Archivio di marzo 2007

C’ERA UNA VOLTA UN BAMBU’

venerdì 9 marzo 2007


“Il bambù più bello di tutta la

foresta troneggiava pieno di vita

sopra tutti gli alberi. Ma proprio

a lui si rivolge il Signore: – Ho

bisogno di te per la mia opera -

Volentieri, Signore, sono a tua

disposizione – Ma per compiere

la mia opera, devo tagliarti -

Ebbene se questo è necessario,

fai pure – Devo anche spogliarti

di tutte le tua foglie – Queste

sono il mio ornamento… ma se

è necessario, fai pure – E quando

sarai rimasto solo più un tronco,

dovrò dividerti in due da cima a

fondo e strapparti il cuore. – O

Signore, dopo un lungo silenzio…,

se è necessario, mi offro a

te e fai di me ciò che vuoi”.

Il Signore lo tagliò, lo spogliò

di tutte le sue foglie, lo divise in

due da cima a fondo, gli strappò

il cuore e poi portò i due pezzi

alla sorgente di acqua fresca e

viva; li mise uno come prolungamento

dell’altro e portò l’acqua

fresca ad irrigare tutta la zona

arida, che presto rifiorì rigogliosa

con abbondati frutti.

aveva dato vita con la sua morte

ad un giardino di delizie.

E’ TEMPO DI DARE FRUTTI

venerdì 9 marzo 2007

Letture: ES 3, 1-8.13-15 SAL 102, 1-4.6-8.11 I COR 10, 1-6.10-12 LC 13, 1-9

Il brano del Vangelo di questa terza Domenica di Quaresima ci invita a riflettere sulla storia dell’umanità e sulla nostra storia personale.
E’ diviso sostanzialmente in due parti.
La prima parte ci descrive dei fatti di cronaca, anche attuali per noi oggi.
Uccisioni e incidenti con molte vittime.
Unico epilogo di questi avvenimenti è la morte.
La richiesta fatta a Gesù appartiene anche ai nostri cuori:
Perché Dio permette tutto questo?
Perché tante violenze;
perché tanti disastri?
La seconda parte ci proietta in un orizzonte che ci dona delle risposte che sono anche delle provocazioni….
“Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti…”.
Come ben sapete, spero, i frutti del fico sono particolarmente dolci, gustosi.
C’è un tempo in cui si raccolgono questi frutti.
Come non pensare alla nostra esistenza piantata in una determinata vigna del mondo, in un momento storico dell’umanità, con un frutto da produrre.
Una domanda per tutti:
Chi è questo “Tale” che viene a cercare frutti nella nostra vita?
Già, verso chi rivolgiamo il nostro essere produttivi?
Frutti per il mondo e le sue idolatrie o frutti di vita eterna?
Se è Dio, sappi che Lui ha un “passaggio certo” alla ricerca di frutti…
Sai, non basta essere piantati nelle vigna del Signore, far parte attiva di una popolazione parrocchiale;
bisogna portare frutti.
Il portare frutti è una crescita naturale,
il non portarne è contronatura, perverso.
C’è un tempo che ci viene donato del quale noi diveniamo non padroni bensì fruitori ed amministratori, investitori per dirla con un termine molto comune nel nostro quotidiano.
Non importa la condizione sociale, lo stato di salute, l’intelligenza, se sei una persona brillante o sei un carcerato o un malato terminale.
Dio aspetta con ansia di cibarsi dell’amore che nasce dalle nostre esistenze.
Lui che si fa Cibo per tutti noi vuole che noi ci facciamo cibo per Lui divenendo Amore.
Ci sarebbe bisogno di fermarsi un po’ e guardarsi dentro;
La Quaresima è il tempo opportuno per chiederci sinceramente che cosa stiamo facendo della nostra vita.
Lo dico sempre quando parlo agli uomini che incontro:
bisogna che ci guardiamo “dentro” per capire quello che ci sta accadendo “fuori”.
A volte, sai, è brutto osservarsi dentro, soprattutto se ti lasci scrutare da Dio, anche attraverso un buon padre spirituale;
uno che abbia più “stima” di Dio che di te, che non ti canti gli “stornelli” che ami sentire ma che ti dica la Verità in Cristo.
Magari pensiamo di noi stessi di esser così carichi di frutti al punto che rischiamo di piegarci, sentiamo il “peso” di tutto il nostro impegno cristiano…
Quanti inganni a volte, pie illusioni che costruiscono solo il nostro “io”.
L’albero che porta i veri frutti è raggiante, pieno di vita e di gioia…;
altro che stanchi e depressi per il nostro “grande impegno”!
E potrebbe capitarci che, dopo tanta onorata carriera da cristiano, ci rendiamo conto che erano solo foglie decorative e non frutti di vita eterna.
Da lontano pare così bello un albero (o un cristiano) pieno di foglie (o di attività parrocchiali) ma da vicino, quando la vita “colpisce” anche te in prima persona; fichi dolci non ce ne sono!
Solo tanto orgoglio, superbia, indifferenza verso chi ti è accanto:
tutto preso dalla tua opera prima di tutto, con questi occhiali che ti danno un’aberrante visione del tuo “io”, che distorcono la realtà e non ti fanno riconoscere e neppure vedere fisicamente il volto di tuo fratello.
“Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?”
Quanta linfa vitale abbiamo sottratto;
da quanti anni continuiamo a “riscaldare il banco”nella Casa di Dio;
da quanti anni continuiamo ad appropriarci del lavoro di esseri umani che non hanno nessuno che li difenda;
da quanti anni il nostro servizio in parrocchia è divenuto il seggio del signorotto che è in noi;
da quanti anni siamo il “Giuda” del fratello che il Signore ci ha messo accanto;
da quanti anni continuiamo ad indicare noi, a Cristo, la strada che deve seguire…
“Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire;…”
Ci sarà la stagione del nostro frutto quando permetteremo all’albero della nostra vita di stendere e aprire i suoi rami come le braccia della Croce di Gesù;
Ci sarà la stagione del nostro frutto dolce quando il legno secco della nostra chiusura all’amore diverrà il legno verde della donazione totale verso il prossimo;
Ci sarà la stagione del nostro frutto delizioso quando la nostra malattia diverrà l’albero della nostra vita;
Ci sarà la stagione del nostro frutto se tu, oggi, accetti che Cristo lavori in te:
“Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire;…”
Magari passerà sulla nostra schiena con l’aratro della Croce;
Magari poterà in noi quei rami inutili che rubano solo linfa e non portano frutto;
Magari toglierà dal nostro petto il cuore di pietra e ci metterà nel petto il Suo Cuore…
Dio ci sta offrendo un tempo di conversione.
Finché dura questo tempo è urgente per noi convertirci.
Indurirci nel peccato significa prendersi gioco della Misericordia di Dio, di questo tempo che ancora viene concesso alla nostra esistenza.
“…se no, lo taglierai”
Queste parole dure vengono a ricordarci non il giudizio bensì la nostra sterilità, il nostro non volerci unire all’Amore di Cristo.
Il Vangelo di Giovanni ci dona una Parola illuminante riguardo al giudizio:
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui…”
Non accettare nel nostro oggi Cristo significa rifiutarlo e preferire la morte, scegliere l’odio al perdono, le tenebre alla Luce.
Smettiamo di vivere il nostro quotidiano con la falsa e perversa convinzione della necessità del male!
Saremo noi stessi coloro che, con la nostra incredulità, ci autocondanneremo.
Terza Domenica di Quaresima, accettiamo un dono da Dio:
il tempo della conversione, il nostro oggi.
Scopriremo qualcosa di straordinario in noi , che forse pensavamo fosse ormai una stagione passata:
La nostra stagione dei frutti di vita eterna.

