Archivio di febbraio 2007

RIFLESIONE SUI PROBLEM AFRICANI E NOSTRI PECCATI DI SOBRINO

martedì 27 febbraio 2007

L’ETERNA TENTAZIONE DI NEGARE LA REALTÀ
di Jon Sobrino

Dure riflessioni previe
1. Il mio interesse principale è poter essere presente in Africa. Sono stato nello Zimbabwe nel 1991. Da allora mi ha colpito il peso della tragedia: il Rwanda del 1994, la sorte delle donne africane, Kibera in questi giorni… Casaldáliga ha appena finito di scrivere: “Africa, la shoa del nostro tempo”. E l’economista Luis de Sebastián ha da poco pubblicato il libro: “Africa, peccato dell’Europa”.
Venendo da fuori, parlo con totale rispetto di quello che non conosco, e con venerazione di fronte alla sofferenza. Ma parlo anche affascinato da un mistero che mi sommerge e con gratitudine per quanto, da lontano, ho ricevuto dall’Africa. Una religiosa che ha passato molti anni nei campi di rifugiati di Bukavu mi ha scritto: “Non è difficile rendere lode e cantare quando si ha tutto assicurato. La meraviglia nasce quando i prigionieri di Kigali, che oggi riceveranno in visita i familiari che, con mille sudori, porteranno loro qualcosa da mangiare, benedicono e ringraziano Dio. Come potrebbero non essere dei prediletti dai quali apprendere la gratuità!? Oggi ho ricevuto le loro lettere: forse non si rendono conto di quanto riceviamo da loro e come ci salvano”.
Dall’Africa mi ha colpito anche il fatto che, nei campi di rifugiati di Bukavu, il vescovo Munzihirwa è vissuto ed è stato assassinato seguendo l’esempio di mons. Romero. Munzihirwa è stato un grande suo ammiratore e seguace (…).
2. Intendo per religione, in senso ampio, un modo in cui gli esseri umani, in quanto persone, ma anche in quanto gruppo, si relazionano con ciò che è ultimo, che possiamo chiamare Dio. Questa modalità di relazione ci configura in un determinato modo a partire dal quale possiamo configurare anche la realtà: cambiarla, liberarla, redimerla. La religione non offre ricette né modelli per il cambiamento della realtà. E non offre neppure un successo meccanicamente calcolato, ma spinge a lavorare con radicalità.
Qui intendiamo per religione la tradizione biblico-gesuanica, aperta ad altre tradizioni affini, storicizzata da Martin Luther King, Romero, Munzihirwa e dai milioni di poveri dai quali sono sorti e ai quali hanno dato se stessi. In un senso ampio, la religione è in relazione con la Teologia della Liberazione. La religione così intesa ci introduce in un paradosso: ci muove invariabilmente a lottare per la liberazione, ma senza garantire il successo come lo intendiamo noi. Quello che si garantisce è la dedizione totale e la speranza che non muore: nelle parole di dom Calsaldáliga, “Siamo gli sconfitti di una causa invincibile”.
La religione non offre ricette, offre però una “riserva di umanità”. Offre la radicalità non negoziabile della nostra dedizione alla liberazione. Più in concreto, offre la radicalità di un linguaggio oggi ignorato. Nel mondo non esistono solo limiti ed errori, ma peccato, quello che dà la morte, lentamente o violentemente, il peccato mortale, che significa fallimento totale di quelli che danno la morte. Nel mondo non esiste solo sforzo proprio, ma anche grazia, salvezza dall’arroganza (hybris). Nel mondo esistono aspettative, spesso ragionevoli, basate su calcoli, ma esiste anche la speranza che è frutto dell’amore. Contro ogni speranza, speriamo nel trionfo della giustizia perché abbiamo visto l’amore (…).

1. Le vittime
Il vangelo di Giovanni dice che “il maligno è assassino e bugiardo”. La liberazione, “l’altro mondo possibile”, avviene in presenza e contro il maligno. La morte rimane nascosta, e per questo prima di tutto bisogna smascherare la menzogna. E quando lo facciamo ci troviamo con un mondo di vittime. Mantenere questa onestà nei confronti della realtà è esigenza della religione ed è fondamentale perché le persone e i gruppi possano lavorare per la liberazione. Vediamo brevemente.
a) Le vittime, e in definitiva solo le vittime, aprono i nostri occhi alla realtà. La religione insiste sul fatto che questo miracolo di aprire gli occhi è necessario e possibile. Quello che appare nelle vittime è povertà, crudeltà, morte. Cosa che esprime l’inumanità del mondo in cui viviamo.
Questa realtà è nascosta e taciuta. Le vittime non hanno neanche un nome. L’11 settembre è noto, ma il 7 ottobre no. Il 7 ottobre, un mese dopo l’attentato contro le torri gemelle di New York, una estesa coalizione di Paesi democratici ha bombardato l’Afghanistan. Ma l’Afghanistan, povero, vittima, non ha calendario, non ha nome, non esiste.
Le vittime possono farci risvegliare dal sonno dogmatico in cui si trova immerso il mondo dell’abbondanza, democratico o no. Ricordiamo le parole rivolte nel 1511 da Antonio Montesinos agli encomenderos di fronte alla loro crudeltà nei confronti degli indigeni di Ispaniola: “Questi non sono uomini? Non hanno anime razionali? Com’è che siete caduti in un sonno così letargico?”. Per come stanno le cose, sembra più difficile destare da questo sonno di crudele inumanità che dal sonno dogmatico di cui parlava Kant.
b) Le vittime possono essere oggi gli antichi “maestri del sospetto”, che non solo denunciano ciò che è chiaramente male, ma suscitano anche il sospetto sul male che può nascondersi dietro al bene o a quello che è apparentemente bene. Alcuni esempi. Smascherano la globalizzazione come ideologia, perché essa vuole offrire un mondo a forma di “globo” (quello che per Platone simbolizzava la perfezione), un mondo omogeneo che, se ancora non è tale, presto lo diventerà. Le vittime mettono in luce che nella globalizzazione ci sono vincitori e vinti. Smascherano anche le democrazie, che si presentano come realtà buone, oltre le quali sembra che non si possa andare. Le vittime rivelano che in realtà le democrazie reali si alimentano di vittime reali. E anche nella teoria fanno sospettare che il demos della democrazia non include le maggioranze povere, e certamente non le pone al centro della società come è nella tradizione religiosa dei profeti e di Gesù.
c) Le vittime dimostrano l’esistenza degli idoli e ne chiariscono la vera essenza. Il fatto che siano venerate espressioni di vita quali i fiumi, il sole, la luna non ha a che vedere con l’idolatria, ma con disposizioni antropologiche. È invece simbolo di idolatria il dio Molok, che esige vittime per sussistere. Idoli sono oggi quelle realtà storiche esistenti che esigono vittime per sussistere. Mons. Romero menzionava a suo tempo l’idolatria del capitale assolutizzato e della sicurezza nazionale. Il suo linguaggio non era metaforico ma preciso: sono idoli perché esigono vittime. E mentre difendeva e appoggiava le organizzazioni popolari, le metteva in guardia dal pericolo di trasformarsi in idoli, assolutizzando se stesse e rendendo altri vittime. Ironicamente, non sono i cosiddetti popoli primitivi quelli che rendono culto agli idoli, ma le società basate sul capitalismo, sia quello occidentale, ora globalizzato, che, in passato, quello socialista.
d) Le vittime richiedono di tornare ad un concetto a lungo dimenticato: quello di impero. Con la caduta del muro di Berlino rimane una sola superpotenza, gli Stati Uniti, che si autocomprende ed agisce come impero, concepito come “destino manifesto”. E ricordiamo cosa diceva Agostino: imperium est magnum latrocinium.
e) Le vittime possono farci superare il docetismo (eresia che negava la carne reale di Gesù Cristo), che oggi significa vivere in quella irrealtà di isole, eccezioni o aneddoti, che è il mondo dell’abbondanza. E vivere nell’irrealtà è principio di disumanizzazione. Le vittime ci rivolgono un invito, indifeso, ad essere reali e a trovare in questo la salvezza. Diceva mons. Romero: “Mi rallegro, fratelli, della persecuzione della nostra Chiesa. Sarebbe triste se, in un Paese dove ci sono tanti assassinati, non ci fossero sacerdoti assassinati. È la prova che la nostra Chiesa è cristiana e salvadoregna”. Sono parole estreme, ma se non trasformiamo in realtà qualcosa di ciò che esprimono continueremo a vivere docetistamente, in un mondo irreale, capitalista o socialista che sia, cristiano o musulmano…
f) Le vittime ci mostrano qual è il contenuto minimo fondamentale dell’utopia: la vita degna e giusta in fraternità. Non si tratta dell’utopia di Platone ne La Repubblica o di quella di Tommaso Moro. Ed inoltre questa utopia dei poveri non bisogna comprenderla esistenzialmente come ou-topia, come quel perfetto per il quale non c’è posto (al quale mirerebbe il mondo dell’abbondanza), ma come eu-topia, come quel buono e necessario per il quale deve esserci posto.
Si potrebbe dire che teoricamente tutto questo può essere svelato senza prendere in considerazione le vittime. In realtà non succede così. Per questo è un grande contributo alla verità, alla giustizia e alla liberazione una tradizione religiosa che faccia delle vittime la realtà centrale.

