Archivio di marzo 2007

DOMENICA DELLE PALME

sabato 31 marzo 2007

Omelia del giorno 1 Aprile 2007

Domenica delle Palme (Anno C)

Settimana Santa: Dio rivela quanto ci ama

Non credo lasci indifferenti quanto la Chiesa celebra
oggi, chiamata ‘Domenica delle Palme’, e
immediatamente, è come se il sipario del cielo si
aprisse per mostrarci dal vivo, in Gesù, Suo Figlio,
quanto il Padre ci ami.
Come davanti ai grandi eventi che colpiscono, ciò che
si celebra da oggi a Pasqua, è l’Evento per
eccellenza, che dovrebbe zittire le voci della nostra vita
chiassosa e, a volte, senza senso, per non perdere
una sola briciola dell’Amore che si svela.
È l’Evento, quasi incomprensibile, di Gesù
che ‘inventa’ un paradossale trionfo, secondo i nostri
poveri criteri umani, ma che è un’epifania di Chi Lui
veramente è.
Un trionfo avvolto nella umiltà e recitato da gente
semplice, che ha conservato ancora lo spazio per lo
stupore e la capacità di riconoscere il divino che è tra
noi.
Quell’asinello, il più umile e, se vogliamo, ‘ridicolo’
degli animali, è ‘il carro del trionfo’. Nulla a che fare
con i trionfi cui siamo abituati tra noi uomini. Quello di
Gesù è vera proclamazione dell’amore, che è
semplicità, umiltà meravigliosa, come un ‘ti amo’
detto sospirando. I nostri trionfi sono invece frutto
dell’apparenza o, peggio, della superbia, ben lontana
dal donare amore.
La gente, oggi, è ancora sensibile al fascino di quelle
palme, che vengono benedette e date; come un invito
ad accodarci ai semplici, che “stendevano i loro
mantelli al passaggio di Gesù, acclamando:
Benedetto colui che viene nel nome del Signore, pace
in cielo e gioia nel più alto dei cieli”?
E quel ramoscello d’ulivo, che riceviamo oggi, è per
noi il segno della gioia di accogliere Gesù che passa,
per donarci quella pace del cuore, di cui abbiamo
bisogno, tutti e tutto il mondo?
Non ci importano le tante voci di gente incapace di
seguire la folla dei festanti.
Forse assomigliano ai ‘farisei’, che dissero a
Gesù: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. E Gesù
rispose: “Vi dico che se questi taceranno, grideranno
le pietre” (Lc 19,28-40).
Noi vogliamo, se possibile, entrare nella mente e nel
cuore di Gesù che, se da una parte gioiva della fede
dei semplici, dall’altra certamente già ‘vedeva’ la folla
del sinedrio, davanti a Pilato, che, con urla scomposte
e piene di odio, griderà: “Crocifiggilo!”.
Per loro non sarebbe più stato il Maestro pieno di
dolcezza e di umiltà, che si faceva vicino ai semplici,
spargendo gioia e pace, ma lì, davanti a Pilato,
irriconoscibile per la corona di spine sulla testa, il
manto rosso sulle spalle per irriderlo, esposto all’odio
dei suoi nemici, come dirà Pilato, sarà: “Ecce Homo”.
“Che male ha fatto?, chiederà Pilato. La risposta sarà
sempre la stessa: “Crocifiggilo”.
Non è davvero facile che l’uomo di tutti i tempi sappia
riconoscere, in Gesù, ‘Colui che viene nel nome del
Signore e porta Pace’. Non ci basta sapere che Dio
viene tra noi, è vicino, in mezzo a noi, sempre, con la
semplicità e l’umiltà di chi non cerca da noi un trionfo,
ma vuole solo donarci serenità.
Siamo malati di tanto egoismo, che ci impedisce di
vedere ciò che vedono i semplici, gli umili: il Cielo.
Troppe volte ci facciamo abbagliare dai trionfi del
mondo, che chiama gloria e festa i carri di carnevale,
che sgomita per salire sul ‘carro del vincitore’, senza
neppure rendersi conto di cadere spesso nel ridicolo.
Bisogna essere davvero ciechi per non capire ciò che
è davvero la gioia del cuore, da Chi viene, per
poter ‘entrare’ nella festa della domenica delle Palme.
Sempre l’evangelista Luca, immediatamente dopo
l’entrata trionfale in Gerusalemme, racconta un
particolare che svela come Gesù sappia leggere nei
cuori e, scoprendo di essere rifiutato dall’uomo che
Egli tanto ama, provi una profonda amarezza e
tristezza.
Chi di noi ha avuto il dono di un pellegrinaggio in
Terrasanta, credo che abbia bene nel ricordo, nella
discesa ripida verso l’Orto degli Ulivi, un angolo che si
stacca dalla strada e che è chiamato ‘Dominus
flevit’: ‘Il Signore pianse’. È un luogo suggestivo, da
cui si può vedere Gerusalemme e, in particolare, la
spianata del tempio. È da lì che Luca
racconta: “Quando fu vicino alla città, Gesù la guardò e
si mise a piangere per lei. Diceva: Gerusalemme, se
tu sapessi, almeno oggi, quello che occorre alla tua
pace! Ma non riesci a vederlo. Ecco, Gerusalemme,
per te verrà un tempo nel quale i tuoi nemici ti
circonderanno di trincee. Ti assedieranno e
premeranno su di te da ogni parte. Distruggeranno te
e i tuoi abitanti e sarai rasa al suolo, poiché tu non hai
saputo riconoscere il tempo nel quale Dio è venuto a
salvarti” (Lc 19,41-44).
Gesù, sentendosi non accolto dagli uomini, per i quali
stava donando l’intera vita, non ha parole di vendetta.
Lui è l’Amore del Padre misericordioso, che ha
cercato di fare breccia nel nostro cuore. In fondo
siamo noi uomini a essere i diretti destinatari di
questo incredibile amore, che può davvero ridare
senso e valore alla nostra vita, troppe volte chiusa al
bene.
Visitando quel luogo; il ‘Dominus flevit’, come Gesù,
osservando l’atteggiamento del mondo nei Suoi
confronti, viene davvero da piangere.
Quanto siamo stolti, noi uomini, che voltiamo le spalle
a Chi ci ama, per abbandonarci a chi fa di tutto per
sradicare da noi ogni seme di bene e di gioia!
Meraviglioso amore di Dio, che non punisce chi gli
volta le spalle, ma sa spingere il suo amore fino a
versare prima le lacrime e poi il suo sangue, per far
breccia nel cuore degli uomini!
Ma poteva e può Dio amarci di più?
Pare quasi incredibile che Dio ci ami tanto, da versare
lacrime nel vedersi non capito, non accolto o respinto!
E questo perché Lui sa bene che l’uomo può
conoscere la vera pace e gioia, il vero senso della vita,
solo se sa accogliere il Suo Amore.
Credere di poter trovare felicità altrove, voltandogli le
spalle, è andare incontro ad una tragica realtà, che si
esprime in quel gemito inenarrabile: “Gerusalemme
(e siamo noi!) se tu sapessi, almeno oggi quello che
occorre alla tua pace! Ma tu non riesci a vederlo. Ecco,
verrà il giorno in cui i tuoi nemici ti circonderanno
e sarai rasa al suolo, perché non hai
saputo riconoscere il tempo in cui Dio è venuto a
salvarti”.
Abbiamo forse tante volte pensato ad un Dio
indifferente alla nostra vita, lontano da noi…non
abbiamo tenuto conto che Lui invece ci ama ‘da
morire di amore’!
E come a ricordarci tanto Amore, che si fa Dolore e
Lacrime, oggi la Chiesa ci presenta il racconto della
passione di Gesù, secondo Luca. Quanti di noi ‘vivono
di Gesù’, come affermava l’apostolo Paolo, fanno
della lettura della Passione, il centro della ‘loro
passione’.
E chi non avrebbe voluto raccogliere quelle lacrime di
Gesù, lacrime di amore che hanno un valore davvero
immenso, per farle proprie, ed essergli così di
conforto?
Chi non vorrebbe essere come lavato da quelle
lacrime, sicuro di ritrovare la bellezza della vita?
Pensando alle lacrime di Gesù, pare di vedere
l’oceano di lacrime della nostra umanità.
Chi non ha conosciuto le lacrime per essersi visto
respinto nell’amore?
Quanti uomini, donne, giovani, che avevano trovato il
bello della propria vita nel sentirsi amati e nel poter
amare, nel vedersi rifiutati, per seguire altri, hanno
davvero versato fiumi di lacrime! Quante mamme,
quanti papà hanno pianto di nascosto nel vedere i figli
preferire l’inganno del mondo alla loro casa!
Quante lacrime, oggi, si versano per le violenze della
guerra: popoli in fuga senza domani, incapaci forse di
piangere, ma solo perché ‘sono finite le lacrime’!
Questa settimana santa è proprio il tempo di meditare
a fondo se, per caso, Gesù non pianga per noi, per la
nostra rovina o come asciugare le lacrime di chi, per
un lutto dei propri cari, per una malattia, vive
piangendo.
È l’augurio che vorrei fare a tutti i miei lettori:
meditiamo a lungo su quelle lacrime di Gesù, per
capire non solo quanto ci voglia bene, ma anche per
accorgerci se, forse, piange proprio per noi. E, dopo
esserci lasciati ‘lavare’ dalle lacrime di amore di Dio,
impariamo a farci vicini a tanti, ma tanti, che piangono
e cercano conforto, affetto e comprensione.
Ma impariamo anche a dire ‘Grazie al nostro Dio’, che
ha un cuore così grande, che non nasconde il dolore,
quando non Lo amiamo e sa piangere per ognuno di
noi, per me…
Qui è il vero Volto del Padre. Qui è la vera Pasqua.
Che sia così per ognuno di noi.

Antonio Riboldi – Vescovo

Urgenza e importanza. -Andrea-

giovedì 22 marzo 2007

Ciao a tutti voi, ragazzi della Maison Oscar.

Purtroppo è passato un po’ dalla mia partenza e solo ora mi faccio sentire.

Il ritorno è stato un po’ traumatico,  perché anche se per sole 2 settimane mi sono presto abituato al diverso scorrere del tempo congolese, e tornare a casa e riprendere i ritmi frenetici della nostra cara Italia non è stato né facile, né piacevole.

