Archivio della Categoria 'NOTIZIE'

GRAZIE A DIO E ALLA VOSTRA AMICIZIA

sabato 16 febbraio 2008

Un grazie a Dio e a voi il mio viaggio e`è andato benissimo.

Oggi festeggiamo il Beato Giuseppe Allamano con le Suore e il confratello Congolese P.Andrè,che mi è venuto prendere allo aeroporto.Contento di accogliermi ,terminando cosi il suo eremitaggio,è stato un mese tutto da solo,in questa bella casa che abitiamo a 500 m. dall aeroporto.Il caldo è ancora sopportabile ,le tante zanzare un po meno.Come vedete inter net funziona quindi i collegamenti non sono interrotti.

Un salutone P.Francesco

DIOCESI DI GIBUTI

martedì 29 gennaio 2008

Diocesi di Gibuti

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Vai a: Navigazione, cerca

diocesi di Gibuti
Dioecesis Gibutensis
chiesa latina
[[Image:{{{immagine}}}|290px]]
vescovo Giorgio Bertin, O.F.M. sede vacante
suffraganea di Regione ecclesiastica {{{regione}}}
 
 
Collocazione geografica
Provincia ecclesiastica


diocesi suffraganee
{{{suffraganee}}}
Coadiutore:
  vicario:
  provicario
generale:
  ausiliari:
  Vescovi emeriti:
Georges Marcel Émile Nicolas Perron, O.F.M.Cap. parrocchie:
6
sacerdoti 2 secolari e 5 regolari
1.000 battezzati per sacerdote
9 religiosi 19 religiose
557.000 abitanti in 23.000 km²
7.000 battezzati (1,3% del totale)
Eretta:
28 aprile 1914 rito:
romano cattedrale :
  Santi patroni:
  Boulevard de la Republique, B.P. 94, Djibouti, Rep. de Djibouti
tel. 35.01.40 fax. 35.48.31
Dati dall’annuario pontificio 2005 * * Chiesa cattolica in Gibuti
elenco diocesi della Chiesa cattolica
Progetto:Diocesi · discussioniguida

La diocesi di Gibuti (in latino: Dioecesis Gibutensis) è una sede della Chiesa cattolica immediatamente soggetta alla Santa Sede. Nel 2004 contava 7.000 battezzati su 557.000 abitanti. È attualmente retta dal vescovo Giorgio Bertin, O.F.M.

·                                  

[modifica] Territorio

La diocesi comprende lo stato di Gibuti, la sede vescovile è la città omonima. Il territorio è suddiviso in 6 parrocchie.

[modifica] Storia

La prefettura apostolica di Gibuti fu eretta il 28 aprile 1914, ricavandone il territorio dal vicariato apostolico di Galla (oggi vicariato apostolico di Harar).

Il 14 settembre 1955 la prefettura è stata elevata a diocesi.

[modifica] Cronotassi dei vescovi

La diocesi al termine dell’anno 2004 su una popolazione di 557.000 persone contava 7.000 battezzati, corrispondenti al 1,3% del totale.

anno
popolazione
sacerdoti
diaconi
religiosi
parrocchie
 
battezzati
totale
%
numero
secolari
regolari
per
battezzato
 
uomini
donne
 
1950
2.500
80.000
3,1
6
  6
416
    15
1
1970
10.000
150.000
6,7
13
2
11
769
  15
35
9
1980
12.400
118.000
10,5
6
1
5
2.066
1
13
23
6
1990
8.000
420.000
1,9
6
  6
1.333
  14
28
6
1999
7.000
525.000
1,3
6
1
5
1.166
  12
18
5
2000
7.000
550.000
1,3
4
1
3
1.750
  8
19
5
2001
7.000
557.000
1,3
6
2
4
1.166
  9
19
5
2002
7.000
557.000
1,3
6
3
3
1.166
  8
24
6
2003
7.000
557.000
1,3
3
2
1
2.333
  5
21
6
2004
7.000
557.000
1,3
7
2
5
1.000
  9
19
6