UNA PREGHIERA PER VOI DUE

venerdì 9 marzo 2007

Signore, ti ringraziamo d’averci dato l’amore.
Ci hai pensato «insieme»
prima del tempo, e fin d’ora
ci hai amati così, l’uno accanto all’altro.

Signore, fa’ che apprendiamo l’arte
di conoscerci profondamente;
donaci il coraggio di comunicarci
le nostre ispirazioni, gli ideali,
i limiti stessi del nostro agire.

Che le piccole inevitabili asprezze dell’indole,
i fugaci malintesi, gli imprevisti
e le indisposizioni non compromettano mai
ciò che ci unisce, ma incontrino, invece,
una cortese e generosa volontà
di comprenderci.

Dona, Signore, a ciascuno di noi
gioiosa fantasia per creare ogni giorno
nuove espressioni di rispetto e di premurosa
tenerezza affinché il nostro amore brilli
come una piccola scintilla
del tuo immenso amore.

G. Perico

3°DOMENICA DI QUARESIMA 11 marzo2007

venerdì 9 marzo 2007

Riflessioni sulla Liturgia della 3° Domenica di Quaresima 11 Marzo 2007Continua il nostro cammino spirituale, scandito dalla Parola di Dio e dalla preghiera, dopo le domeniche delle Tentazioni di Gesù e della Trasfigurazione.


Il Tempo di Quaresima biblicamente ricorda i quaranta giorni del diluvio, i quaranta anni di peregrinazione del Popolo Ebreo nel deserto, prima di arrivare alla Terra Promessa, i quaranta giorni di cammino di Elia verso il monte di Dio, ma soprattutto i quaranta giorni di Gesù nel deserto prima di iniziare la sua missione pubblica.
Il Tempo di Quaresima biblicamente ricorda i quaranta giorni del diluvio, i quaranta anni di peregrinazione del Popolo Ebreo nel deserto, prima di arrivare alla Terra Promessa, i quaranta giorni di cammino di Elia verso il monte di Dio, ma soprattutto i quaranta giorni di Gesù nel deserto prima di iniziare la sua missione pubblica.E’ un periodo che richiama alcuni grandi personaggi e fatti della storia della salvezza che ha il suo compimento nella Pasqua di Cristo, a celebrare bene la quale ci si prepara. Quest’anno C ricorda in particolare questo aspetto penitenziale.

Il Tempo di Quaresima biblicamente ricorda i quaranta giorni del diluvio, i quaranta anni di peregrinazione del Popolo Ebreo nel deserto, prima di arrivare alla Terra Promessa, i quaranta giorni di cammino di Elia verso il monte di Dio, ma soprattutto i quaranta giorni di Gesù nel deserto prima di iniziare la sua missione pubblica.E’ un periodo che richiama alcuni grandi personaggi e fatti della storia della salvezza che ha il suo compimento nella Pasqua di Cristo, a celebrare bene la quale ci si prepara. Quest’anno C ricorda in particolare questo aspetto penitenziale.In questa terza domenica di Quaresima la Parola di Dio ci dice che il Signore vuole la nostra conversione.

Dio appare a Mosè nel roveto ardente per affidargli una missione. Si rivela come “l’esistente”, ma come il Dio dei padri, del popolo ebreo, come Colui che ha pietà di esso (Salmo responsoriale).
La storia poi nell’Esodo dall’Egitto, del popolo che ha ricevuto dal Signore tanti benefici, è tutta un ammaestramento per i cristiani perché facciano il bene senza ribellarsi a Dio, come fecero spesso gli Israeliti.

Pilato, narra il Vangelo, teme un insurrezione e fa uccidere un gruppo di Galilei a Gerusalemme; altri diciotto muoiono per la caduta di una torre. Le disgrazie sono avvertimenti, richiamano il dovere della conversione, con i relativi frutti. Il tempo che il Signore ci lascia come il fico della parabola, è proprio perché non si rimandi ancora di più.

Dio non ci salva senza di noi. Due fatti di cronaca offrono a Gesù l’occasione per un appello a conversione. Inoltre Gesù vuole sfatare il pregiudizio che lega la sventura terrena a colpe personali o collettive, e affermare che la vera disgrazia è l’impenitenza, il rifiuto della conversione.

Siamo consapevoli di trovarci già nella pienezza dei tempi, dove tutto prende significato dal mistero di Cristo, ma di essere ancora bisognosi dell’aiuto di Dio per non cadere e rimanergli fedeli. Per questo non dimentichiamo i suoi infiniti benefici, e li proclamiamo nella preghiera eucaristica.

Proprio una seria, regolare e assidua vita sacramentale ha realmente efficacia nel nostro cammino quotidiano di conversione.

