Archivio di gennaio 2007

DOMENICA 7 GENNAIO BATTESIMO DI GESU’

venerdì 5 gennaio 2007

Domenica 7 gennaio 2007 Anno C
Battesimo del Signore
Amati

PRIMA LETTURA Is 40,1-5.9-11
SECONDA LETTURA Tt 2,11-14; 3,4-7
VANGELO Lc 3,15-16.21-22
 

 

Riflessione 
Lasciati alle spalle i giorni di Natale, intensi e caotici, brevi e stordenti, passiamo quasi improvvisamente al Battesimo di Gesù, iniziando il tempo ordinario.

Lo so, lo so: non sono certo io che cambierò l’anno liturgico ma, come già espresso da altre parti, non mi dispiacerebbe aggiungere qualche festa intermedia dopo il breve tempo natalizio.

Inizierei, dopo l’Epifania da riposizionare di domenica (ma i santi vescovi hanno idea di quante messe diciamo fra Natale e il Battesimo di Gesù?), con la domenica della Festa della fuga in Egitto. Così facendo, magari, noi bravi cristiani ci ricorderemmo di quanto hanno penato Maria e Giuseppe in un paese straniero, clandestini come quei povericristi che vediamo sbarcare sulle nostre coste siciliane.

Poi aggiungerei la domenica dello stupore di Nazareth, tema appena sfiorato dalla straordinaria festa della Santa Famiglia, per dedicare almeno qualche micro-riflessione all’assordante silenzio di Nazareth e a quei trent’anni di nulla (il 90% della vita terrena del Maestro e Signore Gesù) che danno un sapore nuovo alla quotidianità.

In attesa di tali enormi cambiamenti, mi accontento di passare subito al tema di oggi, quello del Battesimo di Gesù.

Neonati

Il fatto che siamo tutti stati battezzati da neonati ha un valore enorme e da valorizzare: i nostri genitori (più o meno coscientemente) hanno voluto donarci tutto il loro cuore e la loro passione per Dio appena nati.

Ma, ahimè, l’esperienza fisica sensibile (non quella teologica) è rimasta sepolta nel passato e, tutto sommato, il fatto di essere o meno battezzati non ci cambia di molto la vita…

Se invece sapessimo cosa davvero è accaduto in quel giorno benedetto in cui un povero prete ha versato sul nostro capo l’acqua benedetta!

Siamo diventati figli di Dio, concittadini dei santi, liberi di amare.

Figli di Dio: forse possiamo aspirare a diventare delle grandi pop-star o dei premi Nobel, ma più che figli di Dio non potremo mai essere… e lo siamo già!

Concittadini dei santi, appartenendo al grande sogno di Dio che è la Chiesa fatta di poveri peccatori (noi) ma anche di grandi testimoni. Possiamo vantarci e contare sull’aiuto dei grandi santi, chiedere la fede a Pietro o il buonumore a san Filippo o lo spirito di pace a frate Francesco…

Liberi di amare: liberati dal laccio del peccato, delle tenebre, del grande inganno delle origini, salvati da Cristo possiamo, con l’aiuto del suo amore e della sua grazia, imparare ad amare come egli ha fatto.

Giordano

Sulle sponde del Giordano Gesù si mette in coda per essere battezzato.

Lui, senza peccato, desidera da subito mettere bene in chiaro il suo stile: egli è venuto per solidarizzare con noi uomini, senza trucchi, senza privilegi.

Lui, senza tenebra, ha accettato di condividere la nostra tenebra per illuminarla con la sua presenza.

Isaia, nella prima lettura, deportato in Babilonia con molti ebrei dopo la disfatta di Gerusalemme, incoraggia un popolo smarrito e fragile parlando della venuta di Dio. Anche la gloria di Dio, come dice altrove Geremia, lascia il Tempio ormai distrutto e parte in catene per stare con il suo popolo.

Davvero Gesù è il Dio-con-noi, senza riserve, senza parentesi.

Bene amati

Dopo il Battesimo Gesù prega (!) e, nella preghiera fa esperienza di essere abitato dallo Spirito Santo e tutti sentono la voce del Padre: “Tu sei il mio figlio bene-amato, in te mi sono compiaciuto”

Tutti noi veniamo educati a meritarci di essere amati, a compiere delle cose che ci rendono meritevoli dell’affetto altrui; sin da piccoli siamo educati ad essere buoni alunni, buoni figli, buoni fidanzati, buoni sposi, buoni genitori, bravo parroco… il mondo premia le persone che riescono, capaci e – dentro di noi – s’insinua l’idea che Dio mi ama, certo, ma a certe condizioni.

Tutta la nostra vita è l’elemosina di un apprezzamento, di un riconoscimento.

Anzi, se una persona mi contraddice, mi accusa, reagisco ma in fondo penso che abbia ragione, dico: “devi arrenderti all’evidenza, tu non vali”.

