33, 1 gennaio 2001, pp. 3-9. (Nostra traduzione dall’inglese).

 

Mi è stata richiesta una riflessione sulla spiritualità della missione nell’era della globalizzazione. Cosa significa essere missionari a Disneyland? Di fronte all’invito a tenere questa conferenza, il cui argomento è appassionante, ho provato un sentimento di gioia, ma nel contempo anche di esitazione, perché non sono mai stato un missionario nel senso corrente del termine. Al Capitolo generale elettivo dell’ordine in Messico, i fratelli hanno definito i criteri di selezione dei candidati alla carica di Maestro dell’ordine. Si riteneva essenziale che il candidato avesse maturato un’esperienza pastorale al di fuori del proprio paese. E poi hanno eletto me, che avevo lavorato solo in Inghilterra in qualità di accademico. Io non so se tutte le congregazioni agiscano in modo così eccentrico, ma questo dato chiarisce perché io mi senta così inadeguato a tenere questa conferenza.

 

Cosa c’è nel nostro mondo di così nuovo da spingerci a cercare una nuova spiritualità della missione? In cosa è così diverso dal mondo in cui furono inviate le precedenti generazioni di missionari? Si potrebbe rispondere in modo quasi automatico che il dato realmente nuovo è la globalizzazione. Nei nostri uffici affluiscono e-mails provenienti dal mondo intero. Miliardi di dollari circolano ogni giorno nei mercati mondiali, anche se non sfiorano l’ordine dei domenicani! Come si sente spesso affermare, viviamo in un “villaggio globale”. I missionari non si imbarcano più verso terre sconosciute: quasi nessun punto del pianeta dista più di un giorno di viaggio. Tuttavia, io mi domando se la “globalizzazione” identifichi realmente il nuovo contesto della missione. Il villaggio globale è frutto di un’evoluzione storica che investe gli ultimi cinquecento, se non gli ultimi mille, anni di storia. Alcuni studiosi sostengono che, sotto diversi aspetti, il mondo, un secolo fa, era globalizzato al pari di adesso.

 

Forse ciò che caratterizza veramente il nostro mondo è una conseguenza specifica della globalizzazione, e cioè il fatto che non sappiamo dove esso stia andando. Non possediamo alcun sentimento comune della direzione della nostra storia. Il “guru” di Tony Blair, Anthony Giddens, definisce questo “un mondo in fuga”.1 La storia sembra sfuggire al nostro controllo, e noi non sappiamo dove ci stiamo dirigendo. È per questo mondo in fuga che dobbiamo trovare una visione e una spiritualità della missione.

 

Le prime grandi missioni della Chiesa fuori dall’Europa furono legate al colonialismo dei secoli dal XVI al XX.2 Spagnoli e portoghesi conducevano con sé i loro frati mendicanti, così come olandesi e inglesi portavano i loro missionari protestanti. Sia nei casi in cui i missionari abbiano sostenuto i conquistadores, sia nei casi in cui li abbiano invece criticati, esisteva comunque un sentimento comune della direzione che la storia stava prendendo: il dominio del mondo da parte dell’Occidente. Era questo a fornire il contesto della missione. Nella seconda metà di questo secolo, la missione si è sviluppata entro un nuovo contesto, quello del conflitto tra i due grandi blocchi di potere dell’Est e dell’Ovest, del comunismo e del capitalismo. Alcuni missionari possono forse aver pregato per il trionfo del proletariato; altri, invece, per la disfatta del comunismo ateo; in ogni caso, tale conflitto costituiva il contesto della missione.

 

Ora, con la caduta del Muro di Berlino, non sappiamo dove stiamo andando. Ci stiamo dirigendo verso il benessere universale, o invece il sistema economico è sull’orlo del collasso? Avremo un grande boom, o assisteremo a un big-bang? Gli americani domineranno ancora per secoli l’economia mondiale, o ci troviamo alla fine di una breve era in cui l’Occidente ha costituito il centro del mondo? La comunità globale si estenderà ad includere tutti, compresa l’Africa, continente dimenticato? O al contrario il villaggio globale va contraendosi, lasciando al di fuori la maggioranza? Siamo di fronte a un villaggio globale o a un saccheggio globale? Non lo sappiamo.