IL DIO REALE DI KIBERA del teologo della liberazione JON SOBRINO

martedì 6 marzo 2007

KIBERA, LO SLUM PIÙ GRANDE DELL’AFRICA, COME LUOGO TEOLOGICO PER COMPRENDERE LA REALTÀ E LOTTARE PER LA LIBERAZIONE

QUESTO ARTICOLO, DEL TEOLOGO DELLA LIBERAZIONE JON SOBRINO, È STATO PUBBLICATO SUL N. 562 (FEBBRAIO 2007) DI “CARTA A LAS IGLESIAS”, RIVISTA DELL’UNIVERSITÀ CENTRO-AMERICANA DI SAN SALVADOR (UCA). TITOLO ORIGINALE: “KIBERA. SACUDIDA E INVITACIÓN A LA FE, LA ESPERANZA Y LA CARIDAD”

Nairobi è la capitale del Kenia, un Paese che, nell’elenco della povertà, si trova dietro Haiti. Una delle sue baraccopoli, Kibera, dove si accatastano 800 mila persone (qualcosa di simile a San Salvador), è la favela più grande dell’Africa. C’è una latrina, terrificante, ogni 200 persone, e a volte bisogna pagare per usarla. In alcuni posti, bisogna sperare nelle piogge per potersi liberare delle immondizie nei rigagnoli.
Non mi piace cominciare così, soprattutto per rispetto delle persone che vivono lì e della loro dignità che si esprime in mille modi. Ma, se ignorassimo la realtà di Kibera, ci fermeremmo ai moderni grattacieli del centro della città e al grandissimo stadio, molto bello, certo, dove si è svolto il Forum Sociale Mondiale (dal 20 al 25 gennaio) al quale però non hanno potuto essere presenti gli abitanti di Kibera a causa della distanza e del prezzo del viaggio in autobus.
Ho anche avuto la fortuna di partecipare al Forum Mondiale di Teologia della Liberazione, dal 16 al 19 gennaio. Non ne farò la cronaca, che trova spazio in altro articolo. Ma, sullo sfondo di Kibera, intendo fare alcune riflessioni sul tema.
Prima di tutto, Kibera è un principio ermeneutico, come dicono i filosofi, un luogo teologico, come dicono i teologi, per comprendere la realtà e interpretare cosa dobbiamo fare con essa. Senza iniziare da lì, dubito che intenderemmo bene la Teologia della Liberazione e come sostenerla affinché sia un aiuto reale alla liberazione. Kibera apre i nostri occhi, anche quando pensiamo di averli già aperti. Muove il nostro cuore alla misericordia, sebbene pensiamo di dedicarci già ai poveri. E ci si può offrire come sacramento del misteryum fascinans et tremens, mistero affascinante e tremendo, sebbene pensiamo che sul mistero di Dio sappiamo già il sufficiente o che lo possiamo ignorare senza grossa perdita. Ma per i credenti nel Dio di Gesù, dubito che ci sia miglior luogo per ascoltare le sue parole: “Questi sono i miei prediletti. Per essi è vissuto ed è morto mio Figlio. Fate di tutto perché abbiano vita e libertà, e recuperino dignità. Imparate da loro a vivere, a resistere, a mantenere la speranza. E a partire da loro abbiate una utopia: essere tutti fratelli e sorelle, non in astratto, ma con loro. E ricordate cosa disse Oscar Romero: ‘La gloria di Dio – la mia gloria – è che questi uomini e donne vivano’”. E a Kibera bisogna sommare un altro milione e 600mila persone che a Nairobi vivono in tuguri miserabili. Sono il 60% della popolazione e vivono sul 5% del territorio. Partendo da questa realtà, voglio fare le seguenti riflessioni.
1. “Realmente mondiale”. Così si chiamano questi forum: “mondiali”, ed è bene che sia così. L’importante è che in essi si faccia presente il “mondo reale”, e questo a Kibera lo sanno bene. Il luogo in cui si celebra un forum non deve fungere solo da mero luogo (un ubi categoriale), ma da realtà (un quid sostanziale). Con molte miserie e molte speranze, in posti come Kibera tutto è più reale di quanto non sia al Consiglio di Sicurezza dell’Onu o alla Banca Mondiale quando si parla del nostro pianeta, o alla notte degli Oscar o ai campionati mondiali. E certamente più che a Davos. E in questi forum parlano persone reali di molte e svariate parti. Che lo facciano bene o male, non importa, ma sono parole “loro”, di questi “altri” che normalmente non parlano: donne africane che ci raccontano quello che le affligge – l’infibulazione, per esempio – e quello che dà loro speranza, e che si organizzano per lottare. Altri, quelli del primo mondo, anche non inseriti, si sentono almeno ricollocati nella verità del pianeta. E da lontano, fuori dai forum, Kibera continua ad essere la domanda se siamo reali o se viviamo nel docetismo (eresia del primo secolo che negava la carne reale di Gesù Cristo, ndt), nella irrealtà, il pericolo di sempre. E quest’altra domanda: “chi si prende la responsabilità di questo mondo?”. Responsabilizzare gli altri non è difficile e bisogna farlo. Ma raramente ci interroghiamo sulla nostra responsabilità, e però bisogna farlo.
2. “Liberazione redentrice”. Bisogna insistere – e si è insistito – fino alla nausea sulla liberazione di un mondo “gravemente infermo”, come diceva Ellacuría, “minacciato di morte”, come dice ora Jean Ziegler. Occorre liberarlo dalla povertà e dalla ingiustizia, dalla discriminazione di razza e di genere, dal silenzio e dalla menzogna, dalla crudeltà e dalla trivializzazione dell’umano. Anche da quelle forme religiose, democratiche, teologiche che opprimono più che liberare. E bisogna liberare per l’utopia della vita e della fraternità. La speranza grida “un altro mondo è possibile”, ma prima la compassione grida “un altro mondo è necessario”. Questa liberazione è articulus statis vel cadentis humanitatis. La liberazione ha una necessaria dimensione di lotta, il che viene almeno proclamato. Ma anche di redenzione, di sradicamento delle radici strutturali del male. Per questo ha bisogno di impegno e di generosità senza fine, cosa cui un tempo si dava grande rilievo in presenza delle migliaia di martiri che hanno offerto tutto per la liberazione delle loro genti, e cosa di cui oggi si parla meno, come se si fossero individuate strade per una “liberazione senza dolore”. Questo vuol dire non prendere nella dovuta serietà la dimensione agonica dell’esistenza cristiana né il dolore della gente.