Ho tanto sentito la mancanza di tutti voi, dei vostri sorrisi, dei vostri volti sereni e desiderosi  di star con me, di parlarmi e di conoscermi.

Ora mi sono ripreso, e ho le energie e la voglia di dedicarmi alle cose importanti.

Ed è proprio di questo che vorrei parlare a tutti voi in questa lettera.

La differenza tra urgenza e importanza.

Forse a voi sembrerà banale, perché sicuramente conoscete bene la differenza tra le due parole, ma non succede così da noi.

Qua purtroppo spesso si vive in funzione delle urgenze, che non  sono urgenze perché qualcuno sta male e deve essere portato in ospedale, ma impellenze di cose da fare; al lavoro devi correre di continuo,  si guasta la macchina ed è da portare velocemente ad accomodare, perché sennò, se c’è un’altra urgenza sei a piedi, e poi correre sempre perché tutto è da fare il prima possibile.

Sempre ogni giorno dal mattino appena alzati alla sera prima di coricarsi. Spesso trascuriamo anche il sonno per poter avere più tempo, che poi sprechiamo e viviamo male.

E cosa succede? Si tralasciano e si rimandano le altre cose,  quelle importanti; passare a trovare un amico che non sta bene, un parente, un nonno, che ha bisogno di conforto.

Si tralascia il tempo che è giusto prendersi per se, per coltivare la propria spiritualità, per scandagliare la propria coscienza, per conoscersi.

Si tralascia il tempo per guardarsi intorno, per ammirare il mondo, per guardare un bel cielo, per apprezzare la vita.

SI tende a calcolare tutto, perché il tempo è sempre poco, e le cose da fare sono tante… si, tante cose anche inutili.

E poi alla fine della corsa, cosa ti resta? Una gran stanchezza, nel corpo, e nella mente e nello spirito. E molta povertà, interiore.

E poi i sensi di colpa, per aver tralasciato le cose importanti, quando ci si accorge che certe cose non ritornano più.

Tenete sempre presente questa cosa, perché voi siete responsabili del futuro della vostra terra, e non dovete permettere che in nome del progresso e della crescita succeda questo.

E’ brutto dire ad un amico che aveva bisogno “scusami non ho avuto tempo per te”

E’ triste dire “non ho mai tempo per me stesso”

E’ bello a volte fermarsi, guardare nel vuoto, non fare niente, annoiarsi e sentire quel contatto con se stessi che ti fa sentire un uomo, e non una macchina che corre all’impazzata non sapendo bene dove e perchè.

E proprio nella vostra terra io ho visto e sentito questa pace, questo bel ritmo umano, lento ma profondo, che avete dentro, ognuno di voi, e che dovete tenere come un prezioso tesoro.

Avevo tanta voglia di scrivervi, e finora non l’ho fatto perché mi dicevo “non ho tempo”.

Così mi son sentito uno stupido e mi sono fermato.

Allora ho trovato il tempo.

Andrea

BEATI I MITI PERCHE’ POSSIEDERANNO LA TERRA di P.Cantalamessa

giovedì 22 marzo 2007

Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia

P. Raniero Cantalamessa
“BEATI I MITI PERCHÉ POSSIEDERANNO LA TERRA”
Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia

16 marzo

1. Chi sono i miti

La beatitudine sulla quale vogliamo meditare oggi si presta a una osservazione importante. Essa dice: “Beati i miti perché possiederanno la terra”. Ora, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, Gesù esclama: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29). Ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono l’autoritratto di Gesù! È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia.

È qui il limite di Gandhi nel suo approccio al discorso della montagna che pure ammirava tanto. Per lui, esso potrebbe anche prescindere del tutto dalla persona storica di Cristo. “Non mi importerebbe nemmeno – egli disse in un’occasione – se qualcuno dimostrasse che l’uomo Gesù in realtà non visse mai e che quanto si legge nei Vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il Sermone della montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi” [1].

È, al contrario, la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dell’intero discorso della montagna qualcosa di più che una splendida utopia etica; ne fanno una realizzazione storica, da cui ognuno può attingere forza per la comunione mistica che lo lega alla persona del Salvatore. Non appartengono solo all’ordine dei doveri, ma anche a quello della grazia.

Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Gesù, giova passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti (praeis) è resa nelle traduzioni moderne. L’italiano ha due termini: miti e mansueti. Quest’ultimo è anche il termine usato nelle traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola è tradotta con doux, alla lettera “i dolci”, coloro che possiedono la virtù della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel “Dictionnaire de spiritualité” questa virtù è trattata alla voce douceur, dolcezza).

In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftmütigen, cioè miti, dolci; nella traduzione ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza – die keine Gewalt anwenden –, dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli inermi, i senza potere. L’inglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza e di cortesia.

Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere un’idea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e nella parenesi cristiana antica, aiutano a cogliere il “senso pieno” di mitezza: una è quella che accosta tra loro mitezza e umiltà, l’altra quella che accosta mitezza e pazienza; l’una mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilità, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che l’Apostolo mette in luce parlando della carità: “La carità è paziente, è benigna, non manca di rispetto, non si adira…” (1 Cor 13, 4-5).

2. Gesù, il mite

Se le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo, la prima cosa da fare nel commentare una di esse è di vedere come è stata vissuta da lui. I vangeli sono da un capo all’altro la dimostrazione della mitezza di Cristo, nel suo duplice aspetto di umiltà e di pazienza. Egli stesso, abbiamo ricordato, si propone a modello di mitezza. A lui Matteo applica le parole dette del Servo di Dio in Isaia: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (cf. Mt 12, 20). Il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un’asina è visto come un esempio di re “mite” che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra (cf. Mt 21, 4).

La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive loro: “Vi esorto per la mitezza (prautes) e la benignità (epieikeia) di Cristo” (2 Cor 10, 1).

Ma Gesù ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima, “Victor quia victima” [2].

Nietzsche, si sa, si è opposto a questa visione, definendola una “morale da schiavi”, suggerita dal “risentimento” naturale dei deboli verso i forti. Predicando l’umiltà e la mitezza, il farsi piccoli, il porgere l’altra guancia, il cristianesimo avrebbe introdotto, secondo lui, una specie di cancro nell’umanità che ne ha spento lo slancio e mortificato la vita…

Da qualche tempo si assiste al tentativo di assolvere Nietzsche da ogni accusa, di addomesticarlo e perfino di cristianizzarlo. Si dice che in fondo egli non se la prende contro Cristo, ma contro i cristiani che in certe epoche hanno predicato una rinuncia fine a se stessa, disprezzando la vita e infierendo contro il corpo…Tutti avrebbero travisato il vero pensiero del filosofo, a cominciare da Hitler…In realtà egli sarebbe stato un profeta dei tempi nuovi, il precursore dell’era postmoderna.

È rimasta, si può dire, una sola voce a opporsi a questa tendenza, quella del pensatore francese René Girard. Secondo lui, tutti questi tentativi fanno torto anzitutto a Nietzsche. Con una perspicacia davvero unica, per il suo tempo, egli ha colto il vero nocciolo del problema, l’alternativa irriducibile tra paganesimo e cristianesimo.

Il paganesimo esalta il sacrificio del debole a favore del forte e dell’avanzamento della vita; il cristianesimo esalta il sacrificio del forte a favore del debole. È difficile non vedere un nesso oggettivo tra la proposta di Nietzsche e il programma hitleriano di eliminazione di interi gruppi umani per l’avanzamento della civiltà e la purezza della razza.

Non è dunque soltanto il cristianesimo il bersaglio del filosofo, ma anche Cristo. “Dioniso contro il crocifisso: eccovi l’antitesi”, esclama in uno dei suoi frammenti postumi [3].

Girard dimostra che quello che forma il più grande vanto della società moderna – la preoccupazione per le vittime, lo stare da parte del debole e dell’oppresso, la difesa della vita minacciata – è in realtà un prodotto diretto della rivoluzione evangelica che però, per un paradossale gioco di rivalità mimetiche, viene ora rivendicato da altri movimenti, come conquista propria, in opposizione addirittura al cristianesimo [4].

Non è vero che il vangelo mortifica il desiderio di fare grandi cose e di primeggiare. Gesù dice: “Se qualcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9, 35). È dunque lecito, e anzi raccomandato, di voler essere il primo; solo il cammino per giungervi è cambiato: non elevandosi sopra gli altri, magari schiacciandoli se sono di ostacolo, ma abbassandosi per elevare gli altri insieme con sé.

3. Mitezza e tolleranza

La beatitudine dei miti è diventata di straordinaria rilevanza nel dibattito su religione e violenza, accesosi dopo l’11 Settembre. Essa ricorda, anzitutto a noi cristiani, che il vangelo non lascia spazio a dubbi. Non ci sono in esso esortazioni alla non violenza, mescolate a esortazioni contrarie. I cristiani possono, in certe epoche, aver tralignato su ciò, ma la fonte è limpida e ad essa la Chiesa può tornare a ispirarsi a ogni epoca, sicura di non trovarvi che verità e santità.

Il vangelo dice che “chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16), ma condannato in cielo, non in terra, da Dio non dagli uomini. “Quando vi perseguiteranno in una città – dice Gesù – fuggite in un’altra” (Mt 10,23); non dice: “mettetela a ferro e fuoco”. Una volta, due suoi discepoli, Giacomo e Giovanni, che non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani, dissero a Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Gesù, è scritto, “si voltò e li rimproverò”. Molti manoscritti riportano anche il tenore del rimprovero: “Voi non sapete di che spirito siete. Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime degli uomini, ma a salvarle” (cf. Lc 9, 53-55).

Il famoso compelle intrare, “costringeteli a entrare”, con cui sant’Agostino, anche se a malincuore [5], giustifica la sua approvazione delle leggi imperiali contro i Donatisti [6] e che servirà in seguito a giustificare la coercizione nei confronti degli eretici, è dovuta a una evidente forzatura del testo evangelico, frutto di una lettura meccanicamente letterale della Bibbia.