2. La mistica della compassione
La religione offre anche una mistica, una spiritualità, una luce e una forza che guidano il nostro vedere, fare, sperare e celebrare. Qui ci concentriamo sulla compassione come punto centrale della mistica. Se il maligno è non solo bugiardo ma anche assassino, la verità che smaschera la menzogna va accompagnata con la compassione che genera vita.
a) Intendiamo per compassione la reazione a liberare dalla sofferenza gli esseri umani, per il solo fatto che essa esiste. Compassione è allora elemento primo ed ultimo. Può essere accompagnata da sentimenti, ma è più che sentimento. E deve essere storicizzata. Così la compassione deve prendere forma d’aiuto, giustizia, liberazione, redenzione… Nella traduzione gesuanica la compassione è la reazione primaria e fondamentale di Gesù alla ripetuta richiesta sulla bocca dei poveri: “Signore, abbi compassione di me”.
b) La religione assicura una radicalità ed una definitività teologale alla compassione, secondo le parole di mons. Romero: “Gloria Dei, vivens pauper”. Far sì che il povero viva (dandogli dignità, giustizia, vita…) è far sì, storicamente, che Dio sia glorificato.
c) La compassione non ha limiti, come non ne ha l’amore. Per questo, la compassione può esigere che tutto gli sia dato, vita compresa. Oggi, in molti luoghi del Terzo Mondo, ci sono molti testimoni di questa compassione totale. E, oltre a dimostrare coerenza nella loro lotta per la liberazione, diventano motivo di speranza e di gratitudine. È ciò che mostra la celebrazione dei martiri.
d) La religione ci ricorda che anche la compassione bisogna manifestarla senza arroganza. L’arroganza tende sempre a corrompere tutto, comprese le cose buone. Nella nostra storia succede, in maggiore e minore misura, che anche i movimenti di liberazione degenerano, e non dovrebbe stupire dal momento che sono umani. Però è importante non pensare che, per il fatto di operare per la liberazione, siamo immuni da egoismo e da ciò che ne consegue. La religione ci ricorda, nelle parole di José Ignacio González Faus, che “bisogna fare la rivoluzione come chi è stato perdonato”.

3. Il mistero delle vittime e il mistero di Dio
A partire dalle vittime possiamo mettere in parole, balbettando, quel che c’è di mistero ultimo nella realtà.
a) Il mistero esiste come enigma spaventoso sotto forma di mysterium iniquitatis. Appare terrificante come abbiamo visto al primo punto: esseri umani che danno la morte, ingiustamente e crudelmente, e disumanizzandosi essi stessi. Ma anche nel mondo delle vittime si manifesta il mistero dell’iniquità. È la tragedia del Rwanda e dei Grandi Laghi, con la responsabilità secolare del Nord e la sua insensibilità attuale, ma anche con la responsabilità di questi popoli. Melquisedek Sikuli, vescovo congolese, lo riconosce, dopo aver enumerato gli immensi problemi che devastano il suo Paese: miseria, ingiustizia, esuli, donne violentate e villaggi saccheggiati, sullo sfondo del peccato del colonialismo. Ma non dissimula i mali del Paese, come il dramma dei bambini-soldato, sebbene la compassione di fronte a tanta sofferenza lo spinga a cercare qualche spiegazione. Cita alcune parole di Kouroma, nel suo libro “Allah non è contento”: “Quando non si ha nessuno al mondo, né padre, né madre, né sorella, e si è ancora un bambino, in un Paese devastato e barbaro, dove tutti si uccidono, cosa si può fare? Si comincia ad essere bambino-soldato per mangiare ed uccidere: è tutto quello che ci rimane”.
b) Il mysterium salutis si fa reale nei successi, piccoli o grandi, dei poveri, nella solidarietà che generano in molti, e nella fraternità che va nascendo tra persone, gruppi e popoli. E anche negli studi e nelle analisi teoriche finalizzati a proporre modelli di salvezza e nelle strategie pratiche per attuarli. Si esprime nell’identità, nelle culture, nelle religioni soprattutto dei popoli ancestrali, molti dei quali impoveriti, che hanno resistito attraverso i secoli anche fra molte difficoltà. È sempre più evidente che ci arricchiscono tutti.
Ma, anche nei momenti di sofferenza, nelle vittime e nei poveri può sorgere e sorge un anelito a sopravvivere e a convivere gli con gli altri, lavorando con creatività, dignità, resistenza e forza senza limiti, sfidando immani ostacoli. Non ho parole per descriverlo. L’ho chiamato santità primordiale. Non si può dire cosa ci sia in essa di libertà o di necessità, di virtù o di obbligo, di grazia o di merito: non deve essere necessariamente accompagnata da virtù eroiche, ma si esprime in una vita tutta eroica. Questa santità primordiale invita gli uni a dare agli altri, gli uni a ricevere dagli altri, a celebrare gli uni con gli altri la gioia di essere umani. In questo senso possiamo dire che da questi poveri proviene salvezza.
c) E nei poveri si intravede Dio. Diciamolo per concludere, con parole molto care a Gustavo Gutiérrez. In mezzo alla sofferenza dell’innocente, egli si domanda “come parlare di Dio a partire da Ayacucho”, città peruviana che in quechua vuol dire “angolo dei morti”. Qui stanno chiedendo di Dio Giobbe, Ivan Karamazov, Gesù sulla croce (…).
I poveri rimandano a Dio perché Dio è in essi, al tempo stesso nascosto e manifesto. E sono “i vicari di Cristo”.

4. Conclusione
Tutto quello che abbiamo detto può essere detto in molti contesti. Nel contesto di questo Forum Mondiale di Teologia e Liberazione, alla vigilia del Forum Mondiale Sociale, il suo significato specifico può essere il seguente:
La tradizione religiosa che abbiamo analizzato afferma l’imperiosa necessità della giustizia e la necessità di ogni sforzo economico, sociale, politico, culturale per un mondo diverso. Condivide la speranza che questo nuovo mondo è possibile. E spinge tutti a lavorare per esso.
Forse quello che abbiamo detto può aiutare ad offrire un modo di procedere che, secondo noi, ci avvia ad una liberazione più globale e profonda. Si tratta di porre al centro le vittime e la compassione per esse, di camminare nella prassi e con speranza verso un mistero ultimo che la religione chiama Dio. Di camminare in compagnia di molti fratelli e sorelle, testimoni e martiri di tutto il mondo. E, nella tradizione cristiana, di camminare seguendo Gesù, nostro fratello maggiore.
Niente di questo toglie importanza e necessità alle analisi che devono esser fatte nel forum sociale, ma forse può aiutare a metterle in pratica nel modo più umano possibile.

PROVOCAZIONE QUARESIMALE

sabato 24 febbraio 2007

Lettera ‘aperta’ a Madre A.M. Canopi, dell’Abbazia Benedettina.
Mater Ecclesiae, Isola S. Giulio, Orta (Novara).
 
