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Matrimonio come…”CAPUCCINO”

venerdì 10 agosto 2007

I tre tipi di matrimonio…
A un’attenta riflessione non può sfuggire il fatto che il matrimonio possa essere fondamentalmente di tre tipi:
• matrimonio-emulsione: tipo acqua e olio;
• matrimonio-soluzione reversibile: tipo acqua e sale;
• matrimonio-soluzione irreversibile: tipo latte e caffè.

Acqua e olio
Possono forse stare insieme?
Sì, solo quel tanto e quando sono «emulsionati», «agitati». Poi ognuno fa la sua strada, l’olio si separerà e, più leggero, prenderà posto sopra, e l’acqua finirà per raccogliersi nella parte sottostante.
Nessun matrimonio di questo tipo potrà essere vero. Ci sarà sempre e solo convenienza… Più o meno pacifica. Tutto è temporaneo, passeggero.

Acqua e sale
Situazione differente si ha nel rapporto tra l’acqua e il sale. Qui si può già avere una soluzione: il sale si «scioglie» e quindi fa apparentemente un tutt’uno con l’acqua.
Certo in un matrimonio «all’acqua e al sale» può esistere un legame profondo e totale… Un buon matrimonio? Sì… finché dura. Solo il tempo potrà essere buon testimone.
Infatti tutti sappiamo che l’evaporazione o la bollitura dimostrano con sufficienza che l’acqua e il sale sono reversibili, cioè «separabili». Condizione non diversa si verifica nel matrimonio.

Caffè e latte
Se invece si uniscono del latte e del caffè non potranno mai più separarsi. Non c’è chimico che tenga… L’unione è inossidabile, se così si può dire.
È questo dunque il solo tipo di matrimonio perfetto per solidità e per durata.

L’ottavo giorno
Lasciamoci allora conquistare da un racconto… Dio aveva lavorato alla creazione già alcuni giorni…
«Il giorno dopo, il Signore tornò a guardare la sua creazione. C’era qualche ritocco da fare. C’erano dei bei sassi sui greti dei fiumi, grigi, verdi e picchiettati. Ma sotto terra i sassi erano schiacciati e mortificati. Dio sfiorò quei sassi profondi ed ecco si formarono diamanti e smeraldi e milioni di gemme scintillanti laggiù nelle profondità.
Il Signore vide i fiori, uno più bello dell’altro. Mancava qualcosa, pensò, e posò su di essi un soffio leggero: ed ecco, i fiori si vestirono di profumo.
Un uccellino grigio e triste gli volò sulla mano. Dio gli fischiettò qualcosa. E l’usignolo incominciò a gorgheggiare.
E disse qualcosa al cielo e il cielo arrossì di piacere. Nacque così il tramonto.
Ma che cosa mai avrà bisbigliato il Signore all’orecchio dell’uomo perché egli sia un uomo?
Gli bisbigliò, in quel giorno lontano, in quell’alba remota, tre piccole parole: “Io sono te”» .
Sia che si mantengano le parole finali dell’originale «Ti voglio bene», sia che si accetti l’adattamento fatto per questa particolare occasione «Io sono te», la creazione «continua» sulla stessa scia, perché l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, come precisamente afferma il libro della Genesi: «Dio creò l’uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio» (1,27).
Quando Adamo vede Eva esclama: «Questa sì è carne della mia carne osso delle mie ossa, la si chiamerà “ISHA” perchè da “ISH” è stata tratta» (Gn 2,23). In sintesi il testo dice: «Eva, io sono te…», e dalla risposta di Eva («si conobbero» = cappuccino): «Io sono te» è nato il matrimonio.

Se IO SONO TE
e TU SEI ME
EGLI È (Dio presente)
perciò NOI SIAMO (coppia)

Questo è il matrimonio: due «IO» che diventano un «NOI» come Dio.

Il sacramento del matrimonio…
E il Sacramento? Di esso voi sposi siete ministri, in che cosa consiste? Il sacramento sta nell’essere «Servitori» di un Annuncio:

NOI SIAMO VOI (non solo con voi e per voi)
come ESSI SONO (i Santi, la grande famiglia dell’Eternità).

Augurio…
Carissimi SARA E GIUSEPPE , il vostro compito è improbo ma magnifico: nel DNA del vostro matrimonio ci sono tutti i presenti, tutti quelli che incontrerete, tutta l’Umanità di oggi: BUON LAVORO!
AMEN.

IO Sono Te
TU Sei Me
EGLI è Noi
Noi Siamo Voi
Voi Siete Noi
Essi Sono tutto e tutti .

PERCHE’ BATTEZZARE I BAMBINI?

lunedì 23 luglio 2007

PERCHE BATTEZZO IL MIO BAMBINO?

Che cos’è il Battesimo?

·        Esso è:

• uno dei sette sacramenti istituiti da Gesù Cristo

• la fonte di tutta la vita cristiana

• la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti

• il fondamento della comunione tra tutti i cristiani.

·        Il rito essenziale del Battesimo consiste nell’immergere nell’acqua il candidato o nel versargli dell’acqua sul capo, mentre si pronuncia l’invocazione della Santissima Trinità, ossia del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Quali difficoltà vengono sollevate contro il Battesimo dei bambini (abbrev.BdB)?

Vengono sollevate varie difficoltà, ma non solo da oggi, riguardo al BdB. Esse sono state così egregiamente sintetizzate nell’ Istruzione sul Battesimo dei bambini, della Congregazione per la Dottrina della Fede:

·        “Molti genitori sono angosciati nel vedere i loro figli abbandonare la Fede e la pratica sacramentale, nonostante l’educazione cristiana che si sono sforzati di impartire loro, e alcuni curatori di anime si chiedono se non dovrebbero essere più esigenti prima di battezzare i bambini. Alcuni ritengono preferibile differire il Battesimo dei bambini fino al termine di un catecumenato (preparazione) di maggiore o minore durata; altri invece chiedono che venga riveduta la dottrina sulla necessità del Battesimo – almeno per quanto riguarda i bambini – e auspicano che la celebrazione del Battesimo sia rinviata ad una età nella quale sia possibile un impegno personale, o addirittura alle soglie dell’età adulta” (n.2).

·        “Il Battesimo dei bambini sarebbe controindicato nelle odierne società pluralistiche, caratterizzate dall’instabilità dei valori e dai conflitti ideologici. In una situazione del genere, dicono, converrebbe differire il Battesimo, finchè la personalità del candidato non sia sufficientemente maturata” (n.23).

·        Il Battesimo dei bambini “… deriverebbe da una pastorale priva di slancio missionario, più preoccupata di amministrare un sacramento, che di suscitare la Fede e di promuovere l’impegno evangelico. Nel conservarlo, la Chiesa cederebbe alla tentazione del numero e della ‘istituzione’; essa incoraggerebbe il mantenimento di una ‘concezione magica’ dei sacramenti, mentre il suo vero compito sarebbe di dedicarsi all’attività missionaria di far maturare la Fede dei cristiani di promuovere il loro impegno libero e cosciente, ammettendo, di conseguenza delle tappe nella sua pastorale sacramentale” (n.25).

Quali sono i motivi a favore del BdB?

Molteplici sono i motivi che giustificano, tutt’oggi, la prassi di donare il Battesimo ai bambini. Tali motivi:

·        sono da considerarsi non isolatamente, ma in modo complementare l’uno rispetto all’altro. In tal modo offrono, quali tasselli di un mosaico, una giustificazione articolata alla dottrina e alla prassi della Chiesa

·        appaiono intimamente connessi ed in profonda sintonia sia con contenuti fondamentali della Fede cristiana, sia con dimensioni (valori) essenziali della persona umana.

·        I principali motivi sono:

• La prassi antica della Chiesa

• L’iniziativa gratuita di Dio

• L’importanza della santità

• La Fede come nascita-vita nuova ( con le sue caratteristiche liberante e comunitaria)

• La dignità del bambino

• Il ruolo dei genitori

• La missione della Chiesa.

La prassi di dare il Battesimo ai bambini è recente o antica?

·        Nella Chiesa è antica la prassi del Battesimo sia degli adulti sia dei bambini.

·        Il Battesimo donato ai bambini costituisce una prassi immemorabile sia in oriente sia in occidente.

• Origéne, e più tardi S. Agostino, la ritenevano una “tradizione ricevuta dagli Apostoli”.

• Il più antico rituale conosciuto, quello che all’inizio del II sec. descrive la Tradizione apostolica, afferma: “ Battezzate in primo luogo i bambini: tutti coloro che possono parlare da soli, parlino per coloro invece che non possono parlare da soli, parlino i genitori o qualcuno della loro famiglia`.

• Tale prassi è stata ribadita, sostenuta, giustificata più volte da Romani Pontefici, Concili, Sinodi, fino a Paolo VI, il quale ha richiamato molto opportunamente l’insegnamento secolare su questo punto affermando che “il Battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancora potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall’acqua e dallo Spirito Santo alla vita divina in Gesù Cristo”.

Quali caratteristiche ha l’Azione di Dio nel BdB?

L’azione di Dio, nel sacramento del Battesimo conferito ai bambini appena nati, è un’azione  gratuita, preveniente, che non presuppone meriti umani.

·        Dio concede uno specialissimo dono al bambino, senza e prima che questi lo possa meritare in alcun modo. La pura gratuità del dono di Dio si manifesta in modo tutto particolare nel BdB. 

·        Questo dono gratuito di Dio è una realtà molto ricca che comprende:

• la remissione del peccato originale e di tutti i peccati personali

• la grazia santificante, che rende il battezzato capace di credere in Dio e di vivere sotto l’influsso dello Spirito Santo

• la nascita alla vita nuova, mediante la quale l’uomo diventa figlio adottivo del Padre, membro di Cristo, tempio dello Spirito Santo

• la partecipazione al sacerdozio di Cristo, grazie alla quale il battezzato offre la propria vita quale sacrificio spirituale ‘“gradito a Dio” (1 Pt 2,5)

• l’incorporazione alla Chiesa, corpo di Cristo, e la partecipazione alla sua missione di annunciare, celebrare e testimoniare Cristo Signore

• l’elargizione delle virtù teologali (Fede, Speranza,  Carità), e i doni dello Spirito Santo

• il conferimento nell’anima di un segno spirituale indelebile, il carattere, il quale consacra il battezzato al culto della religione cristiana. A motivo del carattere che imprime, il Battesimo non può essere ripetuto.

·        “Nessuno può entrare nel Regno di Dio se non nasce da acqua e da Spirito” (Gv 3,5). Queste parole evangeliche manifestano l’amore preveniente di un Dio-Padre che invita tutti i suoi figli a partecipare alla sua vita: autodonazione di Dio per mezzo di Cristo nello Spirito.

·        La vita battesimale diventa così “dossologia”, lode e gloria della SS. Trinità, per la salvezza del mondo.

·        I bambini battezzati ci ricordano che la fecondità missionaria della Chiesa ha la sua radice vivificante non nei mezzi umani, ma nel dono assolutamente gratuito di Dio.

·        Lo stesso segno di Croce, che conclude il rito di accoglienza del sacramento del Battesimo, indica tra l’altro una presa di possesso preveniente e gratuita da parte di Dio-Trinità, della persona, che viene consacrata a Cristo.

Come il BdB evidenzia l’importanza della Santità?

·        La santità è componente essenziale e inseparabile della nuova vita battesimale e pertanto è un elemento costitutivo della dignità della persona.

·        Il bambino battezzato testimonia il suo essere già santo, quale figlio di Dio (per dono gratuito di Dio) e, nello stesso tempo, la sua situazione di non essere ancora compiutamente santo (aspetto questo che richiede impegno conversione, penitenza, cammino quotidiano della persona).

·        In tal modo i bambini, resi santi mediante il Battesimo, diventano capaci di una particolare azione apostolica nella Chiesa; diventano soggetti attivi, testimoni e collaboratori autentici, nella comunione dei santi, della crescita della Chiesa nella santità.

·        Del resto, ai bambini il Signore Gesù dona il suo amore delicato e generoso, riservando ad essi la sua benedizione, assicurando loro il regno dei cieli (cfr. Mt 19,13-15; Mc 10,14), additandoli come modello (cfr. Mt 18,3-5: “chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”).

·        Si riconosce in tal modo che anche nell’età dell’infanzia e della fanciullezza sono aperte preziose possibilità operative sia per l’edificazione della Chiesa sia per l’umanizzazione della società.

·        In tale contesto appare di grande importanza l’affermazione, quanto mai vera e attuale, che fa il Concilio Vat. II, nella Gaudium et Spes: “I figli, come membra vive della Chiesa , contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei genitori”. Infatti, se è vero che i figli sono come li educano i genitori (i quali sono tali in virtù dell’esserci del figlio!), è altrettanto vero che i genitori durante tutto il tempo della loro azione educativa nei riguardi dei figli, si modificano, si formano, si modellano umanamente e soprannaturalmente, grazie all’azione educativa dei figli stessi.

·        L’invocazione dei santi, nel rito del Battesimo, mentre sollecita la protezione di coloro che già hanno portato felicemente a compimento il loro cammino battesimale, nello stesso tempo esprime l’intima comunione che unisce tra loro i battezzati, che in ogni età fanno della santità il loro programma e modello di vita.

In che modo il BdB manifesta la Fede come Nascita-Vita nuova?

·        Esprime così questa realtà San Gregorio di Nissa: “La nuova prole viene concepita per mezzo della Fede, viene data alla luce attraverso la rigenerazione del Battesimo, ha come madre la Chiesa, succhia il latte della sua dottrina e delle sue istituzioni.” S. Agostino, da parte sua, sollecita con queste parole i battezzati: “Rallegriamoci ed esultiamo… siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo…Stupite e gioite: Cristo siamo diventati”. 

·        Il Battesimo è l’inizio di questa  nascita – vita nuova, spirituale, soprannaturale del credente in Cristo; la Cresima ne è il rafforzamento e l’Eucaristia ne è il nutrimento.

·        “Poiché nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale, anche i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio, alla quale tutti gli uomini sono chiamati” (CCC, n. 1250).

·        Non bisogna altresì sottovalutare il dato antropologico, presente si può dire in tutte le religioni, di celebrare in qualche modo i momenti salienti ed emblematici dell’esistenza – nascita, passaggio all’età adulta, matrimonio, morte – con riti culturalmente e socialmente determinati, che rispondono sia ad un riferimento più o meno ben definito all’ambito del ‘sacro’, sia ad una istanza di integrazione sociale.