3. “Il Theos della teologia”. Il Theos spinge alla prassi di liberazione, ma anche esige ed invita ad un modo umano e cristiano di ottenerla. In concreto, c’è bisogno di umiltà, perché a volte si ha la sensazione che solo gli altri, gli oppressori, hanno necessità di convertirsi, come se a noi non capitasse qualche spruzzo di arroganza, la hibris contro cui ci mette in guardia Paolo. Continua ad essere necessario “fare la rivoluzione come chi è stato perdonato”, come diceva González Faus trent’anni fa. La conversione è sempre necessaria, sebbene, come ogni realtà espressa in linguaggio religioso, stia passando sotto silenzio. Anche le prassi di liberazione portano la zavorra di tutto ciò che è umano: incoerenze, personalismi, protagonismi, leggerezze, e a volte anche corruzione, complicità… Il Theos ci spinge a liberare gli altri dall’oppressione di cui soffrono, ma spinge anche a liberare noi stessi. E, liberati, a liberare meglio gli altri.
4. “Il mistero del Theos”. Dio ci rimanda alle vittime per liberarle. E le vittime, a loro volta, ci rimandano – o possono rimandarci – a Dio, con tutta serietà. Non è bene per la teologia né è fruttuoso per la liberazione che si faccia di Dio un problema risolto – o che semplicemente lo si ignori. Buona è, per questo, la domanda della teodicea, quella sul mistero del Dio assente, come è bene domandarci “se possiamo incontrare Dio a Kibera”. Se non ci facciamo questa domanda, non cresciamo in umanità. Ma, come nel finale del Vangelo di Marco, il crocefisso può esprimere anche il mistero del Dio presente. A Kibera, nei suoi uomini e nelle sue donne, possiamo incontrare Dio anche in mezzo a mille penurie, debolezze e abusi. Lo possiamo incontrare nel loro vivere quotidiano, nella loro fermezza e resistenza, nella dignità e speranza che possiamo intuire quando ci avviciniamo a loro. In quello che raccontano le persone che li accompagnano quotidianamente, molte volte semplici religiose. Nei bambini, sempre sorridenti, che vanno in una sconquassata scuola, con l’ansia di apprendere e con poco altro. Lì si affaccia Dio, il Dio dei poveri e delle vittime. Non possiamo ora entrare nei dettagli del buono e del positivo. Quello che abbiamo detto può sembrare poca cosa a quelli la cui vita diamo per scontata, ma è una cosa enorme. La santità primordiale. Esiste vivo un principio di vita che genera vita. E come dicono molti lì, è la loro ricchezza. Che Dio sia presente in ciò potrà essere oggetto di discussione. Ma farebbe male una teo-logia della liberazione a non cercare Dio lì. E a non celebrarlo quando lo incontra.
5. “Ecumenismo di religioni con vigore”. Ecumenismo, dialogo interreligioso, mi sembra cosa buona e necessaria. Ed esiste. Nairobi ed El Salvador sono a migliaia di miglia di distanza e raramente i loro popoli si conoscono. Tuttavia, qualcosa li unisce. In una piccola scuola di Kibera, una bambina mi ha detto: “El Salvador? La terra di un vescovo”. Si riferiva a mons. Romero. Un compagno gesuita della Repubblica Democratica del Congo mi ha parlato di una tesi dottorale, scritta nell’Università di Lovanio nel 2004, con il seguente titolo: “Il vescovo Munzihirwa, il Romero del Congo?”. Munzihirwa, molto simile al nostro Romero, fu assassinato nel 1996. E in chiusura del Forum di teologia, ho avuto l’opportunità di salutare Desmond Tutu. Aveva tenuto un discorso impressionante per la profondità della compassione e della fede, e per la fame di giustizia. L’ho ringraziato e gli ho detto solo che venivo dal Salvador, la terra di monsignor Romero. Allora, come inorgoglito, ha commentato con convinzione e gratitudine: “Romero? He inspired us”. Il nostro monsignore salvadoregno e cattolico era presente nel Sudafrica anglicano. Senza conoscersi, Desmond Tutu e Oscar Romero erano arrivati ad essere fratelli, non solo dialoganti sul piano ecumenico. E, voglio sottolineare, furono tali senza che nessuno dei due lasciasse la propria Chiesa e senza cercare, per far prosperare l’ecumenismo, minimi denominatori comuni, bensì verità massime: ovvero, per entrambi, il grande amore per i loro popoli oppressi e la disponibilità a dar tutto per la loro liberazione.
Questo ecumenismo – o dialogo – deve avvenire anche tra le religioni. Ma voglio menzionare un pericolo, per come la vedo io, e accennare ad una soluzione. Il pericolo è che il dialogo interreligioso si concepisca a partire da ciò che può essere comune a tutti, e dunque ci si debba accontentare dei minimi, avviarsi a religioni diluite, senza vigore. Perciò, tutti possiamo essere d’accordo, ma quanto concordato sarà molto poco e molto debole per rivoltare questo mondo. La soluzione, penso, è su un’altra strada: che ogni religione approfondisca il proprio patrimonio in ciò che di meglio ha e in ciò che pensa sia meglio per trasformare questo mondo malato. Non so quanto ecumenismo genererà, ma sarà basato sulla profondità del religioso. È necessario moltiplicare gli accordi, per minimi che siano, ma alla lunga è più fruttuoso andare a fondo di quanto c’è di positivo in ogni religione. E non credo che questo crei difficoltà all’ecumenismo. Penso che cercare più in profondità nel Gesù di Nazaret, nel Gandhi dell’induismo, nel Budda possa unire gli uomini e le donne di buona volontà. E mi concentro qui sui testimoni prima che sui testi.
La mia speranza è che coincidiamo nel profondo in quello che – dico ora con terminologia cristiana – definiamo regno e Dio, profezia e utopia, compassione e giustizia, prassi e grazia… L’ecumenismo di cui il mondo ha bisogno non è semplicemente: ‘ci incontreremo in qualche luogo’, ma ‘ci incontreremo facendo, sperando e pregando per la salvezza, la redenzione e l’umanizzazione di cui il mondo ha bisogno’. E questo si ottiene quando una religione – o religioni – è una religione che ha vigore.
A Nairobi – alla luce di Kibera – abbiamo ricevuto qualcosa di importante che ho cercato di mettere in parole. E siamo rientrati con una speranza: tutti, con conversione e senza hibris, con impegno e senza docetismo, ci possiamo unire perché la vita sia possibile. E, così, la gloria di Dio. Monsignor Romero e Kibera, ognuno a suo modo, lo proclamano: “La gloria di Dio è che il povero viva”. E “la gloria del povero – seguendo e parafrasando Ireneo – è la visione del volto del fratello, e, in definitiva, del volto di Dio”.

