Archivio di giugno 2007

COMUNICATO STAMPA DELLA NICOMPANI

venerdì 29 giugno 2007

Comunicato Stampa
 
Grande attesa per l’Asta di Beneficenza “BeneficARTE”

All’interno della suggestiva struttura polivalente del Centro Culturale “F.Fellini” di Gambettola, l’associazione culturale  NICompany, dopo aver messo in mostra la propria collezione di quadri organizza un asta finale di Beneficenza per Domenica 1 Luglio alle 20.30.

Tra i quadri gli artisti in esposizione, figurano nomi di spicco dell’arte Cesenate, da Sughi a Bugli, da Bruni a Casali per citare solo i nomi più noti al grande pubblico.

“BeneficARTE” è il titolo dell’evento.
I quadri battuti all’asta vertono attorno al tema del paesaggio, un tema che sembrava appartenere alla tradizione “dimenticata” dell’arte e che invece, oggi torna al centro dell’attenzione, sollecitato non da estetizzanti discussioni sul destino dell’arte, ma dalla concretezza e dall’urgenza stessa dei problemi del sociale: aiutare i paesi in via di sviluppo a crescere autonomamente è un pensiero da affrontare con amore, con rabbia, con passione e senza preconcetti.
Il ricavato dell’Asta di Beneficenza andrà interamente devoluto per aiutare lo sviluppo della “casa Oscar di Isiro”, nella repubblica democratica del Congo, dove Padre Francesco Giuliani, missionario della “Consolata”, opera in favore delle popolazioni in via di sviluppo.
Durante l’evento Padre Francesco Giuliani responsabile del progetto della missione umanitaria, esporrà i risultati ottenuti fin ora e le prospettive. Un momento di solidarietà, di conoscenza, di arte che si concluderà con un rinfresco per tutti i presenti.

 


 

 

BENEFICARTE…LEGGI IL SITO DELLA NICompany e troverai tutte le notizie per l’incontro di domenica TI ASPETTO

venerdì 29 giugno 2007

DALLO STATUTO DELLA NICOMPANY COLGO QUESTE BELLISSIME PAROLE,si ci stiamo anche noi …perchè abbiamo tanta volgia di vivere ,dare un senso alla nostra vita…..e perchè abbiamo capito che l’altro per noi è una magnifica ricchezza,coraggio allora amici della nicompani 

”la disponibilità verso gli altri, il desiderio di infrangere quel disfattismo apatico che spesso ci
affligge e soprattutto la voglia di vivere.”

DOENICA CONOSCEREMO MEGLIO ANCHE I NOSTRI CARI AMICI

GRAZIE GRAZIE GRAZIE,DAL 27 GIUGNO SERA SONO A GAMBETTOLA

venerdì 29 giugno 2007

Carssimi ,ringraziete con me la Consolata,dopo tante peripezie che vi raccontero’ al piu’ presto, sono riuscito a portare un po’ di pelle e ossa,non la carne,perchè l’ho lasciata tutta ad Isiro(ho perso 8 kg. e non ero grasso).Prima di salire sul piccolo aereo che da Isiro mi ha portato a Kampala,hanno pesato me e le valigie,e queste,piene di ebano lavorato erono piu’ pesanti di me.Ed ora eccomi ancora tra gli amici che si prendono cura della mia salute.

Assunta ,Claudia e tutti gli altri infermieri e medici,analisi gia’ fatte,riposo,mangiare…e da domenica incominciamo ad incontrarci.

Il GRUPPO DI GAMBETTOLA Nicompany,nostri carissimi amici hanno organizzato una mostra di quadri d’autore da vendere ,per aiutare i nostri progetti in Congo e……

DOMENICA 1 LUGLIO ALLE 20 FANNO L’ASTA DI QUESTI QUADRI

ci saremo anche tutti noi.Io presentero’ la mia esperienza di questi mesi passati in foresta a Isiro,corredata di immagini e films,e in un modo tutto particolare,ne approfittero’ per ringraziarvi del sostegno meraviglioso chemi avete dato.Riprenderemo con coraggio il nostro fraterno incontrarci per accogliere e riflettere sull’ALTRO,nostro fratello e nostra ricchezza.

LA NICOMPANY,CI ACCOGLIERà e ci offrira’ anche il gelato,sperando che i quadri possano darci l’occasione di incontrarci e aiutare chi ormai voi conoscete bene i nostri amici della casa oscar.

ALLORA PER RIASSUMERE:

PRIMO INCONTRO DELLA MONDIALITA’ DOMENICA PRIMO LUGLIO,ORE 20

SALA FELLINI GAMBETTOLA .

In quella occasione cercheremo di decidere anche cosa fare assieme questa estate.