La frase è messa da Gesù in bocca all’uomo che aveva preparato una grande cena e, di fronte al rifiuto degli invitati di venire, dice ai servi di andare per le strade e lungo le siepi e di “costringere poveri, storpi, ciechi e zoppi ad entrare” (cf. Lc 14, 15-24). È chiaro che costringere non significa altro, nel contesto, che fare una amabile insistenza. I poveri e gli storpi, come tutti gli infelici, potrebbero sentirsi imbarazzati a presentarsi così male in arnese al palazzo: vincete la loro resistenza, raccomanda il padrone, dite loro che non abbiano paura ad entrare. Quante volte, in circostanze simili, noi stessi abbiamo detto: “Mi ha costretto ad accettare”, sapendo bene che l’insistenza in questi casi è segno di benevolenza, non di violenza.

In un libro-inchiesta su Gesù che tanta eco ha suscitato ultimamente in Italia si attribuisce a Gesù la frase: “E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Lc 19, 27) e se ne deduce che “è a frasi come queste che si rifanno i sostenitori della ‘guerra santa’” [7]. Ora va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesù, ma al re della parabola e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesù non è senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio.

4. Con mitezza e rispetto

Ma lasciamo da parte queste considerazioni di ordine apologetico e cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti una luce per la nostra vita cristiana. C’è una applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia già con la Prima Lettera di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza (prautes) e rispetto” (1 Pt 3,15-16).

Vi sono stati fin dall’antichità due tipi di apologetica, uno che ha il suo modello in Tertulliano, l’altro in Giustino; l’uno mira a vincere, l’altro a convincere. Giustino scrive un Dialogo con Trifone giudeo, Tertulliano (o un suo discepolo) scrive un trattato Contro i giudei, Adversus Judeos. Tutti e due questi stili hanno avuto un seguito nella letteratura cristiana (il nostro Giovanni Papini era certamente più vicino a Tertulliano che a Giustino), ma certo oggi è da preferire il primo. L’enciclica Dues caritas est dell’attuale Sommo Pontefice è un esempio luminoso di questa presentazione rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che da ragione della speranza cristiana “con mitezza e rispetto”.

Il martire sant’Ignazio d’Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: “Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili” [8].

La promessa legata alla beatitudine dei miti – “possederanno la terra” – si realizza su diversi piani, fino alla terra promessa definitiva che è la vita eterna, ma certamente uno dei piani è quello umano: la terra sono i cuori degli uomini. I miti conquistano la fiducia, attirano gli animi. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva dire: “Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”.

5. Imparate da me

Si potrebbe insistere a lungo su queste applicazioni pastorali della beatitudine dei miti, ma passiamo a un’applicazione più personale. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite”. Si potrebbe obbiettare: ma Gesù non si è mostrato, lui stesso, sempre mite! Dice per esempio di non opporsi al malvagio, e “a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5, 39). Quando però una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non è scritto che porse l’altra, ma con calma rispose: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23).

Questo significa che non tutto nel discorso della montagna va preso meccanicamente alla lettera; Gesù, secondo il suo stile, usa delle iperboli e un linguaggio immaginifico per meglio imprimere nella mente dei discepoli una certa idea. Nel caso del porgere l’altra guancia, per esempio, l’importante non è il gesto di porgere l’altra guancia (che a volte può perfino apparire provocatorio), ma di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere l’ira con la calma.

In questo senso, la sua risposta alla guardia è l’esempio di una mitezza divina. Per misurarne la portata, basta confrontarla con la reazione del suo apostolo Paolo (che pure era un santo) in una situazione analoga. Quando, nel processo davanti al sinedrio, il sommo sacerdote Anania ordina di percuotere Paolo sulla bocca, egli risponde: “Dio percuoterà te, muro imbiancato” (Atti 23, 2-3).

Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Gesù dice: “Chi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5, 22). Ora più volte nel vangelo egli si rivolge agli scribi e ai farisei chiamandoli “ipocriti, stolti e ciechi” (cf. Mt 23, 17; rimprovera i discepoli chiamandoli “sciocchi e tardi di cuore” (cf. Lc 24, 25).

Anche qui la spiegazione è semplice. Bisogna distingue tra l’ingiuria e la correzione. Gesù condanna le parole dette con rabbia e con l’intenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Mosè viene definito dalla Scrittura “più mansueto di ogni uomo che è sulla terra” (Num 12,3), eppure nel Deuteronomio lo sentiamo esclamare rivolto a Israele: “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente?” (Dt 32,6).

Quello che decide è se chi parla parla per amore o per odio. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, diceva sant’Agostino. Se ami, sia che correggi, sia che lasci correre, sarà amore. L’amore non fa alcun male al prossimo, dalla radice dell’amore, come da albero buono, non possono nascere che frutti buoni [9].

6. Miti di cuore

Siamo giunti così al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. La vera mitezza si decide lì. È dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7, 21-22), come dai ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le più grandi esplosioni di violenza, come le guerre e liti, cominciano, dice san Giacomo, segretamente dalle “passioni che si agitano dentro il cuore dell’uomo” (cf. Gc 4, 1-2). Come esiste un adulterio del cuore, così esiste un omicidio del cuore: “Chiunque odia il proprio fratello, scrive Giovanni, è omicida” (1 Gv 3,15).

Non c’è solo la violenza delle mani, c’è anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in continuazione “processi a porte chiuse”. Un monaco anonimo ha delle pagine di una grande penetrazione a questo riguardo. Parla da monaco, ma quello che dice non vale solo per i monasteri; porta l’esempio dei sudditi, ma è evidente che il problema si pone in altro modo anche per i superiori.

“Osserva, dice, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine? Questo: lo scontento a causa dei superiori che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri ‘oppressi’. Siamo scontenti dei nostri fratelli, ‘senza comprensione, cocciuti, sbrigativi, confusionari o ingiuriosi… Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giurato; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende e ci si giustifica; si condanna l’assente. Forse si elaborano piani di rivincita o raggiri vendicativi…” [10].

I Padri del deserto, non dovendo lottare contro nemici esterni, hanno fatto di questa battaglia interiore ai pensieri (i famosi logismoi) il banco di prova di ogni progresso spirituale. Hanno anche elaborato un metodo di lotta. La nostra mente, dicevano, ha la capacità di precorrere lo svolgimento di un pensiero, di conoscere, fin dall’inizio, dove andrà a parare: se a scusa del fratello o a sua condanna, se a gloria propria, o a gloria di Dio. “Compito del monaco – diceva un anziano – è vedere giungere da lontano i propri pensieri” [11], s’intende per sbarrare loro la strada, quando non sono conformi alla carità. Il modo più semplice di farlo è di dire una breve preghiera o mandare una benedizione all’indirizzo della persona che siamo tentati di giudicare. Dopo, a mente serena, si potrà valutare se e come agire nei suoi confronti.

7. Rivestirsi della mitezza di Cristo

Un’osservazione prima di concludere. Per loro natura, le beatitudini sono orientate alla pratica; fanno appello all’imitazione, accentuano l’opera dell’uomo. C’è il rischio che si resti scoraggiati nel constatare l’incapacità di attuarle nella propria vita e la distanza abissale che c’è tra l’ideale e la pratica.

Si deve richiamare alla mente quello che si diceva all’inizio: le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù. Egli le ha vissute tutte e in grado sommo; ma –e qui sta la buona notizia – non le ha vissute solo per se, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle beatitudini, non siamo chiamati solo all’imitazione, ma anche all’appropriazione. Nella fede possiamo attingere dalla mitezza di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e da ogni altra sua virtù. Possiamo pregare per avere la mitezza, come Agostino pregava per avere la castità: “O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ciò che mi comandi e comandami ciò che vuoi” [12].

“Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine (prautes), di pazienza” (Col 3,12), scrive l’Apostolo ai Colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha meritato e di cui, nella fede, possiamo rivestirci, non per essere dispensati dalla pratica, ma per animarci ad essa. La mitezza (prautes) è posta da Paolo tra i frutti dello Spirito (Gal 5, 23), cioè tra le qualità che il credente mostra nella propria vita, quando accoglie lo Spirito di Cristo e si sforza di corrispondervi.

Possiamo dunque terminare ripetendo insieme con fiducia la bella invocazione delle litanie del S. Cuore: “Gesù, mite ed umile di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo”: Jesu, mitis et humilis corde: fac cor nostrum secundum cor tutum.
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[1] Gandhi, Buddismo, Cristianesimo, Islamismo, Roma, Tascabili Newton Compton, 1993, p. 53.
[2] S. Agostino, Confessioni, X, 43.
[3] F. Nietzsche, Opere complete, VIII, Frammenti postumi 1888-1889, Adelphi, Milano 1974, p. 56.
[4] R. Girard, Vedo Satana cadere come folgore, Milano, Adelphi, 2001, pp. 211-236.
[5] S. Agostino, Epistola 93, 5: “Dapprima ero del parere che nessuno dovesse essere condotto per forza all’unità di Cristo, ma si dovesse agire solo con la parola, combattere con la discussione, convincere con la ragione”.
[6] Cf. S. Agostino, Epistole 173, 10; 208, 7.
[7] Corrado Augias – Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù. Mondadori, Milano 2006, p.52.
[8] S. Ignazio d’Antiochia, Agli Efesini, 10,2-3.
[9] S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni 7,8 (PL 35, 2023)
[10] Un monaco, Le porte del silenzio, Ancora, Milano 1986, p. 17 (Originale: Les porte du silence, Libraire Claude Martigny, Genève).
[11] Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di C. Campo e P. Draghi, Rusconi, Milano 1979, p. 66.
[12] Cf. S. Agostino, Confessioni, X, 29.

 

PER MEDITARE LA PAROLA DELLA V DOMENICA DI QUARESIMA

giovedì 22 marzo 2007

Nesso tra le letture

La liturgia di oggi, a proseguimento di quella della domenica precedente, ci parla della novità della vita in Cristo. La donna peccatrice, sorpresa in adulterio, vede che i suoi accusatori si ritirano e resta sola di fronte a Gesù. E lì, in quell’incontro, sorge qualcosa di nuovo nella sua anima: ascolta parole di misericordia e di perdono che la restituiscono alla vita (Vangelo). Anche il profeta Isaia, pensando al ritorno dalla prigionia di Babilonia, parlava di una novità: il Signore camminerà di fronte al suo popolo, facendogli strada nel deserto (prima lettura). Quando Dio parla, tutto diventa nuovo. Per questo motivo, san Paolo ci dice che tutto deve essere reputato una perdita a paragone della conoscenza di Cristo Gesù, cioè della conoscenza dell’amore di Dio per l’uomo (seconda lettura).