 

NOTIZIE GENERALI DELLO STATO DI DJIBOUTI

martedì 29 gennaio 2008
 GIBUTI

Jibuti- Djibouti

capitale: Gibuti 

 

DATI GEOGRAFICI

estensione: 23.000 Km²

l’Italia è circa 13.3 volte più grande

popolazione: 640.000 di abitanti

l’Italia è circa 89.1 volte più popolosa

densità: 28 abitanti per Km²

 

SOCIO-POLITICA

ordinamento:

Repubblica

lingua:

Arabo (ufficiale) – Francese (ufficiale) – Idiomi cuscitici

religione:

Musulmani sunniti

gruppi etnici:

Issa 50% – Afar 38% – Arabi 7% – Altri 5%

 

INFORMAZIONI PRATICHE

moneta: Franco del Gibuti

pref.telefonico: 00253

volts: 220V

documenti: Passaporto e Visto 

fuso orario: GMT +3.00

Più due ore rispetto all’Italia 

INFORMAZIONI SANITARIE

Vaccinazioni obbligatorie

 

nessuna.

Vaccinazioni consigliate

Febbre Gialla.

Il rischio di malaria, soprattutto per la forma da Pl. Falciparum (maligna), esiste tutto l’anno ed in tutto il Paese.

 

 

A Gibuti sono molto diffusi il tifo e le epatiti A e B.

 

 

 La Repubblica di Gibuti (جيبوتي, Djibouti) è uno Stato dell’Africa Orientale, posta all’estremità meridionale del Mar Rosso, presso lo stretto di Bab el-Mandeb ed è situata nel Corno d’Africa. Gibuti confina con l’Eritrea a nord, l’Etiopia ad ovest e a sud, e la Somalia a sud-est. Il resto dei confini è bagnato dal Mar Rosso e dal Golfo di Aden. Lo Yemen, nella penisola araba, è a soli 20 km dalla costa di Gibuti.

Indice
[nascondi]
·                                 1 Storia
·                                 2 Geografia
o                                        2.1 Morfologia
·                                 3 Popolazione
o                                        3.1 Religione
·                                 4 Ordinamento dello stato
o                                        4.1 Suddivisioni amministrative
·                                 5 Politica
·                                 6 Altri progetti
·                                 7 Collegamenti esterni

[modifica] Storia

Intorno all’825 d.C. l’islamismo si diffuse in una regione all’epoca utilizzata per far pascolare il bestiame da diverse tribù, fra cui gli afar dell’Etiopia orientale e gli issa della Somalia. I commercianti arabi controllarono la regione fino al XVI secolo. Quando nel 1862 giunsero i francesi con l’obiettivo di controbilanciare la presenza britannica ad Aden, i sultani di Afar di Obock e Tagiura, che controllavano la zona sull’altro lato dello stretto di Bab el-Mandeb, la vendettero ai francesi per 10.000 talleri.

Nel 1888 i francesi incominciarono a costruire la città di Gibuti sulla costa meridionale del Golfo di Tagiura, una regione abitata in prevalenza da somali. Iniziava così a prendere forma la Somalia francese e Gibuti divenne ben presto lo sbocco marittimo ufficiale dell’Etiopia e la ferrovia Gibuti-Addis Abeba, costruita dai francesi, fu e continua a essere estremamente importate per gli etiopi, sia dal punto di vista strategico sia da quello commerciale.