La reazione spontanea – lontani da Dio – è allora di difesa e aggressività o di eccessiva superficialità, mi omologo, do il massimo, passo la mia vita ad inseguire l’idea di me che gli altri mi restituiscono. Dio, invece, mi dice che io sono amato bene, dall’inizio, prima di agire: Dio non mi ama perché buono ma – amandomi – mi rende buono. Dio si compiace di me perché vede il capolavoro che sono, l’opera d’arte che posso diventare, la dignità di cui egli mi ha rivestito. Allora, ma solo allora, potrò guardare al percorso da fare per diventare opera d’arte, alle fatiche che mi frenano, alle fragilità che devo superare. Il cristianesimo è tutto qui, Dio mi ama per ciò che sono, Dio mi svela in profondità ciò che sono: bene-amato.

È difficile amare “bene”, l’amore è grandioso e ambiguo, può costruire e distruggere, non si tratta di adorare qualcuno, ma di amarlo “bene”, renderlo autonomo, adulto, vero, consapevole. Così Dio fa con me.

Recuperiamo, oggi, la consapevolezza dell’immenso dono che abbiamo nel cuore e che possiamo lasciar germogliare…

 

E impariamo da Dio a ben amare il nostro prossimo.

 

PER MEDITARE LA PAROLA DI DIO DELL’EPIFANIA

venerdì 5 gennaio 2007

Epifania del Signore – C
Is. 60, 1 – 6
Ef. 5, 2 – 3. 5 – 6
Mt. 2, 1 – 12
 

Si celebra oggi la solennitá dell’ Epifania del Signore. Una festa che fin dai suoi inizi, verso il sec. IV, ha avuto un carattere molto piú ampio di quello di ricordare il puro fatto evangelico dell’ incontro dei tre Magi con il Bambino Gesú. Infatti giá l’ antifona al Magnificat dei secondi Vespri, menziona altre due manifestazioni del Signore: il suo battesimo e il suo primo miracolo, la trasformazione dell’ acqua in vino alle nozze di Cana.

 

Nei tre Saggi, venuti dall’ Oriente, a cui la pietá popolare ha dato poi il titolo di “Re”, si sono visti rappresentati tutti i popoli del mondo, chiamati alla fede e a far parte della Chiesa di Gesú.

 

 

Con questa interpretazione l’ Epifania assume una dimensione universale e diventa perció una vera festa missionaria. La Buona Notizia della salvezza supera i confini del popolo privilegiato di Israele per essere annunciata a tutti i ppoli e il nuovo Popolo di Dio, che incomincia con la nascita di Gesú, é formato da gente proveniente da ogni tribú, lingua e nazione.

 

1) “CAMMINERANNO I POPOLI ALLA TUA LUCE” (Is. 60, 3). Nella prima lettura il Profeta Isaia presenta la cittá di Gerusalemme come un faro di luce che attrae a se tutti i popoli e giá la vede inondata di gente venuta da ogni dove. L’ interpretazione cristiana ha visto in Gerusalemme l’ immagine della stessa Chiesa, che come una madre, goisce al vedere che da tutte le parti si stanno radunando i suoi figli.

 

E’ una visione di unversalitá che come una grande processione di popoli, convergono nella chiesa “per proclamare le glorie del Signore”. E questi popoli non vengono a mani vuote, ma arrivano con doni preziosi che la fanno “ricca”, non tanto di ricchezze materiali, ma di ricchezze spirituali: saggezza, culture distinte, tradizioni religiose, esperienze varie, proprie di ogni nazione, che la rendono a giusta ragione “cattolica”.

 

2) “ABBIAMO VISTO SORGERE LA SUA STELLA” (Mt. 2, 3). La stella é un elemento molto importante in questa festa, non tanto per se stessa, quanto per quello che significa. Infatti nel contesto di universalitá di cui abbiamo parlato, la luce di questa stella che ha orientato i Magi fino alla grotta di Getlemme, non puó essere che la luce della fede, indispensabile per ogni persona, per riconoscere e accogliere Gesú come Salvatore del mondo.

 

La fede é un dono di Dio, é una luce, una illuminazione, no un qualcosa che ci appartiene. Gesú dice: “Nessuno puó venire a me se non é attratto dal Padre che mi ha inviato” (Gv. 6, 44). Non si puó arrivare da soli alla conoscenza della Veritá con il solo uso della ragione. E’ Dio che rivela, che attrae. A noi il compito di non opporre resistenza.

 

 

3) “I GENTILI SONO CHIAMATI IN CRISTO GESÚ” (Ef. 3, 5). San Paolo ringrazia Dio per essere stato fatto partecipe di un grande “mistero”, ignorato per tanto tempo: che anche “i gentili” sono chiamati per mezzo del Vangelo a formar parte della Chiesa. Non solo quindi gli Ebrei sono i destinatari unici della Promessa, ma tutti i popoli del mondo, perché Gesú é venuto a togliere ogni barriera, ogni divisione, ogni privilegio.