Messaggio dottrinale

1.La durezza di cuore dei farisei e l’atteggiamento di Gesù. I farisei erano certamente uomini duri da cambiare. Una scorza di orgoglio, autosufficienza, autocompiacimento li teneva lontani da Dio. Guardavano con disprezzo e alterigia gli altri, che — secondo loro — moralmente non erano alla loro altezza. Perciò, non hanno il minimo scrupolo a mettere in imbarazzo ed esporre pubblicamente una donna che era stata sorpresa a commettere peccato. La persona umana ha un nucleo interiore nel quale si sviluppa il suo rapporto con Dio: sa di possedere grandi possibilità e di sperimentare grandi miserie. Svelare in pubblico le miserie altrui, solo per smania di autogiustificazione, è una viltà di cuore. Chi fa questo si è allontanato dalla verità e, pertanto, dall’amore. Chiediamo a Dio di non permettere mai che formiamo in noi stessi una coscienza farisaica, per evitare che, ritenendoci migliori, permettiamo a noi stessi di calpestare il nostro prossimo e di esporlo davanti agli altri. Piuttosto, preghiamo che il nostro parlare e il nostro agire, riguardo al peccato del prossimo sia sempre accorto, dosato, caritatevole, imparando nell’intimo a perdonare le mancanze.

Gesù, davanti ai farisei, difende simultaneamente la verità e la misericordia con una risposta meravigliosa. Se si limitasse a perdonare la donna, i farisei l’accuserebbero di andare contro la legge (Gesù non può giustificare un comportamento obiettivamente peccaminoso); se la condannasse, sarebbe andata contro la misericordia che aveva mostrato in altre occasioni. I farisei credono di averlo incastrato. Non c’è uscita. Gesù, però, risponde: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. La frase ha l’effetto di un raggio di sole nel cielo scuro. Chi oserebbe dire di essere senza peccato? Se qualcuno lo facesse, gli altri l’accuserebbero di essere bugiardo; ma, in più, la propria coscienza lo accuserebbe. Nessuno può semplicemente dire di essere senza peccato. Ogni volta che l’uomo entra nell’intimo del suo animo scopre la propria miseria. Ogni cuore farisaico viene messo a nudo da queste parole, e riconosce tutta la propria miseria interiore.

2. L’atteggiamento di Cristo verso il peccatore. La donna è spaventata e turbata. Sa che con quell’insidia, non la lapideranno, perché Gesù non lo permetterebbe mai, ma sente la vergogna di essere stata esposta al pubblico ludibrio; ma, in più, ha paura che Gesù la condanni in segreto. Quella sì che sarebbe la sua più grande disgrazia!

Gesù, con estrema delicatezza, le domanda: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. La donna, ancora piena di spavento, gli risponde: “Nessuno, Signore”. Gesù conclude: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Così Gesù Cristo tratta le anime bisognose: con grande delicatezza, comprensione e misericordia. Tuttavia, non avrà la stessa compassione per se stesso: si lascerà accusare, condannare, crocifiggere ed assassinare, perché la punizione non cada su di noi.

Come sarà uscita da quell’esperienza quella donna! Quale sensazione di gioia, di pace, di liberazione interiore! Quando il nemico, colui che c’accusa davanti al tribunale di Dio, è messo in fuga dall’amore di Cristo, l’anima sperimenta una gioia indicibile. Anche oggi Cristo dice a noi: “Neanche io ti condanno”. Perciò, “non condannare te stesso, non ti deprimere, non ti abbattere. Abbi piena fiducia in me, rialzati, e percorri con amore la parte della tua vita che hai ancora davanti”. “Neanche io ti condanno”. In realtà, queste sole parole sono sufficienti a cambiare una vita, perché se Dio non mi condanna, se Dio mi salva, se Dio non mi abbandona, se Dio sta sempre al mio fianco: cosa posso temere? “Se Dio sta con noi, chi sarà contro noi?”. Potrò avere malattie, perfino quelle che sono più dolorose o umilianti; potrò subire fallimenti di ogni tipo, umiliazioni profonde… Cristo mi dice: “Neanche io ti condanno, va’ e non peccare più”.

Suggerimenti pastorali
1. Lanciarci verso ciò che abbiamo davanti. San Paolo in questa liturgia ci esorta a dimenticare quel che resta alle nostre spalle e a lanciarci verso ciò che sta per venire. Spesso, ci compiacciamo troppo delle nostre passate vittorie, ci soffermiamo a lungo a considerare le nostre realizzazioni, e ci incantiamo di noi stessi. Altre volte, guardiamo al passato con nostalgia o, peggio ancora, con amarezza, ci deprimiamo per i nostri fallimenti. Vediamo tutto quello che non abbiamo potuto realizzare, e ci abbattiamo psichicamente e spiritualmente. San Paolo, basandosi sull’amore di Cristo, ci esorta a superare questa tentazione: il cristiano deve imparare a guardare al futuro con speranza, ed aiutare i suoi fratelli a fare altrettanto. Certamente gli eventi del mondo, come gli attentati terroristici, le ingiustizie, la fame… possono creare in noi un senso di depressione, o di impotenza, ma davanti a questo bisogna reagire con amore. È questo il momento in cui il cristiano entra in azione, amando di più, donandosi di più, lottando per un mondo in cui regnino la verità e l’amore!

2. Il pericolo della superbia. Dio è sempre vicino a noi e, anche se abbiamo peccato, siamo suoi, gli apparteniamo e troviamo ampia accoglienza nel suo cuore. C’è sempre un posto per noi nel cuore di Dio. Tuttavia, c’è una cosa che può allontanarmi da Dio, e ricacciarmi molto lontano: è la superbia. È la superbia che vediamo nei farisei, che si ritengono giusti, immacolati, superiori agli altri… Dio e la superbia non possono stare insieme. Dove c’è superbia umana, lì non c’è Dio. Non può esserci. Se ci ragioniamo con calma, vedremo che la maggior parte dei nostri peccati nascono della superbia, dal non voler essere umili alla presenza di Dio e dei nostri fratelli. Se vogliamo vivere vicino a Dio, incamminiamoci sulla via della semplicità di cuore e della vera umiltà.

VERI TIFOSI

giovedì 22 marzo 2007
Parola

“Ma voi non volete venire a me per avere la vita.” (Giovanni 5:40)

Meditazione

Certo, Gesù sta parlando ai Giudei che non volevano credere in Lui. Ma Lui sta anche parlando a noi, perchè anche noi, tante volte, non vogliamo credere in Lui.


Sì, credere non è soltanto questione di dire delle parole: è soprattutto questione di praticare ciò in cui crediamo. Come può uno dirsi veramente tifoso di una squadra se non vai mai allo stadio per appoggiarla? Sì, magari andiamo in chiesa regolarmente, ma poi scegliamo di vivere secondo la nostra volontà, perchè essa è meno esigente. Dobbiamo ricordarci di che Lui ci vuole radicali, cioè, fedeli al patto d’amore che ha stabilito con noi nel nostro battesimo.

Preghiera

Gesù, vero tifoso del Padre,
Ti chiedo ancora una volta di aiutarmi
Ad essere più esigente con me stesso,
Per poter parlare di Te a tutti con le mie opere.

Amen.

HANNO TESTIMONIATO IL VANGELO CON LA VITA NEL 2006

giovedì 22 marzo 2007
Hanno testimoniato con il sangue PDF Stampa E-mail
Scritto da Fides.org   
“Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3,16-18). Queste parole fanno pensare alla testimonianza di tanti cristiani che, con umiltà e nel silenzio, spendono la vita al servizio degli altri a causa del Signore Gesù, operando concretamente come servi dell’amore e perciò “artigiani” di pace. Ad alcuni è chiesta talora la suprema testimonianza del sangue… Non c’è dubbio che seguire Cristo è difficile, ma, come Egli dice, solo chi perde la propria vita per causa sua e del Vangelo la salverà (cfr Mc 8,35), dando senso pieno alla propria esistenza. Non esiste altra strada per essere suoi discepoli, non c’è altra strada per testimoniare il suo amore e tendere alla perfezione evangelica.

(Papa Benedetto XVI, Angelus 24 settembre 2006)

Come ogni anno l’Agenzia Fides pubblica l’elenco degli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso del 2006. Secondo le informazioni in nostro possesso, quest’anno sono stati uccisi 24 tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici, uno in meno rispetto all’anno precedente. Come sempre negli ultimi tempi, il conteggio di Fides non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutto il personale ecclesiastico ucciso in modo violento o che ha sacrificato la vita consapevole del rischio che correva, pur di non abbandonare il proprio impegno di testimonianza e di apostolato. I corpi di alcuni di loro sono stati trovati ore o giorni dopo il decesso, spesso vittime – almeno in apparenza – di aggressioni, rapine e furti perpetrati in contesti sociali di particolare violenza, degrado umano e povertà, che questi “artigiani di pace” cercavano di alleviare con la loro presenza e la loro opera.

Non usiamo volutamente il termine “martiri”, per non entrare minimamente in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare di loro, e anche per la scarsità di notizie che, nella maggior parte dei casi, si riesce a raccogliere sulla loro vita e perfino sulle circostanze della loro morte. Li proponiamo comunque al ricordo ed al suffragio di tutti, proprio perché il loro sacrificio, ben noto a Dio, non sia dimenticato neanche dagli uomini, e per il tributo che hanno dato alla crescita della Chiesa in ogni parte del mondo, al servizio della promozione umana e dell’evangelizzazione.

Come ha sottolineato il Santo Padre Benedetto XVI ricordando alla preghiera dell’Angelus del 24 settembre proprio una di queste missionarie uccise, suor Leonella Sgorbati, tanti cristiani, “con umiltà e nel silenzio, spendono la vita al servizio degli altri a causa del Signore Gesù, operando concretamente come servi dell’amore e perciò “artigiani” di pace. Ad alcuni è chiesta talora la suprema testimonianza del sangue… Non c’è dubbio che seguire Cristo è difficile, ma, come Egli dice, solo chi perde la propria vita per causa sua e del Vangelo la salverà (cfr Mc 8,35), dando senso pieno alla propria esistenza. Non esiste altra strada per essere suoi discepoli, non c’è altra strada per testimoniare il suo amore e tendere alla perfezione evangelica.”