Nel 1949 vi furono le prime dimostrazioni da parte degli Issa, che chiedevano la riunificazione delle terre somale in mano agli italiani, agli inglesi e ai francesi e l’espulsione di tutte le potenze coloniali. Gli afar appoggiarono i francesi, che naturalmente li favorirono affidando il governo locale ad Ali Aref e altri afar. La maggioranza del 60% che nel 1967 si espresse a favore del governo francese fu in gran parte determinata dalla massiccia espulsione di somali dal Paese e dall’arresto dei leader dell’opposizione e provocò tumulti e sommosse popolari nella capitale. Le autorità coloniali si resero conto che qualcosa andava fatto e nel tentativo di sedare i manifestanti, cambiarono il nome della colonia in Territorio francese degli Afar e degli Issa. Ma il Paese era ormai diventato un vespaio e nei primi anni Settanta venne attaccato dal Fronte di Liberazione della Costa Somala, cui avevano aderito molti degli espulsi dalla colonia.

In seguito a ulteriori dimostrazioni a sostegno dell’opposizione, nel 1976 Ali Aref fu costretto a dare le dimissioni e con grande riluttanza l’anno seguente, il 27 giugno 1977, la Francia concesse a Gibuti l’indipendenza. Le prime elezioni decretarono la vittoria della Lega popolare per il progresso (RPP) e Hassan Gouled Aptidon, capo del partito, divenne il nuovo presidente. Gibuti è stata l’ultima colonia francese nel continente africano a ottenere l’indipendenza.

Nei primi anni Novanta si è scatenata una guerra civile fomentata dagli afar, che è terminata grazie all’accordo di pace raggiunto nel 1994.

[modifica] Geografia

[modifica] Morfologia

La morfologia del territorio è irregolare: a cime che raggiungono i 2.000 m s.l.m. si alternano profonde depressioni. Il punto più basso è costituito dalla depressione del Lago Assal, a -156 m s.l.m.. Poiché il clima è caldo e secco, non vi sono fiumi permanenti, ma solo alcuni uadi (o uidian), e la vegetazione è composta da steppe e rade boscaglie.

[modifica] Popolazione

Al 2007, 426.374 persone abitano in Gibuti.

[modifica] Religione

Il 94% della popolazione è di religione islamica; il secondo gruppo religioso più diffuso è quello cristiano.

[modifica] Ordinamento dello stato

[modifica] Suddivisioni amministrative

Gibuti è diviso in cinque distretti amministrativi. La capitale ha uno status autonomo:

[modifica] Politica

Il Paese appartiene dal 1986 all’Autorità intergovernativa per lo sviluppo, organizzazione politico-commerciale formata dai paesi del Corno d’Africa.

La città di Gibuti

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

 

 

 


RELAZIONI CON LA SANTA SEDE

martedì 29 gennaio 2008
RELAZIONI DIPLOMATICHE TRA LA SANTA SEDE E LA REPUBBLICA DI GIBUTI 

La Santa Sede e la Repubblica di Gibuti, desiderando promuovere legami di amicizia, hanno deciso di comune accordo di stabilire tra loro relazioni diplomatiche al livello di Nunziatura Apostolica da parte della Santa Sede, e di Ambasciata da parte della Repubblica di Gibuti.

Gibuti, Paese africano indipendente dal 1977, si trova in una posizione geografica strategica, grazie al porto che permette di accedere al Mar Rosso e al Golfo Persico. Tuttavia, oggi l’attività portuale subisce dei forti rallentamenti a causa del conflitto tra Etiopia ed Eritrea.

Il Paese conta 623.000 abitanti. La popolazione è costituita da due gruppi etnici principali, uno maggioritario, gli Issa (somali), residenti nella parte meridionale ed orientale del territorio, ed uno minoritario, gli Afar, che conta 155.000 appartenenti.

L’attuale Presidente Ismael Omar Guelleh è stato eletto il 9 aprile 1999. Attualmente egli presiede anche l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), la cui sede è proprio Gibuti. All’IGAD appartengono Eritrea, Etiopia, Kenia, Uganda, Sudan e Somalia.

Per quanto riguarda la situazione religiosa, il Paese è, al 96%, musulmano-sunnita. I cattolici sono il 2%. Altrettanti, se considerati insieme, sono i cristiani protestanti e ortodossi.