 
 
Reverenda Madre Anna Maria Canopi,
 
le chiedo innanzitutto scusa se questa mia lettera dovesse risultare un’intrusione indebita nella vita della sua Comunità sull’Isola che ogni mattina ho modo di ammirare dai luoghi splendidi in cui vivo, anzi.. viviamo.
Suonerà certamente strano a molti una lettera ‘aperta’ a chi vive in’clausura’. Il motivo è che in queste settimane, in diverse occasioni, ho ascoltato persone che, in modo più o meno esplicito, hanno fatto riferimento alle monache come uniche persone che possono vivere il Vangelo. Sì, perchè, veniva detto che certamente il Vangelo è importante ma.. come si fa a prenderlo sul serio, bisogna essere realisti, pragmatici e fare i conti con la realtà. E così anche la pagina del Vangelo di Luca che leggiamo domenica 18 febbraio  “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono..” sembra essere destinata solo a voi. E in tempi in cui la violenza in ogni settore della vita sembra debordare, rischiamo di non cogliere il grande richiamo alla nonviolenza evangelica.
Certamente avrà sentito che quest’anno sono aumentate in Italia le spese militari e che è stato firmato, lo scorso 7 febbraio, un accordo per assemblare qui vicino a noi, a Cameri, nuovi aerei caccia Joint Strike Fighter F35. Sono bombardieri da guerra, predisposti per essere equipaggiati con testate nucleari. Costeranno ai cittadini italiani dai 20 a 30 miliardi di euro. Ma, come molti hanno detto, portano posti di lavoro, è un’opportunità unica da cogliere al volo, se non li facciamo noi li faranno altri… e così via. La scelta etica è passata in secondo piano e, in questo caso, ciò che è lecito diventa anche etico. Il Vangelo viene affidato a Voi, in clausura.
E anche al Magistero della Chiesa, con arguzie cavillose, si fa dire tutto e il contrario di tutto, non cogliendone lo spirito di fondo che si può riassumere nella frase di Benedetto XV che, in riferimento alla prima grande guerra, ebbe a dire: “questa guerra un’inutile strage” o di Giovanni XXIII° che, nella Pacem in Terris, afferma che ritenere che le guerre possano portare alla pace “alienum est a ratione”, cioè è roba da matti. E come dimenticare Giovanni Paolo II, (qualcuno dice.. molto applaudito e poco ascoltato), che parlava della guerra come ‘avventura senza ritorno’.?
Se si perde il riferimento all’uomo, si mettono al primo posto gli interessi, gli affari… magari con la scusa dei posti di lavoro. Non per niente il nostro modello di difesa mira a difendere ‘interessi nazionali ovunque minacciati o compromessi’ Quindi non la difesa come solitamente si intende, e infatti questi aerei (quasi 100 milioni di Euro l’uno) non possono essere certo considerati da difesa, anzi. Sono addirittura predisposti per trasportare testate nucleari! Forse questa è difesa o rispetto dell’uomo?  Le armi nucleari sono un male solo se in possesso di Iran o Corea?  Non è questa una violenza da condannare senza mezzi termini, come il terrorismo e ogni altra forma di violenza?
Ecco perchè, reverenda Madre, chiedo a lei e alla sua comunità una preghiera perchè lo Spirito ci aiuti a riflettere, a fermarci tutti un po’ di più e a chiederci il senso di tante scelte, quale futuro vogliamo costruire, quale società, quale mondo… perchè davvero si possa ancora proclamare oggi che, come ci ricordava l’amato vescovo, padre Aldo Del Monte, ‘la gloria di Dio è l’uomo vivente’.
Sì, fermarci a riflettere e a meditare, magari aiutati anche dal vostro cantare le lodi al Signore a tutte le ore del giorno e della notte, e riscoprire anche qualche breve frase latina che ci aiuti a vivere, come appunto ‘ora et labora’. Oggi, invece, sembra che la riscoperta del latino porti in tutt’altra direzione: ‘si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra), oppure ‘mors tua, vita mea’ che non ha bisogno di traduzione.
Ma è ancora possibile pensare ad un mondo diverso, parlare di rapporti umani, dialogo, ascolto, nonviolenza, giustizia, serenità, speranza…? Oppure come credenti dobbiamo ridurci ad essere, sono parole di don Tonino Bello, “prigionieri del calcolo, vestali del buon senso, guardiani della prudenza, sacerdoti dell’equilibrio”?
Aiutateci, per usare  le parole di Bonhoeffer, ad “osare la pace per fede!”
A mettere al centro il Vangelo che San Giulio per primo annunciò in questa terra, e a prendere le distanze dalle tentazioni di questo mondo: ‘Dio o mammona’  e rimettere al centro l’uomo, chi è ultimo, chi è più povero. Se riuscissimo a fermarci, sicuramente avremmo non solo orecchi più aperti ma anche il cuore aperto per ascoltare il grido di chi oggi vive la tragedia della guerra, della violenza, dell’ingiustizia.
Quante lettere abbiamo ricevuto in questi giorni, in solidarietà al documento dei Vescovi Charrier e Valentinetti sugli F35 e sulla corsa agli armamenti, ma non sono state prese molto in considerazione, forse perchè non ritenute voci autorevoli; in effetti sono accanto ai poveri e alle vittime della guerra e non siedono nella stanza dei bottoni.
Penso a quanto scrive l’amico vescovo di Kirkuk in Iraq, mons. Luis Sako: “..gente del Primo Mondo, gente istruita e saggia, gente nobile che costruisce armi, aerei e altri strumenti di morte: questa è una cosa  vergognosa! Una cosa inammissibile. Basta armi! Basta distruzioni e gente che muore ogni giorno!  La vita è bella! il  mondo è bello bisogna rispettarlo e renderlo più  bello ! Pensate in una maniera più positiva e costruttiva.  A causa delle armi fabbricate da voi e con vostri soldi, in Iraq ogni giorno ci sono circa 100 morti, molti feriti, e un migliaio di profughi…
Lo stesso accade adesso in Somalia, Palestina, Libano e in  altri  paesi.  Il nostro paese è diviso e la popolazione che è rimasta vive nella paura! Queste armi sono solo fuoco e  sono brutte come i loro fabbricatori. Con questi soldi potete costruire terre nuove e formare gente nuova e aiutare positivamente alla crescita della vita! Cosi sarete beati costruttori della pace e di una  società migliore, invece di fare con queste armi una offesa a Dio e all’umanità intera. E’ una colpa capitale.”
Penso che chi da anni vive sotto le bombe abbia più titolo a parlare che non l’amministratore delegato di Alenia o di Finmeccanica. Certo, dipende dai punti di vista.
E ricordo anche quanto scriveva nel 2003 l’altro amico vescovo ausiliare di Sarajevo, mons. Pero Sudar: “La guerra nella mia Patria e le sue tragiche conseguenze mi hanno costretto ad immaginare il corso della storia senza le guerre, con cui si intendeva combattere le ingiustizie ed abbattere i sistemi ingiusti. Riconosco di essere stato convinto anch’io che l’uso della violenza sia utile e necessario quando si tratta della libertà dei popoli. Dopo aver visto e vissuto da vicino che cosa vuol dire la guerra di oggi, non la penso più così. Sono profondamente convinto, e lo potrei provare, che l’uso della violenza ha portato sempre un peggioramento.… tutto questo obbliga la Chiesa a farsi segno di contraddizione e ad unire la sua voce a tutte quelle che gridano la pace anche nelle condizioni che, a prima vista, postulerebbero la guerra… Oggi l’unica scelta della Chiesa è la nonviolenza, perché questa è l’unica strada, magari lunga e sofferente, alla pace che viene garantita dalla giustizia.”
Nel 1999 sono stato a Belgrado, poco dopo Pasqua, durante i bombardamenti sulla città, ad opera anche dei nostri aerei, e mi aveva colpito una grande scritta, provocatoria, che campeggiava sulla piazza: ‘Loro credono nelle bombe, noi crediamo in Dio’.
Tra pochi giorni inizia la Quaresima: ricevendo la cenere sul capo ci verrà detto ‘convertiti e credi al Vangelo’
Siamo certi che la preghiera della vostra Comunità Benedettina ci accompagna in questo faticoso cammino di conversione dei cuori e di ri-conversione delle ‘strutture di peccato’.
Così potremo anche noi stupirci come le donne quel mattino…. all’annuncio della  Pasqua e scoprire davvero con occhi nuovi le grandi cose che il Signore ha fatto per noi…  Lui, il Principe della Pace.
Grazie delle vostre preghiere e buona Quaresima, ‘quaranta giorni per sperimentare la follia dell’amore di Dio.’
 