Riguardo ai continenti dove nel 2006 sono state registrate il maggior numero di vittime, figura al primo posto l’Africa, che ha visto la morte violenta di 9 sacerdoti, 1 religiosa e 1 volontaria laica. La nazione con il maggior numero di sacerdoti uccisi è il Kenya, con 3 sacerdoti morti violentemente, cui fa seguito la Nigeria, con 2 sacerdoti uccisi. L’unica religiosa uccisa in Africa è suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, uccisa a Mogadiscio (Somalia), mentre la volontaria laica, di nazionalità portoghese, è stata uccisa in Mozambico.

Il secondo continente per numero di vittime del 2006 è l’America, dove sono stati uccisi 6 sacerdoti, 1 religiosa ed 1 laico, Cooperatore Salesiano. Il Brasile è le nazione in cui la Chiesa ha pagato un duplice tributo di sangue. Tra le vittime in questo continente si conta anche una religiosa statunitense impegnata nel reinserimento sociale degli ex detenuti, che proprio da uno di loro è stata uccisa, ed un laico, Cooperatore Salesiano, ucciso in Guatemala, molto probabilmente per non essersi piegato a ricatti e corruzioni.

L’Asia è stata bagnata dal sangue di 2 sacerdoti, una religiosa e un laico. In India sono stati uccisi un parroco ed un laico, mentre ad Ambon, nelle Molucche, teatro negli ultimi anni di sanguinosi scontri e violenze, è stata uccisa una religiosa. Ad essi va aggiunto il nome di don Andrea Santoro, missionario Fidei donum in Turchia, ucciso a Trabznon mentre era in preghiera nella sua chiesa.

Anche l’Oceania ha versato il suo contributo di sangue alla causa del Vangelo con un religioso dei Fatebenefratelli ucciso a Port Moresby, in Papua Nuova Guinea.

A questo elenco provvisorio deve comunque essere aggiunta la lunga lista dei tanti “militi ignoti della fede” di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano anche con la vita la loro fede in Cristo. “Penso anche a quei cattolici che mantengono la propria fedeltà alla Sede di Pietro senza cedere a compromessi, a volte anche a prezzo di gravi sofferenze. Tutta la Chiesa ne ammira l’esempio e prega perché essi abbiano la forza di perseverare, sapendo che le loro tribolazioni sono fonte di vittoria, anche se al momento possono sembrare un fallimento” (Papa Benedetto XVI, Angelus 26 dicembre 2006).

Cenni biografici e circostanze della morte

P. Elie Koma, della Compagnia di Gesù (SJ), di nazionalità burundese, è stato ucciso nella capitale, Bujumbura, nella serata di sabato 4 febbraio 2006. Il gesuita, 59 anni, passava in automobile nei pressi di un bar sulla strada principale dove un gruppo di uomini armati aveva aperto il fuoco contro un Maggiore delle Forze Nazionali di Difesa del Burundi, Ruguraguza, e sua moglie. Padre Koma sarebbe stato ucciso per eliminare un possibile testimone del delitto: l’auto su cui viaggiava è stata infatti fermata sparando alle gomme, quindi il sacerdote è stato ucciso con cinque proiettili alla schiena. Il sacerdote era stimato e benvoluto da tutti, molto attivo soprattutto nella pastorale e nella direzione degli esercizi spirituali per gli istituti religiosi femminili autoctoni ed i movimenti mariani. Sacerdote dal 1980, da 3 anni era il responsabile della chiesa dei Gesuiti di Kamenge, in uno dei quartieri più poveri di Bujumbura.

Don Andrea Santoro, sacerdote Fidei donum della Diocesi di Roma, ucciso a Trabzon (Turchia) il 5 febbraio 2006 mentre era raccolto in preghiera nella chiesa di Sancta Maria Kilisesi. Don Santoro, del clero romano, era nato a Priverno (LT), il 7 settembre 1945 ed era stato ordinato presbitero per la Diocesi di Roma il 18 ottobre 1970. Dopo aver prestato servizio religioso in diverse comunità parrocchiali di Roma, nel 2000 era partito come missionario “Fidei donum” per la Turchia, stabilendosi nella località di Trabzon, sul Mar Nero. Gli era stata affidata la chiesa di Sancta Maria Kilisesi. Nel 2003 aveva fondato l’Associazione “Finestra per il Medio Oriente”: un gruppo dedicato allo studio, alla preghiera ed al dialogo per far incontrare il mondo occidentale ed il Medio Oriente. Don Andrea era tornato in Italia nell’ultima settimana di gennaio, come faceva regolarmente, per guidare alcune giornate di studio e di preghiera.

P. José Alfonso Moreira, della Congregazione dello Spirito Santo (Spiritani), di nazionalità portoghese, ucciso il 9 febbraio 2006 nella sua residenza a Bailundo, in Angola. Il missionario, 80 anni, di cui 40 trascorsi a Bailundo, è stato ucciso con 7 colpi di arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Era appena andato a dormire quando una quindicina di persone armate, molto probabilmente banditi, hanno fatto irruzione nella sua camera e lo hanno ucciso senza neanche dargli il tempo di scendere dal letto, quindi hanno messo a soqquadro la casa. P. Moreira era benvoluto da tutti perché ha reso un’autentica testimonianza di amore per la missione anche in tempi difficilissimi. Durante la drammatica guerra civile del 1975-2002 la località dove si trovava a svolgere la sua missione era stata conquistata dalla guerriglia dell’UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola) e poi dall’esercito di Luanda. Ma P. Moreira era riuscito sempre a conservare la propria neutralità, senza cedere a compromessi con nessuno, per poter annunciare il Vangelo e servire il prossimo nella piena libertà dei figli di Dio.

Don Michael Gajere, sacerdote nigeriano, è stato ucciso da un gruppo di uomini armati a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno (Nigeria), il 18 febbraio 2006, nel corso di gravi violenze seguite ad una manifestazione di protesta iniziata pacificamente. Negli scontri hanno trovato la morte almeno 15 persone, sono state bruciate 4 chiese cattoliche, l’abitazione del Vescovo, alcune strutture di altre confessioni cristiane e diverse abitazioni di fedeli cristiani. Il sacerdote, ordinato 14 anni fa, era arrivato solo da un mese come Parroco nella parrocchia di Santa Rita a Bulunkutu, quartiere di Maiduguri. Prima di essere ucciso don Michael è riuscito a mettere in salvo i leader dei gruppi giovanili della parrocchia.

Suor Maria Yermine Yamlean, 33 anni, delle Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore (FDNSC), nativa di Arui Das-Ambon (Indonesia) e residente nel convento di Jalan Pattimura, nella città di Ambon, capitale delle isole Molucche, è stata uccisa la mattina del 10 marzo 2006. La religiosa aveva sorpreso un intruso nel convento, forse un ladro, che spaventato l’ha aggredita e colpita con un coltello. Quando le consorelle l’hanno rinvenuta era ormai in gravi condizioni. Portata all’ospedale, è deceduta poco dopo il ricovero. La religiosa era molto attiva nella pastorale e nel Movimento Carismatico, era membro del Consiglio Provinciale della sua Congregazione, Vicesuperiora della Comunità di Ambon e guida della formazione delle aspiranti.

P. Eusebio Ferrao, 61 anni, parroco della chiesa di San Francesco a Macasana, nella parte meridionale di Goa (India), è stato ucciso nella notte fra il 17 e il 18 marzo 2006. Il sacerdote è stato ritrovato la mattina del 18 marzo dai suoi parrocchiani che lo attendevano per la celebrazione della Santa Messa mattutina. Non vedendolo arrivare lo sono andati a cercare nella sua abitazione, dove però lo hanno trovato morto, sembra soffocato con un cuscino. Secondo i suoi parrocchiani p. Ferrao era un uomo pacifico che non aveva nemici. Era impegnato nella Commissione per la Liturgia della diocesi e serviva la sua comunità parrocchiale (circa 3.200 fedeli ) con zelo e umiltà.

Mons. Bruno Baldacci, sacerdote Fidei Donum della diocesi di La Spezia (Italia), 63 anni, è stato ritrovato la mattina di giovedì 30 marzo nella sua stanza, presso la parrocchia di Nossa Senhora das Candeias di cui era parroco, a Vitória da Conquista, stato di Bahia (Brasile). La segretaria e la portinaia lo hanno trovato che giaceva sul letto, nella sua stanza, con evidenti segni di percosse, mentre il locale era stato messo a soqquadro. Mons. Baldacci aveva trascorso 42 anni in Brasile, ove era giunto seguendo un Vescovo missionario, lì era stato anche ordinato sacerdote nel 1968. Negli ultimi tempi si era dedicato in particolare ai poveri ed a strappare i giovani dalla tossicodipendenza.

Don Luis Montenegro, 77 anni, da oltre 30 parroco di Nuestra Senora del Rosario a La Calera, nei pressi di Cordoba (Argentina), è stato trovato morto la mattina del 12 aprile 2006, ucciso a coltellate nel sonno. Autore del crimine un giovane pregiudicato, fermato dalla polizia, che aveva aggredito il sacerdote probabilmente a scopo di rapina.

Suor Karen Klimczak, 62 anni, delle Suore di San Giuseppe di Buffalo (SSJ), è stata uccisa nella città di Buffalo, stato di New York (Stati Uniti d’America), nel giorno di Venerdì santo, 14 aprile 2006. La religiosa aveva dedicato tutta la sua vita ai poveri. Lavorava nella “Bissonette House”, una casa di accoglienza per ex detenuti che la religiosa aiutava a reinserirsi nella società. Proprio uno di loro, ospite della casa, l’ha aggredita per rapina e, dopo averla uccisa, preso dal panico, ha nascosto il suo corpo in una abitazione abbandonata ad alcune miglia dalla Bissonette House, dove è stato ritrovato la domenica di Pasqua. La religiosa era molto conosciuta in tutta Buffalo per la sua attività a favore dei poveri e della pace, cui aveva dedicato la vita.

Don Galgalo Boru, sacerdote kenyano della parrocchia di Bulesa, nel Vicariato apostolico di Isolo (Kenya), è stato ucciso nel mese di aprile 2006 nella località di Lososia, distretto di Samburu, da alcuni banditi che hanno assalito il veicolo su cui stava viaggiando, aprendo il fuoco da entrambi i lati della strada. Insieme al sacerdote è morta un’altra persona che era a bordo dell’automobile.