La Diocesi di Gibuti, già Prefettura Apostolica, è stata eretta il 14 settembre 1955. Il Vescovo è S.E. Mons. George Perron, O.F.M. Cap., coadiuvato da quattro sacerdoti, che operano in cinque parrocchie. Della comunità cattolica fanno parte i numerosi militari francesi di stanza sul territorio. Tra le attività della Chiesa cattolica si segnalano ben undici scuole cattoliche. Si attende ora l’arrivo delle religiose “Missionarie della Carità” (Suore di Madre Teresa).

[01152-01.01] [Testo originale:italiano]

 

KENYA

sabato 12 gennaio 2008
Kenya: Comitati “ad hoc” per la pace e la riconciliazione PDF Stampa E-mail
Scritto da MISNA   
Il governo ha annunciato ieri sera la costituzione di tre diversi comitati – Peace and Reconciliation, Legal Affairs e Media and Information – incaricati di riportare la pace nel paese e di svolgere un’opera di riconciliazione con gli esponenti dell’opposizione. Si è anche costituito un altro comitato indipendente di keniani “eminenti” – l’ambasciatore Bethuel Kiplagat, lo studioso di pace e d’economia George Wachira e gli ex-generali Daniel Opande e Lazarus Sumbeiywo – che hanno già cominciato a lavorare per i medesimi obiettivi.


Nel frattempo, quattro membri della “Electoral commission of Kenya” (Eck) – Jack Tumwa, D.A. Ndamburi, Samuel arap Ngeny e Jeremiah Matagaro – si sono detti favorevoli a un’inchiesta indipendente per accertare se qualcuno degli addetti alle operazioni di scrutinio, raccolta e comunicazione dei risultati elettorali sia sia davvero reso responsabile delle presunte irregolarità su cui l’opposizione al presidente eletto Mwai Kibaki ha innescato le proteste che stanno seminando vittime e danni in diverse zone del paese.

Sostenendo di essersi limitati a rendere noti i risultati giunti da tutto il paese al “Kenyatta international conference centre”, i quattro hanno citato il caso della circoscrizione di Molo i cui risultati per il voto presidenziale annunciati a Nairobi sarebbero stati diversi da quelli letti nella circoscrizione, con una differenza a favore di Kibaki che, secondo alcuni, sarebbe andata da 50.145 a 75.261.

Tumwa e gli altri tre hanno anche sollecitato il “Kenya Domestic Observers Forum”, l’organizzazione degli osservatori elettorali keniani, a completare al più presto il suo lavoro, rendendosi disponibili a collaborare nel caso di un’inchiesta indipendente.

L’ex presidente della Sierra Leone Ahmad Tejan Kabbah, capo del “Commonwealth Observer Group” ha espresso soprattutto preoccupazione per la violenza delle proteste. Preoccupazione e inviti a una soluzione pacifica della controversia elettorale sono stati espressi anche dall’Unione Africana e dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon; si configura quasi come una “gaffe” il doppio standard adottato da Washington che con un portavoce si è complimentato con Kibaki per la rielezione e con un altro ha poi definito “un errore” quella prima manifestazione di simpatia.

Anche Londra (da cui il Kenya ottenne l’indipendenza nel 1963, più tardi di altri paesi africani) ha espresso riserve sul risultato elettorale ma sembra che il primo ministro abbia poi avuto contatti telefonici con esponenti keniani. Altre preoccupazioni sono emerse in una dichiarazione dell’Unione Europea. Molto incerti, e tuttora difficili da verificare, restano i diversi bilanci di vittime in circolazione; dalle 100 circa indicate ieri sera dalla Croce Rossa alle 180 e più suggerite stamani da altre fonti locali.

