Gesù, il buon pastore, pieno di bontà e tenerezza
In realtà, quel che più richiama l’attenzione sono la bontà e la
tenerezza con la quale Gesù accoglieva il popolo, soprattutto i poveri
(Mc 6,34; 8,2; 10,14; Mt 11,28-29). Dio si faceva presente in questo
atteggiamento di tenerezza accogliente. Gesù non solo parlava di Dio,
ma lo rivelava anche. Comunicava qualcosa di quel che lui stesso viveva
e sperimentava. La sua “pastorale” (pastore) valorizzava le persone e le
stimolava ad appoggiarsi con forza a Dio e ad avere fiducia in se stesse.
Egli elogiò lo scriba quando questi arrivò a comprendere che l’amore
per Dio e per il prossimo erano il centro della Legge di Dio. Gesù gli
disse: “Non sei lontano dal regno di Dio!” (Mc 12, 34). Restituì speranza
a Giairo (Mc 5,36), rassicurò l’emorroissa (Mc 5,34), incoraggiò
il cieco Bartimeo (Mc 10,49-52) e il padre del bambino epilettico (Mc
9,23-24), accolse la ragazza del profumo (Lc 7,36-50), rivelò il valore
dell’elemosina senza valore della vedova (Mc 12,41-44), consolò e curò
gli ammalati (Mc 1,34; Mt 4,23).
Come Buon Pastore Gesù accoglieva i poveri con molto affetto,
“perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34; 8,2). Egli li lodava
dicendo che comprendevano il messaggio del Regno meglio dei dottori
(Mt 11,25). Gesù camminava con il popolo nei pellegrinaggi (Mc 11,1-
11; Gv 5,1; 7,14), praticava le sue devozioni, elemosine, digiuni e orazioni
(Mt 6,2,18) e, come laico, partecipava alle celebrazioni settimanali
nella sinagoga, alzandosi per fare le letture (Lc 4,16).
Fanno impressione l’accoglienza e la bontà di Gesù nei confronti
delle persone, senza distinzioni. Per esempio, quando i discepoli allontanavano
i bambini, Gesù li accoglieva e li abbracciava non preoccupandosi
di cadere in qualche impurità legale. Le madri dovevano essere
molto contente (Mc 10,13-16). Altri esempi: il modo in cui Gesù ha
accolto il vecchio Zaccheo, disprezzato dal popolo poiché era pubblicano
(Lc 19,1-10); la maniera in cui ha provato dolore per la vedova
il cui unico figlio era morto (Lc 7,13). La grande preoccupazione di
Gesù era poter alleviare il dolore del popolo sofferente: “Venite a me,
voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio
giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio
carico leggero” (Mt 11,28-30).
Questo atteggiamento accogliente di Gesù irradiava la sua luce
sui discepoli e faceva nascere in loro una più grande libertà di azione di
fronte alle dottrine e ai costumi religiosi dell’epoca. Essi incoraggiavano
a trasgredire norme caduche e antiquate che non avevano niente a che
vedere con la fede in Dio né con la vita del popolo. Quando avevano
fame, i discepoli coglievano spighe, anche nella giornata del sabato (Mt
12,1); non si lavavano le mani prima di mangiare (Mc 7,5); entr
nelle case dei peccatori e mangiavano con loro (Mc 2,15-16); non
digiunavano com’era costume tra i giudei (Mc 2,18). Quando venivano
criticati dai dottori, Gesù li difendeva (Mt 12,3-8; Mc 2,17.19-22).
I dottori invocavano la Bibbia e la tradizione per dire che Gesù e
i discepoli sbagliavano (Mc 7,5). Gesù rispondeva invocando la stessa
Bibbia per affermare con chiarezza che l’interpretazione di quelli che lo
accusavano era scorretta e che non erano fedeli al significato profondo
della Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate
la tradizione degli uomini” (Mc 7,8; cfr Mc 7,6; 2,25-26).
Gesù predicatore ambulante
Come buon pastore, Gesù andava in tutti i villaggi della Galilea
per parlare al popolo del Regno di Dio che stava arrivando (Mc 1,14-
15). Dovunque incontrasse persone che lo ascoltavano, Gesù parlava e
trasmetteva la Buona Novella di Dio, in qualsiasi luogo: nelle sinagoghe,
durante la celebrazione della Parola del sabato (Mc 1,21; 3,1; 6,2); nelle
riunioni informali in casa di amici (Mc 2,1.15; 7,17; 9,28; 10,10); negli
ambienti di lavoro, dove chiamò Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni(Mc 1,16-20), e Matteo (Mc 2,13-14); c
amminando con i discepoli (Mc
2,23); in riva al mare sulla spiaggia, seduto su una barca (Mc 4,1); vicinoal
pozzo, dove le donne andavano a cercare acqua (Gv 4,6-10); nel deserto,
dove si rifugiò e dove il popolo lo cercava (Mc 1,45; 6,32-34); sulla montagna
da dove proclamò le beatitudini (Mt 5,1); nelle piazze dei villaggi
e delle città, dove il popolo portava i suoi ammalati (Mc 6,55-56); nel
Tempio di Gerusalemme, in occasione dei pellegrinaggi, quotidianamente,
senza paura (Mc 14,49)!