·        L’acqua stessa, materia del sacramento del Battesimo, nei testi biblici appare:

• come materia prima, elemento primordiale e fondamentale della nascita-vita del mondo, principio di creazione, e perciò segno della nuova creazione fatta da Dio, per mezzo di Cristo nello Spirito

• segno della nascita dei nuovi tempi messianici,  attuatisi con Cristo

• fonte della vita e della fecondità

• simbolo di morte. Proprio per mezzo di questo simbolismo il Battesimo significa la comunione alla morte di Cristo; con lui il battezzato è sepolto e con lui risuscita: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova ” (Rm 6,3-4).

Quale tipo di vita viene evidenziata nel BdB?

·        Una vita generata: infatti risulta evidente, nel BdB, la relazione fra generazione umana e generazione nella Fede. La Chiesa, come una madre, genera alla Fede e nella Fede. S. Agostino scriveva a questo riguardo: “ I bambini sono presentati per ricevere la grazia spirituale, non tanto da coloro che li portano sulle braccia ( benchè anche da essi, se sono buoni fedeli), quanto dalla società universale dei santi e dei fedeli … E’ tutta la madre Chiesa dei santi che agisce, poichè essa tutta intera genera tutti e ciascuno”.

·        Una vita in crescita:

• Proprio il fatto che il Battesimo è sacramento dell’iniziazione cristiana, il primo e non l’unico, il quale insieme alla Confermazione e all’Eucaristia concorre a costituire il cristiano, evidenzia il carattere dinamico della vita cristiana, vita in crescita continua, verso la pienezza della maturità in Cristo. I tre sacramenti dell’iniziazione cristiana sono cosi intimamente tra loro congiunti che portano i fedeli a quella maturità cristiana per cui possano compiere, nella Chiesa e nel mondo , la missione propria del popolo di Dio.

           

• Il Battesimo è allo stesso tempo un dinamico punto di partenza. Una volta battezzati, l’impegno costante è quello di conoscere e attuare sempre meglio la propria dignìtà battesimale, accogliendo il monito di S. Leone Magno: “ Agnosce, o christiane, dignitatem tuam” “ Riconosci, o cristiano, la tua dignità”, come pure l’invito di S. Massimo vescovo di Torino,che così si rivolge a chi ha ricevuto l’unzione battesimale: “Considerate l’onore che vi è fatto in questo mistero”.

• Nella riscoperta del dono e della realtà battesimale, matura progressivamente quell’atteggiamento fondamentale del discepolato e della testimonianza, che “immerge”sempre di più in Cristo morto e risorto, e che si esprime nella completa professione di Fede e nella fratellanza sacramentale della Chiesa, così come Cristo ha voluto che fosse.

• “Perché la grazia battesimale possa svilupparsi è importante l’aiuto dei genitori. Questo è pure il ruolo del padrino o della madrina, che devono essere credenti solidi, capaci e pronti a sostenere nel cammino della vita cristiana il neo-battezzato, bambino o adulto. Il loro compito è una vera funzione ecclesiale (officium). L’intera comunità ecclesiale ha una parte di responsabilità nello sviluppo e nella conservazione della grazia ricevuta nel Battesimo” (CCC,  n. 1255).

Quali dimensioni della Fede appaiono nel BdB?

Nel BdB vengono evidenziate le dimensioni liberante e comunitaria della Fede.

·        La dimensione liberante della Fede:

• Mediante il Battesimo, si offre alla persona la possibilità di essere liberata, fin dai primi giorni della sua vita, dal peccato originale, partecipando della vita filiale divina, in modo santo e immacolato.

• Il donare il Battesimo ai bambini, pertanto, conferma la Fede della Chiesa nella realtà del peccato originale, che investe la persona fin dalla sua nascita. Il Concilio di Cartagine del 418 condanna “coloro che negano che si debbano battezzare i bambini appena usciti dal seno materno” e sottolinea che “ anche i più piccoli , che non hanno ancora potuto commettere personalmente alcun peccato, sono veramente battezzati per la remissione dei peccati, perchè mediante la rigenerazione sia purificato in essi ciò che hanno ricevuto dalla nascita”’.

• “L’acqua è quella nella quale viene immersa la carne perchè sia lavato ogni suo peccato. In essa è sepolta ogni vergogna”  (S. Ambrogio).

• Inizia pertanto, fin dalla nascita, quella “lotta contro il male, quel morire al peccato”, che contraddistingue la vita del battezzato e che lo porterà alla condivisione della Risurrezione di Cristo.

·        La dimensione comunitaria della Fede:

• “Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo” (I Cor. 12,13); “un solo corpo, un solo spirito (…) un solo Signore, una sola Fede, un solo Battesimo”(Ef. 4,4-6).

• E’ nella Fede della Chiesa intera, resa presente nell’assemblea liturgica, che i bambini vengono battezzati. “Essi – leggiamo nei Praenotanda al rito battesimale dei bambini – vengono battezzati nella Fede della Chiesa, professata dai genitori, dai padrini e dagli altri presenti al rito: questi rappresentano sia la Chiesa locale sia la società universale dei santi e dei fedeli, la Chiesa madre” (n.2).

• Da qui la raccomandazione dei Praenotanda di celebrare il Battesimo, “porta e fondamento della comunione nella Chiesa”, normalmente nella Chiesa parrocchiale scegliendo il giorno domenicale e l’ora più adatta per avere la comunità, in modo che “…appaia chiaramente che il Battesimo è sacramento della Fede della Chiesa e della incorporazione al popolo di Dio”  (n.10).

• E pertanto il bambino battezzato va educato nella Fede e alla Fede della Chiesa e ciò per realizzare pienamente la realtà del sacramento.

Quale dignità del bambino viene manifestata nel BdB?

Il Battesimo conferito ai bambini evidenzia la dignità dell’essere bambino, prima ancora e più ancora del suo ruolo.

·        La società attuale concentra la propria attenzione maggiormente sul fare, sull’operare, sui ruoli, sull’efficienza. Da qui il rischio non remoto né circoscritto di non apprezzare sufficientemente il bambino nella sua dignità personale. Tale dignità infatti richiede che la persona venga considerata non alla luce di quello che fa, ma prima di tutto e anzitutto per quello che è. Con il metro di misura del fare, il bambino rischia di essere ritenuto un essere inutile, incapace, in funzione solo degli altri ( adulti, genitori), o tutt’al più viene apprezzato per le potenzialità che racchiude e che produrranno frutti in futuro.

·        Il Battesimo, dato a persone che sono tali “molto prima di essere in grado di manifestarlo mediante atti di coscienza e di libertà”, evidenzia davanti ad una società utilitaristica ed efficientistica qual è la nostra, l’importanza e la dignità dell’essere persona del bambino.

“L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita” (Congregazione per la dottrina della Fede, Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, LEV, 1987, p.13). Il testo qui parla della vita umana, certamente; ma perchè non si può riferire tale diritto anche alla vita divina, che non diminuisce, né toglie nulla alla vita umana, anzi l’attua in pienezza e l’eleva con l’adozione filiale soprannaturale?

·        Tenendo conto che il vero “culto a Dio” consiste nell’offrire se stessi, la propria vita “come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio” (cf. Rom 12,1-2), si comprende come la vita stessa del bambino possa costituire realmente tale “culto a Dio”.

·        L’imposizione del nome all’inizio del rito del sacramento del Battesimo è espressione, segno di tale dignità originale ed irripetibile di ogni bambino, che è dovuta:

• al fatto che Dio conosce e ama ciascuno individualmente

• al posto unico ed insostituibile che ogni cristiano ha da Dio nel piano salvifico della Chiesa e della storia dell’umanità

• all’invito a rispondere con altrettanta disponibilità al dono di comunione intima filiale di un Dio che conosce ed ama individualmente.

·        Da qui l’importanza anche che il nome dato al bambino sia quello di un santo, il quale potrà costituire per l’intera vita del battezzato, il suo modello, nonchè il suo intercessore e protettore.

·        La stessa consegna della veste bianca, nel rito battesimale, è segno della nuova dignità acquisita dal battezzato, che, quale persona nuova, si è rivestita di Cristo, partecipando, in un qualche modo, già fin d’ora alla Sua gloria, anticipata nella Trasfigurazione (“ le sue vesti divennero candide…”) ed attuata nella Risurrezione, ed acquisendo il diritto di partecipare con la richiesta veste nuziale, al banchetto dello sposo celeste (cfr. Mt.17,1s).

Qual è il ruolo dei genitori nel BdB?

Con il BdB risulta valorizzato, in modo fondamentale, il ruolo dei genitori, e più in generale della famiglia (nonché della parentela, attraverso i padrini). Infatti:

·        I genitori vengono coinvolti già nel periodo antecedente il Battesimo: essi infatti liberamente lo chiedono, si preparano alla celebrazione… Come pure è vivamente raccomandata la loro presenza e partecipazione attiva al momento della celebrazione. Per questo, si invita a celebrare il Battesimo non appena la mamma del battezzando possa anch’essa partecipare al rito.

·        Nel periodo poi post-battesimale appare indispensabile la loro opera educativa ai fini di una maturazione cristiana del figlio battezzato.

·        Nello stesso tempo la Chiesa, non ammettendo al Battesimo bambini senza il consenso dei genitori e senza un impegno esplicito di questi ad assicurare al bambino battezzato una seria educazione cristiana, mostra di riconoscere e rispettare sia i diritti naturali dei genitori, sia le esigenze di crescita della Fede del bambino.

·        Va pari tempo riconosciuto e proclamato il diritto-dovere dei genitori di donare ai propri figli tutto quello che essi ritengono buono, bene per loro; come pure è un loro diritto-dovere di educare come ritengono meglio i loro figli. E’ pertanto un’esigenza irrinunciabile dei genitori cristiani di condividere con i loro figli, non appena nati, quanto di originale e unico essi hanno ricevuto da Dio, e cioè la Fede, il Battesimo.

·        Questo diritto – dovere, precisato dal Concilio Vat. II nella Dichiarazione Dignitatis humanae, è stato affermato sul piano internazionale dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 26, n.3). Ora per genitori cristiani che si considerino veramente tali, che cosa c’è di più grande e di più sublime della partecipazione alla vita divina, da trasmettere quale preziosissimo dono ai loro figli?

·        Qualora poi i figli, crescendo, dovessero malauguratamente abbandonare la Fede cristiana, l’opera educativa cristiana dei genitori non appare inutile: quanto meno è servita a far conoscere (speriamo nei suoi contenuti genuini ed autentici) quella Fede, che ora i figli rifiutano, e quindi a rendere maggiormente consapevole e responsabile tale rifiuto.

Come si esprime la missione della Chiesa nel BdB?

Nel BdB si evidenzia in vario modo la missione della Chiesa.

·        La Fede del singolo ha bisogno della comunità dei credenti. È soltanto nella Fede della Chiesa che ogni fedele può credere.

·        Cristo ha dato alla sua Chiesa, da lui stesso voluta e fondata, il comando: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Quindi anche i bambini, che sono stati oggetto di amore privilegiato da parte di Cristo stesso (“Lasciate che i fanciulli vengano a me…” – Mc 10,14 -; “se non diventerete come bambini…” – Mt 18,3), sono i destinatari della missione della Chiesa.

·        Mediante la sua dottrina e la sua prassi, la Chiesa ha dimostrato di non conoscere altro mezzo, al di fuori del battesimo, per assicurare ai bambini l’accesso alla beatitudine eterna.

Chi può dare il Battesimo?

·        I ministri ordinari del Battesimo sono il Vescovo e il presbitero e, nella Chiesa latina, anche il diacono. In caso di necessità, chiunque può battezzare, a condizione che intenda fare ciò che fa la Chiesa, e che versi dell’acqua sul capo del candidato dicendo: “ Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ”.

·        La Chiesa trova la motivazione di questa possibilità data a tutti nella volontà salvifica universale di Dio e nella necessità del Battesimo per la salvezza.

·        E’ importante anche il cosiddetto Battesimo di desiderio: è il Battesimo che la madre cristiana, non appena consapevole di essere incinta, desidera per il figlio che porta in grembo. Tale Battesimo porta i frutti del Battesimo, anche prima e anche senza che venga celebrato il sacramento.

E i bambini morti senza Battesimo?

Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la liturgia della Chiesa ci invita ad affidarli alla misericordia di Dio.