 

In Gesú si é fatta realtá la manifestazione di questo piano universale di salvezza di Dio che non conosce frontiere. La Chiesa é universale, non é patrimonio esclusivo di nessuna cultura. I Magi sono precisamente la primizia di tutte le nazioni ad aprirsi a questa universalitá..

 

Celebrando questa festa viene spontaneo rinnovare il nostro impegno mssionario. Adesso che noi sappiamo, come San Paolo, dobbiamo ringraziare Dio per averci chiamati ad essere suoi collaboratori nell’ annunciare e invitare tutti a far parte del suo Regno

 

O Signore, facci essere luce per gli altri, per aiutarli a raggiungere il luogo dove si trova Gesú “per adorarlo”.

 

 

L’EPIFANIA NON E’ LA BEFANA PER MOLTI BAMBINI DEL MONDO

venerdì 5 gennaio 2007
» 2007-01-04 15:58 NEL SUD DEL MONDO LA POVERTA’ ‘SPEGNE’ LE MENTI DEL DOMANI
ROMA – Potrebbero essere i medici, gli insegnanti o gli scienziati di domani, avere un ruolo attivo e importante nella società per dare impulso allo sviluppo del proprio paese, ma per oltre 200 milioni di bambini nel mondo il destino è già segnato prima dei cinque anni: infatti, condizioni di vita disagiate non permettono loro di sviluppare a pieno le proprie potenzialità in un periodo critico per lo sviluppo cognitivo, condannandoli a divenire studenti svantaggiati e adulti con uno scarso peso nel mondo del lavoro. E’ la denuncia riportata sulle pagine della rivista ‘Lancet’ con tre studi dedicati ad indagare la dimensione del problema, capirne le cause e decidere gli interventi risolutivi da mettere in atto.

Tra le cause principali del mancato sviluppo cognitivo di questa moltitudine di piccoli, si segnalano l’esposizione a sostanze nocive spesso presenti nell’acqua bevuta, carenze nutrizionali, povertà, scarsa interazione con i familiari e quindi assenza degli stimoli giusti per ‘nutrire’ la mente. Al primo posto in questa infausta classifica ci sono i bimbi dell’Asia del Sud (89 milioni di piccoli a rischio) e dell’Africa Sub-sahariana che è la regione con la più alta percentuale di piccoli svantaggiati, spiega uno dei responsabili della ricerca, Sally Grantham-McGregor, della London School of Tropical Medicine and Hygiene in Gran Bretagna.

Seguono altri dieci paesi: India, Nigeria, Cina, Bangladesh, Etiopia, Indonesia, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Tanzania, in cui si contano 145 milioni di piccoli ‘cervelli’ negati, ovvero il 66% del totale di 219 milioni di bimbi stimati. Solo di recente la prestigiosa rivista britannica Lancet aveva pubblicato un’inchiesta shock in cui si stimavano oltre 6 milioni annui di morti in età infantile potenzialmente prevenibili. Ma questo terribile dato, dicono oggi gli autori del nuovo studio, è solo la punta di un iceberg. “Abbiamo eseguito una stima conservativa – spiegano gli esperti – in base alla quale più di 200 milioni di bimbi sotto i cinque anni non ce la fanno a raggiungere le proprie potenzialità di sviluppo cognitivo”.

Tra le cause di questo stop della crescita cognitiva dei piccoli, quindi, in primis carenze nutrizionali (di iodio e di ferro per esempio) in un’età cruciale per la crescita cerebrale, nonché esposizione a sostanze nocive come piombo e arsenico, malattie infettive come malaria e AIDS. Ma non solo: anche depressione materna e mancanza di stimoli socio-emotivi spengono anzitempo la favilla dello sviluppo delle menti di domani. La povertà, quindi, rapisce giovanissime le menti in erba, con conseguenze disastrose: gli esperti hanno infatti analizzato numerosi studi evidenziando una netta associazione tra sviluppo cognitivo precoce e successo scolastico negli anni a venire.

Ne emerge un quadro inquietante: questi bimbi sono destinati ad essere studenti svantaggiati e nel mondo del lavoro la perdita di potenzialità umana si traduce, secondo le stime di Lancet, in una perdita reddituale di oltre il 20%, quota che, quando moltiplicata per grandi numeri, ha un impatto gravoso sullo sviluppo globale del paese di provenienza. Inoltre, spiega Grantham-McGregor, “questa impossibilità di raggiungere il proprio completo sviluppo cognitivo ha un peso enorme sulla trasmissione intergenerazionale della povertà”. Per ridare un futuro a questi bambini servono dunque programmi integrati che comprendano non solo un’istruzione adeguata ma anche un forte impegno contro povertà, malnutrizione, carenze sanitarie e anche un supporto alle famiglie, ‘trampolino’ per lo sviluppo socio-emotivo.