L’insegnamento di Gesù era molto legato alla vita del popolo
della sua terra. Le parabole mostrano che egli aveva una grandissima
capacità di paragonare le cose di Dio alle cose più semplici della vita del
popolo: sale, candela, luce, lavoro, cibo, seme, fiori, amore, matrimonio,
bambini, passeri ecc. Questo suppone due aspetti che caratterizzavano
l’insegnamento di Gesù: stare bene attento alle cose della vita e ai
problemi del suo popolo e stare bene dentro le cose di Dio, del Regno
di Dio. Non tutti concordavano con Gesù su questo punto, e alcuni
dottori di Gerusalemme erano andati fino in Galilea per sorvegliarlo e
poterlo accusare (Mc 3,22).
Le Parabole mostrano anche un altro aspetto molto importante
dell’insegnamento di Gesù. Egli non insegnava le cose dall’alto in basso
perché il popolo le ascoltasse e le imparasse a memoria, ma portava le
168 · Carlos Mesters e Francisco Orofino
persone a partecipare alla scoperta della verità. Per esempio, immaginate
un agricoltore della Galilea che ascolta la parabola del seme. Egli pensa
tra sè: “Seme nel terreno, io so cos’è! Ma Gesù ha detto che questo ha
a che vedere con il Regno di Dio. Chissà cosa voleva dire con questo?”
E così si possono immaginare le lunghe conversazioni del popolo sulle
parabole che Gesù raccontava.
Lo stesso facevano, per esempio, le madri a partire dalle parabole
di Gesù sul sale, il cibo, i bambini, le candele, ecc. Una parabola porta
la persona a riflettere sulla propria esperienza e fa in modo che questa
esperienza la porti a scoprire la presenza di Dio nelle cose della vita: sale,
candela, luce, seme, bambini, commercio, disoccupazione, corruzione,
aggressione, passerotto, erba ecc. ecc. La parabola cambia lo sguardo,
fa della persona un’osservatrice della realtà. Rende la realtà trasparente.
Era questo il modo di Gesù di insegnare al popolo le cose di Dio.
In Gesù, tutto era rivelazione di ciò che lo animava dall’interno!
Egli non solo parlava del Regno. Egli stesso era un segno, un testimone
vivente del Regno. In lui appariva quello che succede quando un essereumano lascia Dio regnare, lascia che Dio si impadronisca della sua vita.
Poiché quel che vale davvero non sono le parole, ma la testimonianza,
il gesto concreto.
L’impatto dell’insegnamento di Gesù sul popolo
Insegnare era quello che Gesù faceva più di tutto (Mc 2,13; 4,1-2;
6,34). Era sua abitudine (Mc 10,1). Il popolo amava ascoltarlo, restava
stupito e si domandava: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata
con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!”
(Mc 1,27). Il popolo si meravigliava, perché Gesù “insegnava come
chi ha autorità e non come i dottori della Legge” (Mc 1,21-22). Sembra
addirittura un paradosso! Gli scribi, quando insegnavano, ripetevano i
giudizi delle autorità dell’epoca, ma per il popolo, anche se citavano le
autorità, non insegnavano con autorità. Gesù non citava le autorità, ma
per il popolo egli insegnava con autorità! Una persona parla con autorità
non perché cita le parole delle autorità o perché è d’accordo con loro,
ma per il fatto che la sua parola ha la sua radice nel cuore. Quel che
vale non sono le parole, anche se belle, ma la testimonianza che dà vita
e autorità alle parole. Gesù parlava di Dio a partire dalla sua esperienza
di Dio e dalla sua esperienza della vita del popolo. I dottori dell’epoca
non avevano autorità, avevano solo potere. Per questo, sapevano insegnare
solo la dottrina ufficiale che veniva dalle autorità.
Un insegnamento nuovo, dato con autorità · 169
Gesù non aveva studiato nella scuola dei dottori a Gerusalemme.
Era stato con loro una sola volta, a dodici anni, in occasione del pellegrinaggio
(Lc 2,46). Egli non apparteneva al clero. Non era della tribù
sacerdotale di Levi. Era un laico. Gesù non assolutizzava il proprio pensiero.
Era umile (Mt 11,29). Insegnava con autorità, ma non imponeva
le sue idee in modo autoritario. Egli imparava dai poveri e persino dalle
persone che non erano della sua razza e della sua religione. La donna di
Cana, per esempio, lo aiutò a scoprire che doveva aprire la sua missione
anche ai pagani (Mt 15,21-28). Gesù sapeva ascoltare l’appello del
Padre nella vita delle persone. Per questo il suo insegnamento dispiaceva
alle autorità di Gerusalemme.
Gesù era un discepolo di Dio e del popolo. Come il Servo di
Jahvé, annunciato da Isaia, egli si collocava in preghiera davanti a Dio
per trovare parole di conforto per il popolo scoraggiato. Egli si identificava
con il Servo di Dio, le cui parole sembrano proprio un autoritratto
di Gesù:
“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché io sappia indirizzare allo sfiduciato
una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come gli iniziati.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro” (Is 50,4-5).
L’altro lato della medaglia
L’altro lato della sua bontà con i piccoli era la fermezza con la
quale Gesù li difendeva contro gli abusi e le deviazioni delle autorità
religiose dell’epoca: sacerdoti (Mc 11,15-18), farisei ed erodiani (Mc
12,13-17), sadducei (Mc 12,18-27), scribi e dottori della legge (Mt 23,1-
36). Questi ultimi, invece di aiutare il popolo, lo sfruttavano ancora di
più (Mc 12,40). Non si interessavano alle sue sofferenze e dicevano che
era un popolo maledetto (Gv 9,49). Gesù sapeva che la sua maniera di
accogliere il popolo, soprattutto i poveri, non piaceva ai dirigenti religiosi
dell’epoca, ma, come il Servo di Isaia, egli non si tirò indietro:
“Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
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