TRA IL DIRE DELLE ENCICLICHE E IL FARE DEI PAPI

venerdì 20 luglio 2007

Nel 1967, quando Paolo VI pubblicò l’enciclica Populorum progressio, la Chiesa viveva un momento decisivo. Da poco più di un anno si era concluso il Vaticano II. Uno dei problemi più gravi che in quel momento affrontava la Chiesa era vedere se il papato avrebbe preso sul serio il Concilio o se, piuttosto, si sarebbe preoccupato di mantenere ad ogni costo il suo potere e il controllo della Curia sul Collegio dei vescovi e, mediante loro, il dominio sulla Chiesa intera. Senza entrare qui nelle questioni tecniche legate a questo tema e nella sua storia tormentata, una cosa è risultata chiara negli ultimi quarant’anni: il papato è stato più forte del Concilio. E anche più forte del Collegio episcopale e della Chiesa intera. Ha trionfato il papato. E, con esso, la Curia vaticana, i suoi monsignori e i suoi teologi. Ma è stato questo il meglio per la Chiesa e per il mondo? Questo è uno dei problemi più seri che dobbiamo affrontare a 40 anni dalla pubblicazione della Populorum progressio. Perché?   
Per rispondere a questa domanda, la chiave si trova nel termine progressio, “sviluppo”. La Chiesa deve centrarsi sul progresso di se stessa o su quello dei popoli? Il compito centrale della Chiesa, cioè, è quello di difendere le proprie verità, il proprio potere, il proprio influsso sulla società, i propri diritti e le proprie prescrizioni? O, al contrario, il compito centrale della Chiesa è promuovere lo sviluppo dei popoli, alleviare la sofferenza degli ultimi di questo mondo, mettersi dalla parte di quelli che sono considerati i “nessuno” della terra? La risposta di Paolo VI a questa domanda risulta chiara nel titolo dell’enciclica: quello che ci deve preoccupare e interessare è lo sviluppo dei popoli prima che quello della Chiesa. Questa risposta del papa nel 1967 si fece più evidente nel ’68, quando Paolo VI presiedette l’apertura della Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellín (Colombia). Avvenimento che viene considerato il punto di partenza della Teologia della Liberazione. In quel momento, per come si vedevano le cose allora, sembrava che la Chiesa avesse optato non per l’esaltazione del papato ma per lo sviluppo dei popoli. E in modo molto speciale per la liberazione dei poveri e degli oppressi.
Tuttavia, quanto ho appena detto esprime una visione parziale e, pertanto, incompleta di quello che realmente succedeva nella Chiesa. Perché, come ben sappiamo, papa Montini era, secondo l’espressione che viene attribuita a Giovanni XXIII, “il nostro Amleto di Milano”. Un uomo che, come il principe danese di Shakespeare, “aveva la tendenza più a dubitare e a vacillare che a decidere” (H. Küng). Un modo d’essere che lo portò ad anteporre il progresso dei popoli agli interessi della Chiesa, ma, allo stesso tempo, a proibire che nel Concilio si ponesse il problema del celibato dei preti e, dopo la sua presenza a Medellín a sostegno della liberazione dei poveri, a pubblicare la Humanae vitae, accentuando così la crisi di credibilità che, da allora, soffre il magistero della Chiesa. Il fatto è che Paolo VI fu un papa indeciso, che non fu capace di riformare la Curia, come aveva chiesto il Concilio. Un papa che pensò molto e decise poco. E che, quando prese decisioni importanti, fu precisamente a favore delle tesi che, nel Vaticano II, aveva difeso la teologia integrista della Curia con i suoi scribi.
In ciò penso si trovi una delle chiavi che ci mostrano, a 40 anni dalla Populorum progressio, il perché la Chiesa, nel 2007, abbia parlato molto della liberazione dei poveri ma abbia promosso e potenziato in realtà il potere del papa e della Curia. I documenti sociali di Paolo VI e Giovanni Paolo II sono stati abbondanti. Ma quello che davvero cambia la Chiesa non è quello che il papa dice nelle encicliche, ma quello che il papa fa nel governo della Chiesa. E sappiamo bene che quello che il papato ha fatto, in questi 40 anni, è stato soprattutto potenziare l’immagine pubblica del papa, il suo prestigio nel mondo, il suo potere e la sua influenza di fronte ai magnati della politica e dell’economia. Questa scalata al potere da parte del papa inizia già con Paolo VI, ma raggiunge la vetta più alta con Giovanni Paolo II. Ero a Roma il giorno in cui seppellirono Giovanni XXIII, in un funerale semplice, di pomeriggio, con piazza San Pietro piena di gente semplice, di gente del popolo, che piangeva (sic) la morte di quell’uomo semplice ed umile. La splendente mattina in cui hanno seppellito Giovanni Paolo II, piazza San Pietro era occupata da più di duecento capi di Stato, i grandi della politica e del mercato, ben protetti dalla polizia e dall’esercito. L’impressionante funerale di Giovanni Paolo, uno spettacolo incredibilmente abbagliante, ha seppellito non solo papa Wojtyla ma anche la Chiesa voluta da papa Giovanni.
Negli ultimi 40 anni, la distanza tra i più ricchi e i più poveri del mondo è diventata un abisso che opprime tutti. I maggiori responsabili di questa situazione apocalittica non sono stati quelli che erano in piazza San Pietro al funerale di Giovanni XXIII, ma i magnati che occupavano il centro della piazza la mattina in cui è stato seppellito Giovanni Paolo II. Un papa che, lasciando questo mondo, ha mostrato molto chiaramente che le encicliche sociali servono a poco, se chi le scrive mantiene le migliori relazioni possibili con i maggiori responsabili del fatto che in questo mondo vi sia tanta fame, tanta umiliazione e tanto dolore. Oggi sappiamo molto bene che Giovanni Paolo II prese molto seriamente la lotta contro il comunismo e che, a questo scopo, potenziò il sindacato Solidarnosc in Polonia. Per rafforzare Solidarnosc, Giovanni Paolo II aveva bisogno di molto denaro. E lo ottenne mediante accordi segreti con l’amministrazione Reagan, come hanno dimostrato Carl Bernstein e Marco Politi, nel loro noto libro His Holiness (“Sua Santità”) (1996).
Giovanni Paolo II fu sensibile alla minaccia reale del comunismo. Non fu ugualmente sensibile alla minaccia del capitalismo. Giovanni Paolo II trionfò il giorno in cui cadde il muro di Berlino. Ma quel papa non si rese conto che, da quel giorno, il capitalismo diventava padrone e signore esclusivo del mondo. E le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Il prestigioso (e moderato) economista Jeffrey Sachs, nel suo studio The End of Poverty (“La fine della povertà”) (2005), ha detto: “Attualmente, più di otto milioni di persone muoiono tutti gli anni in tutto il mondo perché sono troppo povere per sopravvivere”. Se questo si poteva dire già negli anni Novanta e, naturalmente, si può dire in questi primi anni del XXI secolo, ciò significa che, se nei Paesi comunisti (secondo il noto e ben documentato Libro nero del comunismo) sono state assassinate circa 90 milioni di persone in più di mezzo secolo, nel mondo capitalista si sono uccisi più di 130 milioni di esseri umani in poco più di 15 anni. Il capitalismo si spinge nel crudele ufficio di uccidere più in là del comunismo o del nazismo, per citare due esempi drammatici e recenti.
È evidente che la crudeltà del sistema capitalista, così come esso funziona, è ai poveri della terra che fa più male. Ma non solo ad essi. Fa male anche alla Chiesa e al papato. Perché lesiona gravemente la credibilità del magistero ecclesiastico. Chi può credere a quello che dicono le encicliche sociali della Chiesa, se i papi vengono ricevuti con tutti gli onori dai massimi responsabili del dolore a cui gli stessi papi dicono di voler porre rimedio in tali encicliche? Si è detto, con ogni verità, che “una convinzione si definisce dal fatto che orientiamo il nostro comportamento in base ad essa”. O, detto in modo più semplice, “una convinzione è una regola di comportamento” (J. Habermas). Se è così, si può pensare che i papi siano seriamente convinti di quello che dicono nelle loro encicliche sociali? Come possono essere convinti che il dolore dei poveri sia la cosa più urgente a cui porre rimedio, se poi ricevono solennemente, e così “legittimano”, i maggiori responsabili del dolore dei poveri? Queste domande ci pongono di fronte a una questione molto grave. Perché non dobbiamo mai dimenticare che la fede religiosa non è un mero sapere, ma anche (e soprattutto) una convinzione. Ma si può pensare che credano nel Vangelo quanti si comportano come i grandi e i notabili di questo mondo, come si vede che fanno i papi, parecchi cardinali e molti vescovi?
Il 6 agosto 1984, l’attuale papa, allora card. J. Ratzinger, rese pubblica l’Istruzione su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione. Il verdetto dell’Istruzione era di condanna. Di questo si è già scritto molto e non lo ripeterò qui. Quello che credo vada sottolineato è che, nel caso di questa Istruzione, non è avvenuto ciò che suole avvenire con le encicliche sociali. Le encicliche restano mera dottrina. L’Istruzione, oltre che dottrina, fu espressione di una convinzione. E questa volta, senza dubbio, convinzione che, essendo autentica, sfociò in “comportamento”. Il comportamento che ha avuto il Vaticano con le Comunità di Base, con i teologi della Liberazione, dalla condanna di Leonardo Boff al documento contro la teologia di Jon Sobrino, e soprattutto nella “politica” delle nomine dei vescovi seguita negli ultimi 25 anni. Il papa e la Curia hanno la salda e decisa “convinzione” che alla Chiesa interessano più i vescovi sottomessi a Roma che i vescovi fedeli al Vangelo. Interessano più i vescovi che non causano problemi con i governi che i vescovi che lottano per difendere i poveri. E, più di ogni altra cosa, quello che veramente interessa in Vaticano è che i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose, i fedeli tutti, vivano la mistica della sottomissione a quanto dice il papa e a quanto decide il papa. E, oltre a ciò, al Vaticano interessa avere fedeli che amino il papa. Perché non dimentichiamo che, come ha detto Pierre Legendre, “l’opera maestra del potere consiste nel farsi amare”. Perché così, e solo così, si perpetua la sottomissione.
Il papato lo ha ottenuto. Il suo trionfo, in questo senso, è innegabile. Ma è stato ed è il meglio per la Chiesa? Il noto scrittore John Cornwell, riferendosi a Giovanni Paolo II, ha detto che “quando il papato cresce in importanza a scapito del popolo di Dio, la Chiesa decade in influenza morale e spirituale, a danno di tutti noi”. Si può pensare ragionevolmente che Cornwell abbia centrato il punto.

RACCONTI E PROVERBI DELLA SAGGEZZA POPOLARE -DJIBUTI-

venerdì 20 luglio 2007
Djibouti: Racconti e proverbi PDF Stampa E-mail
Scritto da IMC-MC   
ImageQuesto racconto Afar insegna l’importanza di riflettere prima di credere e di agire:

“Non considerare per vero ció che non é vero”, ecco ció che disse un giorno un uccello ad un uomo.

Jadis, un uomo, cattura un uccello dal suo nido.

Prima di prenderlo disse: – Io voglio mangiarlo.

- No non mi mangi. Io non sono un alimento interessante per te, – rispose l’uccello – Al contrario, io posso rivelarti cose che ti serviranno qui in terra come nell’altro mondo.

La prima, te la diró, in piedi sul palmo della tua mano. Quando saliró sull’albero, ti diró la seconda. Tu conoscerai la terza quando saró laggiù sul bordo del piatto.


- Mettimi al corrente – disse l’uomo.

Spiccando il volo l’uccello sale sulla cima di un albero.

- Informami- egli disse.

- Non considerare per vero ció che non é vero… Non dire: che Dio mi venga in aiuto per ottenere l’impossibile.

- Dimmi la seconda verità.

- E bene! Se adesso tu mi mangerai troverai nel mio ventre una grande quantità d’oro.

A queste parole, l’uomo si precipitó sull’uccello pensando di afferrarlo. Quello scappó e si posó su una montagna dove non poteva raggiungerlo.

- Dimmi dunque questa terza cosa.

- Le due che io ti ho comunicato non ti bastano? Perché dovrei dirti la terza?

- Se io ti avevo detto di non considerare per vero cio che non é vero. Io non ho una gola da inghiottire dell’oro, ne un ventre capace di conservarlo.

- Averti detto “io ho dell’oro” é bastato per sembrarti vero.

- Non ti avevo consigliato di non chiedere misericordia per ció che tu non potevi raggiungere da te stesso? Tu hai creduto di riuscire a catturarmi chiamando Dio in aiuto. Ora io sono un uccello, una volta volato via io sono fuori della tua portata. Se io ti ho detto di non agire così é per questa ragione.

- Ecco perché ugualmente ti avevo detto: “Non considerare per vero ció che non é vero”, concluse l’uccello.

(Da «Contes de Djibouti – Institut supérieur d’études et de recherches scientifiques et techniques de Djibouti»)


Proverbi…. e detti arabi (dal libro di Roger Duvollet)

- Meglio il povero che prende il suo male con pazienza che il ricco che non ha più a chi dire grazie.

- Il mio amico é colui che lascia cadere i torti in luogo di raccoglierli contro di me.

- Bugiardo chi pretende di amare in eguale misura due amici

PILLOLE PER LO SPIRITO

venerdì 22 giugno 2007
LE OPERE FATTE PER AMORE

Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo né per compiacenza verso chicchessia; talora, invece, per giovare a uno che ne ha bisogno, si deve senza esitazione lasciare una cosa buona che si sta facendo, o sostituirla con una ancora più buona: in tal modo non si distrugge l’opera buona, ma soltanto la si trasforma in meglio.

A nulla giova un’azione esterna compiuta senza amore; invece, qualunque cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia, se fatta con amore, diventa tutta piena di frutti.

In verità Iddio non tiene conto dell’azione umana in sé e per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera grandemente colui che agisce con rettitudine; opera lodevolmente colui che si pone al servizio della comunità, più che del suo capriccio. Accade spesso che ci sembri amore ciò che è piuttosto attaccamento carnale; giacché è raro che, sotto le nostre azioni, non ci siano l’inclinazione naturale, il nostro gusto, la speranza di una ricompensa, il desiderio del nostro comodo.

Chi ha un amore vero e perfetto non cerca se stesso, in alcuna sua azione, ma desidera solamente che in ogni cosa si realizzi la gloria di Dio. Di nessuno è invidioso colui che non tende al proprio godimento, né vuole personali soddisfazioni, desiderando, al di là di ogni bene, di avere beatitudine in Dio. Costui non attribuisce alcunché di buono a nessuno, ma riporta il bene totalmente a Dio; dal quale ogni cosa procede, come dalla sua fonte e, nel quale, alla fine, tutti i santi godono pace.

Oh, chi avesse anche una sola scintilla di vera carità, per certo capirebbe che tutto ciò che è di questa terra è pieno di vanità.

Tratto dall’”IMITAZIONE DI CRISTO”
VAI ALLA PAGINA http://www.novena.it/imitazione_cristo/index.htm Preghiamo Vorrei vivere come un giglio,
godere dell’abbondanza che dai,
del caldo sole dell’estate,
delle prime piogge di autunno,
del gelo dell’inverno
e del canto degli uccelli di primavera.
Vorrei essere una vela
che solca i mari, gli oceani,
che si perde completamente nella Tua immensità.
Vorrei avere le ali di un’aquila
e spiccare voli sempre più alti,
verso di Te, che sei l’Altissimo
e non accontentarmi delle basse quote.

DAL LIBRO ”DEPORRE I POVERI DALLA CROCE”

venerdì 22 giugno 2007


Gesù, il buon pastore, pieno di bontà e tenerezza


In realtà, quel che più richiama l’attenzione sono la bontà e la

tenerezza con la quale Gesù accoglieva il popolo, soprattutto i poveri


(Mc 6,34; 8,2; 10,14; Mt 11,28-29). Dio si faceva presente in questo

atteggiamento di tenerezza accogliente. Gesù non solo parlava di Dio,

ma lo rivelava anche. Comunicava qualcosa di quel che lui stesso viveva

e sperimentava. La sua “pastorale” (pastore) valorizzava le persone e le

stimolava ad appoggiarsi con forza a Dio e ad avere fiducia in se stesse.

Egli elogiò lo scriba quando questi arrivò a comprendere che l’amore

per Dio e per il prossimo erano il centro della Legge di Dio. Gesù gli

disse: “Non sei lontano dal regno di Dio!” (Mc 12, 34). Restituì speranza

a Giairo (Mc 5,36), rassicurò l’emorroissa (Mc 5,34), incoraggiò

il cieco Bartimeo (Mc 10,49-52) e il padre del bambino epilettico (Mc

9,23-24), accolse la ragazza del profumo (Lc 7,36-50), rivelò il valore

dell’elemosina senza valore della vedova (Mc 12,41-44), consolò e curò

gli ammalati (Mc 1,34; Mt 4,23).