 
Cesara, 16 febbraio 2007                  
 
 
 
don Renato Sacco, parroco
membro di Pax Christi e
della Commissione diocesana Giustizia e Pace
 
via alla Chiesa, 20 – 28891 Cesara – VB    0323-827120  drenato@tin.it

I domenica di quaresima anno C 25 Febbraio 2007 LA NOSTRA SCELTA: FIGLIO DI DIO O FIGLIO DEL MONDO?

sabato 24 febbraio 2007

Letture Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

Inizia un nuovo tempo.
In realtà potremmo illuderci con noi stessi che inizi un nuovo tempo.
Sapete com’è, molti di noi parteciperanno a tante funzioni quaresimali.
E potremmo pensare che sia tutto lì:
Ridurre e ghettizzare il cristianesimo nelle mura di un Tempio e in solenni Liturgie.
E’ vero, i passi dei cristiani sono insieme ad un popolo; la Chiesa tutta intera.
Ciò nonostante la prima Domenica di Quaresima ci presenta Cristo solitario che viene
“condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni fu tentato dal diavolo”.
No, non è un “letargo” dello spirito, un riposarsi “prima di”;
è già un combattimento vero e proprio ed è, nostro malgrado, un passaggio indispensabile verso la Pasqua.
Che vi meravigliate se vi dico che la Pasqua inizia già con la prima Domenica di Quaresima?
Se elimini il tempo di Quaresima dalla tua vita non fai Pasqua.
Il tuo combattimento contro il diavolo.
Sorrisetti quando la Chiesa parla di “diavolo”, vero?
C’è poco da ridere a riguardo, esiste ed agisce con molta alacrità.
Come sempre avviene, le tentazioni ci vengono presentate come un “fin di bene”;
d’altronde non potrebbe essere altrimenti visto l’autore “calunniatore”.
Sapete c’è una cosa da fare che noi uomini non amiamo fare:
C’è da scegliere!
Dobbiamo fare delle scelte concrete.
“…ebbe fame…Allora il diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”.
Come è subdolo il demonio, pone dei dubbi a Gesù sulla Sua identità: “Se tu sei Figlio di Dio…”;
Pone dei dubbi a Cristo sul fatto di essere Figlio di Dio e quindi anche sul rapporto d’Amore con il Padre.
Gesù è venuto nel mondo per donare al mondo l’Amore di Dio.
E’ tentato dal demonio a mostrarsi Figlio di Dio facendo miracoli a Suo vantaggio.
Cristo non “costringe” Dio a piegarsi ad un bisogno fondamentale per l’uomo, il bisogno del pane;
piega il Suo bisogno a Dio.
Noi?
La nostra identità di cristiani è sottomessa a Dio o chiediamo di sottomettere Dio per sentirci veri cristiani?
Attenzione, il fine è apparentemente buono, genuino.
Quello che stiamo vivendo nel nostro mondo è proprio questo:
per fini di bene si fanno le più grandi atrocità.
Anche le leggi più aberranti hanno un falso bene che le giustifica, che ce le presenta come buone per l’uomo.
E’ una tentazione che coinvolge anche noi “Chiesa”, tutte le volte che per amore di Cristo facciamo delle scelte contrarie alle Sue.
L’amore di Cristo si manifesta non solo nel pensiero ma anche nella scelta concreta.
Il principe di questo mondo ci pone Dio come antagonista;
la verità è che noi siamo creature di Dio.
Il bisogno fondamentale per la creatura è il Creatore.
La vita non ci viene dal possesso del pane ma Dio stesso è il vero Pane sorgente di vita.
Pensa, Gesù vince la tentazione con la Parola di Dio
Infatti la risposta di Cristo è: “Non di solo pane vivrà l’uomo”.
Primo scelta concreta:
Ritagliarci ogni giorno del tempo per “mangiare” la Parola di Dio.
Anche la seconda tentazione ci coinvolge in prima persona:
“Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”.
Ancora una scelta: i regni della terra come frutto di un’adorazione perversa verso il male.
La strada del potere, del possesso che si contrappone alla strada della donazione, della Croce.
Si è creatura in quanto si possiede, se non possiedi non sei niente.
Il possesso delle creature prende il posto di Dio nel nostro cuore per prima e poi nei nostri gesti quotidiani.
Sembra un paradosso, ma nel possesso l’uomo cerca la sicurezza e scopre invece le sue frustrazioni più profonde, le sue ansie più terribili, le sue fobie che portano a vedere “l’altro” come nemico che ti sottrae e quindi da sopprimere.
Il non senso che ci porta a che tutto non basta mai.
E’ una società ammalata di questo “tutto che non basta mai”.
A chi ci stiamo prostrando oggi concretamente?
Ancora la Parola di Dio ci soccorre, ci indica la via per uscire da questa spirale di morte, da questo niente assoluto che ci ritroviamo nel nostro animo quando lo realizziamo nell’avere:
“Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, Lui solo adorerai”.
Seconda scelta concreta:
Ritrovare dei luoghi in cui ci doniamo per ritrovarci in adorazione di Colui che si è donato.
Scegli tu i contesti, le situazioni, quelli che il Signore ti porrà dinanzi.
Un’ultima scelta da fare per Gesù e per tutti noi.
“Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano…”
Che infame il demonio, ora tenta Gesù usando persino la Parola di Dio.
E’ la tentazione definitiva.
E’ il dubbio che si insinua nel cuore di fronte alla vita:
Dov’è il tuo Dio, se esiste perché non interviene di fronte a tutto il male?
Questa proposta, così apparentemente giusta, ci teorizza che se Dio è creatore interviene ora per le sue creature, tende ad invertire e pervertire il rapporto uomo-Creatore:
Io ho obbedito a Lui;
Lui ora obbedisce a me.
Ho fatto la mia scalata verso Dio, il mio cammino di fede per “convertire” Dio a me.
Mi sono messo in cammino verso Lui per farlo mio…
“Gesù gli rispose: “E’ stato detto: non tenterai il Signore Dio tuo”.
La scelta del cristiano è nell’obbedienza.
Anche quando la Sua via ci porta in percorsi di umiliazione, di sofferenza, di Suoi silenzi.
Sai, il brano del Vangelo delle tentazioni di Cristo ci invita a ritrovare Dio nell’accettazione della nostra storia, quella fatta di piccole cose preziose che il demonio ci dipinge come grigie, oppressive frustranti.
La terza scelta concreta per tutti noi è proprio questa:
Riscoprirsi figli di Dio tutti i giorni chiedendogli solo: “Sia fatta la Tua volontà”.
Sia fatta la Tua volontà nella gioia del matrimonio, nella gioia del lavorare onestamente, nella gioia del condividere, nella gioia di fare una carezza alla moglie, nella gioia di stare con i figli, nella gioia di ascoltare le pene di chi ti attraversa la strada della vita, nella gioia di una mano tesa ad un vicino di casa, nella gioia di trovare il volto di Cristo negli ultimi, nella gioia di mangiare un pezzo di pane guadagnato onestamente, senza aver rubato neppure una briciola al prossimo…
La gioia di sentirsi Figli di Dio.

IL PAPA ,PER LA QUARESIMA ,CI DICE………….

sabato 24 febbraio 2007
QUARESIMA: MESSAGGIO DEL PAPA

 

Scritto da BENEDICTUS PP. XVI   
Cari fratelli e sorelle!

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). E’ questo il tema biblico che quest’anno guida la nostra riflessione quaresimale. La Quaresima è tempo propizio per imparare a sostare con Maria e Giovanni, il discepolo prediletto, accanto a Colui che sulla Croce consuma per l’intera umanità il sacrificio della sua vita (cfr Gv 19,25).


Con più viva partecipazione volgiamo pertanto il nostro sguardo, in questo tempo di penitenza e di preghiera, a Cristo crocifisso che, morendo sul Calvario, ci ha rivelato pienamente l’amore di Dio. Sul tema dell’amore mi sono soffermato nell’Enciclica Deus caritas est, mettendo in rilievo le sue due forme fondamentali: l’agape e l’eros.

L’amore di Dio: agape ed eros

Il termine agape, molte volte presente nel Nuovo Testamento, indica l’amore oblativo di chi ricerca esclusivamente il bene dell’altro; la parola eros denota invece l’amore di chi desidera possedere ciò che gli manca ed anela all’unione con l’amato. L’amore di cui Dio ci circonda è senz’altro agape. In effetti, può l’uomo dare a Dio qualcosa di buono che Egli già non possegga? Tutto ciò che l’umana creatura è ed ha è dono divino: è dunque la creatura ad aver bisogno di Dio in tutto. Ma l’amore di Dio è anche eros. Nell’Antico Testamento il Creatore dell’universo mostra verso il popolo che si è scelto una predilezione che trascende ogni umana motivazione. Il profeta Osea esprime questa passione divina con immagini audaci come quella dell’amore di un uomo per una donna adultera (cfr 3,1-3); Ezechiele, per parte sua, parlando del rapporto di Dio con il popolo di Israele, non teme di utilizzare un linguaggio ardente e appassionato (cfr 16,1-22). Questi testi biblici indicano che l’eros fa parte del cuore stesso di Dio: l’Onnipotente attende il “sì” delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa. Purtroppo fin dalle sue origini l’umanità, sedotta dalle menzogne del Maligno, si è chiusa all’amore di Dio, nell’illusione di una impossibile autosufficienza (cfr Gn 3,1-7). Ripiegandosi su se stesso, Adamo si è allontanato da quella fonte della vita che è Dio stesso, ed è diventato il primo di “quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,15). Dio, però, non si è dato per vinto, anzi il “no” dell’uomo è stato come la spinta decisiva che l’ha indotto a manifestare il suo amore in tutta la sua forza redentrice.

