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L’Africa vista da una mundele
Mundele in lingala vuol dire “bianco”. Il lingala si parla a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove siamo stati per due settimane questa estate per il campo di lavoro del Gruppo di Solidarietà Internazionale (G.S.I.).
Quando sei in Africa non ti puoi nascondere, non è come in America Latina dove, se sei in una città, se non ti metti a parlare e se non sfoggi un abbigliamento e accessori particolarmente “occidentali” in genere ti puoi confondere con la popolazione locale. In Africa no, sono proprio riconoscibile, individuabile in una massa di gente, perché sono bianca!
E’ una strana sensazione sentirsi dare del mundele, perché non sono più io, con la mia storia, le mie capacità, le mie debolezze: ma sono una della categoria dei mindele (plurale di mundele), quindi, dei “bianchi”.
Finché sono i bambini che ti corrono dietro gridando: “Mundele, mindele!”, puoi pensare che lo facciano con allegria, con curiosità, a volte con un po’ di interesse (magari si rimedia una caramella, nei casi più fortunati una penna). Ci si sente quasi gratificati a sentirsi chiamare così.
Ma quando lo senti dire da un adulto… da più adulti insieme…
Non è più la stessa cosa e si vorrebbe essere… un po’ più lontani.
Si ricostruiscono le frasi sentite, come quella del ragazzino della casa famiglia per ragazzi di strada che chiede ad uno di noi, del nostro gruppo: “Ma voi, bianchi (mindele), cosa ci siate venuti a fare qui, a portarci via gli ultimi diamanti?!”
Noi, no. Io, no. Ma… ha ragione!
La sua, come la loro esperienza è questa: i bianchi, gli occidentali, quelli del “primo mondo” che hanno incontrato sulla loro strada – e la strada loro la conoscono bene (uno di loro, di circa sedici anni, ci ha raccontato che è arrivato a Kinshasa dai confini del Ruanda camminando e ci ha impiegato quattro anni!) – i mindele sono interessati a prendere, a poco prezzo.
A poco prezzo, sì perché, tanto l’Africa è così povera, distrutta dalle proprie guerre intestine, che la gente si accontenta di poco, un po’ di elemosina che ti fa sentire “tanto buono”…
Cosi pensiamo da qui, così pensano i mindele.
Ma forse non è proprio così.
Le guerre vengono dai confini. Ma non sono i popoli ad essere in guerra, non sono gli hutu, non sono i tutzi. Sono le bande di sbandati di ogni popolo, organizzate in eserciti, finanziate ed armate dalle Grandi Compagnie che orientano i governi degli Stati – da quelli europei, agli Stati Uniti, alla Cina – a fare accordi capestro. Non contente, se qualcosa non va secondo i loro piani… di investimento, allora…
Si comincia con programmi radiofonici, unico sistema di collegamento in una realtà dove le strade sono inesistenti perché distrutte, tanto… “chi si vuole spostare va in elicottero!” Se ha le possibilità, altrimenti…
Con la radio si fanno passare informazioni un po’ tendenziose, che via via si infiammano – come le nostre radio locali delle tifoserie -, e montano nuove “verità”. Poi arriva un manipolo di persone, magari ragazzini, presi dalle proprie famiglie, drogati e poi armati, ed esplode la violenza.
Naturalmente, sono loro i responsabili, certo non i mindele della Compagnia, del governo di riferimento. O no?
E quando, dopo un percorso di transizione attraverso la guerra, violenze e dolori inimmaginabili – che abbiamo potuto solo intuire dagli sguardi dei bambini e ragazzi che abbiamo conosciuto -, un intero popolo elegge i propri rappresentanti, dal governo centrale alle amministrazioni locali, rinnova la legislazione decentrando i poteri, matura una consapevolezza politica della propria dignità e dei propri diritti – che noi qui ce la sogniamo- , rialza la testa e guarda con grande fiducia verso il futuro, che vuole costruire con le proprie risorse, in primo luogo umane e culturali, i mindele cosa fanno, cosa faranno? Li lasceranno liberi di esistere, di costruirsi il proprio futuro?
P. S. Come mundele in Africa ho imparato anche un’altra cosa: posso cominciare a capire cosa prova una persona quando la chiamo, la definisco: “negro”, “extracomunitario”, “zingaro”! |