 

Non lo sappiamo perché la globalizzazione ha raggiunto una nuova fase, con l’introduzione di tecnologie le cui conseguenze sono inimmaginabili. Non lo sappiamo, perché, per citare Giddens,3 abbiamo inventato un nuovo tipo di rischio. Gli esseri umani hanno dovuto da sempre fare i conti con il rischio: il rischio di epidemie, di cattivi raccolti, uragani, siccità, e talvolta di invasioni barbariche. Si trattava però di rischi in gran parte esterni, non soggetti al loro controllo. Non si poteva prevedere quando un meteorite sarebbe caduto sulla terra, o se un ratto pieno di pulci sarebbe venuto a portare la peste bubbonica. Ora invece il rischio ci viene principalmente da ciò che noi stessi abbiamo creato, dato questo che Giddens definisce “rischio costruito”: il surriscaldamento del pianeta, il sovrappopolamento, l’inquinamento, l’instabilità dei mercati, le conseguenze imprevedibili dell’ingegneria genetica. Non conosciamo gli effetti di ciò che stiamo facendo ora. Viviamo in un mondo in fuga. Ciò genera un’angoscia profonda. Noi cristiani non siamo depositari di una conoscenza particolare riguardo al futuro. Non sappiamo più degli altri se ci aspetta la guerra o la pace, la prosperità o la povertà. Spesso non siamo indenni dall’angoscia che attanaglia i nostri contemporanei. Per quanto mi concerne, mi capita di essere profondamente ottimista sul futuro dell’umanità, ma questo mi viene come eredità della fede di san Tommaso nella profonda bontà dell’uomo, o invece come eredità genetica dell’ottimismo di mia madre?

 

In questo mondo in fuga, ciò che i cristiani offrono non è la conoscenza, ma la sapienza, la sapienza del destino ultimo dell’umanità, il regno di Dio. Forse non abbiamo idea di come verrà il Regno, ma crediamo nel suo trionfo. Il mondo globalizzato è ricco di conoscenza. Infatti, una delle sfide che il vivere in questo ciber-mondo ci pone è che siamo sommersi dalle informazioni, ma vi è ben poca sapienza. Vi è uno scarso senso del destino ultimo dell’umanità. Parimenti, è tale l’angoscia di fronte al futuro, che risulta più facile non pensarci affatto. Cogliamo il momento presente. Mangiamo, beviamo e siamo felici, perché domani potremmo essere morti. Perciò la nostra spiritualità missionaria deve essere di tipo sapienziale, una sapienza della fine alla quale siamo chiamati, una sapienza che ci libera dall’angoscia.

 

In questa conferenza, vorrei suggerire che il missionario può farsi portatore di questa sapienza in tre modi: attraverso la presenza, attraverso l’epifania e attraverso l’annuncio. In alcuni luoghi tutto quello che possiamo fare è essere presenti, ma è naturale provare il desiderio di rendere visibile la nostra speranza, di esplicitare la nostra sapienza. La parola si è fatta carne e ora, nella nostra missione, la carne si fa parola.4

 

La presenza

 

Un missionario è inviato. È questo il significato della parola. Ma verso chi sono inviati i missionari, nel nostro mondo in fuga? Quando andavo a scuola dai benedettini, vennero dei missionari a farci visita da luoghi lontani, come l’Africa e l’Amazzonia. Noi mettevamo da parte del denaro, affinché dei bambini venissero battezzati con i nostri nomi. Devono esserci in giro per il mondo centinaia di Timothy di mezza età. Così i missionari venivano inviati dall’Occidente verso altri paesi. Ma al giorno d’oggi da dove vengono inviati i missionari? Una volta provenivano in genere soprattutto da Irlanda, Spagna, Gran Bretagna, Belgio e Québec. Ma oggi sono pochi i missionari provenienti da quelle regioni. Il missionario moderno è più probabile che provenga dall’India o dall’Indonesia. Ricordo l’eccitazione prodottasi nella stampa inglese all’arrivo in Scozia del primo missionario dalla Giamaica. Perciò, nel nostro villaggio globalizzato, non c’è un centro dal quale i missionari vengano poi smistati. Nella geografia di Internet, non c’è alcun centro, almeno in linea teorica. In pratica, sappiamo che ci sono più linee telefoniche a Manhattan che in tutta l’Africa sub-sahariana.