Don Jorge Piñango Mascareño, Sottosegretario della Conferenza Episcopale Venezuelana, è stato trovato morto lunedì 24 aprile 2006 a Caracas. La Conferenza Episcopale Venezuelana, in un suo comunicato afferma che “il percorso umano e sacerdotale del Padre Piñango, è stata marcato, per più di venti anni, dal ministero sacerdotale, dallo spirito delle Beatitudini evangeliche e dalla sua chiara vocazione di servizio. Spetterà alle autorità competenti chiarire debitamente la sua morte, accaduta in strane circostanze. Da parte nostra, offriremo tutta la collaborazione che ci sarà richiesta, e vigileremo per onorare la verità e la giustizia”. P. Jorge Piñango Mascareño era nato nel 1959 a Barquisimeto ed era stato ordinato sacerdote il 10 agosto 1985. Aveva studiato alla Pontificia Università Javeriana di Colombia ed alla Pontificia Università Gregoriana a Roma. Aveva ricoperto il ruolo di docente in diverse Università e Seminari. Era stato nominato Sottosegretario della CEV nel 2002.

Don Josè Carlos Cearense, sacerdote diocesano brasiliano di 44 anni, è stato trovato ucciso a coltellate, con le mani legate dietro la schiena, nella casa parrocchiale accanto alla chiesa di Santa Maria dos Anjos, di cui era parroco, nella località di Delta, nello stato di Minas Gerais (Brasile). Il suo corpo è stato trovato la mattina del 9 maggio dalla donna che era andata a fare le pulizie. L’omicidio sarebbe avvenuto la sera prima, 8 maggio, intorno alle ore 22. Nei giorni seguenti la polizia ha arrestato il suo assassino, un maniaco che aveva compiuto una serie di omicidi tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.

Don Jude Kimeli Kibor, sacerdote keniano, 57 anni, impegnato nella pastorale carceraria da 5 anni, è stato trovato morto l’11 maggio 2006 nei pressi di Eldoret, mentre stava recandosi a celebrare la Messa, apparentemente a scopo di rapina. La sua cartella è stata rubata e la sua automobile è stata ritrovata a 10 chilometri dal luogo dove era il suo corpo. Il sacerdote aveva studiato a Springfield (USA) e contemporaneamente aveva svolto il ministero sacerdotale in diverse parrocchie. Era poi tornato nel suo paese di origine deciso ad aiutare il suo popolo, consapevole dei rischi che avrebbe corso.

Fra Luis Alfonso Herrera Moreno, francescano (OFM) colombiano di 46 anni, è stato ucciso a colpi di pietra in località Bonda (Colombia). Il religioso era economo del collegio San Luis Beltran, gestito dalla comunità francescana di Santa Marta. Il 28 giugno era salito sulla sua automobile per andare a svolgere alcune commissioni. Il giorno seguente è stato ritrovato il suo corpo senza vita. L’unico indizio è che sia stato ucciso in un tentativo di rapina.

Don John Mutiso Kivaya, 35 anni, sacerdote keniano assistente nella parrocchia di Masinga (Kenya), è stato ucciso a Tala, diocesi di Machakos, la notte del 31 luglio 2006 da alcuni teppisti che hanno fatto irruzione nel ristorante dove stava consumando la cena insieme ad altri due sacerdoti. Il sacerdote si trovava nella sua città natale per fare visita ai familiari. I banditi, che hanno rapinato i presenti del denaro e dei telefoni cellulari, hanno ucciso oltre al sacerdote altre due persone, e ferito tre persone.

Don Chidi Okorie, 31 anni, nigeriano, ucciso ad Afikpo (stato dell’Ebonyi) in Nigeria, nella notte del 4 agosto 2006. E’ stato aggredito e pugnalato nella sua abitazione presso la St.Mary’s Catholic Church. Subito soccorso e trasportato in ospedale, vi è deceduto poco dopo. Molto probabilmente è stato vittima di ladri che si erano introdotti nella abitazione, da cui mancavano denaro ed altri beni. Il giovane sacerdote era stato ordinato nel giugno 2004.

Fratel Augustine Taiwa, 40 anni, dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli), originario della Nuova Britannia orientale, è stato colpito a morte nella sera di lunedì 28 agosto 2006, nei pressi della capitale della Papua Nuova Guinea, Port Moresby. Il missionario è stato aggredito vicino all’Istituto Xavier di Bomana, dove negli ultimi tre anni aveva ricoperto l’incarico di Coordinatore dei corsi pastorali. Il religioso è stato colpito con una lancia di acciaio mentre stava guidando un furgone, a bassa velocità e con il finestrino abbassato per parlare con i venditori del mercato ambulante. Tre giovani che erano ubriachi lanciavano pietre e altri oggetti contro le macchine di passaggio. Uno di loro ha scagliato una lancia contro la vettura del religioso, che lo ha colpito alla testa uccidendolo immediatamente. La polizia è intervenuta tempestivamente e lo ha portato al Port Moresby General Hospital, dove però hanno solo constatato il suo decesso.

Suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, italiana, 66 anni, è stata uccisa il 17 settembre 2006 a Mogadiscio (Somalia) colpita a morte mentre si recava all’ospedale in cui prestava servizio, da alcuni sicari che si erano appostati dietro una automobile. La religiosa nel 1970 era stata inviata in Kenya, dal 1970 al 1983 aveva prestato servizio negli ospedali della Consolata di Mathari, di Nyeri e di Nazareth, alla periferia di Nairobi. Nel 1985 era diventata l’insegnante principale nella scuola d’infermiera presso l’ospedale Meru di Nkubu. Il 26 novembre 1993 era stata eletta superiore regionale delle Missionarie della Consolata del Kenya, compito che ha svolto per 6 anni. Nel 2001 Suor Leonella aveva trascorso diversi mesi a Mogadiscio per verificare la possibilità di creare una scuola infermieristica nell’ospedale locale gestito da una Ong. Il 18 aprile 2002 erano iniziati i primi corsi della scuola professionale, i primi allievi si sono diplomati nel 2006. In agosto, vincendo forti resistenze burocratiche, Suor Leonella era riuscita a ottenere per i propri allievi un diploma internazionalmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Don Ricardo Antonio Romero, 53 anni, salvadoregno, è stato ucciso all’alba del 25 settembre 2006 a colpi di pietra e bastone, mentre stava percorrendo la strada che congiunge Acajutia a Sonsonate (El Salvador). Il corpo senza vita è stato trovato vicino alla sua jeep. La polizia sospetta che l’omicidio sia stato compiuto da una delle bande giovanili che imperversano nella zona. Il sacerdote era parroco di Santa Catarina Masahuat, diocesi di Sonsonate, ed era molto conosciuto soprattutto per l’instancabile opera di evangelizzazione che portava avanti e l’assistenza ai poveri e ai più bisognosi.

Don Pascal Koné Naougnon, 51 anni, della diocesi del Callao (Perù) è stato ucciso il 31 ottobre 2006 a Divo, in Costa d’Avorio, dove si trovava missionario dal 2003. E’ stato vittima di un tentativo di rapina nella casa parrocchiale della parrocchia della Sacra Famiglia di Divo: stava per coricarsi quando, insospettito da alcuni rumori provenienti dal salotto, è andato ad accertarsi di cosa stesse succedendo e si è trovato faccia a faccia con i banditi che non hanno esitato a sparare. Portato dai suoi confratelli nel vicino ospedale, il sacerdote è morto per le gravi ferite riportate. Nato a Bouaké (Costa d’Avorio) in una famiglia animista, a 12 anni aveva chiesto di ricevere il Battesimo. A 25 anni entrò a far parte del Cammino Neocatecumenale, e qui scoprì la sua vocazione al sacerdozio. Nel 1990, dopo aver partecipato ad un incontro internazionale, venne mandato in seminario in Perù, nel Seminario Redemptoris Mater del Callao. Nel 1999 fu ordinato sacerdote e ha svolto il suo ministero sacerdotale in diverse zone del Perù, dove si distinse per il suo carattere generoso e lo spirito di servizio. Nel 2003, su richiesta del Vescovo di Gagnoa, don Pascal fu inviato a servire la Chiesa ivoriana e nella parrocchia “Sacra Famiglia” di Divo. Si fece apprezzare da tutti per il suo stile semplice e il suo impegno per la promozione umana. Seguiva in particolare i giovani, che avevano abbandonato la scuola, offrendo una formazione tecnica per trovare un lavoro.

Padre Waldyr dos Santos, gesuita brasiliano, 69 anni, e la volontaria laica portoghese Idalina Neto Gomes, 30 anni, sono stati uccisi alle prime ore del 6 novembre 2006 da un gruppo di uomini armati che ha assalito la residenza di Angonia, nella provincia di Tete (Mozambico), ferendo altre due persone. Gli assalitori, dopo aver rubato denaro e altri oggetti, sono fuggiti a bordo delle auto della comunità. Idalina Neto Gomes, avvocato, faceva parte dell’Associazione portoghese “Laici per lo sviluppo” e si trovava nella comunità dei gesuiti con altri membri dell’Associazione. In questa zona di frontiera tra Mozambico, Malawi, Zambia e Zimbabwe, la delinquenza ha ripetutamente colpito le missioni cattoliche e le comunità religiose. I Gesuiti hanno una lunga storia in questo territorio, e si dedicano all’evangelizzazione, all’educazione, alla sanità e ai progetti sociali per lo sviluppo della popolazione.

Jacob Fernandez, laico cattolico, gestore della libreria annessa al Santuario del Monte di San Tommaso a Chennai, nello stato del Tamil Nadu (India), il 26 novembre 2006 è stato aggredito senza motivo mentre era sul posto di lavoro, da un uomo che lo ha ucciso a colpi di machete. Secondo la ricostruzione, l’uomo, in uno stato di esaltazione violenta, chiedeva di incontrare il parroco e gridava rivendicando la proprietà indù del colle dove sorge il Santuario. La polizia ha arrestato l’omicida definendolo “mentalmente instabile”. Secondo le testimonianze di alcuni fedeli che lo conoscevano, Jacob, che lascia la moglie e tre figli, era un laico cattolico molto devoto, che partecipava ogni mattina alla Santa Messa nel Santuario, e viveva la sua vita come una missione.