La Croce rivela la pienezza dell’amore di Dio

E’ nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo “morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente” (Ambigua, 91, 1956). Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti – come si esprime lo Pseudo Dionigi – quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato” (De divinis nominibus, IV, 13: PG 3, 712). Quale più “folle eros” (N. Cabasilas, Vita in Cristo, 648) di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?

“Colui che hanno trafitto”

Cari fratelli e sorelle, guardiamo a Cristo trafitto in Croce! E’ Lui la rivelazione più sconvolgente dell’amore di Dio, un amore in cui eros e agape, lungi dal contrapporsi, si illuminano a vicenda. Sulla Croce è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ognuno di noi. L’apostolo Tommaso riconobbe Gesù come “Signore e Dio” quando mise la mano nella ferita del suo costato. Non sorprende che, tra i santi, molti abbiano trovato nel Cuore di Gesù l’espressione più commovente di questo mistero di amore. Si potrebbe addirittura dire che la rivelazione dell’eros di Dio verso l’uomo è, in realtà, l’espressione suprema della sua agape. In verità, solo l’amore in cui si uniscono il dono gratuito di sé e il desiderio appassionato di reciprocità infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti. Gesù ha detto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La risposta che il Signore ardentemente desidera da noi è innanzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da Lui. Accettare il suo amore, però, non basta. Occorre corrispondere a tale amore ed impegnarsi poi a comunicarlo agli altri: Cristo “mi attira a sé” per unirsi a me, perché impari ad amare i fratelli con il suo stesso amore.

Sangue ed acqua

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto”. Guardiamo con fiducia al costato trafitto di Gesù, da cui sgorgarono “sangue e acqua” (Gv 19,34)! I Padri della Chiesa hanno considerato questi elementi come simboli dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia. Con l’acqua del Battesimo, grazie all’azione dello Spirito Santo, si dischiude a noi l’intimità dell’amore trinitario. Nel cammino quaresimale, memori del nostro Battesimo, siamo esortati ad uscire da noi stessi per aprirci, in un confidente abbandono, all’abbraccio misericordioso del Padre (cfr S. Giovanni Crisostomo, Catechesi, 3,14 ss.). Il sangue, simbolo dell’amore del Buon Pastore, fluisce in noi specialmente nel mistero eucaristico: “L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù… veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione” (Enc. Deus caritas est, 13). Viviamo allora la Quaresima come un tempo ‘eucaristico’, nel quale, accogliendo l’amore di Gesù, impariamo a diffonderlo attorno a noi con ogni gesto e parola. Contemplare “Colui che hanno trafitto” ci spingerà in tal modo ad aprire il cuore agli altri riconoscendo le ferite inferte alla dignità dell’essere umano; ci spingerà, in particolare, a combattere ogni forma di disprezzo della vita e di sfruttamento della persona e ad alleviare i drammi della solitudine e dell’abbandono di tante persone. La Quaresima sia per ogni cristiano una rinnovata esperienza dell’amore di Dio donatoci in Cristo, amore che ogni giorno dobbiamo a nostra volta “ridonare” al prossimo, soprattutto a chi più soffre ed è nel bisogno. Solo così potremo partecipare pienamente alla gioia della Pasqua. Maria, la Madre del Bell’Amore, ci guidi in questo itinerario quaresimale, cammino di autentica conversione all’amore di Cristo.

A voi, cari fratelli e sorelle, auguro un proficuo itinerario quaresimale, mentre con affetto a tutti invio una speciale Benedizione Apostolica.


BENEDICTUS PP. XVI
 

 

Anche questa è….AFRICA

venerdì 23 febbraio 2007

breve riassunto di questa partenza africana:

Lunedi sera: Francesco: allora siete sicuri di partire èèè…l’aereo MAF Isiro=Kampala è stato prenotato e pagato per Venerdi (oggi ndr)

Martedi mattina: “la MAF….ragazzi ahimè l’aereo ci sarà solo Lunedi 26 alla mattina” “siamo sicuri?perchè alla sera noi avremmo l’aereo…” “certo…risponde quasi scocciato per la mia domanda “scherzosa” 

vabbè che male c’è anzi…si rimane un altro po’ qua…ultimi saluti, sorrisi e poi senza dover scocciare i padri a Kampala, si rimane in aereoporto e si aspetta sera…..che bello

Martedi ore 12,30: P.Urbanus: Francesco guarda che è passato quello della maf e ha detto che l’aereo c’è “sicuramente” ………………………..MERCOLEDI….

un po’ di allarme iniziamo a informarci su altre assurde vie….aereo CARGO Kisangani=Beni=Butenbo e chi più ne ha più ne metta e poi pulman fino in UGANDA…ma anche questo di garanzie non ne da anzi le toglie…

in poco meno di un giorno scopriamo che tutte le strade portano a Kampala…ma essendo in Africa per arrivarci non è semplice e non ci sono mezzi ‘sicuri’ per percorrere le vie…

Passa la notte e di buon ora, chiamiamo l’agenzia aerea che grazie a skype diventa talmente vicina che ci toglie anche le paure di essere cosi’ fuori dal mondo…con molta tranquillità ci informano che pagando la penale di 100 eurI ci avrebbero spostato il un volo anche mercoledi o venerdi…(Entebbe=Bruxell che pensavate)

mamma mia che “precisa certezza” in due secondi via internet mi ha detto tutte le disponibilità degli aeri per i prossimi due mesi…
Ammetto l’imbarazzo a tanta certezza, ma che bello forse un po’ mi sono immedesimato con questo clima.
Ma non é finita…..temporeggiamo a spostar il biglietto, ci affidiamo nelle mani del Signore, Cargo o non Cargo, Bugnia, Kisangani, Arua…ecc ecc…(la

maf per ora è boicottata)

Giovedi 22: P.Andres (spagnolo qui di passaggio destinato a Baienga dai Pigmei, tra l’altro molto in gamba e la sua caramellina al miele è stata un bel solievo) ci fa: “venites andamos a far un girettos dai padri combonianis”…eh si, si va intanto QUA C’E’ TEMPO dice Federica.

Giovedi 22 ore 11.45: dai Comboniani raccontiamo i nostri giorni in africa e sul finale c’è tempo di raccontare la storiella del volo, e wuala il padre si mette a ridere e dice: “ma domani c’è proprio il volo che da Isiro va ad Entebbe (Kampala) diretto arriva con quell’aereo anche un nostro fratello.”

Torniamo alla missione Urbanus chiama il pilota e dice che quell’aereo arrivera “forse” sabato, bene un giorno in più ma qualche altro di meno piu’ o meno…uffa che confusione scusatemi tanto..

Giovedi 22 ore 20.30: il mafioso Garri valido scagnozzo dei missionari Jan e Urbanus ci ufficializzano il volo Isiro=Entebbe con CargoNavet per….DOMANI…
ammetto che mi crolla un po’ il mondo…ma, ancora una volta: “dai alla fine va bene è come avevamo pensato dall’inizio cambia solo la compagnia….”si mangia e poi di corsa a far le valigie…domani “forse” si parte.

Morale della Favola:
Venerdi 23 ore 9 Jan va a sentire se c’è il volo, poco dopo Jan: “hanno detto che si sanno i programmi dopo le 11….:)
Venerdi 23 ore 11: “l’aereo oggi non arriva” “POTREBBE” (petetre in francese) esserci domani…
AIR PETETRE oggi non è arrivata e cosi’ ci siamo goduti un altro po’ d’Africa…PETETRE domani ma “certo” vi terremo informati sempre che PETETRE INTERNET vada ovviamente
Per chi ha voglia di mettere in discussione la propria organizzazione e il far le cose con ampi margini di anticipo giuro che l’Africa è buona maestra, per chi mi conosce ora sa con chi se la deve prendere…io intanto sorriso e mi affido…
un abbraccio forte Samuele

18 febbraio 1973

giovedì 15 febbraio 2007

Vediamo chi in quella data era presente nella chiesetta di Montecastello, stando ai racconti la chiesa era gremita di fedeli e il “povero” prete ha dovuto farsi spazio tra la folla per sdraiarsi, le gambe in mezzo a tutta la gente…
il vescovo non riusciva nemmeno ad entrare, da Milano una orchestrina in chiesa animava la s.messa.
Capito?
sono i racconti di quel giorno di P.Francesco e la sua ordinazione.
è alla ricerca anche di foto chiunque abbia ricordi o foto è vivamente pregato di raccontare di quel giorno!
(Francesco Cappelli, Assunta, Walter, Giovanna che dopo una settimana è andata a Ferrara sono vivamente invitati a raccontare….)

