OGGI FACCIO DI TE UNA FORTEZZA IV DOMENICA DEL T.O.
sabato 27 gennaio 2007
IV domenica del Tempo Ordinario (C) – 28 Gennaio 2007
Oggi faccio di te una fortezza
“Ci vuole un bel coraggio – mi diceva un giorno un
giovane, che viaggiava con me in aereo – non solo a
testimoniare la nostra fede di battezzati, ma a
dichiararsi sinceramente tali. L’ambiente in cui si vive,
dalla famiglia al posto di lavoro, ai vari luoghi di ritrovo,
pare sopporti con disagio che qualcuno ‘sia’ cristiano.
Si preferisce vivere nell’anonimato o non avere alcuna
fede. È triste, pensando che noi battezzati abbiamo da
Cristo, proprio nel Battesimo, il dovere di
evangelizzare i fratelli, a cominciare dalla nostre
famiglie. Ma si preferisce tacere. Cosa fare del resto?
Ammiro lei che viaggia portando Cristo a testa alta,
anzi, come l’Unico cui affidare l’esistenza, e si muove
sulle orme del Maestro. Ma ci vuole coraggio. Non ha
paura, non prova disagio?”.
È vero. A volte sembra che il distintivo di cristiano, la
Croce, sia destinato solo ad essere esibito per le
cerimonie esterne, per poi ritornare nell’anonimato in
cui si vorrebbe restasse. Come se Dio non ci fosse.
Ed è veramente incredibile che, in una società che fa
pressante appello alle sue radici cristiane, si debba
vivere la fede ‘come un martirio’… a volte, per questo,
rifiutati dalla società stessa!
Il Vangelo di oggi presenta Gesù che, nell’istante in
cui proclama la Sua missione di salvezza, subito è
rifiutato dai ‘suoi concittadini’. Non solo, ma,
preannunciando quella che sarà la Sua fine, la morte
in croce sul Calvario, vede il rifiuto di coloro che vuole
salvare.
“In quel tempo, Gesù prese a dire nella sinagoga:
Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete
udita con i vostri orecchi. Tutti gli rendevano
testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di
Grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non
è il figlio di Giuseppe?. Ma egli rispose: Di certo voi mi
citerete il proverbio: medico cura te stesso. Quanto
abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche
qui, nella nostra patria! Poi aggiunse: Nessun profeta
è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte
vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu
chiuso per tre anni e sei mesi, e ci fu una grande
carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu
mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di
Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del
profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non
Naaman il Siro. All’udire queste cose, tutti nella
sinagoga furono pieni di sdegno, si levarono, lo
cacciarono fuori della città, e lo condussero fin sul
ciglio del monte, sul quale la loro città era situata, per
gettarlo dal precipizio. Ma Gesù, passando in mezzo a
loro, se ne andò”. (Lc 4,21-30).
Gesù capisce l’effimera ‘consistenza’ della loro fede,
che, sentendolo parlare, si ferma alla soglia del
battimano e, quando gli si chiede quasi una
esibizione inopportuna del suo fare miracoli, come
fosse un ciarlatano, toglie la loro maschera
di ‘credenti senza fede’… La reazione è immediata:
vogliono ‘metterlo a morte’.
Così avverrà alla fine della sua missione, quando
dalla piazza, scordandosi dei tanti miracoli da lui
compiuti e, come a vendicarsi di un ‘profeta’, che
sempre aveva parlato chiaro nell’annunciare il
Vangelo, chiederanno che ‘sia crocifisso’.
È l’epilogo non solo di un grande evento di amore per
noi, ma anche la conferma che la Verità di Dio non
piace a tanti uomini. Preferiscono il parlar bene, ma
non la verità.
Ed è così che anche oggi tanti si spellano le mani
nell’ascoltare i troppi falsi profeti del nostro tempo,
che sanno come ‘prenderci’ per il lato debole, la
nostra ignoranza e superficialità, per
proporci ‘paradisi’, che tali non sono. Quante volte ho
sentito dire dagli ex terroristi: ‘Sono diventato quello
che sono perché ho dato retta a cattivi maestri’. E
quante volte veniamo derisi perché non siamo ‘alla
moda’, ossia non facciamo piazza pulita dei valori
della persona, che sono la nostra veste di figli di Dio,
per indossare gli stracci dell’effimero, che riduce a
marionette che stanno al gioco, ma sono
tremendamente infelici.
Oggi davvero occorrono ‘uomini e donne di fede’, che
sappiano mostrare il Volto di Dio, senza paura e,
senza disagi, con la semplicità dei santi, vestano
l’abito della verità, costi quel che costi, rimanendo ciò
che veramente siamo: figli di Dio.
Il mondo ci invita a idolatrare il benessere, il piacere
ad ogni costo, il successo e il potere…non importa se
questo ci chiede di calpestare la nostra meravigliosa
identità di figli del Padre!