VI ASPETTO TUTTI COME SEMPRE E MEGLIO DI SEMPRE

ARRIVEDERCI A DOMENICA  P.FRANCESCO

SE DIO VUOLE-LA PROSSIMA SETTIMANA SARO’ IN ITALIA-

sabato 23 giugno 2007

Questa domenica24 giugno andrò a celebrare la Messa in foresta,poi andrò a salutare i confraelli di Neiusu e in serata rientrero’ preparo’ i bagagli e lunidi’ mattini se non piovera’ e il piccolo aereo dei protestanti potra’ atterrare,e ripartire ,dopo tanti scali nelle missioni attorno a isiro in serata saro’ a Kampala (Uganda).dormiro’nella parrocchia dei missionari della consolata di questa capitale,e martedi’ sera ,sempre se tutto va bene,partiro’ per Amsterdam e poi Milano,comunque ,armato di pazienza,si perchè anche i viaggi ci allenano alla pazienza,un giorno arrivero’,tra voi.Arrivederci a presto,pregate per me,vi benedico tutti,e affidiamoci sempre tutti alla mamma celeste MARIA CONSOLATRICE.

XII DOMENICA DEL T.O.

sabato 23 giugno 2007

Riflessioni sulla Liturgia Della 12° Domenica del T.O. C Solennità di San Giovanni Battista 24 Giugno 2007

IL TUO NOME…

Il Vangelo ci racconta la storia di una famiglia.
Di una mamma, di un papà e di un figlio.
Una storia meravigliosa.
Potrebbe essere anche la storia delle nostre famiglie…
Sapete, cari bambini, nessun essere umano nasce per caso.
Ogni bambino viene al mondo perché la mamma e il papà hanno deciso che venisse al mondo…
Giusto?
Bè, il Vangelo viene a dirci che non è tutta questa la verità.
Dietro il desiderio di una mamma ed un papà di avere un figlio c’è la Volontà di Dio!
Sì, questo vale per tutti i bambini nati in ogni angolo del mondo, non solo per voi.
Per ogni essere umano c’è un progetto di Dio, una missione da compiere.
Una vocazione.
Quando noi parliamo di vocazione non dobbiamo pensare solo ai sacerdoti o alle suore…
Ogni essere umano è creatura di Dio ed ha un compito che Dio gli affida.
Per molti versi è più semplice venire al mondo che capire la propria missione…
Soprattutto nel nostro mondo è difficile capire il perché siamo nati…
Magari potremmo pensare che siamo venuti in questo mondo per “passare il tempo” mangiando, bevendo e divertendoci.
Già, cosa mai altro ci può essere?
Provate a rispondere voi anzi, chiedetelo anche ai vostri genitori.
Venuti al mondo per diventare ingegneri, medici, cantanti, campioni di play station…e chi più ne ha più ne metta!
Tutti buoni propositi e progetti buoni ma, ma c’è un qualcosa che va oltre…
Potremmo provare a chiederlo alla signora Elisabetta, la signora del Vangelo di questa domenica.
“All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria.
Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. Le dissero: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”".
Dietro questo desiderio di dare il nome di Zaccaria c’era il pensiero che il bambino appartenesse a suo padre, appunto Zaccaria.
Elisabetta sa che il figlio che aveva nel grembo era un dono di Dio.
Elisabetta viene proprio a dirci questo:
che ogni essere umano è un dono dell’Amore di Dio,
che nessun uomo si trova al mondo per “caso”.
Non importa se siamo pieni di salute o malati;
se siamo ricchi o poverissimi;
se abbiamo il colore della pelle chiaro o scuro;
se apparteniamo a quella o a quell’altra nazione;
se siamo italiani o afgani.
Ogni uomo è stato tratto dalla stessa roccia:
L’Amore di Dio.
Solo così possiamo capire come la vita è preziosa,
che la vita deve essere rispettata in tutte le situazioni.
Anche la vita di un uomo poverissimo e malato;
anche la vita di un uomo sofferente, senza speranza di guarire, è preziosa;
anche la vita del “nemico” è preziosa perché è Dio che ha creato tutti gli uomini.
E’ preziosa perché è dono di Dio.
Tutti noi dobbiamo farci una domanda importante:
Qual è la mia missione,
perché Dio mi ha donato la vita?
Se solo per un attimo mi fareste questa domanda io potrei aiutarvi a rispondere…
Magari potrei dirvi che Dio è amore…
E quindi dato che Dio è amore noi abbiamo una prima missione importante:
AMARE, DECISAMENTE AMARE.
E sì, i figli somigliano ai genitori…
Non solo nei capelli, nel colore degli occhi, nei tratti somatici…
Quando volevano dare il nome di “Zaccaria” al figlio di Elisabetta,
la mamma si oppone proprio perché le sa che il bambino che portava nel grembo veniva da Dio!
Era un dono di Dio.
Giovanni, benevolenza di Dio, viene proprio ad insegnarci una cosa importante:
Siamo figli di Dio perché manifestiamo senza paura l’amore di Dio a tutti gli uomini.
Buona ricerca, vi auguro una buona ricerca…
Ricerca di che, mi direte…
Semplice, della vostra natura di figli di Dio.