Il Piccolo Principe ed io -di Federica-

giovedì 15 febbraio 2007

“Guardate attentamente questo paesaggio per essere sicuri di riconoscerlo se un giorno farete un viaggio in Africa. E se vi capita di passare di l , vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle!” (Antoine De Saint Exupéry)

Prima di partire un mio amico mi diete un libro in dono, dicendomi di leggerlo appena arrivata in Africa. Ho assaporato le pagine piano piano, giorno dopo giorno, e proprio qui in questa terra ne ho appreso di piu’ il senso.

Il Piccolo Principe!

Ripercorrendo le tappe del viaggio di questo piccolo uomo, penso alla mia permanenza in Congo, e proprio ora che si avvicina la fine, mi rendo conto di quanto mi porto dentro.
Lui, un bambino cosi’ indifeso, aveva deciso di allontanarsi dal suo pianeta, dai suoi 3 vulcani e dalla sua rosa, per capire cosa volesse veramente.. solo dopo un lungo viaggiare, e solo dopo essere approdato sulla terra, in Africa, lui comprende qual è il suo posto, e dove il suo cuore voleva restare. Dopo tanto cercare, scopre che tutto quello che desiderava era li’ sotto il suo naso.

Il Piccolo Principe nella sua straordinaria semplicit aveva colto l’ essenziale, che è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore

…E’ Il gusto di saper attendere che i tempi facciano il suo decorso, attendere cio’ che la vita vorr donarti; é quel assaporare le tappe della vita, gioie e dolori, per coglierne la ricchezza nelle sfumature…
E’ il tempo speso per amore, con amore…

Questo sto capendo, qui in Africa: l’ Amore non è vedere i frutti subito dopo l’ abbondante semina, non è consumare al meglio, nelle piene potenzialit e capacit il tempo con lo scopo di “produrre del Bene” per l’altro in difficolt .
l’ Amore non é la forte emozione, non é aiutare per forza il bisognoso o l’ attivismo nel fare a tutti i costi, non é un dovere, non é un gesto sporadico di solidariet per sentirsi a posto con la coscienza, non é il sapere dei saggi e dei colti, non è la farcitura di una torta, non é un gesto eroico, non é la forza e il coraggio del leone, non é un insieme di atti straordinari…

L’ Amore é semplice, é paziente, é tollerante, é quel “abitare” dolcemente con gli altri; l’Amore non si annoia, é presente nel quotidiano, in quei piccoli gesti ordinari della vita… é saper camminare con, per, verso gli altri, senza invadere, senza urtare, senza giudicare, e senza ansie.

Si, perché l’ Amore non fa rumore… non si vede, ma c’è, si sente e si respira nella presenza di quelle persone, che istancabilmente “vivono” e scelgono di “stare” qui in mezzo a questa gente. E’ questo che fa brillare il volto di Cristo: la cura minuziosa e l’attenzione costante per l’altro.

Nel Piccolo Principe, era la cura per la sua rosa che la rendeva speciale ai suoi occhi.
E cosi’, é il tempo speso in battiti del cuore, che rende la vita, tutte le vite, preziose ai nostri occhi…

Mi ritrovo sotto il cielo africano,
non mi sono affrettata,
mi sono fermata,
aspetto,
respiro aria di vita,
ascolto la leggerezza del vento,
alzo la testa,
guardo le stelle,
sorrido,
spero…
spero che tornando a casa possa guardare queste stelle con la stessa “luce”,
perchè é questa luce negli occhi “l’essenziale” di questo mio viaggio..
in Africa.

Federica

Riflessioni sulla Liturgia della 7° Domenica del T.O. C 18 Febbraio 2007

giovedì 15 febbraio 2007

Riflessioni sulla Liturgia della 7° Domenica del T.O. C 18 Febbraio 2007

SPALANCHIAMO LE PORTE A CRISTO, ORA E’ IL MOMENTO OPPORTUNO…

Letture 1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

Questa settimana abbiamo la possibilità, grazie al Vangelo, di parlare dell’unico vero amore, quello generato da Dio, che regge il mondo:
“A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici…”.
Sapete cos’è?
E’ una Carta d’Identità, la nostra.
Già, il rischio è che potrebbe essere solo un pezzo di carta;
potrebbe non essere quella la nostra vera identità.
Volete sapere che sentimento può farsi strada nei cuori più sinceri di fronte a questa Parola?
La paura di non farcela, che è una Parola troppo grande, al di sopra dei nostri limiti carnali e spirituali.
In realtà è proprio così!
Ma mi vengono in mente le parole ripetute spesso ai giovani da un testimone vero di Cristo, Papa Giovanni Paolo II :
“Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo!”
Non lasciamoci prendere dalla paura;
non lasciamoci scoraggiare dal tanto male che ci circonda;
non lasciamoci legare dal tanto male che ci portiamo dentro.
Non abbiamo paura di essere cristiani, di dire la verità apertamente e di vivere la verità.
Un cristiano che non ha amore verso i nemici, ce lo dice il Vangelo, vive come un pagano, come uno che non crede ad altro che ai fatti suoi, non crede in Dio!
Il comandamento dell’Amore del cristiano riguarda per prima il nemico.
Diciamoci la verità: E’ pura follia per il mondo, per i nostri vissuti quotidiani.
Cari fratelli, l’amore al nemico è l’unica strada che il cristiano percorre per vincere il male del mondo.
E’ il mezzo più valido per portare al mondo Cristo, molto più efficace di tutte le crociate…
Questa Parola viene a toglierci dai banchi delle parrocchie e a metterci sulle strade del mondo.
No, non voglio dire che in parrocchia non dobbiamo andarci, anzi…
Ma pensa per un attimo quando vai a fare benzina alla tua auto;
immagina di fermarti per sempre alla stazione di rifornimento, senza andare mai da nessuna parte, mi spieghi che senso ha?
Un cristiano che non vive nel mondo l’amore di Dio che ha ricevuto, il perdono al nemico, la donazione verso chi ci mette concretamente in Croce, è un cristiano senza senso.
Sapete, non bastano le buone intenzioni.
Quando parlo con i fratelli, come guida spirituale, mi rendo conto che questa verità basilare di Gesù viene emarginata, dimenticata, addolcita, con mille scuse…
“Don Michele, non ho nemici, quelli che mi hanno fatto del male per me è come se non esistessero…”;
“Don Michele, ho perdonato mia moglie… non dico più niente, non gli rivolgo la parola…”;
“Don Michele, ho perdonato mio marito per avermi tradita, gli ho detto di andare via da me per rifarsi una vita, in tribunale ci stringiamo pure la mano…”;
“Ci diciamo Buongiorno e Buonasera, poi ognuno per i fatti propri…”
Sapete, ci vuole più coraggio a perdonare che aprire una porta e andar via per rifarsi una vita.
C’è una sacralità nell’amore del cristiano:
L’Identità di Dio, il Suo vero Nome.
Quante pagine del Vangelo dovremmo strappare se togliessimo il perdono dal cristianesimo?
“…Se stai presentando la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti…”;
e il padre misericordioso… “ritornerò da mio padre e gli dirò padre ho peccato…”
e le settanta volte sette di Pietro…?
E le parole di Gesù sulla Croce?
Sai, forse rimarrebbe solo la copertina dei Vangeli…
Di fronte a queste difficoltà la nostra reazione non può essere umana, falliremmo.
Dobbiamo stringerci più forte a Gesù, legarci sempre di più a Lui.
Stringerci a Lui e portarLo nei nostri vissuti quotidiani
Non importa se questo amore viene accettato o se viene rifiutato.
L’amore al nemico cambia il mondo, lo converte.
Questo vale nelle famiglie e anche nella società…
Noi viviamo immersi in una società violenta, dove ci siamo convinti che un “grappolo di bombe” porti molti più risultati di altri metodi.
Ma arriva sempre il momento in cui fai i bilanci e ti rendi conto di aver fatto più male che bene, anzi il bene che volevamo fare è rimasto solo nelle nostre fantasie colme di vanagloria.
Nonostante le nostre buone intenzioni dobbiamo amaramente verificare proprio questa sconfitta.
Il male genera altro male.
L’amore nella dimensione della Croce è potente e ferma il male.
Meglio essere sinceri e chiari:
Se non credi in cuor tuo che l’amore della Croce è potente non hai nulla a che fare con Cristo.
Attenzione, quando si parla di perdono cristiano non significa farsi complici silenziosi di nessuna malefatta.
Il cristiano perdona ma dice la verità.
Di fronte alle ingiustizie, alla mafia, al bullismo, ai vari intrallazzi della politica il cristiano è vero, trasparente.
Tende la mano per il perdono ma denuncia il male.
Penso ai tanti testimoni del nostro tempo di questo perdono nella verità.
Don Puglisi solo per citarne uno dei nostri giorni…
Sono uomini che scelgono Dio sulla terra;
il loro posto è al fianco di Dio per sempre.
Anche per te, anche per me c’è un posto al fianco di Dio, un posto che nessuno occuperà;
è il mio ed il tuo fin dall’eternità.
“e sarete figli dell’Altissimo”.
I figli veri si riconoscono dal Dna;
il Dna del cristiano si chiama Amore al nemico