Come Buon Pastore Gesù accoglieva i poveri con molto affetto,

“perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34; 8,2). Egli li lodava

dicendo che comprendevano il messaggio del Regno meglio dei dottori

(Mt 11,25). Gesù camminava con il popolo nei pellegrinaggi (Mc 11,1-

11; Gv 5,1; 7,14), praticava le sue devozioni, elemosine, digiuni e orazioni

(Mt 6,2,18) e, come laico, partecipava alle celebrazioni settimanali

nella sinagoga, alzandosi per fare le letture (Lc 4,16).

Fanno impressione l’accoglienza e la bontà di Gesù nei confronti

delle persone, senza distinzioni. Per esempio, quando i discepoli allontanavano

i bambini, Gesù li accoglieva e li abbracciava non preoccupandosi

di cadere in qualche impurità legale. Le madri dovevano essere

molto contente (Mc 10,13-16). Altri esempi: il modo in cui Gesù ha

accolto il vecchio Zaccheo, disprezzato dal popolo poiché era pubblicano

(Lc 19,1-10); la maniera in cui ha provato dolore per la vedova

il cui unico figlio era morto (Lc 7,13). La grande preoccupazione di

Gesù era poter alleviare il dolore del popolo sofferente: “Venite a me,

voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio

giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e

troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio

carico leggero” (Mt 11,28-30).

Questo atteggiamento accogliente di Gesù irradiava la sua luce

sui discepoli e faceva nascere in loro una più grande libertà di azione di

fronte alle dottrine e ai costumi religiosi dell’epoca. Essi incoraggiavano

a trasgredire norme caduche e antiquate che non avevano niente a che

vedere con la fede in Dio né con la vita del popolo. Quando avevano

fame, i discepoli coglievano spighe, anche nella giornata del sabato (Mt

12,1); non si lavavano le mani prima di mangiare (Mc 7,5); entr


nelle case dei peccatori e mangiavano con loro (Mc 2,15-16); non

digiunavano com’era costume tra i giudei (Mc 2,18). Quando venivano

criticati dai dottori, Gesù li difendeva (Mt 12,3-8; Mc 2,17.19-22).

I dottori invocavano la Bibbia e la tradizione per dire che Gesù e

i discepoli sbagliavano (Mc 7,5). Gesù rispondeva invocando la stessa

Bibbia per affermare con chiarezza che l’interpretazione di quelli che lo

accusavano era scorretta e che non erano fedeli al significato profondo

della Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate

la tradizione degli uomini” (Mc 7,8; cfr Mc 7,6; 2,25-26).


Gesù predicatore ambulante


Come buon pastore, Gesù andava in tutti i villaggi della Galilea

per parlare al popolo del Regno di Dio che stava arrivando (Mc 1,14-

15). Dovunque incontrasse persone che lo ascoltavano, Gesù parlava e

trasmetteva la Buona Novella di Dio, in qualsiasi luogo: nelle sinagoghe,

durante la celebrazione della Parola del sabato (Mc 1,21; 3,1; 6,2); nelle

riunioni informali in casa di amici (Mc 2,1.15; 7,17; 9,28; 10,10); negli

ambienti di lavoro, dove chiamò Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni(Mc 1,16-20), e Matteo (Mc 2,13-14); c

amminando con i discepoli (Mc

2,23); in riva al mare sulla spiaggia, seduto su una barca (Mc 4,1); vicinoal

pozzo, dove le donne andavano a cercare acqua (Gv 4,6-10); nel deserto,

dove si rifugiò e dove il popolo lo cercava (Mc 1,45; 6,32-34); sulla montagna

da dove proclamò le beatitudini (Mt 5,1); nelle piazze dei villaggi

e delle città, dove il popolo portava i suoi ammalati (Mc 6,55-56); nel

Tempio di Gerusalemme, in occasione dei pellegrinaggi, quotidianamente,

senza paura (Mc 14,49)!

L’insegnamento di Gesù era molto legato alla vita del popolo

della sua terra. Le parabole mostrano che egli aveva una grandissima

capacità di paragonare le cose di Dio alle cose più semplici della vita del

popolo: sale, candela, luce, lavoro, cibo, seme, fiori, amore, matrimonio,

bambini, passeri ecc. Questo suppone due aspetti che caratterizzavano

l’insegnamento di Gesù: stare bene attento alle cose della vita e ai

problemi del suo popolo e stare bene dentro le cose di Dio, del Regno

di Dio. Non tutti concordavano con Gesù su questo punto, e alcuni

dottori di Gerusalemme erano andati fino in Galilea per sorvegliarlo e

poterlo accusare (Mc 3,22).

Le Parabole mostrano anche un altro aspetto molto importante

dell’insegnamento di Gesù. Egli non insegnava le cose dall’alto in basso

perché il popolo le ascoltasse e le imparasse a memoria, ma portava le


168 · Carlos Mesters e Francisco Orofino


persone a partecipare alla scoperta della verità. Per esempio, immaginate

un agricoltore della Galilea che ascolta la parabola del seme. Egli pensa

tra sè: “Seme nel terreno, io so cos’è! Ma Gesù ha detto che questo ha

a che vedere con il Regno di Dio. Chissà cosa voleva dire con questo?”

E così si possono immaginare le lunghe conversazioni del popolo sulle

parabole che Gesù raccontava.

Lo stesso facevano, per esempio, le madri a partire dalle parabole

di Gesù sul sale, il cibo, i bambini, le candele, ecc. Una parabola porta

la persona a riflettere sulla propria esperienza e fa in modo che questa

esperienza la porti a scoprire la presenza di Dio nelle cose della vita: sale,

candela, luce, seme, bambini, commercio, disoccupazione, corruzione,

aggressione, passerotto, erba ecc. ecc. La parabola cambia lo sguardo,

fa della persona un’osservatrice della realtà. Rende la realtà trasparente.

Era questo il modo di Gesù di insegnare al popolo le cose di Dio.

In Gesù, tutto era rivelazione di ciò che lo animava dall’interno!

Egli non solo parlava del Regno. Egli stesso era un segno, un testimone

vivente del Regno. In lui appariva quello che succede quando un essereumano lascia Dio regnare, lascia che Dio si impadronisca della sua vita.

Poiché quel che vale davvero non sono le parole, ma la testimonianza,

il gesto concreto.


L’impatto dell’insegnamento di Gesù sul popolo


Insegnare era quello che Gesù faceva più di tutto (Mc 2,13; 4,1-2;

6,34). Era sua abitudine (Mc 10,1). Il popolo amava ascoltarlo, restava

stupito e si domandava: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata

con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!”

(Mc 1,27). Il popolo si meravigliava, perché Gesù “insegnava come

chi ha autorità e non come i dottori della Legge” (Mc 1,21-22). Sembra

addirittura un paradosso! Gli scribi, quando insegnavano, ripetevano i

giudizi delle autorità dell’epoca, ma per il popolo, anche se citavano le

autorità, non insegnavano con autorità. Gesù non citava le autorità, ma

per il popolo egli insegnava con autorità! Una persona parla con autorità

non perché cita le parole delle autorità o perché è d’accordo con loro,

ma per il fatto che la sua parola ha la sua radice nel cuore. Quel che

vale non sono le parole, anche se belle, ma la testimonianza che dà vita

e autorità alle parole. Gesù parlava di Dio a partire dalla sua esperienza

di Dio e dalla sua esperienza della vita del popolo. I dottori dell’epoca

non avevano autorità, avevano solo potere. Per questo, sapevano insegnare

solo la dottrina ufficiale che veniva dalle autorità.


Un insegnamento nuovo, dato con autorità · 169


Gesù non aveva studiato nella scuola dei dottori a Gerusalemme.

Era stato con loro una sola volta, a dodici anni, in occasione del pellegrinaggio

(Lc 2,46). Egli non apparteneva al clero. Non era della tribù

sacerdotale di Levi. Era un laico. Gesù non assolutizzava il proprio pensiero.

Era umile (Mt 11,29). Insegnava con autorità, ma non imponeva

le sue idee in modo autoritario. Egli imparava dai poveri e persino dalle

persone che non erano della sua razza e della sua religione. La donna di

Cana, per esempio, lo aiutò a scoprire che doveva aprire la sua missione

anche ai pagani (Mt 15,21-28). Gesù sapeva ascoltare l’appello del

Padre nella vita delle persone. Per questo il suo insegnamento dispiaceva

alle autorità di Gerusalemme.

Gesù era un discepolo di Dio e del popolo. Come il Servo di

Jahvé, annunciato da Isaia, egli si collocava in preghiera davanti a Dio

per trovare parole di conforto per il popolo scoraggiato. Egli si identificava

con il Servo di Dio, le cui parole sembrano proprio un autoritratto

di Gesù:


“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,

perché io sappia indirizzare allo sfiduciato

una parola.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio

perché io ascolti come gli iniziati.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non ho opposto resistenza,

non mi sono tirato indietro” (Is 50,4-5).


L’altro lato della medaglia


L’altro lato della sua bontà con i piccoli era la fermezza con la

quale Gesù li difendeva contro gli abusi e le deviazioni delle autorità

religiose dell’epoca: sacerdoti (Mc 11,15-18), farisei ed erodiani (Mc

12,13-17), sadducei (Mc 12,18-27), scribi e dottori della legge (Mt 23,1-

36). Questi ultimi, invece di aiutare il popolo, lo sfruttavano ancora di

più (Mc 12,40). Non si interessavano alle sue sofferenze e dicevano che

era un popolo maledetto (Gv 9,49). Gesù sapeva che la sua maniera di

accogliere il popolo, soprattutto i poveri, non piaceva ai dirigenti religiosi

dell’epoca, ma, come il Servo di Isaia, egli non si tirò indietro:


“Ho presentato il dorso ai flagellatori,

la guancia a coloro che mi strappavano la barba;


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DIVENTARE SANTI NELLA CITTA’ SECOLARE DI P.GIUSEPPE RONCO

venerdì 22 giugno 2007

DIVENTARE  SANTI  NELLA  CITTÀ  SECOLARE
 P. Giuseppe Ronco
 
 
Quando si visita una città e si osservano attentamente le planimetrie dei parchi e delle costruzioni, quando si esamina il piano urbanistico, l’organizzazione dei luoghi destinati al culto, ai divertimenti e allo sport, si scopre l’anima della città. Si comprendono meglio i problemi e gli interessi dei cittadini, il loro modo di vivere e la qualità del loro vivere.
È diverso vivere nel centro di una megalopoli di grattacieli e di cemento armato invece che in una periferia borghese, un quartiere dormitorio, o in un tranquillo villaggio di campagna. L’habitat architettonico esprime materialmente le realtà esistenziali vissute dall’uomo.
 
Il cristiano che vive in città è sollecitato dalle sfide che incontra. L’interculturalità della gente che vi abita lo solleciterà a tessere relazioni di fraternità con tutti; la disuguaglianza economica lo renderà sensibile alla sofferenza e alla povertà di molti; la disparità di culto e di religione lo inviterà ad essere tollerante, riconoscendo ad ognuno il diritto di seguire i dettami della propria coscienza.
Essere santi nella città secolare, significa trovare i mezzi per esprimere nel quotidiano la nostra fede,  la nostra riconoscenza alla bontà di Dio che ci ama e ci invita all’impegno nella costruzione di una mondo migliore.
 
Nel mondo dell’impero romano, la planimetria di una città tentava di rispondere alla sfida di integrare la realtà divina nella vita dell’uomo. Ogni città era, infatti, costruita in un cerchio, attorno a due grandi strade che lo attraversavano perpendicolarmente. Il cardo era l’asse verticale, pieno di templi, di statue elevate agli dei e di piccole edicole votive. Era il luogo del soggiorno degli dei tra gli uomini.
Il decumanus, al contrario, asse orizzontale della città, era il luogo della vita sociale, pieno di case, di botteghe, di piazze, di postriboli, di ginnasi e di scuole. Qui la vita si svolgeva placidamente, tra i doveri e i piaceri di ogni cittadino.
Questa planimetria traduceva bene la filosofia del popolo romano. La vita sociale e la vita religiosa si compenetravano armoniosamente, arricchendosi a vicenda.
 
Anche le città greche esprimevano, seppure in modo differente, le stesse preoccupazioni. Atene , la capitale della Grecia e Elea Velia, sede della Scuola Eleatica nella Magna Grecia, ne sono un esempio classico.
Una lunga strada, piena di monumenti e di residenze borghesi, legava l’Acropoli, con i suoi templi costruiti agli dei, ai quartieri poveri del Pireo e della città portuale. Era il simbolo della congiunzione tra la frenesia del commercio con il silenzio contemplativo dei templi, il legame suggestivo tra la leggerezza del divenire e il dolce riposo dell’essere.
Il senso della vita era ovvio, scontato: l’uomo poteva entrare nell’habitat di Dio, offrendogli la sua povertà, e gustare così la pace.
 
 
 
 
Le città moderne in cui oggi noi viviamo hanno rotto questo equilibrio filosofico antico  e propongono un’altra visione dell’uomo e del senso della vita.
Se a New York si cammina guardando sempre in alto nella prospettiva dei grattacieli, a Venezia si fa il contrario: per non cadere nei canali che attraversano la città, si guarda in basso. A Calcutta si farà attenzione per non calpestare la gente che vive e muore sulle strade; a Kinshasa, la quantità di mercati obbligherà il turista a rallentare la marcia; mentre a Tokyo sarà necessario munirsi di mascherine di ossigeno per difendersi dalla polluzione dilagante.
Ovunque, però, emergono dei tratti comuni: gente che corre, assillata dai problemi ordinari della vita; volti di persone con espressioni di gioia e di dolore sul viso; scuole e biblioteche che propongo il sapere; mezzi di trasporto tra i più rapidi e sofisticati; luoghi di divertimento sani e malsani, casino, stadi; bar, boutiques e ipermercati che invitano all’acquisto e al consumo; buildings di banche e di commercio internazionale; palestre, sale di fitness e saloni di bellezza; ospedali, carceri e cimiteri; chiese, sinagoghe, moschee e sale di culto con denominazioni appena conosciute. E poi, i poveri, i girovaghi, i senzatetto e i senza dimora, seduti agli angoli delle strade per chiedere l’elemosina; i clown e i saltimbanchi che offrono spettacoli suscitando l’ilarità e il sorriso dei bimbi.
Sintesi in miniatura dei bisogni dell’uomo.
 
Oggi, la città è diventata più sociale, ospitando nel suo ventre non solo la gente e i suoi bisogni, ma anche le strutture che soddisfano le esigenze primarie dei milioni di abitanti che la abitano. Cambia così anche il senso del vivere: non più bucolico e legato ai ritmi della natura ma effervescente e dinamico, più orientato alla soddisfazione dei bisogni sempre di più emergenti.
 
Come vivere allora il messaggio cristiano nell’agglomerazione della città? Come esprimere santità in un luogo che sembra più interessato a soddisfare i bisogni che a vivere i valori?
 