 

Inizierò a tentare di rispondere dicendo che, in questo nuovo mondo, i missionari sono inviati a coloro che sono altro da noi, distanti rispetto a noi per cultura, fede, storia. Essi sono lontani da noi, ma non necessariamente distanti in senso fisico; sono stranieri, anche se possono essere nostri vicini. L’espressione “villaggio globale” suona intima e confidenziale, come se tutti appartenessimo a una sola, grande, felice famiglia umana. Tuttavia, il nostro mondo globale è attraversato da divisioni e fratture, che ci rendono estranei gli uni gli altri, esseri incomprensibili e talvolta anche nemici. Il missionario viene inviato a stare in questi luoghi. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano, in Algeria, fu assassinato nel 1996 dall’esplosione di una bomba. Poco prima della morte scriveva: “La Chiesa adempie la propria vocazione quando è presente di fronte alle rotture che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità. Gesù è morto dilaniato tra cielo e terra, le braccia protese a riunire i figli di Dio dispersi dal peccato che li separa, li isola e li volge gli uni contro gli altri e contro Dio stesso. Egli si è posto sulle linee di frattura nate da questo peccato. In Algeria, ci troviamo su una di queste linee sismiche che attraversano il mondo: Islam/Occidente, Nord/Sud, ricchi/poveri. Siamo proprio al nostro posto, giacché è in questo luogo che si può intravedere la luce della Risurrezione”.5

 

Queste linee di frattura non separano solamente diverse parti del mondo: il Nord e il Sud, il mondo sviluppato e il cosiddetto mondo in via di sviluppo. Tali linee attraversano ciascun paese, ciascuna città: New York e Roma, Nairobi e São Paulo, Delhi e Tokyo. Dividono quelli che hanno l’acqua potabile e quelli che non ce l’hanno, quelli che hanno accesso a Internet e quelli che non vi hanno accesso, le persone colte e gli analfabeti, la sinistra e la destra, coloro che hanno religioni diverse da coloro che non ne hanno neanche una, i bianchi e i neri. Il missionario deve farsi portatore di una sapienza, del disegno di Dio che egli ha predisposto in Cristo “per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10). E questa sapienza noi la rappresentiamo quando siamo presenti presso coloro che i muri delle divisioni tengono separati da noi.

 

Dobbiamo però compiere un passo ulteriore. Essere missionario non è ciò che si fa; è ciò che si è. Proprio allo stesso modo in cui Gesù è l’inviato (Eb 3,1). Essere presente presso l’altro, vivere sulle linee di frattura, implica una trasformazione di chi sono io. Nell’essere con e per l’altro, scopro una nuova identità. Penso a un vecchio missionario spagnolo che ho incontrato a Taiwan, il quale aveva lavorato in Cina per molti anni e che aveva conosciuto la prigionia. Una volta divenuto vecchio e malato, la sua famiglia insisteva affinché facesse ritorno in Spagna. Ma egli disse: “Non posso tornare. Sono cinese. Sarei uno straniero in Spagna”. Incontrando un gruppo di responsabili ebrei americani nel 1960, Giovanni XXIII li sorprese quando, entrando nella stanza, rivolse loro queste parole: “Sono Giuseppe, vostro fratello”. Ecco chi sono, e non posso essere me stesso senza di te. In questo senso, essere inviati implica un morire rispetto a colui che ero. Viene abbandonata una piccola identità. A Chrys McVey, uno dei miei fratelli americani che vive in Pakistan, fu chiesto quanto tempo vi sarebbe rimasto, ed egli rispose: “fino a quando non sarò stanco di morire”. Essere presente per e con l’altro è una sorta di morte della nostra antica identità, così da farsi segno del Regno nel quale saremo una sola cosa.