NOTIZIE DAL CONGO

sabato 12 gennaio 2008
R.D.Congo: Campagna di sensibilizzazione per disarmo gruppi ribelli nell’Est del Paese PDF Stampa E-mail
Scritto da Misna   
ImageUna campagna di sensibilizzazione per il disarmo delle milizie non governative, congolesi e straniere, operative nel nord-est del paese e in particolare nel Nord-Kivu, è stata inaugurata ieri. “Il piano – ha annunciato il ministro della Difesa, Chikez Diemu – intima ai gruppi di deporre le armi, smobilitarsi e recarsi in centri di acquartieramento. I gruppi stranieri sono incitati ad aderire al programma di disarmo, rimpatrio e reinserimento previsto nel proprio paese, in particolare in Rwanda. Per quanto riguarda i gruppi congolesi, possono scegliere tra il ritorno alla vita civile o l’integrazione nelle Forze armate regolari (Fardc). I gruppi stranieri che rifiuteranno di tornare nei propri paesi saranno oggetto di disposizioni specifiche dopo il periodo di disarmo e di acquartieramento”. Questa ennesima chiamata al disarmo s’inserisce nell’ambito dell’intesa conclusa tra i governi di Kinshasa e Kigali a Nairobi (Kenya) a novembre scorso, per sciogliere il nodo problematico della presenza di milizie nell’est del Congo, in particolare gli Interahamwe e le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), accusati di coinvolgimento nel genocidio rwandese del 1994.
Dal canto suo, negli accordi di Nairobi, il Rwanda ha assicurato di non appoggiare gruppi armati attivi in Congo, come quelli guidati nel Nord-Kivu dal generale dissidente Laurent Nkunda, insorti contro il governo e l’esercito regolare da circa quattro mesi. Da fine agosto i combattimenti, con lo schieramento nel Nord-Kivu di 25.000 soldati delle Fardc appoggiati da 4500 caschi blu della missione Onu (Monuc), hanno costretto decine di migliaia di civili alla fuga e fatto centinaia di morti tra i belligeranti. Di fatto, nonostante sia ufficialmente conclusa da quattro anni la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, la regione nord-orientale, che confina con Rwanda, Uganda e Burundi, non è mai stata interamente pacificata e la presenza di gruppi ribelli, in particolare quelli rwandesi che l’attuale governo di Kigali vorrebbe perseguire per il genocidio, è sempre stata una giustificazione per mantenere alta la pressione su una zona ambita per interessi economici e geopolitici.

ULTIME DAL KENIA

domenica 6 gennaio 2008
KENIA   6/1/2008   17.03 KENIA APPELLO DEI MUSULMANI ALLA PACE, AUMENTANO GLI SFOLLATI Pace Pace, Standard