 

 
 

MEDITAZIONE SUGLI SCRITTI DEL BEATO GIUSEPPE ALLAMANO FARE BENE IL BENE

mercoledì 14 febbraio 2007

Fare bene il bene

FARE BENE IL BENE 

LECTIO
(che cosa dice la Parola in sé) Marco 3,13-19
”Poi Gesù salì sopra un monte, chiamò vicino a sé al­cuni che aveva scelto, ed essi andarono da lui. `Questi erano dodici [ed egli li chiamò apostoli]. Li scelse per averli con sé, per mandarli a predicare `e perché aves­sero il potere di scacciare i demoni. “I Dodici erano: Simone che Gesù chiamò «Pietro», `Giacomo e suo fratello Giovanni, che erano figli di Zebedèo – Gesù li chiamò anche « Boanérghes», che significa «figli del tuono» – ‘poi Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo figlio di Alfeo, Taddeo, Simone che era del partito degli zeloti “e Giuda Iscariota che poi fu il traditore di Gesù.
IL CARISMA DELLALLAMANO È INCENTRATO NELLA SANTITÀ
«La vostra santificazione: ecco il mio pensiero precipuo, la costante mia preoccupazione. Questi giovani che sono venuti nell’Istituto hanno tutti vera e buona volontà di santificarsi? Sento troppo la responsabilità a vostro riguardo! Ecco dunque il vostro dovere: farvi santi, grandi santi, presto santi» (VS 109).
r~ La santità è il fine primario dell’Istituto (cfr. Vs 111): «Prima la santificazione nostra, poi la con­versione degli infedeli; prima noi e poi gli altri. Missionari sì, ma santi».
* Santità è la volontà di Dio per tutti gli uomini: «Se tale dunque è la volontà di Dio riguardo ai semplici cristiani, che dovrà dirsi di noi che da Dio abbiamo ricevuto la più santa delle vocazioni? Di noi che dobbiamo essere santificatori di anime?» (VS 110).
pF «Come Missionari poi, dovete essere non solo santi, ma santi in modo superlativo. Non bastano tutte le altre doti per fare un Missionario! Ci vuole santità, grande santità. I miracoli si ottengono non tanto con la scienza, quanto piuttosto con la san­tità» (VS 1 11).
«SIATE SANTI PERCHÉ IO SONO SANTO»
* Al cuore della Scrittura sta l’invito di Dio all’umanità: «Siate santi perché lo sono santo» (IPietro 1,16; cfr. Levitico 11,44).
7F Dio è ««Il santo di Israele» (Isaia 5,19). Tale santità non deve essere vista come una qua­lità di Dio tra le altre, ma come ciò che caratte­rizza Dio come Dio, la sua divinità, la sua diffe­renza qualitativa dalla creatura (cfr. Isaia 6,3; Esodo 15,11), di fronte alla quale l’uomo si sente «polvere e cenere» (Genesi 18,27) ed è preso da timore (cfr. Esodo 33,20).
Quando Isaia sente la proclamazione della santità
di Dio, si rende conto di essere peccatore (cfr. Isaia
6,4). La santità pone perciò una distanza infinita e
un abisso tra Dio e l’uomo.
~ Il Dio santo è sì un «Dio nascosto, misterioso» (cfr. Isaia 45,15), ma giusto, protettore dei poveri (cfr. Isaia 1,23; 4,14-15; 5,8.20; Geremia 5,26-29; 7,3), salvatore: «Non darò sfogo alla mia ira perché sono Dio e non uomo. Sono il santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (Osea 11,9; cfr. Isaía 49,14-15). Santità significa bontà e verità.
~ < Questo Dio è un Dio vivente, libero, profonda­mcnte altro, diverso dall’uomo: «Io sono Dio, non un uomo, sono il santo in mezzo a te» (Osea 5,19).
: 11 Dio che la Scrittura rivela non è un Dio «sta­tico», ma si manifesta come relazione, si fa vicino,
capace di amorosa attenzione. Giovanni lo defini­sce amore.
l’amore spiega il mistero di Dio in se stesso. «La legge dell’amore è non essere perché l’altro sia; ma mentre io non sono perché l’altro sia, allora io sono amore, perché è questo rion essere che mi fa essere» (G. Zanghì): quando Dio si rapporta con l’uma­nità, infatti, lo fa dandosi proprio perché è amore; non può farlo se non dandosi totalmente, «non essendo» per fare l’altro uguale a sé… e così Dio non si «impone» a noi.
IL Dio SANTO È EMANUELE,
~~ Il mistero di Dio è un progetto di comunica­zione. Lo conosciamo perché Gesù - il Verbo fatto carne - lo ha rivelato: Dio, il Vivente, il Miseri­
cordioso, il Santo, il padre, è l’Emmanuele, il Dio­con-noi.
L’amore non ha permesso a Dio di restare solo: l’amore o trova uguali o fa uguali. Dio è Dio-amore, quindi, : < non chiudendosi nella sua trascendenza tua tras-gredendo la trascendenza quale Puomo la con­cepisce» (M. Durwell).
~ In Cristo, Dio si manifesta santo e«totalmenre altro»: « 11 Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda tra noi» (Giovanni 1,14).
In Gesù, Dio è l’amico dell’uotno, dei peccatori, di chi soffre. Si mostra amore mettendosi all’ultimo posto!
Il modo di essere santo di Dio è l’uscita verso il mondo peccatore… non l’isolamento. Lo specifico della santità di Dio è la missione, l’amore che si fa vicino, «tutto a tutti», uno con l’uomo nel suo p~-c­cato.
La santità è missione e la missione è santità!
«Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse dia» (sant’Agostino); «A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Giovanni 1,12).
MISSIONARIO È IL SANTO (CFR. RM 90)
~ La Redernptoris 1nissia, parlando della vocazione missionaria, sottolinea la chiamata alla santità, così
come anche il Padre Fondatore insisteva cori i suoi missionari dicendo: «Prima santi e poi missio­nari».
È proprio nella mancanza di santità che la Redemp­toris missio (cfr. 2) rileva la «stanchezza» della mis­sione. Anche il X Capitolo Generale dei Missionari della Consolata (cfr. 32) sottolinea: «La carenza di dimensione spirituale vigorosa ["Santi in modo superlativo" (Giuseppe Allamano)] rende meno cre­dibile il nostro servizio alla missione».
-ì~- « Per cui la rinnovata spinta verso la missione 1rd gentes esige missionari santi. Non basta neppure rinnovare i metodi pastorali [...]. Il futuro della missione dipende in gran parte dalla contemplazio­ne. Il missionario se non è contemplativo non può annunciare Cristo in modo credibile» (RM )0).
Il beato Giuseppe Allamano ripeteva che «non si può essere autentici missionari senza la tensione alla santità. La missione nasce e si compie nella santità: la vocazione missionaria è di quanti amano molto il Signore. Perciò vi voglio santi e - come missionari – santi in modo speciale. Santità e qualità per la mis­sione. Alla missione non si mandino gli avanzi, rna il meglio». Giuseppe Allamano vuole i missionari santi e santi straordinari, qualificati nel A are bene il bene».
PRIMA SANTI E POI MISSIONARI
:: Marco descrive la chiamata dei discepoli sullo sfondo di «una grande folla» (cfr. Marco 3,7-8),
una moltitudine di malati e indemoniati, gente bisognosa venuta da tutte le regioni circostanti per incontrare Gesù.
E Gesù «sale sul monte» (v. 13): «Come Mosè sospinto dall’immenso bisogno del popolo, sale sulla montagna per ascoltare la Parola di Dio, così Gesù in questo quadro di estremo bisogno umano, si ritira per il momento e va verso il monte della preghiera» (card. Martini).
«Chiama a sé quelli che egli voleva» (v. 13): quelli che portava nel cuore. Origine di ogni elezione è il suo amore gratuito. «Ed essi andarono da lui» (v. 13): si incamminano non verso un luogo, ma verso una persona.
k La chiamata del discepolo a stare con Gesù precede ogni partenza missionaria: «Per essere con
lui» (v. 14). 1 dodici sono chiamati prima di tutto per «stare con lui, essere con lui», innamorarsi di
Gesù.
«Gli Apostoli devono vedere ciò che Gesù fa, vivere con lui, per poi portarlo a riprodurre la sua pre­senza. La loro vita deve essere un continuo parlare di lui: un segno della sua presenza» (card. Martini).
Così era per 1′Allamano: «l’opera apostolica esige gran santità: non basta una mezza santità. Siamo aiutanti di Dio [...]. A questa eccellenza deve corri­spondere la nostra santità; e se per gli altri si può tol­lerare che non siano perfetti, per i missionari no».
DALLA SANTITÀ ALLA MISSIONE
-k «Per mandarli a predicare» (v. 14): la missione ìil ministero della Parola e non ha nulla a che f~re con l’attivismo (cfr. Luca 10,38-42). Fluisce
invece continuamente dalla contemplazione, come nell’atteggiamento di Maria, che sta ai piedi del Signore e lo ascolta.
Più uno si stringe al Signore, più la sua azione giunge lontano: «Anche il cuore quando si stringe
porta il sangue a tutto il corpo: è il suo movimento
vitale di sistole e diastole» (S. Fausti).
Nell’ascolto il discepolo diventa apostolo. La missione è quella stessa di Gesù: < Predicare e scac­ciare i demoni». La santità di Dio si impara contem­plandola e sperimentandola in prima persona (cfr. Giovanni 4,42; Marco 5,18; 1 Giovanni 1,1-4).
L,’elezione (sacerdozio, consacrazione) non è mai
motivo di privilegio cui aggrapparsi, ma è servizio
verso tutti.
~~ «Le anime si salvano con la santità. Voler far buoni gli altri senz’esserlo noi è volere l’impossi­bile. Nessuno può dare ciò che non ha. Potremo amministrare un sacramento anche se non santi; ma convertire le anime, no. E ciò che sperimen­tano ogni giorno i nostri missionari d’Africa: certe conversioni non si ottengono che con la santità. Questo avviene perché Iddio ordinariamente non concede di toccare il cuore dei pagani a chi non è unito a Lui con grande carità [...]. Chi non ha fuoco di carità, non può comunicarlo [...]. Non bisogna trascurare l’unione con Dio, non bisogna sacrificare la propria santificazione per attendere agli altri. E se un missionario per attendere agli
Atri fosse in pericolo di perdere lo spirito, deve piuttosto ritirarsi» (VS 113).
MEDITATIO
(che cosa dice la Parola a me)
 