Johnny Morales, 34 anni, Cooperatore Salesiano del Guatemala, è stato ucciso l’8 dicembre 2006 in seguito ad una imboscata che gli è stata tesa mentre usciva dal lavoro. Il veicolo sul quale si trovava è stato crivellato di proiettili sparati da vari punti che hanno provocato la sua morte immediata. Johnny Morales collaborava con il “Centro Salesiano P. Sergio Checchi” insieme a sua moglie, anche lei Cooperatrice Salesiana nello stesso Centro. Si erano sposati appena un anno fa. Johnny lavorava nella Segreteria dell’Amministrazione Tributaria (SAT) e solo due giorni prima era stato destinato alla frontiera di Tecún Umám (Messico), dove c’è un elevato livello di narcotraffico e contrabbando. La causa del crimine sembra vada ricercata proprio nella sua integrità, in quanto avrebbe rifiutato di compiere atti illeciti.

IL NSTRO FRATELLO P.ANGELO DALLA COLOMBIA SCRIVE

giovedì 22 marzo 2007
           
Image“Angelo, oggi hai visto che cos’è la Colombia. E’ 30 anni che vivo in questa realtà e sempre si ripete la stessa storia”.

Così mi ha detto padre Giacinto al termine di questa giornata.

E’ il 21 gennaio 2007.

Oggi abbiamo invitato a pranzo Nencer, un vecchio amico, Nencer è ritornato a Remolino per alcuni giorni. Con lui invitiamo tutta la famiglia allargata, fratelli, una cognata, alcuni nipoti.

Vuole essere un giorno di festa, mi propongo di preparare tagliatelle al ragù.

Prima della S. Messa viene un signore che tutti conoscono come “el Panadero” (il soprannome dice il suo mestiere) a chiederci il favore di comprargli tre maiali, perché deve fuggire minacciato dalla guerriglia.

 
Dopo la S.. Messa, sono le 11,30, nel paese si sentono 6 colpi di pistola…tutto ammutolisce.

Verso mezzogiorno viene il presidente della comunità con la signora del “Panadero” per comunicarci che hanno sparato al marito e che è ferito gravemente.

Nessuno vuole portarlo all’ospedale più vicino a Cartagena del Chairà…tutti hanno le barche rotte. E’ la paura che ha preso il cuore e la mente di tutto il paese…Chiedono a noi se li possiamo aiutare ma non possiamo mettere a rischio la vita del nostro motorista.

E’ l’ora di pranzo, la tensione è forte…tutti sanno cosa sta succedendo… In queste ultime settimane abbiamo già seppellito due uomini assassinati dalla guerriglia.

Nuovamente ritorna la signora del ferito grave, il presidente della comunità e l’infermiera chiedendoci di ospitarlo nella nostra casa. La canonica è un luogo sicuro perché ha dato ospitalità a rifugiati di ogni tipo e quindi è diventato un luogo rispettato anche dai più agguerriti.

Ad un certo punto bussano alla porta i militari dell’Esercito Regolare Colombiano accompagnati dalla signora del “Panadero”. I militari si trovano qui a Remolino per un’operazione militare, promossa dagli Americani del Nord per riscattare alcuni loro militari sequestrati dalla guerriglia.

L’infermiere militare si presta a curare il ferito con le poche medicine a disposizione. Analizza la ferita: il proiettile è entrato dalla schiena vicino la scapola ed è uscito nella spalla davanti verso l’esterno.

L’infermiere dice che è un miracolo che non abbia colpito i polmoni, inoltre un altro proiettile lo ha colpito alla mano ma fortunatamente senza lesionare nessun tendine.

Il signore ferito ci racconta che è stata la gente ad avvisarlo che se ne doveva andare dal paese perché la guerriglia lo voleva eliminare. Prosegue dicendo che: “sono arrivate due persone che mi hanno condotto un po’ fuori dal paese per parlare abbiamo dialogato un po’ e ci siamo salutati dandoci la mano. Come mi sono girato ho sentito sparare e mi sono messo a correre, cercando di evitare le pallottole. Quando sono stato colpito mi sono gettato a terra fingendomi morto”…

Parliamo con il maggiore dell’esercito il quale ci promette che lo proteggeranno e che sta arrivando un elicottero. Gli americani del Nord, che stanno guidando l’operazione, gli hanno promesso che lo porteranno via da Remolino assieme alla famiglia. Infatti nel primo pomeriggio il maggiore ci conferma che sta arrivando l’elicottero e sollecita la famiglia ad uscire. L’infermiera che gli ha prestato le prime cure, ha molta paura, e mi chiede di accompagnarla.

Usciamo e ci dirigiamo al centro telefonico del paese. Qui troviamo una sorpresa. Tutti sono in strada ed escono come “formiche” dalle loro case protestando contro i militari, i quali nel frattempo sono entrati in una pensione hanno preso le prime tre persone che hanno incontrato con un ordine di cattura. Al comando di questa operazione un comandante Nord Americano.

La gente protesta apertamente facendo uscire tutta la tensione accumulata al mattino per il grave fatto accaduto. Appena mi rendo conto della situazione, mi aggrego anche io alla massa della gente che segue l’esercito. I militari hanno creato un primo “cordone” con le 3 persone catturate ed un secondo per contenere la folla. Ogni tanto ci si ferma ed i militari rispondono alle domande della gente dicendo che hanno “ordini ben precisi”.

Delle tre persone riusciamo a liberarne una. Questa “processione” continua, ma ad un certo punto viene bloccata e solo il padre ha il permesso di continuare. Chiedo allora che possa venire con me almeno il presidente della città, ma la risposta è negativa. Proseguo da solo accompagnato da un militare. In un luogo prestabilito, passa sopra di me un elicottero a tutta velocità, fa un giro, torna indietro ed atterra in un punto segnato da una bandana arancione.

I militari caricano i due “detenuti” però lasciano a terra l’uomo ferito e la sua famiglia!!! in un attimo l’elicottero si alza e si allontana.

Il maggiore con i militari ritornano verso Remolino e non possono evitare la folla di gente che li sta aspettando. Alcuni rappresentanti della Giunta Comunale comunicano al maggiore che vogliono vedere il mandato di cattura, e non ottenendolo, chiedono un documento, una relazione dove venga spiegato chi hanno portato via e le motivazioni.

Il maggiore assicura che lo farà se glielo permetterà il colonnello. Con il ferito e la famiglia ritorniamo in canonica. Il maggiore promette che l’elicottero tornerà. Passiamo la notte con timore. La notte è sempre misteriosa e nasconde i figli delle tenebre.

Il giorno dopo ci mettiamo nuovamente in moto e puntualmente ad ogni ora mi reco dal maggiore per sbloccare la situazione, perché il signore ferito ha bisogno di essere curato. Il maggiore attraverso il telefono satellitare chiede ordini al suo colonnello di Peñas Colorada.

Mi rendo conto che sono telefonate di circostanza e quindi mi convinco che bisogna fare qualche cosa di più. Parlo con il “Panadero” e decidiamo di inviare un comunicato alle Nazioni Unite colombiane, alla Croce Rossa Internazionale e all’ “Accion Social” ed al nostro Vescovo.

Dopo un po’ chiamo il Vescovo, il quale ha letto il nostro comunicato e nel frattempo mi dice di aver ricevuto una telefonata dalla signora Belen di Naciones Unidas, la quale conferma di essersi già messa in comunicazione con il colonnello di Peñas Colorada e con gli alti comandi dell’esercito.

Ormai è quasi notte ed il Vescovo mi chiede anche se sono disponibile ad accompagnare il ferito con il motoscafo di linea, all’ospedale di Cartagena del Chairà, ma la mia disponibilità non serve perché tra poche ore passerà l’esercito per prelevare il ferito, la famiglia i quali saranno sotto la loro protezione infatti alle 3,50 del mattino i nostri ospiti partono.

Il motoscafo di linea parte alle 7 del mattino. Mi dicono che alla seconda ansa del fiume è stato bloccato e perquisito dalla guerriglia alla ricerca del “Panadero”.

Una giornata indimenticabile dove ho toccato con mano la complessità del conflitto armato in Colombia. La paura in cui vive la gente, la quale è manipolata dalle armi e guidata dalla legge del terrore. La parrocchia è la ultima spiaggia sicura, dove tutti vengono: uomini, donne a cercare conforto, consiglio e dialogare sperando di trovare un amico una persona con la quale parlare liberamente.

Quando terminerà questo conflitto? Ogni giorno si fa più complesso, la guerriglia sta perdendo i suoi ideali di una politica socialista, lasciandosi portare dalla corrente del narco-traffico e dai soldi facili. L’esercito con molta facilità è coinvolto in scandali e sete di denaro trasformando la guerra in un industria. I “para-militari” una risposta armata di destra contro la guerriglia, sembra comportarsi in modo peggiore degli altri gruppi armati. Ora lo scontro tra gruppi guerriglieri (ELN e Farc), litigandosi l’egemonia del territorio nazionale. A pagare è la gente è “el pueblo”.

L’origine di tutto questo? È difficile saperlo, che la Colombia sia un paese violento nessuno lo può negare, una violenza che non è semplicemente il confronto tra due gruppi armati, ma è una violenza che vive la stessa gente all’interno delle famiglie e tra le persone di uno stesso paese. Capire dov’è il problema, è difficile, più uno entra in questa realtà più va scoprendo elementi nuovi e contradditori e invece di chiarirsi le idee si confonde di più. La nostra presenza è fondamentale, siamo un punto di riferimento per le persone e molte volte il perno su cui far girare bene le cose.

Grazie per la vostra attenzione. Preghiamo per la pace in Colombia, nel mondo e in modo particolare nelle famiglie. Se c’è pace nella famiglia è più facile che ci sia nella nostra società e nel mondo.

Il Signore della Pace vera vi benedica. Con affetto p. Angelo Casadei imc.

V DOMENICA DI QUARESIMA,DIO VUOLE LA VITA E NON LA MORTE

giovedì 22 marzo 2007

Dio vuole la VITA,
non la morte!


Il punto centrale della liturgia di questa domenica è l’acclamazione al Vangelo: “Io non voglio la morte del Peccatore, ma che si converta e viva”.


La Buona Notizia

Il racconto del vangelo odierno pone Gesù di fronte ad una scelta difficile.