 
 
Non aver paura di entrare in città
 
Prima di noi, Gesù vi è entrato. A Naim si avvicinava per portare il Vangelo, quando si imbatté in un corteo funebre, che usciva dalla città. Era il simbolo della cultura della morte, che la città aveva prodotto. Alla donna che piange Gesù offre il conforto, al bimbo che è morto Gesù ridà vita. La presenza di Gesù ha operato un cambio radicale, facendo ritornare la gente in città per continuare la vita. Il popolo gridava: “Un grande profeta è apparso tra noi. Dio è venuto in aiuto del suo popolo” (Lc 7, 16).
 
Come reagire di fronte alla modernità? Sovente, essa ci appare come l’idra dalle molte teste, che ingoia gli abitanti, soffocandoli con i suoi tentacoli di morte. La luce che viene dalla storia della salvezza ci invita ad esseri più positivi e a vedere nella modernità del nostro tempo e delle sue risorse il tessuto nuovo che lo Spirito ci offre per tessere la nuova evangelizzazione. La paura e il rifiuto sarebbero offesa e mancanza di fiducia nel Signore che dirige la storia.
 
 
 
 
Si tratta di amare, perché amati
 
Vivere la santità in un contesto urbano, vuol dire amare, perché amati.
 
Rimasi molto impressionato, quando le Fraternità Monastiche di Gerusalemme, fondate da P.Pierre Marie Delfieux, si installarono a Montreal, su invito del Cardinale. Dissero pubblicamente di voler vivere la vita cristiana, in forma monastica, nel cuore della città secolare, proclamando e vivendo le beatitudini. Mantenendosi con il lavoro delle loro mani.
La loro regola, scritta nel Libro della vita, comincia così: “Ama. Accogli con tutto il tuo essere l’amore che Dio ti offre per primo. Ama a tua volta il Signore e ama i fratelli e le sorelle. Ad ogni istante, intérrogati sull’amore, perché saremo giudicati sull’amore”.
In questa visione, la santità è concepita come amore. Il concetto astratto di kadosh diventa concreto nell’agape, che colora di amore i mille atti quotidiani della nostra vita.
 
Siamo chiamati ad amare, perché il Padre ci ha amati per primo.
C’è una parola, detta dal Padre al battesimo e alla trasfigurazione di Gesù, che non dovremmo mai dimenticare: “Tu sei il mio figlio prediletto”. Per Gesù, l’ascolto di questa parola fu l’accoglienza di una particolare intimità con il Padre e la decisione di compiere sempre la sua volontà. Per noi, esprime la certezza che Dio ci ama senza condizione, sempre, in ogni situazione in cui ci veniamo a trovare. Verità irrinunciabile, non discutibile e non negoziabile, bussola di orientamento nelle tempeste della vita. “Verità da custodire e da interiorizzare”, ripeteva con forza Henri Nouwen nei suoi libri, “affinché non si indebolisca o ci venga derubata”.
 
 
 
La compassione: assumere il male del mondo
 
Percorrendo oggi la città, subito ci si accorge che non tutto è conforme a quanto Dio desidera. Gli omicidi, i latrocini, lo sfruttamento, la droga e le varie dipendenze, le cosche mafiose, il peccato, fanno parte del tessuto quotidiano del mondo d’oggi, che pur aspirando alla giustizia, a volte la straccia, creando un popolo di poveri e di bisognosi. “C’è sempre un infelice ovunque vai”.
Dietro la bellezza dei volti umani, manifestazione della trasparenza della grazia e dell’amore di Dio che ci crea e ricrea, spesso si cela la malizia e l’invincibile forza del male. Siamo impastati di debolezza e di la fragilità.
 
Ciò che però maggiormente inquieta nel tessuto della modernità, la radice forse di ogni problema, è il desiderio prometeico dell’Uomo di ergersi a padrone del mondo, di cancellare Dio dall’orizzonte dell’esistenza, venerandosi lui stesso come Dio. Oggi l’uomo divinizza l’uomo.
In nome di una libertà arbitraria e fallace, la legge di Dio è rifiutata, anzi contestata. Il relativismo, il soggettivismo, il sincretismo diventano i nuovi ideali da rincorrere, idoli creati dalle mani dell’uomo che tutto permettono, giustificano, approvano.
 
Il cristiano sa che non deve giudicare nessuno, inquadrando ogni persona nel suo percorso umano, psichico e sociale.  Sa che in ogni individuo opera la grazia di Dio; si sforza di scorgere in ogni essere umano la presenza di Gesù, che sceglie come dimora il cuore dell’uomo. L’aiuto al fratello che soffre é il modo più vero di occuparsi di Dio!
 
Come Gesù, ciò che il cristiano predilige è l’incontro personale, nello stile di relazione che la riflessione evangelica sul buon pastore propone (cfr. Gv 10). I contenuti sono espressi nelle azioni del pastore e della pecora:  conoscere ed essere conosciuto, amare ed essere amato; offrire cibo per nutrire e portare benessere;  tirare fuori dal chiuso dell’ovile per condurre ai pascoli ubertosi, aprendo così orizzonti nuovi; camminare davanti, senza paura, indicando la strada e aiutando chi maggiormente fatica.
È nella relazione con l’altro che il volto del bisognoso rivelerà la mia identità più profonda, il mio vero volto di povero e aprirà la strada della responsabilità (cfr. la bellissima riflessione al riguardo di Emmanuel Lévinas).  Quando si ama una persona, ci si sente responsabili di lei, perché “La responsabilità è la cura di un altro essere, dominata dalla domanda: cosa capiterà a questo essere, se io non mi prendo cura di lui?” (Hans Jonas). La mia esistenza rinvia alla coesistenza con gli altri; l’io riconosce il tu, in vista del noi, e genera così la comunità.
Si prenderà coscienza che la presenza di volti di ogni razza e colore, invita a realizzare sempre più la fraternità e la solidarietà, stimolando l’impegno perché i diritti e i doveri di ogni essere vivente siano garantiti e rispettati, “trasformando ogni ostilità in fraternità, all’interno dell’unità della creazione” (P.Ricoeur).
 
Arriviamo così a sviluppare compassione. Essa consiste nell’identificarsi con la persona che soffre, volendone con forza la liberazione e l’estinzione della causa dei mali. La compassione è indissociabile dall’impegno: esse sono le due facce di una stessa medaglia che si chiama amore.
 
Resta un ultimo passo da fare per copiare Gesù al completo. Davanti al rifiuto dell’uomo di amare Dio e di accogliere il suo invito alla conversione, la nostra responsabilità non si estingue. Siamo invitati a vivere la santità nell’attitudine dell’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo.
Facendosi uomo, Gesù ha assunto la realtà della storia in cui viviamo e la storia di ogni uomo, portando e sconfiggendo sulla croce il dolore e la morte.
Già nel battesimo “Gesù si era preso sulle spalle il peso della colpa dell’intera umanità; lo portò con sé nel Giordano. Dà inizio alla sua attività ponendosi nel posto dei peccatori. La inizia con l’anticipazione della croce. Il battesimo è l’accettazione della morte per i peccati del mondo. L’ingresso nel peccato degli altri è discesa all’inferno, non solo da spettatore, ma com-patendo, e con una sofferenza trasformatrice, convertendo gli inferi, travolgendo e aprendo le porte dell’abisso” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret).
L’agnello di Dio, in un amore più grande del male, ha preso su di sé ciò che l’uomo è stato capace di produrre, il bene e il male, le gioie e le angosce, gli scacchi e le speranze che tardano a realizzarsi, senza giudicare né condannare.
Egli è là, in mezzo a noi, risorto e vivente, transverberando il male col bene e indicando la via che sconfigge la morte.
Farsi carico, dunque, delle fragilità del mondo, per trasformarle e offrirle al Padre come sacrificio di lode.  “È la materia dell’eucaristia sul mondo”, diceva P.Theilard de Chardin.
 
Già nell’antichità, a partire dal IV secolo, i vescovi di Roma capirono l’importanza di questa mistica e per non dimenticarla inventarono il pallio. Ponevano sulle loro spalle una stola di lana di pecora, simbolo del giogo di Cristo, che è la sua volontà di salvare tutti. Si caricavano delle pecore a loro affidate, intercedendo per la loro salvezza.
 
 
Servire, guarendo con la nostra ombra
 
Davanti all’immenso e difficile lavoro che la città domanda, non è facile avere il coraggio di impegnarsi. Ci si vorrebbe più perfetti di quello che si è, meno fragili e più forti, più coerenti.
È però nella debolezza che il discepolo trova la forza di consolare, di guarire, usando il peso e la leggerezza della propria ombra.
Già la psicologia junghiana aveva individuato nell’ombra l’insieme di debolezze e fragilità che accompagnano sempre l’uomo, inseparabile compagna di ogni vivente.
 
Bisogna impegnarsi nel servizio per diventare santi! “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22, 27). Tutta la vita di Gesù è stata un servizio all’uomo bisognoso. Oltre che annunziare il Regno, spiegare, far strada con i discepoli, Gesù soddisfa i bisogni primari della gente: moltiplica il pane, il vino a Cana, aiuta i malati e gli indemoniati, salva l’onore dell’adultera. Rende al Padre e ai fratelli il servizio della riconciliazione e perdona i peccati. Ma il più grande servizio fu il dare la vita per la salvezza di tutti.
Servire i fratelli significa consolare, guarire, pur con la nostra fragilità.
Mi colpisce sempre il fatto di Pietro che guarisce con la sua ombra, raccontato dagli Atti (5,15). Egli passa sulle strade, nelle piazze, e i malati che toccano la sua ombra rivivono.
Pietro sapeva di aver peccato, di aver tradito. Ma alla luce del Risorto, della sua potenza, si lascia trafiggere dalla sua luce, dalla sua grazia, e diviene capace di espellere fuori da sè il male, il peccato, l’ombra. Libero dalle tenebre, è capace di amare, di guarire.
Certo é la potenza di Gesù che salva, che converte, ma essendo lui oggi invisibile, non è attraverso la testimonianza di un discepolo, pur debole e fragile, che può passare la grazia di una nuova vita?
 
Non bisogna avere paura.
L’esperienza di Paolo, pur non facile da capire e da accettare, ci conforta e ci commuove sempre: “Quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).
La stessa esperienza, è messa sulla bocca di Tazio, protagonista di un  romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, scrittore ben attento ai drammi della città secolare:“La mia terza nascita ebbe luogo sulla spiaggia, davanti al cavalletto di Annibale, quando scoprii che l’universo era bello, armonico, ricco, se io accettavo di essere mediocre, vuoto, povero” (Quando ero un’opera d’arte).
Ci aiuta anche la riflessione di Agostino, che ripensando agli errori dottrinali e morali della sua giovinezza, così esclama: “Uno solo è perfetto: Cristo. Noi preghiamo così: Rimetti a noi i nostri debiti”. Aveva raggiunto la pace dell’uomo unificato. Il peccato non gli interessava più. Era ormai giunto all’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera chiesa era continuamente necessaria la bontà di un Dio che perdona.
 
La storia del buon samaritano diventa paradigma nell’annunciare la salvezza. Trovare un santo che aiuti a vivere da cristiani non è facile. Ma incontrare un samaritano, peccatore e escluso, capace di versare olio su piaghe infette e rendendo così visibile l’amore di Dio, è forse alla portata di tutti.
 
 
 
Nell’attesa della sua venuta
 
È viva in noi la certezza che la città terrena si trasformerà in una città nuova: il regno giungerà a compimento, dopo aver posto le basi nella storia dell’oggi e i cieli nuovi e la terra nuova della Gerusalemme celeste appariranno splendenti.
Come è triste vedere un cristiano pessimista, ripiegato e confuso, senza speranza! Chi non spera, non crede e non ama!
 
Santità, vuol dire credere che un mondo nuovo sta per venire. Si tratta di attenderlo, vegliando nella preghiera, aspettando l’evento come una partoriente: Maranatha!
 
Perché la città secolare ha tanta paura della morte? Perché la vela, la nasconde, la copre di fiori, di musica, di luci e di inganni?
Nonostante tutto, inesorabile, essa verrà.
“Il carrozzone va avanti da sé,
con le regine, i suoi fanti, i suoi re.
Ridi buffone, per scaramanzia,
così la morte va via.
Musica gente, cantate, che poi
uno alla volta si scende anche noi.
Sotto a chi tocca in doppiopetto blu,
una mattina sei sceso anche tu.
Bella la vita che se ne va:
un fiore, un cielo, la tua ricca povertà,
il pane caldo, la tua poesia,
tu che stringevi la tua mano nella mia.
E il carrozzone riprende la via.
Facce truccate di malinconia.
Tempo per piangere no non ce n’è,
tutto continua anche senza di te”. (Renato Zero, Il carrozzone)
Ma Cristo, con il legno della sua croce, ha già definitivamente sfondato la porta ferrea, invalicabile, dell’abisso: il Paradiso ci attende nella casa del Padre, dove la comunione e la tenerezza di Dio ci colmeranno di gioia.
“La città si chiamerà da quel giorno in poi: YAHW SHAMMAH, Dio è là” (Ez 48,35)
 
 

BEATI I MITI PERCHE’ POSSIEDERANNO LA TERRA di P.Cantalamessa

giovedì 22 marzo 2007

Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia

P. Raniero Cantalamessa
“BEATI I MITI PERCHÉ POSSIEDERANNO LA TERRA”
Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia

16 marzo

1. Chi sono i miti

La beatitudine sulla quale vogliamo meditare oggi si presta a una osservazione importante. Essa dice: “Beati i miti perché possiederanno la terra”. Ora, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, Gesù esclama: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29). Ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono l’autoritratto di Gesù! È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia.

È qui il limite di Gandhi nel suo approccio al discorso della montagna che pure ammirava tanto. Per lui, esso potrebbe anche prescindere del tutto dalla persona storica di Cristo. “Non mi importerebbe nemmeno – egli disse in un’occasione – se qualcuno dimostrasse che l’uomo Gesù in realtà non visse mai e che quanto si legge nei Vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il Sermone della montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi” [1].

È, al contrario, la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dell’intero discorso della montagna qualcosa di più che una splendida utopia etica; ne fanno una realizzazione storica, da cui ognuno può attingere forza per la comunione mistica che lo lega alla persona del Salvatore. Non appartengono solo all’ordine dei doveri, ma anche a quello della grazia.

Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Gesù, giova passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti (praeis) è resa nelle traduzioni moderne. L’italiano ha due termini: miti e mansueti. Quest’ultimo è anche il termine usato nelle traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola è tradotta con doux, alla lettera “i dolci”, coloro che possiedono la virtù della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel “Dictionnaire de spiritualité” questa virtù è trattata alla voce douceur, dolcezza).