“Quello di cui abbiamo bisogno adesso è la pace perchè nessun passo avanti positivo può essere compiuto nel caos; i keniani sanno che gli atti di violenza servono solo a danneggiare il paese”: lo ha detto Muhdhar Khitamy , presidente della rappresentanza di Mombasa del Supkem, Supremo consiglio dei musulmani del Kenya, definendo privi di senso le uccisioni e i saccheggi di massa che hanno raggiunto anche alcune località costiere sull’Oceano Indiano come Kilifi, Diani and Wundanyi, in cui si conterebbe un totale di 16 vittime. Anche il Supkem, come hanno già fatto tutte le istituzioni e le personalità keniane e straniere che non si sono schierate né con il presidente-eletto Mwai Kibaki né con il suo avversario Raila Odinga, ha chiesto ai principali esponenti politici del paese di incontrarsi per discutere delle loro divergenze e tentare di comporle. Anche Alhaji Abdullahi Kiptonui, vice presidente nazionale del Supkem, unendosi all’iniziativa dei musulmani di Mombasa, principale città costiera del Kenia, poco a sud di Malindi, chiede a tutti i keniani di mettere da parte le loro differenze tribali e di tornare a vivere in armonia “ come era già consuetudine”. In un’altra distinta dichiarazione, Sheikh Ali Shee, presidente della “Islamic Lobbying for Justice and Truth”, ha sottolineato che un eventuale riconteggio dei voti espresso per la presidenza dovrebbe essere accettato sia da Kibaki che da Odinga. “ I musulmani non devono partecipare a disordini, uccisioni di persone innocenti o distruzioni di proprietà perchè contrari agli insegnamenti dell’Islam. Molto meno equilibrata la posizione espressa da “Coast Human Rights Network”, una rete di 16 organizzazioni che hanno chiesto l’intervento di magistrati del Commonwealth per un eventuale riconteggio dei voti e chiedono intanto a Kibaki di dimettersi. Secondo fonti di stampa locale, il totale delle vittime degli scontri – che includono una componente etnico-tribale ma appaiono motivati soprattutto dall’ appartenenza a violenti e facinorosi dei gruppi politici contrapposti di Kibaki e Odinga e una mano pesante della polizia – oscilla tra un minimo di 150 e un massimo di 300 persone, incluse le 35 perite nel rogo della chiesa pentecostale di Eldoret, un’essenziale ma facilmente infiammabile costruzione in legno a cui ancora non è chiaro né da chi né perché sarebbe stato appiccato il fuoco. Pur essendoci stata ieri una “corsa al rialzo” del numero di vittime – fino a 500 e perfino a 1000 o oltre, accompagnate da assurde voci di “genocidio” e situazioni “di tipo ruandese” – la Croce Rossa keniana non andava ieri sera oltre le 289. Più preoccupante sembra invece il numero degli sfollati che impauriti hanno lasciato le loro dimore e si contrebbero già nell’ordine di decine di migliaia. [MB]

IL GIOCO DELLA VITA

domenica 6 gennaio 2008
 Il gioco della vita

(Anthony de Mello)La vita è come una partita in cui ciascun giocatore sfrutta come meglio può le carte che gli sono toccate.
Chi insiste a giocare non con le carte che ha ricevuto ma con quelle a cui sostiene di aver diritto, è destinato a fallire nella vita.
Non ci vien chiesto se vogliamo giocare. Su questo non c’è scelta, tutti devono partecipare. Sta a noi decidere come.

BUON ANNO 2008

domenica 6 gennaio 2008
Io ti auguro del tempo

Elli Michler, Aus: Dir zugedacht, Wunschgedichte,© Don Bosco Verlag, München, 19. Aufl. 2004Io ti auguro non tutti i possibili regali.
Io ti auguro solo quello che la maggior parte della gente non ha:
Io ti auguro del tempo per gioire e per ridere,
e quando lo usi puoi cambiare qualcosa là fuori.

Io ti auguro del tempo per il tuo fare, per il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per regalarlo.
Io ti auguro del tempo per non avere fretta e per correre,
ma il tempo per poter essere soddisfatto.

Io ti auguro del tempo non solo così per poterlo sprecare.
Io ti auguro che ti possa restare del tempo per stupirti,
e del tempo per avere fiducia,
invece che guardare come passa il tempo nell’orologio.

Io ti auguro del tempo per poter afferrare le stelle
e tempo per crescere, cioè per maturare.
Io ti auguro del tempo per sperare di nuovo e per amare,
non ha senso rinviare questo tempo.

Io ti auguro del tempo per trovare te stesso,
ogni giorno, ogni ora per trovare la felicità.
Io ti auguro del tempo anche per perdonare gli altri.
Io ti auguro di avere tempo per vivere..

traduzione dal tedesco di una poesia tratta dal libro:
Dir zugedacht Wunschgedichte

GLI AUGURI DI NATALE DI MARIA DOMINICA

giovedì 20 dicembre 2007

L’Africa vista da una mundele

 

Mundele in lingala vuol dire “bianco”. Il lingala si parla a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove siamo stati per due settimane questa estate per il campo di lavoro del Gruppo di Solidarietà Internazionale (G.S.I.).