CONTRO LA BULIMIA DELL’IO una quaresima diversa di Enzo Bianchi

martedì 6 marzo 2007

QUARESIMA
Saper creare e difendere tempi di silenzio, svuotato dal frastuono delle voci inutili; astenersi da certi cibi in una società malata di eccesso; saper vegliare e meditare contro l’intontimento spirituale provocato dal continuo clamore: ecco alcune regole di comportamento per questo tempo
Nuova ascesi contro la bulimia dell’io
Questi 40 giorni che ci preparano alla Pasqua possono costituire un periodo eversivo rispetto alle tendenze del nostro tempo
Di Enzo Bianchi
La quaresima è ormai divenuto un tempo eversivo nella nostra società votata al culto dell’ “io”: un tempo di spogliazione da molte cose, ma soprattutto di allontanamento dalla philautía, dall’amore egoistico. In questo senso la quaresima è anche tempo di ritorno all’essenziale nello spazio stesso della fede: una ritrovata essenzialità nell’adesione al Signore che ci chiede solo di «praticare la giustizia, amare con misericordia e camminare nell’umiltà con Dio» (Michea 6,8).
Il gesto dell’imposizione delle Ceneri apre oggi questo tempo di conversione all’unico necessario della fede cristiana: l’amore di Dio narrato in Gesù. Nel suo messaggio quaresimale Benedetto XVI ci invita perciò a contemplare questo amore sostando ai piedi della croce con Maria, la madre del Signore, e con il discepolo amato. Gesù crocifisso, infatti, attira gli sguardi di tutti, interroga ogni essere umano perché proprio sulla croce – nella condizione di chi spende la vita per gli altri fino a morire – appare il grande mistero che abita il cuore di ogni uomo: il mistero dell’amare e dell’essere amati, il mistero dell’amore di Dio, eros e agape. Fino alla morte e alla morte ignominiosa in croce, fino a quel punto l’amore «folle» di Dio ha spinto Gesù, il quale ha mostrato come l’eros, la passione divina, l’amore estatico di Dio ha voluto unirsi all’umanità e manifestarsi come agape, carità gratuita che non chiede reciprocità. Sì, solo in Dio eros e agape, passione e carità sono uno stesso sentimento che attrae con forza indicibile ogni uomo.

Null’altro che questo grande mistero dell’amore deve allora attirarci nel tempo della quaresima ad andare nel deserto con Gesù, perché scopo di ogni azione cristiana, di ogni atteggiamento, di ogni sforzo può solo essere l’amore. Un amore gratuito nella sua origine divina, un amore preveniente che tuttavia chiede all’uomo, per poter essere percepito e accolto, un prezzo: il prezzo della disciplina, dell’ascesi, della purificazione. Richiede un lavoro pa ziente e sapiente come quello che lo scultore opera su un pezzo di marmo o di legno: si tratta di togliere, scalpellare, scavare per far emergere l’immagine, la vera immagine deposta in ciascuno di noi, l’immagine conforme a come Dio ci ha pensati, voluti e creati nel suo disegno d’amore. Sì, nel battesimo noi cristiani siamo stati inondati dall’amore di Dio sicché noi abitiamo questo amore, e questo amore abita in noi, ma non sempre ne siamo consapevoli e, anzi, sovente contraddiciamo questa nostra verità. La quaresima è quindi l’occasione propizia per rinunciare al nostro egoismo, per distogliere lo sguardo da noi stessi e tornare al nostro cuore, al quel luogo intimo che è abitato dallo Spirito di Dio che in noi grida: «Abbà, Padre!».
Ma per intraprendere questo itinerario di conversione, per percorrerlo tesi verso la gioia della risurrezione, per camminare nell’amore di Dio è necessario affrontare con consapevolezza una vera e propria lotta spirituale. Si tratta innanzitutto di applicarsi con assiduità all’ascolto della Parola di Dio, facendo tacere le molteplici parole che la soffocano nella nostra vita quotidiana.