In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftmütigen, cioè miti, dolci; nella traduzione ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza – die keine Gewalt anwenden –, dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli inermi, i senza potere. L’inglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza e di cortesia.

Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere un’idea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e nella parenesi cristiana antica, aiutano a cogliere il “senso pieno” di mitezza: una è quella che accosta tra loro mitezza e umiltà, l’altra quella che accosta mitezza e pazienza; l’una mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilità, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che l’Apostolo mette in luce parlando della carità: “La carità è paziente, è benigna, non manca di rispetto, non si adira…” (1 Cor 13, 4-5).

2. Gesù, il mite

Se le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo, la prima cosa da fare nel commentare una di esse è di vedere come è stata vissuta da lui. I vangeli sono da un capo all’altro la dimostrazione della mitezza di Cristo, nel suo duplice aspetto di umiltà e di pazienza. Egli stesso, abbiamo ricordato, si propone a modello di mitezza. A lui Matteo applica le parole dette del Servo di Dio in Isaia: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (cf. Mt 12, 20). Il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un’asina è visto come un esempio di re “mite” che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra (cf. Mt 21, 4).

La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive loro: “Vi esorto per la mitezza (prautes) e la benignità (epieikeia) di Cristo” (2 Cor 10, 1).

Ma Gesù ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima, “Victor quia victima” [2].

Nietzsche, si sa, si è opposto a questa visione, definendola una “morale da schiavi”, suggerita dal “risentimento” naturale dei deboli verso i forti. Predicando l’umiltà e la mitezza, il farsi piccoli, il porgere l’altra guancia, il cristianesimo avrebbe introdotto, secondo lui, una specie di cancro nell’umanità che ne ha spento lo slancio e mortificato la vita…

Da qualche tempo si assiste al tentativo di assolvere Nietzsche da ogni accusa, di addomesticarlo e perfino di cristianizzarlo. Si dice che in fondo egli non se la prende contro Cristo, ma contro i cristiani che in certe epoche hanno predicato una rinuncia fine a se stessa, disprezzando la vita e infierendo contro il corpo…Tutti avrebbero travisato il vero pensiero del filosofo, a cominciare da Hitler…In realtà egli sarebbe stato un profeta dei tempi nuovi, il precursore dell’era postmoderna.

È rimasta, si può dire, una sola voce a opporsi a questa tendenza, quella del pensatore francese René Girard. Secondo lui, tutti questi tentativi fanno torto anzitutto a Nietzsche. Con una perspicacia davvero unica, per il suo tempo, egli ha colto il vero nocciolo del problema, l’alternativa irriducibile tra paganesimo e cristianesimo.

Il paganesimo esalta il sacrificio del debole a favore del forte e dell’avanzamento della vita; il cristianesimo esalta il sacrificio del forte a favore del debole. È difficile non vedere un nesso oggettivo tra la proposta di Nietzsche e il programma hitleriano di eliminazione di interi gruppi umani per l’avanzamento della civiltà e la purezza della razza.

Non è dunque soltanto il cristianesimo il bersaglio del filosofo, ma anche Cristo. “Dioniso contro il crocifisso: eccovi l’antitesi”, esclama in uno dei suoi frammenti postumi [3].

Girard dimostra che quello che forma il più grande vanto della società moderna – la preoccupazione per le vittime, lo stare da parte del debole e dell’oppresso, la difesa della vita minacciata – è in realtà un prodotto diretto della rivoluzione evangelica che però, per un paradossale gioco di rivalità mimetiche, viene ora rivendicato da altri movimenti, come conquista propria, in opposizione addirittura al cristianesimo [4].

Non è vero che il vangelo mortifica il desiderio di fare grandi cose e di primeggiare. Gesù dice: “Se qualcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9, 35). È dunque lecito, e anzi raccomandato, di voler essere il primo; solo il cammino per giungervi è cambiato: non elevandosi sopra gli altri, magari schiacciandoli se sono di ostacolo, ma abbassandosi per elevare gli altri insieme con sé.

3. Mitezza e tolleranza

La beatitudine dei miti è diventata di straordinaria rilevanza nel dibattito su religione e violenza, accesosi dopo l’11 Settembre. Essa ricorda, anzitutto a noi cristiani, che il vangelo non lascia spazio a dubbi. Non ci sono in esso esortazioni alla non violenza, mescolate a esortazioni contrarie. I cristiani possono, in certe epoche, aver tralignato su ciò, ma la fonte è limpida e ad essa la Chiesa può tornare a ispirarsi a ogni epoca, sicura di non trovarvi che verità e santità.

Il vangelo dice che “chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16), ma condannato in cielo, non in terra, da Dio non dagli uomini. “Quando vi perseguiteranno in una città – dice Gesù – fuggite in un’altra” (Mt 10,23); non dice: “mettetela a ferro e fuoco”. Una volta, due suoi discepoli, Giacomo e Giovanni, che non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani, dissero a Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Gesù, è scritto, “si voltò e li rimproverò”. Molti manoscritti riportano anche il tenore del rimprovero: “Voi non sapete di che spirito siete. Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime degli uomini, ma a salvarle” (cf. Lc 9, 53-55).

Il famoso compelle intrare, “costringeteli a entrare”, con cui sant’Agostino, anche se a malincuore [5], giustifica la sua approvazione delle leggi imperiali contro i Donatisti [6] e che servirà in seguito a giustificare la coercizione nei confronti degli eretici, è dovuta a una evidente forzatura del testo evangelico, frutto di una lettura meccanicamente letterale della Bibbia.

La frase è messa da Gesù in bocca all’uomo che aveva preparato una grande cena e, di fronte al rifiuto degli invitati di venire, dice ai servi di andare per le strade e lungo le siepi e di “costringere poveri, storpi, ciechi e zoppi ad entrare” (cf. Lc 14, 15-24). È chiaro che costringere non significa altro, nel contesto, che fare una amabile insistenza. I poveri e gli storpi, come tutti gli infelici, potrebbero sentirsi imbarazzati a presentarsi così male in arnese al palazzo: vincete la loro resistenza, raccomanda il padrone, dite loro che non abbiano paura ad entrare. Quante volte, in circostanze simili, noi stessi abbiamo detto: “Mi ha costretto ad accettare”, sapendo bene che l’insistenza in questi casi è segno di benevolenza, non di violenza.

In un libro-inchiesta su Gesù che tanta eco ha suscitato ultimamente in Italia si attribuisce a Gesù la frase: “E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Lc 19, 27) e se ne deduce che “è a frasi come queste che si rifanno i sostenitori della ‘guerra santa’” [7]. Ora va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesù, ma al re della parabola e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesù non è senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio.

4. Con mitezza e rispetto

Ma lasciamo da parte queste considerazioni di ordine apologetico e cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti una luce per la nostra vita cristiana. C’è una applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia già con la Prima Lettera di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza (prautes) e rispetto” (1 Pt 3,15-16).

Vi sono stati fin dall’antichità due tipi di apologetica, uno che ha il suo modello in Tertulliano, l’altro in Giustino; l’uno mira a vincere, l’altro a convincere. Giustino scrive un Dialogo con Trifone giudeo, Tertulliano (o un suo discepolo) scrive un trattato Contro i giudei, Adversus Judeos. Tutti e due questi stili hanno avuto un seguito nella letteratura cristiana (il nostro Giovanni Papini era certamente più vicino a Tertulliano che a Giustino), ma certo oggi è da preferire il primo. L’enciclica Dues caritas est dell’attuale Sommo Pontefice è un esempio luminoso di questa presentazione rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che da ragione della speranza cristiana “con mitezza e rispetto”.

Il martire sant’Ignazio d’Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: “Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili” [8].

La promessa legata alla beatitudine dei miti – “possederanno la terra” – si realizza su diversi piani, fino alla terra promessa definitiva che è la vita eterna, ma certamente uno dei piani è quello umano: la terra sono i cuori degli uomini. I miti conquistano la fiducia, attirano gli animi. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva dire: “Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”.

5. Imparate da me

Si potrebbe insistere a lungo su queste applicazioni pastorali della beatitudine dei miti, ma passiamo a un’applicazione più personale. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite”. Si potrebbe obbiettare: ma Gesù non si è mostrato, lui stesso, sempre mite! Dice per esempio di non opporsi al malvagio, e “a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5, 39). Quando però una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non è scritto che porse l’altra, ma con calma rispose: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23).

Questo significa che non tutto nel discorso della montagna va preso meccanicamente alla lettera; Gesù, secondo il suo stile, usa delle iperboli e un linguaggio immaginifico per meglio imprimere nella mente dei discepoli una certa idea. Nel caso del porgere l’altra guancia, per esempio, l’importante non è il gesto di porgere l’altra guancia (che a volte può perfino apparire provocatorio), ma di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere l’ira con la calma.

In questo senso, la sua risposta alla guardia è l’esempio di una mitezza divina. Per misurarne la portata, basta confrontarla con la reazione del suo apostolo Paolo (che pure era un santo) in una situazione analoga. Quando, nel processo davanti al sinedrio, il sommo sacerdote Anania ordina di percuotere Paolo sulla bocca, egli risponde: “Dio percuoterà te, muro imbiancato” (Atti 23, 2-3).

Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Gesù dice: “Chi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5, 22). Ora più volte nel vangelo egli si rivolge agli scribi e ai farisei chiamandoli “ipocriti, stolti e ciechi” (cf. Mt 23, 17; rimprovera i discepoli chiamandoli “sciocchi e tardi di cuore” (cf. Lc 24, 25).

Anche qui la spiegazione è semplice. Bisogna distingue tra l’ingiuria e la correzione. Gesù condanna le parole dette con rabbia e con l’intenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Mosè viene definito dalla Scrittura “più mansueto di ogni uomo che è sulla terra” (Num 12,3), eppure nel Deuteronomio lo sentiamo esclamare rivolto a Israele: “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente?” (Dt 32,6).

Quello che decide è se chi parla parla per amore o per odio. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, diceva sant’Agostino. Se ami, sia che correggi, sia che lasci correre, sarà amore. L’amore non fa alcun male al prossimo, dalla radice dell’amore, come da albero buono, non possono nascere che frutti buoni [9].

6. Miti di cuore

Siamo giunti così al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. La vera mitezza si decide lì. È dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7, 21-22), come dai ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le più grandi esplosioni di violenza, come le guerre e liti, cominciano, dice san Giacomo, segretamente dalle “passioni che si agitano dentro il cuore dell’uomo” (cf. Gc 4, 1-2). Come esiste un adulterio del cuore, così esiste un omicidio del cuore: “Chiunque odia il proprio fratello, scrive Giovanni, è omicida” (1 Gv 3,15).

Non c’è solo la violenza delle mani, c’è anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in continuazione “processi a porte chiuse”. Un monaco anonimo ha delle pagine di una grande penetrazione a questo riguardo. Parla da monaco, ma quello che dice non vale solo per i monasteri; porta l’esempio dei sudditi, ma è evidente che il problema si pone in altro modo anche per i superiori.

“Osserva, dice, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine? Questo: lo scontento a causa dei superiori che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri ‘oppressi’. Siamo scontenti dei nostri fratelli, ‘senza comprensione, cocciuti, sbrigativi, confusionari o ingiuriosi… Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giurato; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende e ci si giustifica; si condanna l’assente. Forse si elaborano piani di rivincita o raggiri vendicativi…” [10].

I Padri del deserto, non dovendo lottare contro nemici esterni, hanno fatto di questa battaglia interiore ai pensieri (i famosi logismoi) il banco di prova di ogni progresso spirituale. Hanno anche elaborato un metodo di lotta. La nostra mente, dicevano, ha la capacità di precorrere lo svolgimento di un pensiero, di conoscere, fin dall’inizio, dove andrà a parare: se a scusa del fratello o a sua condanna, se a gloria propria, o a gloria di Dio. “Compito del monaco – diceva un anziano – è vedere giungere da lontano i propri pensieri” [11], s’intende per sbarrare loro la strada, quando non sono conformi alla carità. Il modo più semplice di farlo è di dire una breve preghiera o mandare una benedizione all’indirizzo della persona che siamo tentati di giudicare. Dopo, a mente serena, si potrà valutare se e come agire nei suoi confronti.

7. Rivestirsi della mitezza di Cristo

Un’osservazione prima di concludere. Per loro natura, le beatitudini sono orientate alla pratica; fanno appello all’imitazione, accentuano l’opera dell’uomo. C’è il rischio che si resti scoraggiati nel constatare l’incapacità di attuarle nella propria vita e la distanza abissale che c’è tra l’ideale e la pratica.

Si deve richiamare alla mente quello che si diceva all’inizio: le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù. Egli le ha vissute tutte e in grado sommo; ma –e qui sta la buona notizia – non le ha vissute solo per se, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle beatitudini, non siamo chiamati solo all’imitazione, ma anche all’appropriazione. Nella fede possiamo attingere dalla mitezza di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e da ogni altra sua virtù. Possiamo pregare per avere la mitezza, come Agostino pregava per avere la castità: “O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ciò che mi comandi e comandami ciò che vuoi” [12].

“Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine (prautes), di pazienza” (Col 3,12), scrive l’Apostolo ai Colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha meritato e di cui, nella fede, possiamo rivestirci, non per essere dispensati dalla pratica, ma per animarci ad essa. La mitezza (prautes) è posta da Paolo tra i frutti dello Spirito (Gal 5, 23), cioè tra le qualità che il credente mostra nella propria vita, quando accoglie lo Spirito di Cristo e si sforza di corrispondervi.

Possiamo dunque terminare ripetendo insieme con fiducia la bella invocazione delle litanie del S. Cuore: “Gesù, mite ed umile di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo”: Jesu, mitis et humilis corde: fac cor nostrum secundum cor tutum.
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[1] Gandhi, Buddismo, Cristianesimo, Islamismo, Roma, Tascabili Newton Compton, 1993, p. 53.
[2] S. Agostino, Confessioni, X, 43.
[3] F. Nietzsche, Opere complete, VIII, Frammenti postumi 1888-1889, Adelphi, Milano 1974, p. 56.
[4] R. Girard, Vedo Satana cadere come folgore, Milano, Adelphi, 2001, pp. 211-236.
[5] S. Agostino, Epistola 93, 5: “Dapprima ero del parere che nessuno dovesse essere condotto per forza all’unità di Cristo, ma si dovesse agire solo con la parola, combattere con la discussione, convincere con la ragione”.
[6] Cf. S. Agostino, Epistole 173, 10; 208, 7.
[7] Corrado Augias – Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù. Mondadori, Milano 2006, p.52.
[8] S. Ignazio d’Antiochia, Agli Efesini, 10,2-3.
[9] S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni 7,8 (PL 35, 2023)
[10] Un monaco, Le porte del silenzio, Ancora, Milano 1986, p. 17 (Originale: Les porte du silence, Libraire Claude Martigny, Genève).
[11] Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di C. Campo e P. Draghi, Rusconi, Milano 1979, p. 66.
[12] Cf. S. Agostino, Confessioni, X, 29.