ì~, «Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli ma far tutto bene. Farci santi nella via ordinaria. Il Signore, che ha ispirato questa fon­dazione, ne ha anche ispirate le pratiche, i mezzi per acquistare la perfezione e farci santi. Se Egli ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà Lui, noi non infastidiamoci. Certa gente cerca sempre le cose grandi, straordinarie. Non è cercare Dio, perché Egli è tanto nelle cose grandi come nelle cose piccole; perciò bisogna star attenti a far tutto bene. I Santi sono santi non perché abbiano fatto del miracoli, ma perché “bene omnia fecerunt”. Non ,_ hiedetela al Signore la grazia di far miracoli: è una (il quelle grazie che il Signore dà solo a chi vuole, C che non sono affatto necessarie per la nostra san­tificazione. Io non voglio che questa sia la casa dei nniraco]i; abbiamo tante altre cose da fare, prima (1i far miracoli. Il miracolo che io voglio da voi, è (li tàr tutto con perfezione, dal mattino alla sera. Di S. G. Cafasso fu scritto “che era straordinario nell’ordinario”. Delle cose straordinarie non si dà spesso l’occasione; invece le ordinarie ricorrono ogni giorno e tutto il giorno. A me non interessa se avrete dato diecimila battesimi, ma se sarete stati ottimi religiosi, ottimi missionari, ferventissimi, fedelissimi, accuratissimi. Sì, “issimi” in tutto. Non cose straordinarie, ma straordinari nell’ordinario. Facciamoci santi senza strepiti. Non è fare tante cose che importa, ma farle bene!» (VS 129-130).
* «Non si può essere autentici missionari senza la tensione alla santità»: la missione è anzitutto questo (cfr. F_fesini 1,4). Lo sento come necessità, oppure mi trovo adagiato nella mediocrità e nella superficialità? (cfr. X CG 32).
* K. Rahner affermava nel 1970: «SUI futuro della chiesa, abbiamo assolutamente bisogno di uomini spirituali». H. U. von Balthasar aggiunge: «Il mira­colo sarebbe semplicemente la santità. Quella di un uomo che in Dio ha preso realmente la coscienza di se stesso, al punto di stimare Dio come l’unica realtà importante. O ancora quella di un uomo che permette allo Spirito santo di intervenire su di lui, perché egli possa poi essere il ministro dello Spirito nei confronti dei fratelli, aprirli alla grazia del Dio vivente, dire loro una parola amorosa, dolce, esi­gente».
Per un cammino di vita spirituale serio e fecondo si impone la questione della preghiera abbondante e fedele.
L’attivismo è una malattia e va combattuto: «Abbi cura di te» (1 Timoteo 4,16). San Carlo Borromeo suggeriva ai suoi sacerdoti: «Eserciti la cura d’anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te stesso. Devi certo aver presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso». Abbiamo necessità di condurre uno stile di vita armonioso, dove c’è tempo e spazio per la salute, il riposo, lo studio, le relazioni umane, la vita spirituale, la vita apostolica, l’economia.
ORATIO
(che cosa mi fa dire la Parola)
Riparazione       «Certe conversioni non si otten­gono che con la santità» (VS
113).
Signore, pietà!
Ringraziamento «Chiama quelli che aveva nel cuore» (cfr. v. 13). Io sono nel
tuo cuore da sempre, prima che nascessi (cfr. Geremia 1,5)
«La vocazione missionaria è di quanti amano molto il Signore. Perciò vi voglio santi e come missionari santi in modo super­lativo».
Grazie!
Richiesta                        «Voglio farmi santo, gran santo,
dello Spirito        presto santo: per i missionari non si può tollerare che non siano perfetti». Vieni, Spirito santo!
 
 
CONTEMPLATIO
(Al Signore parla e tutto è fatto,
comanda e tutto esiste» [Salmo 32,9])
 
·     «Quelli che voleva»: io sono nel suo cuore.
·     «Vennero da lui»: vado da lui, gli dico «sì!».
;k «Per essere con lui» (v. 14): anch’io «sono stato afferrato da Cristo Gesù» (Filippesi 3,12).
* «Il fine primario del nostro Istituto è la santi­ficazione nostra, poi la conversione degli infedeli; prima noi e poi gli altri. Missionari sì, ma santi [...]. Sbaglierebbe chi dicesse: “Sono venuto per farmi missionario e basta!”. No, mio caro, non
basta affatto. Prima di tutto sei venuto per farti santo; non bisogna cambiare i termini» (VS 111).
COMMUNICATIO
(primo e unico destinatario della Parola
è il popolo di Dio)
 
* Alla missione non si mandino gli avanzi ma il meglio. Il poco frutto della missione può benis­simo dipendere da noi, che non siamo strumenti idonei nelle mani di Dio. Non dico che sia sempre così, ma è certo che se fossimo veramente santi, il Signore si servirebbe di noi per operare un mag­gior numero di conversioni e più stabili. La con­versione delle anime è cosa tutta soprannaturale; quanto più saremo intimi amici di Gesù, tanto più potremo sperare nell’intervento della Sua grazia» (VS 115).
* «Se i missionari, da qualunque paese essi ven­gano, non sono santi, fanno meglio a restarsene a casa» (P Manna)..
 
 
 
 
 
 

16 FEBBRAIO FESTA DEL BEATO GIUSEPPE ALLAMANO FONDATORE DEI MISSIONARI DELLA CONSOLATA

mercoledì 14 febbraio 2007

Ormai penso che incontrandoci speso su questo blog siamo diventati famiglia e quindi voglio farvi partecipare a tutte le feste che la nostra famiglia celebra e questa del nostro Fondatore per noi e la festa del buon Papa’ che ci ha radunati sotto questa unca voazione missionaiaper inviarci nel mondo ad annunciare la consolazione agli uomini e donne di buona volonta’.Voi armai siete diventati mssionari con noi e quindi e’ bello che conosciate un po’ la storia delle nostre origini,come famiglia nissionaria.Giuseppe Allamano è stato fatto beato proprio per il suo carisma di santita’ che vveva e proponeva a coloro che volevano partire per terre lontane ad aiutare a crescere umaname e spiritualmente.Vi invio la meditazione che faro’ ai confratelli venerdi’,poi in seguito vi inviero’ alcune note della vita del nostro Padre Fondatore.