Questo richiede il saper creare e difendere tempi di silenzio in cui si lasciano decantare fino a scomparire i molteplici pensieri, sovente inutili, che ci assillano: un silenzio svuotato del frastuono di voci inutili e riempito della Parola di vita che la chiesa ci propone nei quaranta giorni della quaresima; un silenzio in cui si possa percepire il soffio leggero dello Spirito che parla al nostro cuore; un silenzio che sia anche purificazione degli occhi dalla moltitudine di immagini che oggi ci turba con un fragore più forte del tuono; un silenzio che ci consenta di assumere in profondità l’altro e non di strumentalizzarlo a nostro uso e consumo. Così, ritrovando l’assiduità con il Signore, con la sua Parola, con il suo donarsi a noi nel pane e nel vino eucaristici, noi possiamo ricentrare l’intera nostra vita in Cristo.
La nostra lotta spi rituale quaresimale richiede poi un discernimento e una conversione riguardo a ciò che alimenta la nostra esistenza. Di cosa ci nutriamo? Cosa dà consistenza alle nostre vite? Quali alimenti fanno vivere il nostro corpo e il nostro spirito? Il digiuno è lo strumento che la chiesa antica, sull’esempio di Gesù stesso, ha da subito riconosciuto come privilegiato per questo discernimento spirituale. Astenersi da certi cibi, rinunciare per un tempo determinato ma significativo a questa funzione essenziale per la nostra vita umana ci riporta a questi interrogativi essenziali. Una pratica, quella del digiuno, che è stata allontanata dalle sue radici bibliche ed evangeliche, è stata dimenticata nella prassi concreta dei cristiani d’occidente, dove è ritornata sotto le spoglie di protesta, di «sciopero della fame» o, ancor più mondanamente, di una ricerca di benessere fisico in una società malata di bulimia. Ma la quaresima ci ripresenta il digiuno non come valore in sé, né come maschera per un’anoressia che disprezza il corpo, bensì come appello all’essenzialità anche nell’alimentazione, come solidarietà con chi quotidianamente non ha di che nutrirsi, come ripensamento dei nostri comportamenti e come rimando al cibo della Parola di Dio.
Accanto all’assiduità con Dio nella preghiera, accanto al silenzio per ascoltare la Parola di vita, accanto al digiuno per discernere il vero cibo, il «tempo per Dio» che è la quaresima ci chiama anche a un altro elemento di ascesi, del resto richiamato con forza anche in Avvento: la veglia. Associata proprio al digiuno e alla preghiera fin dalla predicazione di Gesù, la veglia cristiana è attesa del Signore e, come tale, interrogativo posto al nostro corpo su chi o che cosa tiene desto il nostro cuore. Come ben sappiamo dal nostro vissuto umano, solo l’amore ci rende capaci di stare desti: solo se amiamo qualcuno siamo disposti a rinunciare al sonno per anticiparne il ritorno, solo il chinarci amorevolmente verso la persona amata che soff re toglie il torpore dai nostri occhi e dal nostro cuore appesantito, solo il farci carico dell’altro ci permette di dimenticare il riposo che le nostre membra invocherebbero.
Anche qui, nell’intontimento spirituale che il frastuono incessante della nostra società finisce per provocare, la quaresima ci offre in dono la possibilità di fermarci e pesare quali parole e quali gesti ravvivano il nostro cuore, cosa lo fa ardere anche nella notte, cosa ne rianima il battito.
Il tempo di grazia della quaresima, allora, è davvero un tempo per tutto l’uomo, per una sua ritrovata unificazione interiore, per un suo riscatto da una vita svuotata di senso: ritrovare il «senso», il significato di quello che facciamo e diciamo per riscoprire il «senso», la direzione che le nostre vite devono intraprendere. In questo impegno ascetico, in questo sforzo spirituale cui il corpo è chiamato a partecipare, la liturgia della chiesa ci fornisce tutti gli elementi per poter riprendere la sequela del Signore nella gioia dello Spirito santo. È un cammino di autenticità: nessuna schizofrenia tra quello che si proclama e si celebra e quello che si vive in realtà: la conversione dev’essere reale, la preghiera davvero assidua, il digiuno concreto, la veglia sapiente e amante. Solo così ci predisponiamo a vivere la Pasqua, la morte e la risurrezione del Signore, liberi dai vecchi fermenti, come persone rinnovate dallo Spirito santo.

Allora vedremo realizzarsi anche per noi le parole del profeta Isaia: «La nostra luce brillerà come aurora, le nostre forze saranno rinnovate, la giustizia camminerà davanti a noi e la gloria del Signore ci accompagnerà. Se chiameremo il Signore, ci risponderà; se lo invocheremo, dirà: Eccomi!». Sì, con il cammino quaresimale vissuto con autenticità appresteremo un luogo al Signore e lo testimonieremo in mezzo agli uomini e alle donne con i quali ci ha fatto il dono grande di condividere le sofferenze e le prove ma anche la gioia e la speranza.
 

PILLOLA PER LO SPIRITO

lunedì 5 marzo 2007

Preghiera di ogni giorno

Dio,
Padre di bontà e di amore,
ti benedico, ti lodo e ti ringrazio
perché per amore mi hai creato,
per bontà mi mantieni in vita.
Tu che mi conosci per nome,
volgi il tuo sguardo sulla mia vita;
tu che vedi il mio cuore,
i miei errori e il mio peccato,
effondi su di me
la grazia del tuo perdono;
guarisci la mia anima
e dammi un cuore nuovo,
generoso e pieno di bontà.
Ti rendo grazie, o Padre,
per tutto quello che oggi mi dai,
ti ringrazio per la fede,
l’amore e la speranza
che ogni giorno metti nel mio cuore.
Moltiplica, finché tu vuoi,
i miei giorni
e aiutami a vivere
sempre alla tua presenza.

La tenerezza, l’impegno a iniziative d’amore, sembra essere fuggita, in un tempo duro come il nostro, persino da quella “scuola d’amore” che è la famiglia. Amare, ci è stato insegnato, è anche per-donare: dare come dono. E se credessimo che la misericordia , é capace di arricchire più che certe esasperazioni della lotta per i diritti 

  

  

Dal Vangelo secondo Luca (6,36-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:” Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buon misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. 

  

  

Preghiera di ogni giorno

Dio,
Padre di bontà e di amore,
ti benedico, ti lodo e ti ringrazio
perché per amore mi hai creato,
per bontà mi mantieni in vita.
Tu che mi conosci per nome,
volgi il tuo sguardo sulla mia vita;
tu che vedi il mio cuore,
i miei errori e il mio peccato,
effondi su di me
la grazia del tuo perdono;
guarisci la mia anima
e dammi un cuore nuovo,
generoso e pieno di bontà.
Ti rendo grazie, o Padre,
per tutto quello che oggi mi dai,
ti ringrazio per la fede,
l’amore e la speranza
che ogni giorno metti nel mio cuore.
Moltiplica, finché tu vuoi,
i miei giorni
e aiutami a vivere
sempre alla tua presenza.
 

 

ANCORA UN COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA II DOM. PER ESSERE MISSIONARIO CON NOI

venerdì 2 marzo 2007

Quando Dio ci chiama per una missione, generalmente lui cambia i piani, che ci potevamo prefiggere. Ciò comporta disorientamento e sofferenza. Nello stesso tempo il Signore ci lascia intravedere delle strade nuove, e sopratutto ci fa capire che Lui è l’unica nostra forza. Con Lui siamo in grado di andare dappertutto, anche “in capo al mondo”, e non ci sentiamo soli.