 

HANNO TESTIMONIATO IL VANGELO CON LA VITA NEL 2006

giovedì 22 marzo 2007
Hanno testimoniato con il sangue PDF Stampa E-mail
Scritto da Fides.org   
“Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3,16-18). Queste parole fanno pensare alla testimonianza di tanti cristiani che, con umiltà e nel silenzio, spendono la vita al servizio degli altri a causa del Signore Gesù, operando concretamente come servi dell’amore e perciò “artigiani” di pace. Ad alcuni è chiesta talora la suprema testimonianza del sangue… Non c’è dubbio che seguire Cristo è difficile, ma, come Egli dice, solo chi perde la propria vita per causa sua e del Vangelo la salverà (cfr Mc 8,35), dando senso pieno alla propria esistenza. Non esiste altra strada per essere suoi discepoli, non c’è altra strada per testimoniare il suo amore e tendere alla perfezione evangelica.

(Papa Benedetto XVI, Angelus 24 settembre 2006)

Come ogni anno l’Agenzia Fides pubblica l’elenco degli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso del 2006. Secondo le informazioni in nostro possesso, quest’anno sono stati uccisi 24 tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici, uno in meno rispetto all’anno precedente. Come sempre negli ultimi tempi, il conteggio di Fides non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutto il personale ecclesiastico ucciso in modo violento o che ha sacrificato la vita consapevole del rischio che correva, pur di non abbandonare il proprio impegno di testimonianza e di apostolato. I corpi di alcuni di loro sono stati trovati ore o giorni dopo il decesso, spesso vittime – almeno in apparenza – di aggressioni, rapine e furti perpetrati in contesti sociali di particolare violenza, degrado umano e povertà, che questi “artigiani di pace” cercavano di alleviare con la loro presenza e la loro opera.

Non usiamo volutamente il termine “martiri”, per non entrare minimamente in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare di loro, e anche per la scarsità di notizie che, nella maggior parte dei casi, si riesce a raccogliere sulla loro vita e perfino sulle circostanze della loro morte. Li proponiamo comunque al ricordo ed al suffragio di tutti, proprio perché il loro sacrificio, ben noto a Dio, non sia dimenticato neanche dagli uomini, e per il tributo che hanno dato alla crescita della Chiesa in ogni parte del mondo, al servizio della promozione umana e dell’evangelizzazione.

Come ha sottolineato il Santo Padre Benedetto XVI ricordando alla preghiera dell’Angelus del 24 settembre proprio una di queste missionarie uccise, suor Leonella Sgorbati, tanti cristiani, “con umiltà e nel silenzio, spendono la vita al servizio degli altri a causa del Signore Gesù, operando concretamente come servi dell’amore e perciò “artigiani” di pace. Ad alcuni è chiesta talora la suprema testimonianza del sangue… Non c’è dubbio che seguire Cristo è difficile, ma, come Egli dice, solo chi perde la propria vita per causa sua e del Vangelo la salverà (cfr Mc 8,35), dando senso pieno alla propria esistenza. Non esiste altra strada per essere suoi discepoli, non c’è altra strada per testimoniare il suo amore e tendere alla perfezione evangelica.”

Riguardo ai continenti dove nel 2006 sono state registrate il maggior numero di vittime, figura al primo posto l’Africa, che ha visto la morte violenta di 9 sacerdoti, 1 religiosa e 1 volontaria laica. La nazione con il maggior numero di sacerdoti uccisi è il Kenya, con 3 sacerdoti morti violentemente, cui fa seguito la Nigeria, con 2 sacerdoti uccisi. L’unica religiosa uccisa in Africa è suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, uccisa a Mogadiscio (Somalia), mentre la volontaria laica, di nazionalità portoghese, è stata uccisa in Mozambico.

Il secondo continente per numero di vittime del 2006 è l’America, dove sono stati uccisi 6 sacerdoti, 1 religiosa ed 1 laico, Cooperatore Salesiano. Il Brasile è le nazione in cui la Chiesa ha pagato un duplice tributo di sangue. Tra le vittime in questo continente si conta anche una religiosa statunitense impegnata nel reinserimento sociale degli ex detenuti, che proprio da uno di loro è stata uccisa, ed un laico, Cooperatore Salesiano, ucciso in Guatemala, molto probabilmente per non essersi piegato a ricatti e corruzioni.

L’Asia è stata bagnata dal sangue di 2 sacerdoti, una religiosa e un laico. In India sono stati uccisi un parroco ed un laico, mentre ad Ambon, nelle Molucche, teatro negli ultimi anni di sanguinosi scontri e violenze, è stata uccisa una religiosa. Ad essi va aggiunto il nome di don Andrea Santoro, missionario Fidei donum in Turchia, ucciso a Trabznon mentre era in preghiera nella sua chiesa.

Anche l’Oceania ha versato il suo contributo di sangue alla causa del Vangelo con un religioso dei Fatebenefratelli ucciso a Port Moresby, in Papua Nuova Guinea.

A questo elenco provvisorio deve comunque essere aggiunta la lunga lista dei tanti “militi ignoti della fede” di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano anche con la vita la loro fede in Cristo. “Penso anche a quei cattolici che mantengono la propria fedeltà alla Sede di Pietro senza cedere a compromessi, a volte anche a prezzo di gravi sofferenze. Tutta la Chiesa ne ammira l’esempio e prega perché essi abbiano la forza di perseverare, sapendo che le loro tribolazioni sono fonte di vittoria, anche se al momento possono sembrare un fallimento” (Papa Benedetto XVI, Angelus 26 dicembre 2006).

Cenni biografici e circostanze della morte

P. Elie Koma, della Compagnia di Gesù (SJ), di nazionalità burundese, è stato ucciso nella capitale, Bujumbura, nella serata di sabato 4 febbraio 2006. Il gesuita, 59 anni, passava in automobile nei pressi di un bar sulla strada principale dove un gruppo di uomini armati aveva aperto il fuoco contro un Maggiore delle Forze Nazionali di Difesa del Burundi, Ruguraguza, e sua moglie. Padre Koma sarebbe stato ucciso per eliminare un possibile testimone del delitto: l’auto su cui viaggiava è stata infatti fermata sparando alle gomme, quindi il sacerdote è stato ucciso con cinque proiettili alla schiena. Il sacerdote era stimato e benvoluto da tutti, molto attivo soprattutto nella pastorale e nella direzione degli esercizi spirituali per gli istituti religiosi femminili autoctoni ed i movimenti mariani. Sacerdote dal 1980, da 3 anni era il responsabile della chiesa dei Gesuiti di Kamenge, in uno dei quartieri più poveri di Bujumbura.

Don Andrea Santoro, sacerdote Fidei donum della Diocesi di Roma, ucciso a Trabzon (Turchia) il 5 febbraio 2006 mentre era raccolto in preghiera nella chiesa di Sancta Maria Kilisesi. Don Santoro, del clero romano, era nato a Priverno (LT), il 7 settembre 1945 ed era stato ordinato presbitero per la Diocesi di Roma il 18 ottobre 1970. Dopo aver prestato servizio religioso in diverse comunità parrocchiali di Roma, nel 2000 era partito come missionario “Fidei donum” per la Turchia, stabilendosi nella località di Trabzon, sul Mar Nero. Gli era stata affidata la chiesa di Sancta Maria Kilisesi. Nel 2003 aveva fondato l’Associazione “Finestra per il Medio Oriente”: un gruppo dedicato allo studio, alla preghiera ed al dialogo per far incontrare il mondo occidentale ed il Medio Oriente. Don Andrea era tornato in Italia nell’ultima settimana di gennaio, come faceva regolarmente, per guidare alcune giornate di studio e di preghiera.

P. José Alfonso Moreira, della Congregazione dello Spirito Santo (Spiritani), di nazionalità portoghese, ucciso il 9 febbraio 2006 nella sua residenza a Bailundo, in Angola. Il missionario, 80 anni, di cui 40 trascorsi a Bailundo, è stato ucciso con 7 colpi di arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Era appena andato a dormire quando una quindicina di persone armate, molto probabilmente banditi, hanno fatto irruzione nella sua camera e lo hanno ucciso senza neanche dargli il tempo di scendere dal letto, quindi hanno messo a soqquadro la casa. P. Moreira era benvoluto da tutti perché ha reso un’autentica testimonianza di amore per la missione anche in tempi difficilissimi. Durante la drammatica guerra civile del 1975-2002 la località dove si trovava a svolgere la sua missione era stata conquistata dalla guerriglia dell’UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola) e poi dall’esercito di Luanda. Ma P. Moreira era riuscito sempre a conservare la propria neutralità, senza cedere a compromessi con nessuno, per poter annunciare il Vangelo e servire il prossimo nella piena libertà dei figli di Dio.

Don Michael Gajere, sacerdote nigeriano, è stato ucciso da un gruppo di uomini armati a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno (Nigeria), il 18 febbraio 2006, nel corso di gravi violenze seguite ad una manifestazione di protesta iniziata pacificamente. Negli scontri hanno trovato la morte almeno 15 persone, sono state bruciate 4 chiese cattoliche, l’abitazione del Vescovo, alcune strutture di altre confessioni cristiane e diverse abitazioni di fedeli cristiani. Il sacerdote, ordinato 14 anni fa, era arrivato solo da un mese come Parroco nella parrocchia di Santa Rita a Bulunkutu, quartiere di Maiduguri. Prima di essere ucciso don Michael è riuscito a mettere in salvo i leader dei gruppi giovanili della parrocchia.

Suor Maria Yermine Yamlean, 33 anni, delle Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore (FDNSC), nativa di Arui Das-Ambon (Indonesia) e residente nel convento di Jalan Pattimura, nella città di Ambon, capitale delle isole Molucche, è stata uccisa la mattina del 10 marzo 2006. La religiosa aveva sorpreso un intruso nel convento, forse un ladro, che spaventato l’ha aggredita e colpita con un coltello. Quando le consorelle l’hanno rinvenuta era ormai in gravi condizioni. Portata all’ospedale, è deceduta poco dopo il ricovero. La religiosa era molto attiva nella pastorale e nel Movimento Carismatico, era membro del Consiglio Provinciale della sua Congregazione, Vicesuperiora della Comunità di Ambon e guida della formazione delle aspiranti.

P. Eusebio Ferrao, 61 anni, parroco della chiesa di San Francesco a Macasana, nella parte meridionale di Goa (India), è stato ucciso nella notte fra il 17 e il 18 marzo 2006. Il sacerdote è stato ritrovato la mattina del 18 marzo dai suoi parrocchiani che lo attendevano per la celebrazione della Santa Messa mattutina. Non vedendolo arrivare lo sono andati a cercare nella sua abitazione, dove però lo hanno trovato morto, sembra soffocato con un cuscino. Secondo i suoi parrocchiani p. Ferrao era un uomo pacifico che non aveva nemici. Era impegnato nella Commissione per la Liturgia della diocesi e serviva la sua comunità parrocchiale (circa 3.200 fedeli ) con zelo e umiltà.

Mons. Bruno Baldacci, sacerdote Fidei Donum della diocesi di La Spezia (Italia), 63 anni, è stato ritrovato la mattina di giovedì 30 marzo nella sua stanza, presso la parrocchia di Nossa Senhora das Candeias di cui era parroco, a Vitória da Conquista, stato di Bahia (Brasile). La segretaria e la portinaia lo hanno trovato che giaceva sul letto, nella sua stanza, con evidenti segni di percosse, mentre il locale era stato messo a soqquadro. Mons. Baldacci aveva trascorso 42 anni in Brasile, ove era giunto seguendo un Vescovo missionario, lì era stato anche ordinato sacerdote nel 1968. Negli ultimi tempi si era dedicato in particolare ai poveri ed a strappare i giovani dalla tossicodipendenza.

Don Luis Montenegro, 77 anni, da oltre 30 parroco di Nuestra Senora del Rosario a La Calera, nei pressi di Cordoba (Argentina), è stato trovato morto la mattina del 12 aprile 2006, ucciso a coltellate nel sonno. Autore del crimine un giovane pregiudicato, fermato dalla polizia, che aveva aggredito il sacerdote probabilmente a scopo di rapina.

Suor Karen Klimczak, 62 anni, delle Suore di San Giuseppe di Buffalo (SSJ), è stata uccisa nella città di Buffalo, stato di New York (Stati Uniti d’America), nel giorno di Venerdì santo, 14 aprile 2006. La religiosa aveva dedicato tutta la sua vita ai poveri. Lavorava nella “Bissonette House”, una casa di accoglienza per ex detenuti che la religiosa aiutava a reinserirsi nella società. Proprio uno di loro, ospite della casa, l’ha aggredita per rapina e, dopo averla uccisa, preso dal panico, ha nascosto il suo corpo in una abitazione abbandonata ad alcune miglia dalla Bissonette House, dove è stato ritrovato la domenica di Pasqua. La religiosa era molto conosciuta in tutta Buffalo per la sua attività a favore dei poveri e della pace, cui aveva dedicato la vita.

Don Galgalo Boru, sacerdote kenyano della parrocchia di Bulesa, nel Vicariato apostolico di Isolo (Kenya), è stato ucciso nel mese di aprile 2006 nella località di Lososia, distretto di Samburu, da alcuni banditi che hanno assalito il veicolo su cui stava viaggiando, aprendo il fuoco da entrambi i lati della strada. Insieme al sacerdote è morta un’altra persona che era a bordo dell’automobile.

Don Jorge Piñango Mascareño, Sottosegretario della Conferenza Episcopale Venezuelana, è stato trovato morto lunedì 24 aprile 2006 a Caracas. La Conferenza Episcopale Venezuelana, in un suo comunicato afferma che “il percorso umano e sacerdotale del Padre Piñango, è stata marcato, per più di venti anni, dal ministero sacerdotale, dallo spirito delle Beatitudini evangeliche e dalla sua chiara vocazione di servizio. Spetterà alle autorità competenti chiarire debitamente la sua morte, accaduta in strane circostanze. Da parte nostra, offriremo tutta la collaborazione che ci sarà richiesta, e vigileremo per onorare la verità e la giustizia”. P. Jorge Piñango Mascareño era nato nel 1959 a Barquisimeto ed era stato ordinato sacerdote il 10 agosto 1985. Aveva studiato alla Pontificia Università Javeriana di Colombia ed alla Pontificia Università Gregoriana a Roma. Aveva ricoperto il ruolo di docente in diverse Università e Seminari. Era stato nominato Sottosegretario della CEV nel 2002.