 

Nicholas Boyle ha scritto: “l’unica risposta difendibile e coerente sotto il profilo concettuale alla domanda “chi siamo noi oggi?” è la seguente: “i futuri cittadini del mondo”.6 Non siamo solo persone che lavorano per un nuovo ordine del mondo, cercando di superare guerre e divisioni. Noi siamo oggi i futuri cittadini del mondo. Si potrebbero adattare le parole di Boyle e affermare che oggi noi siamo i futuri cittadini del Regno. Il Regno è il mio paese. Io scopro ora chi sarò allora grazie alla vicinanza di coloro che più mi sono distanti. È proprio il nostro cattolicesimo a spingerci oltre ogni identità riduttiva e parziale, oltre ogni sentimento angusto di noi stessi, verso ciò che, per il momento, possiamo appena intravvedere. È questa l’incarnazione della nostra sapienza.

 

Non è facile, e, soprattutto richiede fedeltà. Il missionario non è un turista. Il turista può recarsi in luoghi esotici, scattare fotografie, godere del cibo e del paesaggio, e fare ritorno a casa indossando con orgoglio le T-shirts che si è comprato. Nello stare in un luogo, il missionario è solo un segno del Regno. Per citare le parole di uno dei miei fratelli: “tu non ti accontenti di disfare i bagagli, tu i bagagli li getti via”.

 

Non voglio con ciò intendere che tutti i missionari devono restare sino alla morte. Ci possono essere molte buone ragioni per andarsene: una nuova sfida da affrontare altrove, la malattia, l’esaurimento delle forze, e così via. Sostengo però che la missione implica fedeltà. Come è fedele quel missionario spagnolo, che ho conosciuto nella giungla peruviana, che semplicemente continua a stare là, anno dopo anno, facendo visita alla sua gente, percorrendo gli stessi tragitti negli stessi piccoli accampamenti, rimanendo appunto con fedeltà, anche se non sembra accadere nulla di particolare. Spesso una grande fonte di sofferenza per il missionario è scoprire che la sua presenza non è desiderata. Può accadere che la popolazione locale, o le vocazioni locali della sua congregazione, gli impongano di andarsene. La sua forza interiore consiste nel rimanere comunque, talvolta senza essere apprezzato. L’eroismo del missionario consiste nell’osare la scoperta di chi io sono con e per questi altri, anche se questi altri non sono disposti a scoprire chi sono con e per me. Consiste nel rimanere sul posto con fedeltà, anche se può costare la vita, come nel caso di Pierre Claverie e dei monaci trappisti in Algeria.

 

Io ho lasciato Roma proprio alla vigilia della giornata mondiale della gioventù. Tuttavia, nel corso dei miei incontri con alcuni dei giovani laici domenicani, sono stato colpito dalla loro gioia di trovarsi in presenza di chi è diverso da loro, di chi non gli rassomiglia. Tedeschi e francesi, polacchi e pakistani: c’è un’apertura sorprendente che va oltre le barriere di razza e cultura, generazione e fede. È un dono recato dai giovani alla missione della Chiesa, e un segno del Regno. Forse la sfida che si profila dinanzi ai giovani missionari è quella di apprendere questa forza interiore, questa stabile fedeltà nei confronti dell’altro, a fronte della nostra fragilità e della nostra angoscia. Le nostre case di formazione dovrebbero essere scuole di fedeltà, dove imparare a tenere duro, persistere, anche quando andiamo incontro al fallimento, quando si verificano fraintendimenti, crisi nelle relazioni, persino quando sentiamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle non ci sono fedeli. La risposta non può essere allora la fuga, il ricominciare, l’ingresso in un altro ordine, o il matrimonio. Dobbiamo disfare le valigie e gettarle via. La presenza non coincide con un semplice esserci. Si tratta di starci. Si tratta di assumere la forma di una vita vissuta attraverso la storia, di una vita che tende verso il Regno. La perdurante presenza del missionario è certo un segno della presenza reale del Signore che ci ha donato il suo corpo per sempre.

 

 

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La felicità di amare CARISSIMI SARA E GIUSEPPE

venerdì 10 agosto 2007

La felicità di amare
CARISSIMI SARA E GIUSEPPE voi sperimentate da qualche anno la deliziosa felicità di amare.