Abramo, padre dei credenti
Oggi abbiamo di fronte agli occhi l’esempio d’Abramo. Lui lascia il suo paese, la sua patria, la sua famiglia estesa, per andare in una terra ignota, fidandosi di Dio che gli promette un paese, una discendenza numerosissima e un futuro così brillante, che sarà addirittura fonte di vita abbondante e di benedizione per tutte le famiglie della terra.
Dopo vari anni, e dopo aver affrontato con coraggio molti problemi, Abramo non vede neanche l’ombra delle promesse. Non ha figli, non possiede neanche un pezzo di terra e si muove come un nomade, dipendendo dalle grazie dei Signori del luogo. Non ha una posizione sociale onorevole.

Oggi abbiamo di fronte agli occhi l’esempio d’Abramo. Lui lascia il suo paese, la sua patria, la sua famiglia estesa, per andare in una terra ignota, fidandosi di Dio che gli promette un paese, una discendenza numerosissima e un futuro così brillante, che sarà addirittura fonte di vita abbondante e di benedizione per tutte le famiglie della terra.Dopo vari anni, e dopo aver affrontato con coraggio molti problemi, Abramo non vede neanche l’ombra delle promesse. Non ha figli, non possiede neanche un pezzo di terra e si muove come un nomade, dipendendo dalle grazie dei Signori del luogo. Non ha una posizione sociale onorevole.Nella prima lettura d’oggi, il Signore fa notare ad Abramo che le stelle del cielo sono così numerose che non riescono ad essere contate. Il Signore gli afferma solennemente che tale sarà la sua discendenza. Abramo pone la sua fiducia assoluta nella Parola di Dio, nonostante il fatto che lui non vede alcun segno di come avverrà la promessa.

Poi il Signore lo fa entrare in un’esperienza particolarissima. Secondo la cultura dei tempi, un patto solenne era talvolta sancito in una maniera cruenta. Un animale veniva spaccato in 2, e coloro che s’impegnavano a tenere fede a quel patto, passavano in mezzo alla carcassa divisa. Era come affermare solennemente: – M’impegno totalmente in questo patto. Se vengo meno a qesto impegno solenne, possa io essere spezzato in 2, come questo animale! – Ora Abramo, dietro ordine di Dio, divide in 2 una giovenca e una capra. Ma colui che passa in mezzo alle 2 parti dell’animale ucciso, non è Abramo, bensì il Signore stesso, colui che aveva fatto la promessa ad Abramo, specialmente la promessa della terra. In questo modo, Dio s’impegna solennemente a mantenere la promessa. È come se Dio dicesse: – Con questo gesto, io m’impegno in pieno a mantenere la mia promessa. Se non la mantengo, possa io essere distrutto come questo animale. –

Abramo ha fiducia nella parola di Dio. Questa esperienza gli dà la forza per superare anche tentazioni e le situazioni più terribili, come quando sente la necessità di sacrificare addirittura Isacco, il figlio prediletto della promessa. Abramo non dimenticherà mai la sua assoluta fiducia in Dio. Così Abramo diventa per noi il prototipo dell’uomo di fede.


La Trasfigurazione di Gesù
Nel Vangelo odierno vediamo un altro esempio in cui Dio da forza ad alcuni uomini, in questo caso a Gesù e ai suoi 3 amici intimi: Pietro, Giacomo e Giovanni.

In un contesto di preghiera, Gesù si trasfigura in modo strabiliante e con lui si trovano improvvisamente Mosè ed Elia, che rappresentano rispettivamente la Torah (cioè la Rivelazione della Volontà di Dio sul Sinai) e i Profeti dell’Antico Testamento. Questo significa che tutto l’Antico Testamento ha il suo compimento nella persona di Gesù, il Messia.

L’argomento della conversazione di Gesù, Mosè ed Elia è l’“ESODO” di Gesù stesso, cioè la sofferenza atroce, la sua morte infame e la sua Resurrezione. Questo evento Pasquale darà a tutti la possibilità di accedere a Dio attraverso Gesù Cristo. Questo mistero si compirà a Gerusalemme, centro della Storia della Salvezza.

L’esperienza è così coinvolgente che Pietro, “non rendendosi conto di ciò che diceva”, vorrebbe bloccarla nel tempo. Infine interviene la voce di Dio Padre che dà conferma alla persona di Gesù, suo figlio eletto, e chiede di ascoltarlo.

Questa esperienza straordinaria di trasfigurazione di Gesù darà forza ai 3 amici intimi di Gesù di superare il terribile scandalo della croce, quando Gesù fu deriso, abbandonato e rigettato anche dalle autorità religiose. La seconda lettera di Pietro infatti afferma: “1:16 Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesú Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. 17 Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo.” La lettera insiste proprio su questa esperienza della Trasfigurazione di Gesú sul monte, per dire che il messaggio cristiano non è una favola da bambini, ma è qualcosa di vero e solido, perché fondato su un’esperienza vera.


Il Missionario
Noi Missionari sperimentiamo che il Signore cambia, addirittura travolge i nostri piani puramente umani. E questo travolgimento può avvenire varie volte nella vita.

All’inizio della vita missionaria, quando decidiamo di seguire la nostra vocazione, siamo sbalzati in un’avventura di fede, in cui i parametri normali di successo e di affetto sono scardinati. Quello che conta è solo seguire Cristo, dovunque e in qualunque situazione lui ci porti. Parecchie volte nella vita, quando ormai ci sentiamo “a posto”, quando conosciamo discretamente una cultura e una lingua, quando riscuotiamo un po’ di successo, affetto e stima, spesso dobbiamo ricominciare daccapo, cambiare luogo e talvolta cambiare anche di continente, per affrontare situazioni nuove in cui siamo “nessuno”, e ricostruire da capo faticosamente una vita, basandoci su Dio. Dio cambia veramente i nostri piani, se sappiamo accoglierlo.

Dio, se lo accogliamo sul serio, sforzandoci di dargli fiducia, si fa presente a noi in una maniera chiarissima, talvolta anche in circostanze drammatiche. Credo che tutti noi godiamo di tali esperienze in cui “sentiamo” la presenza di Dio, sentiamo che il Vangelo è “BUONA NOTIZIA” sul serio, e in primo luogo per noi stessi.