Don Josè Carlos Cearense, sacerdote diocesano brasiliano di 44 anni, è stato trovato ucciso a coltellate, con le mani legate dietro la schiena, nella casa parrocchiale accanto alla chiesa di Santa Maria dos Anjos, di cui era parroco, nella località di Delta, nello stato di Minas Gerais (Brasile). Il suo corpo è stato trovato la mattina del 9 maggio dalla donna che era andata a fare le pulizie. L’omicidio sarebbe avvenuto la sera prima, 8 maggio, intorno alle ore 22. Nei giorni seguenti la polizia ha arrestato il suo assassino, un maniaco che aveva compiuto una serie di omicidi tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.

Don Jude Kimeli Kibor, sacerdote keniano, 57 anni, impegnato nella pastorale carceraria da 5 anni, è stato trovato morto l’11 maggio 2006 nei pressi di Eldoret, mentre stava recandosi a celebrare la Messa, apparentemente a scopo di rapina. La sua cartella è stata rubata e la sua automobile è stata ritrovata a 10 chilometri dal luogo dove era il suo corpo. Il sacerdote aveva studiato a Springfield (USA) e contemporaneamente aveva svolto il ministero sacerdotale in diverse parrocchie. Era poi tornato nel suo paese di origine deciso ad aiutare il suo popolo, consapevole dei rischi che avrebbe corso.

Fra Luis Alfonso Herrera Moreno, francescano (OFM) colombiano di 46 anni, è stato ucciso a colpi di pietra in località Bonda (Colombia). Il religioso era economo del collegio San Luis Beltran, gestito dalla comunità francescana di Santa Marta. Il 28 giugno era salito sulla sua automobile per andare a svolgere alcune commissioni. Il giorno seguente è stato ritrovato il suo corpo senza vita. L’unico indizio è che sia stato ucciso in un tentativo di rapina.

Don John Mutiso Kivaya, 35 anni, sacerdote keniano assistente nella parrocchia di Masinga (Kenya), è stato ucciso a Tala, diocesi di Machakos, la notte del 31 luglio 2006 da alcuni teppisti che hanno fatto irruzione nel ristorante dove stava consumando la cena insieme ad altri due sacerdoti. Il sacerdote si trovava nella sua città natale per fare visita ai familiari. I banditi, che hanno rapinato i presenti del denaro e dei telefoni cellulari, hanno ucciso oltre al sacerdote altre due persone, e ferito tre persone.

Don Chidi Okorie, 31 anni, nigeriano, ucciso ad Afikpo (stato dell’Ebonyi) in Nigeria, nella notte del 4 agosto 2006. E’ stato aggredito e pugnalato nella sua abitazione presso la St.Mary’s Catholic Church. Subito soccorso e trasportato in ospedale, vi è deceduto poco dopo. Molto probabilmente è stato vittima di ladri che si erano introdotti nella abitazione, da cui mancavano denaro ed altri beni. Il giovane sacerdote era stato ordinato nel giugno 2004.

Fratel Augustine Taiwa, 40 anni, dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli), originario della Nuova Britannia orientale, è stato colpito a morte nella sera di lunedì 28 agosto 2006, nei pressi della capitale della Papua Nuova Guinea, Port Moresby. Il missionario è stato aggredito vicino all’Istituto Xavier di Bomana, dove negli ultimi tre anni aveva ricoperto l’incarico di Coordinatore dei corsi pastorali. Il religioso è stato colpito con una lancia di acciaio mentre stava guidando un furgone, a bassa velocità e con il finestrino abbassato per parlare con i venditori del mercato ambulante. Tre giovani che erano ubriachi lanciavano pietre e altri oggetti contro le macchine di passaggio. Uno di loro ha scagliato una lancia contro la vettura del religioso, che lo ha colpito alla testa uccidendolo immediatamente. La polizia è intervenuta tempestivamente e lo ha portato al Port Moresby General Hospital, dove però hanno solo constatato il suo decesso.

Suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, italiana, 66 anni, è stata uccisa il 17 settembre 2006 a Mogadiscio (Somalia) colpita a morte mentre si recava all’ospedale in cui prestava servizio, da alcuni sicari che si erano appostati dietro una automobile. La religiosa nel 1970 era stata inviata in Kenya, dal 1970 al 1983 aveva prestato servizio negli ospedali della Consolata di Mathari, di Nyeri e di Nazareth, alla periferia di Nairobi. Nel 1985 era diventata l’insegnante principale nella scuola d’infermiera presso l’ospedale Meru di Nkubu. Il 26 novembre 1993 era stata eletta superiore regionale delle Missionarie della Consolata del Kenya, compito che ha svolto per 6 anni. Nel 2001 Suor Leonella aveva trascorso diversi mesi a Mogadiscio per verificare la possibilità di creare una scuola infermieristica nell’ospedale locale gestito da una Ong. Il 18 aprile 2002 erano iniziati i primi corsi della scuola professionale, i primi allievi si sono diplomati nel 2006. In agosto, vincendo forti resistenze burocratiche, Suor Leonella era riuscita a ottenere per i propri allievi un diploma internazionalmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Don Ricardo Antonio Romero, 53 anni, salvadoregno, è stato ucciso all’alba del 25 settembre 2006 a colpi di pietra e bastone, mentre stava percorrendo la strada che congiunge Acajutia a Sonsonate (El Salvador). Il corpo senza vita è stato trovato vicino alla sua jeep. La polizia sospetta che l’omicidio sia stato compiuto da una delle bande giovanili che imperversano nella zona. Il sacerdote era parroco di Santa Catarina Masahuat, diocesi di Sonsonate, ed era molto conosciuto soprattutto per l’instancabile opera di evangelizzazione che portava avanti e l’assistenza ai poveri e ai più bisognosi.

Don Pascal Koné Naougnon, 51 anni, della diocesi del Callao (Perù) è stato ucciso il 31 ottobre 2006 a Divo, in Costa d’Avorio, dove si trovava missionario dal 2003. E’ stato vittima di un tentativo di rapina nella casa parrocchiale della parrocchia della Sacra Famiglia di Divo: stava per coricarsi quando, insospettito da alcuni rumori provenienti dal salotto, è andato ad accertarsi di cosa stesse succedendo e si è trovato faccia a faccia con i banditi che non hanno esitato a sparare. Portato dai suoi confratelli nel vicino ospedale, il sacerdote è morto per le gravi ferite riportate. Nato a Bouaké (Costa d’Avorio) in una famiglia animista, a 12 anni aveva chiesto di ricevere il Battesimo. A 25 anni entrò a far parte del Cammino Neocatecumenale, e qui scoprì la sua vocazione al sacerdozio. Nel 1990, dopo aver partecipato ad un incontro internazionale, venne mandato in seminario in Perù, nel Seminario Redemptoris Mater del Callao. Nel 1999 fu ordinato sacerdote e ha svolto il suo ministero sacerdotale in diverse zone del Perù, dove si distinse per il suo carattere generoso e lo spirito di servizio. Nel 2003, su richiesta del Vescovo di Gagnoa, don Pascal fu inviato a servire la Chiesa ivoriana e nella parrocchia “Sacra Famiglia” di Divo. Si fece apprezzare da tutti per il suo stile semplice e il suo impegno per la promozione umana. Seguiva in particolare i giovani, che avevano abbandonato la scuola, offrendo una formazione tecnica per trovare un lavoro.

Padre Waldyr dos Santos, gesuita brasiliano, 69 anni, e la volontaria laica portoghese Idalina Neto Gomes, 30 anni, sono stati uccisi alle prime ore del 6 novembre 2006 da un gruppo di uomini armati che ha assalito la residenza di Angonia, nella provincia di Tete (Mozambico), ferendo altre due persone. Gli assalitori, dopo aver rubato denaro e altri oggetti, sono fuggiti a bordo delle auto della comunità. Idalina Neto Gomes, avvocato, faceva parte dell’Associazione portoghese “Laici per lo sviluppo” e si trovava nella comunità dei gesuiti con altri membri dell’Associazione. In questa zona di frontiera tra Mozambico, Malawi, Zambia e Zimbabwe, la delinquenza ha ripetutamente colpito le missioni cattoliche e le comunità religiose. I Gesuiti hanno una lunga storia in questo territorio, e si dedicano all’evangelizzazione, all’educazione, alla sanità e ai progetti sociali per lo sviluppo della popolazione.

Jacob Fernandez, laico cattolico, gestore della libreria annessa al Santuario del Monte di San Tommaso a Chennai, nello stato del Tamil Nadu (India), il 26 novembre 2006 è stato aggredito senza motivo mentre era sul posto di lavoro, da un uomo che lo ha ucciso a colpi di machete. Secondo la ricostruzione, l’uomo, in uno stato di esaltazione violenta, chiedeva di incontrare il parroco e gridava rivendicando la proprietà indù del colle dove sorge il Santuario. La polizia ha arrestato l’omicida definendolo “mentalmente instabile”. Secondo le testimonianze di alcuni fedeli che lo conoscevano, Jacob, che lascia la moglie e tre figli, era un laico cattolico molto devoto, che partecipava ogni mattina alla Santa Messa nel Santuario, e viveva la sua vita come una missione.

Johnny Morales, 34 anni, Cooperatore Salesiano del Guatemala, è stato ucciso l’8 dicembre 2006 in seguito ad una imboscata che gli è stata tesa mentre usciva dal lavoro. Il veicolo sul quale si trovava è stato crivellato di proiettili sparati da vari punti che hanno provocato la sua morte immediata. Johnny Morales collaborava con il “Centro Salesiano P. Sergio Checchi” insieme a sua moglie, anche lei Cooperatrice Salesiana nello stesso Centro. Si erano sposati appena un anno fa. Johnny lavorava nella Segreteria dell’Amministrazione Tributaria (SAT) e solo due giorni prima era stato destinato alla frontiera di Tecún Umám (Messico), dove c’è un elevato livello di narcotraffico e contrabbando. La causa del crimine sembra vada ricercata proprio nella sua integrità, in quanto avrebbe rifiutato di compiere atti illeciti.

PRENDI UN TEMPO PER TE E MEDITA

lunedì 12 marzo 2007

Ascolta
In quel tempo, giunto Gesù a Nazaret, disse al popolo radunato nella sinagoga: “In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia,quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone.
C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato, se non Naaman il Siro.”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. 

Medita
Nella piccola sinagoga di Nazaret si dichiara il compimento della grande attesa: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che avete udita con i vostri orecchi”. E’ questo il lapidario commento di Gersù al brano di Isaia appena proclamato nella lettura sabbatica. Luca ci fa toccare l’emozione di quel momento: l’attesa, gli occhi di tutti fissi sopra di lui, i gesti lenti che ciascuno prova ad interrogare. Poi l’esplosione gioiosa di meraviglia, ed insieme gli interrogativi carichi di sconcerto.

Altro che l’Atteso! Quest’uomo per noi è solo il figlio di Giuseppe. Dimostri dunque di essere veramente chi afferma, facendoci vedere miracoli come ha fatto con quelli di Cafarnao. Dall’entusiasmo si passa alla critica, allo sdegno, al rifiuto. Gesù chiede fede e i suoi concittadini pretendono di “conoscerlo” attraverso un’esperienza che continueranno a misurare con i loro occhi.

Al di là di quanto si potrebbe dire circa la formazione letteraria del testo, il messaggio resta evidente: per dire che colui che tutti conoscono come “il figlio di Giuseppe” è in realtà “figlio di Dio”, abbiamo bisogno anche noi, suoi concittadini di questo tempo, del dono della fede che lo accoglie dopo averlo atteso mettendo su di lui gli occhi dello stupore e disponendoci ad ascoltarlo, ubbidirlo, seguirlo. La pretesa di possederlo, di farsi ubbidire da lui, potremmo dire la pretesa di una conoscenza dalla “carne”, esclude la fede, ne interrompe il cammino.

Il modo con cui si rivela oggi è lo stesso che a Nazaret: la via è la parola. Può scandalizzare e impedire di riconoscerlo. Anche per noi il dilemma è: fidarsi o rifiutarlo?; prima ancora: guardarlo con gli occhi di Dio e secondo i nostri schemi? 

  

“Ma egli, passando in mezzo a loro se ne andò”. Come posso cogliere nel mio oggi , il passaggio accanto a me del Signore “che passa e non ritorna”, per mettermi alla sua sequela? Quali atteggiamenti possono aiutarmi a “vedere il suo volto”? e a vincere la mia lebbra? 

  

Il coraggio di osare

Signore Gesù,
tu sei il principio della nuova creazione.
Questo santo principio
è di ora e di sempre
e non si chiuderà sino alla fine
di tutte le cose.

Io considero questo,
ma il parlare e l’udire non servono
se tu non fai splendere
nell’intimo la verità;
quindi ti prego, volgiti a me.

Fammi conoscere chi sei.
Fa’ sentire al mio cuore
la santità che è in te.
Fa’ che io veda
la gloria del tuo volto.
Dal tuo essere e dalla tua parola,
dal tuo agire e dal tuo destino,
fa’ mi derivi la certezza che
la verità e l’amore
sono a mia portata per salvarmi.
Tu sei la via, la verità e la vita.
Tu sei il principio della nuova creazione.

Dammi il coraggio di osare.
Fammi consapevole del mio bisogno
di conversione e con serietà fa’
che lo compia nella realtà
della mia vita quotidiana.
E se mi riconosco indegno e peccatore,
dammi la tua misericordia.
Donami la fedeltà che persevera
e la fiducia che ricomincia sempre,
ogni volta che tutto pare fallire.

ROMANO GUARDINI 

  

Amore

Amore in ogni parola
che si spegne sul mio labbro;
amore in ogni lacrima solitaria
sparsa nella disperazione impotente
di esistere singolarmente;
amore in ogni desiderio che fugge veloce
verso l’impossibile;
amore in ogni sguardo di bimbo
spensierato e libero;
amore in ogni amarezza che inonda
la mia gola e la mia vita,
arsa dal peso di essere me stesso;
amore in ogni paura di non essere
ciò che vuole l’altissimo;
amore nella vanità di ogni sforzo sincero;
amore nella dolcezza e nei ricordi
della fanciullezza passata;
amore nella sera grigia
di questo qualsiasi giorno.

Ma al di sopra, e al di dentro
di questo amore voglio la pace
che supera ogni senso.

PRIMO MAZZOLARI