Così parla il profeta Geremia: “Prima di formarti nel
grembo materno ti conoscevo e prima che tu uscissi
alla luce ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta
delle nazioni, tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e di’
loro tutto ciò che ti ordinerò. Non spaventarti alla loro
vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco,
oggi, io faccio di te come una fortezza, come un muro
di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i
suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del
paese. Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno,
perché Io sono con te per salvarti” (Ger 1, 17-19).
Leggendo queste parole e, prima ancora, quelle di
Gesù a Nazareth, mi viene spontaneo chiedermi se,
come vescovo, davanti all’uomo di oggi, facilmente
ingannato, ho il coraggio del missionario, che non ha
alcuna paura di annunciare la Verità di Dio, anche se
è un contrastare le ‘comode verità’ del mondo,
rischiando di essere emarginato.
Ho vissuto il mio mandato sacerdotale ed episcopale
in un territorio dove a volte ‘gridare la verità’ poteva
costare la vita. Ma ho sperimentato che davvero Dio mi
ha aiutato ad essere ‘un muro di bronzo’ …sapendo
che Lui era sempre con me e che, per la mia
missione di ministro di Dio, quindi della Verità e della
Misericordia, era mio dovere non avere paura e
indicare, a tempo opportuno e con forza, le vie del
Bene. Quante volte ho dovuto alzare la voce contro i
mali della criminalità organizzata e i mali del mondo,
sempre mettendo in conto la possibilità del ‘martirio’.
Mi confortava la profonda amicizia che avevo con
l’amato Papa Giovanni Paolo II che, sempre,
incontrandomi, mi diceva con forza: ‘Non avere paura,
mai!’.
Come del resto era la sua missione nel mondo,
ovunque. Con forza, ripeto, e carità.
Voglio ricordare – e mi confondo anche solo a
narrarlo – un venerdì santo, giorno della Via Crucis in
Diocesi, cui partecipavano migliaia di persone.
Qualcuno del ‘gruppo di fuoco della criminalità’ mi
invitò a non partecipare, perché era possibile un
attentato. Non diedi ascolto neppure al
Commissariato e, al momento opportuno, scesi tra la
gente. Per tutelarmi le forze dell’ordine vollero che
stessi nel mezzo della processione, isolato, con a
fianco un carabiniere e un poliziotto a difendermi.
Sempre mi fecero dolce compagnia le parole del
Santo Padre: ‘Non abbiate paura’. Ma mi sentivo ‘poca
cosa’ di fronte al grande vescovo di Shangai, Mons.
Francis Xavier Ngunten Van Thuan, eletto poi
Cardinale e Presidente del Pontificio Consiglio per la
giustizia e la pace. Eravamo stati invitati insieme a
partecipare alla marcia della Pace a Boves, vicino a
Cuneo. Era stato in carcere, quello duro, dove è
possibile solo vedere le sbarre e le guardie di
custodia ed essere indottrinato ogni giorno.
Portandolo in carcere, non gli avevano concesso
alcunché di religioso: niente breviario, né Bibbia,
nessun messale. Nudo di tutto ciò che era parte del
suo ministero. Lui solo…con Dio. Così per 16 anni!
Aveva chiesto di portare con sé una bottiglietta di
vino ‘per la salute’ ed ogni giorno conservava un
pezzetto di pane. A sera, quando era solo, celebrava la
S. Messa – non so come facesse senza messale.
Consacrava due gocce di vino sul palmo della mano e
il pezzetto di pane. Racconti di santi martiri. Alla fine,
alcune guardie, ammirandolo, chiesero di essere
battezzate e partecipare a quella solenne Messa.
Quando lo incontrai aveva al collo una croce
composta con legno del carcere e la catena fatta con il
filo spinato. Si accorse della mia ammirazione ed
amicizia e voleva a tutti i costi donarmela. La rifiutai
perché per lui era segno del martirio a lungo subito,
per me solo un prezioso dono.
Di fronte a questi fratelli – ed oggi sono tanti, ovunque –
che predicano il Vangelo sempre sul filo del martirio,
confesso che mi assale come una grande
malinconia, soprattutto se li paragono al disagio di
molti nel testimoniare il Vangelo con la vita o alla
paura di chi si rifugia nell’anonimato, che è come
cancellare Dio dalla propria storia.
Viene da interrogarci sulla qualità della nostra fede e
missione, in questo tempo assetato di Verità, in cui
troppi però non trovano sorgenti di acqua viva.
E che diranno di noi, dal Cielo, coloro che hanno dato
la vita per essere cristiani?
Spero tanto e prego perché tutti possiamo diventare
coraggiosi e gioiosi testimoni di Cristo… anche se
sarà necessario andare contro corrente. Solo così si
può costruire una civiltà di amore e di fede, di pace e
di solidarietà, a misura di Cristo.
Antonio Riboldi – Vescovo –
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E-mail: riboldi@tin.it