Un piccolissimo esempio personale. Nel 1975, a Wasa (Tanzania) P. Virgilio Panero, Franco Bertolo e io subimmo un processo politico contro di noi. Durante quel processo, in cui sentimmo la nostra debolezza in quanto nessuno prendeva le nostre difese contro accuse false, sentimmo che il Signore ci era vicino, e che le parole del Vangelo erano verissime: “Quando poi vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi del come e del che risponderete a vostra difesa, o di quello che direte; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento stesso quello che dovrete dire» (Luca 12: 11-12). Al termine del processo abbiamo recitato il “Magnificat” con grande fiducia.

Certamente tutti noi abbiamo momenti simili in cui “sentiamo” la verità e la bellezza del Vangelo. Facciamo tesoro di questi momenti e “sentiamo” la presenza di Dio. Essi ci daranno forza di continuare il nostro cammino di fede e di donazione a Dio.

Gn 15,5-12.17-18;
Sal 26;
Fil 3,17-4,1;
Lc 9,28b-36

II DOMENICA DI QUARESIMA

venerdì 2 marzo 2007


LA TRASFIGURAZIONE
Letture: Gen 15, 5-12.17-18 Fil 3,17-4,1 Lc 9,28b-36

La potremmo chiamare la Domenica della “conoscenza”…
“Gesù prese con sé Pietro Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”.
C’è un pensiero da rigettare dai nostri cuori:
Che la “trasfigurazione” sia un evento a noi estraneo, lontano dai nostri giorni, un bel brano che rimane scritto su memorabili pagine di elevata mistica.
In realtà è un incontro che può appartenere al nostro vissuto:
La Parola di Dio è da vivere sempre e tutta in “prima persona”.
C’è un atteggiamento di partenza, uno stato di vita di Cristo che lo porta ad una profonda comunione con Dio.
“…e salì sul monte a pregare…”
Per conoscere ed entrare in questa realtà completa, è indispensabile un cammino di preghiera, un dialogo profondo con Dio.
Decisamente non basta premere il pulsante di un telecomando;
non si accende un bel niente di cristiano con un magico pulsante o rito…
Un rito vissuto per dovere o tradizione non ci porta ad un incontro con Dio.
Se non ci mettiamo in ascolto rischiamo di incontrare solo noi stessi o proprio un bel niente.
“il Suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante…”.
Sai, c’è una Luce che vuole illuminare il nostro cammino, dare il senso vero alla nostra vita, al perché dei nostri giorni, di certi nostre storie.
Questa Luce di Cristo non è un fatto privato di tre discepoli…
Pietro Giovanni e Giacomo non sono solo figura della Chiesa, su quel monte c’è una risposta anche per noi, c’è qualcosa anche per me e per te.
“Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria…” .
C’è un sonno che ci prende e opprime anche i nostri vissuti, un sonno che spesso rappresenta per noi una fuga da una storia troppo “complicata”, troppo “assurda”, troppo “CROCIFISSA”.
Quante volte la nostra mente sfugge, si rifugia in un sonno fatto di alienazione che si trasforma a volte in violenza verso il prossimo o anche verso noi stessi.
E’ un sonno che prende tutti:
giovani, adulti, anziani, ordinati, intellettuali, capi di nazioni, tifosi allo stadio…
Facciamo finta di essere svegli, sobri, ed invece dormiamo alla grande e non vediamo più Dio nel nostro prossimo, nelle vite dei nostri familiari, nelle nostre esistenze.
Non c’è più niente di Sacro nella nostra vita, tutto diventa banale
E iniziamo ad aver paura del mondo e dell’uomo sconosciuto che è in noi capace di tutto.
Non vediamo più la Gloria di Dio.
Chi rimane sveglio fa questa esperienza “anticipata” di risurrezione.
In questo nostro vegliare con gli occhi fissi su Cristo io e te riceviamo una luce che illumina la nostra storia, la nostra Croce.
Altrimenti diventa tutto un baratro di buio, di morte, di non senso.
Anche l’amore, la sessualità, i figli, anche la vita stessa diventa senza senso.
Una vita vissuta secondo la filosofia del “mordi e fuggi”.
C’è invece un incontro intimo con la Gloria di Cristo dal quale l’uomo riceve la forza che il mondo non può conoscere, che satana cerca sempre di rubare dal cuore dell’uomo.
Quando mi faccio compagno di viaggio di anime sofferenti mi accorgo che è diverso;
è diverso il soffrire di chi ha lo sguardo su Cristo.
Il dolore, la sofferenza fisica e morale restano, a volte sono atroci, continuano a far male a far gemere la carne ma la disperazione no!
Anche il soffrire più profondo si riveste di Luce, di speranza per il mondo.
La risurrezione prende il posto della morte anticipata a cui il principe di questo mondo vuole condannarci.
Questo momento meraviglioso della trasfigurazione, in questo nostro peregrinare terreno, non è stabile, è limitato,ha un termine.
Però l’esperienza della trasfigurazione ci indica un cammino:
“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.
Nell’ascolto di Gesù c’è la possibilità dell’uomo di sperimentare la trasfigurazione su un altro monte della vita, che appartiene ad ogni essere vivente:
il monte del Calvario.
Quello è il monte che ci aspetta.
E’ il monte di un matrimonio fallito;
E’ il monte di una malattia;
E’ il monte di una ingiustizia ricevuta;
E’ il monte della solitudine spirituale;
E’ il monte dove vieni tradito e venduto dai tuoi amici per trenta denari;
E’ il monte della disperazione;
E’ il monte della violenza fatta e di quella ricevuta;
E’ il monte dove hanno rubato l’affetto più importante per un bimbo;
E’ il mio ed il tuo Calvario.
E’ il monte della Luce in Cristo o delle tenebre del mondo.
Il Trasfigurato sul monte è lo Sfigurato sul Calvario.
Caro fratello, la Voce di Dio cerca un volto, dei lineamenti, cerca un corpo per divenire amore.
Cerca la mia e la tua anima per donarci la vita.
Seconda Domenica di Quaresima;
Domenica della conoscenza e dell’ascolto di Cristo nella nostra vita.