Lui si trova nel Tempio di Gerusalemme, alla presenza di molte persone, e insegna da seduto, in posizione d’autorità.

Gli viene tesa una trappola. I “religiosi” del tempo (scribi e Farisei) gli pongono di fronte una donna, colta in adulterio. La pena per l’adulterio era severissima, ottenuta con la lapidazione o con il fuoco. (Questo per salvaguardare la famiglia, nucleo importantissimo della società.) Chiedono a Gesù di pronunciarsi su questo “caso”. Si tratta una trappola. Se Gesù si pronunciava contro l’esecuzione di questa donna adultera, l’avrebbero accusato d’essere contrario alla legge di Mosè e incurante della santità della famiglia. Se Gesù accettava come valida l’esecuzione dell’adultera, dove sarebbe finito il suo discorso sull’amore e sulla misericordia divina? Qualunque risposta Gesù avesse dato, lo avrebbe screditato di fronte al popolo.

Notiamo che gli scribi e i farisei, nel presentare questo caso, lasciano da parte dei dettagli importanti. Anzitutto era necessaria la testimonianza chiara di almeno 2 persone che avessero una conoscenza precisa del fatto che comportava una sentenza capitale. Non potevano essere degli accusatori che “avevano solo sentito dire” che questa donna aveva commesso adulterio. Questo era importantissimo, nella Legge, per salvaguardare da ingiuste sentenze. Quante persone accusavano con conoscenza diretta questa donna? Il testo non ce lo dice. Inoltre la legge Mosaica si pronunciava con chiarezza ugualmente nei confronti dell’uomo e della donna adultera. Se era vero che la donna era stata colta in flagrante adulterio, dov’era l’uomo che doveva essere condannato con lei? Gli accusatori non danno a Gesù il mezzo per giudicare in maniera equa un caso così importante e grave.

Gesù, nella sua sapienza, non cade nella trappola. Lui rifiuta di scendere sullo stesso terreno giuridico degli avversari. Per dimostrare questo, lui fa un gesto di rifiuto come si usava a quei tempi: scrive sul terreno.

Sollecitato nuovamente a pronunciarsi, Gesù lancia un appello alla coscienza degli accusatori: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». In altre parole, Gesù smaschera l’ipocrisia degli avversari di usare il dramma di una persona come “caso”, per intrappolare un maestro, e li sfida ad entrare in un territorio più esistenziale e personale, in altre parole a guardare profondamente in se stessi, prima di condannare altri.

Poi Gesù riprende a scrivere e non osserva più i suoi avversari, non li umilia. Li lascia al giudizio della propria coscienza. Il vangelo afferma con ironia che, a cominciare proprio dai più anziani (non sono forse essi i peccatori più grandi, anche se occupano una posizione d’onore tra il popolo?) tutti gli accusatori se ne vanno, senza lapidare l’adultera.

Gesù allora si rivolge alla donna direttamente, ridandole la dignità di persona. Infatti, questa è la prima volta in tutto l’episodio che qualcuno parla “CON” la donna adultera e non “SU” di lei. Gesù le dice: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più».

Gesù non le offre un’assoluzione facile. Gesù offre alla donna una vita nuova, come la offre anche agli scribi e ai Farisei, cioè ai “religiosi” di quel tempo. La risposta sta ad ognuno di loro e ad ogni lettore del Vangelo. Infatti siamo CALDAMENTE INVITATI ad applicare a noi stessi il Vangelo, affinché diventi “BUONA NOTIZIA” per noi. Altrimenti perdiamo tempo interessandoci del Vangelo, come se si trattasse semplicemente di una curiosità storica, che “lascerebbe il tempo che trova”.

Speranza

Oggi Dio insiste sulla speranza.

Nella prima lettura vediamo che in una situazione d’Esilio, senza speranza, un profeta anonimo in Babilonia dice alla sua gente di non perdersi d’animo affatto, perché il futuro sarà ancora meglio del passato. Se nel passato c’era stato l’Esodo, vale a dire gli Israeliti avevano ottenuto la libertà uscendo dal paese più potente del mondo, nel prossimo futuro ci sarà un nuovo ESODO, questa volta da Babilonia, molto più glorioso del primo. «Non ricordate più le cose passate, non considerate pi le cose antiche. Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa.”

Anche lo stupendo salmo responsoriale, riflettendo su questo nuovo Esodo, dopo l’evento, ringrazia il Signore per le meraviglie che ha compiuto. “Il SIGNORE ha fatto cose grandi per noi, e noi siamo nella gioia!”

La nostra vita

Il Signore ci chiede di promuovere la vita.

Spesso le nostre decisioni sono chiare; non comportano scelte problematiche.

Nel nostro servizio missionario però talvolta abbiamo difficoltà di scelta. Il Vangelo d’oggi ci dice che non esistono soluzioni automatiche, che possono essere applicate a tutti, senza tener conto delle circostanze concrete, come se tutto fosse facile. “Applica quella legge e tutto si metterà a posto!” O “Recita quella preghiera, e sei a posto!” No! Il Signore c’invita a promuovere la vita, applicando tutto il nostro essere, la nostra sensibilità, coscienza, immaginazione, alla soluzione dei problemi nostri e altrui.

Nello stesso tempo il Signore ci ricorda le molte volte in passato, in cui abbiamo sperimentato concretamente il suo aiuto. Questa esperienza ci stimola a guardare al futuro con fiducia, e ad impegnarci di costruire un futuro migliore, assieme con il Signore.

Questo è un programma di vita magnifico per un Cristiano e per un missionario.


Is 43,16-21;
Sal 125;
Fil 3,8-14;
Gv 8,1-11

PRENDI UN TEMPO PER TE E MEDITA

lunedì 12 marzo 2007

Ascolta
In quel tempo, giunto Gesù a Nazaret, disse al popolo radunato nella sinagoga: “In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia,quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone.
C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato, se non Naaman il Siro.”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. 

Medita
Nella piccola sinagoga di Nazaret si dichiara il compimento della grande attesa: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che avete udita con i vostri orecchi”. E’ questo il lapidario commento di Gersù al brano di Isaia appena proclamato nella lettura sabbatica. Luca ci fa toccare l’emozione di quel momento: l’attesa, gli occhi di tutti fissi sopra di lui, i gesti lenti che ciascuno prova ad interrogare. Poi l’esplosione gioiosa di meraviglia, ed insieme gli interrogativi carichi di sconcerto.

Altro che l’Atteso! Quest’uomo per noi è solo il figlio di Giuseppe. Dimostri dunque di essere veramente chi afferma, facendoci vedere miracoli come ha fatto con quelli di Cafarnao. Dall’entusiasmo si passa alla critica, allo sdegno, al rifiuto. Gesù chiede fede e i suoi concittadini pretendono di “conoscerlo” attraverso un’esperienza che continueranno a misurare con i loro occhi.

Al di là di quanto si potrebbe dire circa la formazione letteraria del testo, il messaggio resta evidente: per dire che colui che tutti conoscono come “il figlio di Giuseppe” è in realtà “figlio di Dio”, abbiamo bisogno anche noi, suoi concittadini di questo tempo, del dono della fede che lo accoglie dopo averlo atteso mettendo su di lui gli occhi dello stupore e disponendoci ad ascoltarlo, ubbidirlo, seguirlo. La pretesa di possederlo, di farsi ubbidire da lui, potremmo dire la pretesa di una conoscenza dalla “carne”, esclude la fede, ne interrompe il cammino.

Il modo con cui si rivela oggi è lo stesso che a Nazaret: la via è la parola. Può scandalizzare e impedire di riconoscerlo. Anche per noi il dilemma è: fidarsi o rifiutarlo?; prima ancora: guardarlo con gli occhi di Dio e secondo i nostri schemi? 

  

“Ma egli, passando in mezzo a loro se ne andò”. Come posso cogliere nel mio oggi , il passaggio accanto a me del Signore “che passa e non ritorna”, per mettermi alla sua sequela? Quali atteggiamenti possono aiutarmi a “vedere il suo volto”? e a vincere la mia lebbra? 

  

Il coraggio di osare

Signore Gesù,
tu sei il principio della nuova creazione.
Questo santo principio
è di ora e di sempre
e non si chiuderà sino alla fine
di tutte le cose.

Io considero questo,
ma il parlare e l’udire non servono
se tu non fai splendere
nell’intimo la verità;
quindi ti prego, volgiti a me.

Fammi conoscere chi sei.
Fa’ sentire al mio cuore
la santità che è in te.
Fa’ che io veda
la gloria del tuo volto.
Dal tuo essere e dalla tua parola,
dal tuo agire e dal tuo destino,
fa’ mi derivi la certezza che
la verità e l’amore
sono a mia portata per salvarmi.
Tu sei la via, la verità e la vita.
Tu sei il principio della nuova creazione.

Dammi il coraggio di osare.
Fammi consapevole del mio bisogno
di conversione e con serietà fa’
che lo compia nella realtà
della mia vita quotidiana.
E se mi riconosco indegno e peccatore,
dammi la tua misericordia.
Donami la fedeltà che persevera
e la fiducia che ricomincia sempre,
ogni volta che tutto pare fallire.

ROMANO GUARDINI 

  

Amore

Amore in ogni parola
che si spegne sul mio labbro;
amore in ogni lacrima solitaria
sparsa nella disperazione impotente
di esistere singolarmente;
amore in ogni desiderio che fugge veloce
verso l’impossibile;
amore in ogni sguardo di bimbo
spensierato e libero;
amore in ogni amarezza che inonda
la mia gola e la mia vita,
arsa dal peso di essere me stesso;
amore in ogni paura di non essere
ciò che vuole l’altissimo;
amore nella vanità di ogni sforzo sincero;
amore nella dolcezza e nei ricordi
della fanciullezza passata;
amore nella sera grigia
di questo qualsiasi giorno.

Ma al di sopra, e al di dentro
di questo amore voglio la pace
che supera ogni senso.

PRIMO MAZZOLARI 

  

Mondialità

venerdì 9 marzo 2007

Ciao a tutti, ebbene si facciamo la due giorni…

sabato e domenica 10-11 marzo, con partenza ore 10, si va alle Balze, per stare un pò assieme e raccontare un pò di novità, tra l’altro credo che ci sia anche Federica ormai una della mondialità ma che ancora molti non conoscono!

perciò a domani…

Ciao Ciao