Il vostro amore ha una storia
Da quando alcuni amici vi hanno presentati, avete cercato di conoscervi, avete condiviso parecchie attività, avete vibrato a gioie comuni e vi siete sostenuti nelle prove. Avete anche avuto l’occasione di vivere insieme la malattia e la morte di una persona cara. L’allontanamento, causato dagli studi di N., vi ha fatto prendere coscienza fino a che punto eravate legati l’un l’altro, e vi ha convinti che aveva senso pensare di sposarvi, di impegnarvi a vivere insieme, condividere tutto.
Avete preso tempo per elaborare il vostro progetto: da molto i vostri amici vi vedono insieme e parecchi hanno detto da tempo che ai loro occhi sembravate fatti l’uno per l’altro. Ma voi non avete precipitato le cose e avete continuato a frequentarvi, ad accordarvi, ad abituarvi l’uno all’altro. Indubbiamente siete cresciuti insieme. La presenza e lo sguardo vicendevoli vi hanno rivelato le vostre ricchezze personali. Ma non è finita. Dovrete continuare a crescere nella conoscenza reciproca, per tutta la vita!

L’ora dell’impegno
Ognuno di voi ha una storia. Le vostre vie erano diverse, ma vi siete incontrati e ora desiderate che si uniscano per il resto della vostra vita. Oggi avete piena fiducia in voi stessi e nell’altro, e affermate pubblicamente che vi amate abbastanza per amarvi sempre. È l’ora dell’impegno.
Da credenti, ringraziate Dio per aver permesso il vostro incontro. Avete anche ben compreso che fin dall’inizio lui si è interessato al vostro amore. Vi ha già benedetti avvicinandovi l’uno all’altra. Il vostro incontro non è fortuito. La nostra presenza qui si fa preghiera al Signore perché vi dia la forza di amarvi sempre, di un amore aperto all’altro, nel rispetto di ciò che ognuno di voi è. Con le stesse parole della liturgia tutti insieme preghiamo per la qualità del vostro amore. Dio è Amore… ma non un amore qualunque. In Gesù ci ha rivelato la pienezza dell’amore che consiste nel dare la vita per i propri amici. Noi preghiamo perché il vostro amore sia simile a quello di Gesù Cristo. Se amate veramente, se amate come Dio vi chiede di amare, allora diventerete segno dell’amore di Dio nel mondo, segno di Gesù. È il senso del sacramento del matrimonio, perché «sacramento» vuol dire segno.
San Paolo ha ragione nel dire che il matrimonio è grande. Il vostro amore sarà segno dell’Alleanza che Dio ha conclusa con l’umanità, una alleanza irrevocabile. Il matrimonio non è dunque la coincidenza di due egoismi o di due persone che si direbbero semplicemente l’una all’altra: «questo è affare mio, questo è affare tuo…», una specie di intesa passeggera in cui ognuno ha interesse all’altro. Ma è la decisione che ognuno prende di amare l’altro in modo disinteressato dicendogli: «Non temere, io ti amo. Della tua felicità me ne occupo io!». Oggi, ognuno di voi si impegna ad essere per l’altro un sostegno e a fare di tutto perché l’amore che vi unisce, dono di Dio, cresca in una fedeltà totale.

Dare frutto
San Paolo vi raccomanda che la Parola di Cristo abiti in voi in tutta la sua ricchezza. Siete stati scelti da Dio e ora sta a voi rivestire il vostro cuore di tenerezza e di bontà, di umiltà, di mitezza e di pazienza. Che il vostro amore giunga fino al perdono, e che regni sempre in voi la pace di Cristo. Vivete nell’azione di grazie. Se vi amate nello stile di Cristo, sarete felici. La vostra felicità sarà sempre direttamente proporzionale alla qualità del vostro amore. Solo così il vostro amore sarà fecondo: passerà dai fiori ai frutti.
N. e N., siamo con voi nel momento in cui vi impegnate reciprocamente, e vi auguriamo con tutto il cuore molta felicità. Anche Dio è con voi. Egli vuole la vostra felicità e si impegna per voi. Insieme a voi lo ringraziamo, sicuri che i frutti colmeranno la promessa racchiusa nei fiori.