Quando sei in Africa non ti puoi nascondere, non è come in America Latina dove, se sei in una città,  se non ti metti a parlare e se non sfoggi un abbigliamento e accessori particolarmente “occidentali” in genere ti puoi confondere con la popolazione locale. In Africa no, sono proprio riconoscibile, individuabile in una massa di gente, perché sono bianca!

E’ una strana sensazione sentirsi dare del mundele, perché non sono più io, con la mia storia, le mie capacità, le mie debolezze: ma sono una della categoria dei mindele (plurale di mundele), quindi, dei “bianchi”.

Finché sono i bambini che ti corrono dietro gridando: “Mundele, mindele!”, puoi pensare che lo facciano con allegria, con curiosità, a volte con un po’ di interesse (magari si rimedia una caramella, nei casi più fortunati una penna). Ci si sente quasi gratificati a sentirsi chiamare così.

Ma quando lo senti dire da un adulto… da più adulti insieme…

Non è più la stessa cosa e si vorrebbe essere… un po’ più lontani.

Si ricostruiscono le frasi sentite, come quella del ragazzino della casa famiglia per ragazzi di strada che chiede ad uno di noi, del nostro gruppo: “Ma voi, bianchi (mindele), cosa ci siate venuti a fare qui, a portarci via gli ultimi diamanti?!”

Noi, no. Io, no. Ma… ha ragione!

La sua, come la loro esperienza è questa: i bianchi, gli occidentali, quelli del “primo mondo” che hanno incontrato sulla loro strada – e la strada loro la conoscono bene (uno di loro, di circa sedici anni, ci ha raccontato che è arrivato a Kinshasa dai confini del Ruanda camminando e ci ha impiegato quattro anni!) – i mindele sono interessati a prendere, a poco prezzo.

A poco prezzo, sì perché, tanto l’Africa è così povera, distrutta dalle proprie guerre intestine, che la gente si accontenta di poco, un po’ di elemosina che ti fa sentire “tanto buono”…

Cosi pensiamo da qui, così pensano i mindele.

Ma forse non è proprio così.

Le guerre vengono dai confini. Ma non sono i popoli ad essere in guerra, non sono gli hutu, non sono i tutzi. Sono le bande di sbandati di ogni popolo, organizzate in eserciti, finanziate ed armate dalle Grandi Compagnie che orientano i governi degli Stati – da quelli europei, agli Stati Uniti, alla Cina – a fare accordi capestro. Non contente, se qualcosa non va secondo i loro piani… di investimento, allora…

Si comincia con programmi radiofonici, unico sistema di collegamento in una realtà dove le strade sono inesistenti perché distrutte, tanto… “chi si vuole spostare va in elicottero!” Se ha le possibilità, altrimenti…

Con la radio si fanno passare informazioni un po’ tendenziose, che via via si infiammano – come le nostre radio locali delle tifoserie -, e montano nuove “verità”. Poi arriva un manipolo di persone, magari ragazzini, presi dalle proprie famiglie, drogati e poi armati, ed esplode la violenza.

Naturalmente, sono loro i responsabili, certo non i mindele della Compagnia, del governo di riferimento. O no?

E quando, dopo un percorso di transizione attraverso la guerra, violenze e dolori inimmaginabili – che abbiamo potuto solo intuire dagli sguardi dei bambini e ragazzi che abbiamo conosciuto -, un intero popolo elegge i propri rappresentanti, dal governo centrale alle amministrazioni locali, rinnova la legislazione decentrando i poteri, matura una consapevolezza politica della propria dignità e dei propri diritti – che noi qui ce la sogniamo- , rialza la testa e guarda con grande fiducia verso il futuro, che vuole costruire con le proprie risorse, in primo luogo umane e culturali, i mindele cosa fanno, cosa faranno? Li lasceranno liberi di esistere, di costruirsi il proprio futuro?

 

P. S. Come mundele in Africa ho imparato anche un’altra cosa: posso cominciare a capire cosa prova una persona quando la chiamo, la definisco: “negro”, “extracomunitario”, “zingaro”!