PILLOLE PER LO SPIRITO

venerdì 22 giugno 2007
LE OPERE FATTE PER AMORE

Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo né per compiacenza verso chicchessia; talora, invece, per giovare a uno che ne ha bisogno, si deve senza esitazione lasciare una cosa buona che si sta facendo, o sostituirla con una ancora più buona: in tal modo non si distrugge l’opera buona, ma soltanto la si trasforma in meglio.

A nulla giova un’azione esterna compiuta senza amore; invece, qualunque cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia, se fatta con amore, diventa tutta piena di frutti.

In verità Iddio non tiene conto dell’azione umana in sé e per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera grandemente colui che agisce con rettitudine; opera lodevolmente colui che si pone al servizio della comunità, più che del suo capriccio. Accade spesso che ci sembri amore ciò che è piuttosto attaccamento carnale; giacché è raro che, sotto le nostre azioni, non ci siano l’inclinazione naturale, il nostro gusto, la speranza di una ricompensa, il desiderio del nostro comodo.

Chi ha un amore vero e perfetto non cerca se stesso, in alcuna sua azione, ma desidera solamente che in ogni cosa si realizzi la gloria di Dio. Di nessuno è invidioso colui che non tende al proprio godimento, né vuole personali soddisfazioni, desiderando, al di là di ogni bene, di avere beatitudine in Dio. Costui non attribuisce alcunché di buono a nessuno, ma riporta il bene totalmente a Dio; dal quale ogni cosa procede, come dalla sua fonte e, nel quale, alla fine, tutti i santi godono pace.

Oh, chi avesse anche una sola scintilla di vera carità, per certo capirebbe che tutto ciò che è di questa terra è pieno di vanità.

Tratto dall’”IMITAZIONE DI CRISTO”
VAI ALLA PAGINA http://www.novena.it/imitazione_cristo/index.htm Preghiamo Vorrei vivere come un giglio,
godere dell’abbondanza che dai,
del caldo sole dell’estate,
delle prime piogge di autunno,
del gelo dell’inverno
e del canto degli uccelli di primavera.
Vorrei essere una vela
che solca i mari, gli oceani,
che si perde completamente nella Tua immensità.
Vorrei avere le ali di un’aquila
e spiccare voli sempre più alti,
verso di Te, che sei l’Altissimo
e non accontentarmi delle basse quote.

DAL LIBRO ”DEPORRE I POVERI DALLA CROCE”

venerdì 22 giugno 2007


Gesù, il buon pastore, pieno di bontà e tenerezza


In realtà, quel che più richiama l’attenzione sono la bontà e la

tenerezza con la quale Gesù accoglieva il popolo, soprattutto i poveri


(Mc 6,34; 8,2; 10,14; Mt 11,28-29). Dio si faceva presente in questo

atteggiamento di tenerezza accogliente. Gesù non solo parlava di Dio,

ma lo rivelava anche. Comunicava qualcosa di quel che lui stesso viveva

e sperimentava. La sua “pastorale” (pastore) valorizzava le persone e le

stimolava ad appoggiarsi con forza a Dio e ad avere fiducia in se stesse.

Egli elogiò lo scriba quando questi arrivò a comprendere che l’amore

per Dio e per il prossimo erano il centro della Legge di Dio. Gesù gli

disse: “Non sei lontano dal regno di Dio!” (Mc 12, 34). Restituì speranza

a Giairo (Mc 5,36), rassicurò l’emorroissa (Mc 5,34), incoraggiò

il cieco Bartimeo (Mc 10,49-52) e il padre del bambino epilettico (Mc

9,23-24), accolse la ragazza del profumo (Lc 7,36-50), rivelò il valore

dell’elemosina senza valore della vedova (Mc 12,41-44), consolò e curò

gli ammalati (Mc 1,34; Mt 4,23).

Come Buon Pastore Gesù accoglieva i poveri con molto affetto,

“perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34; 8,2). Egli li lodava

dicendo che comprendevano il messaggio del Regno meglio dei dottori

(Mt 11,25). Gesù camminava con il popolo nei pellegrinaggi (Mc 11,1-

11; Gv 5,1; 7,14), praticava le sue devozioni, elemosine, digiuni e orazioni

(Mt 6,2,18) e, come laico, partecipava alle celebrazioni settimanali

nella sinagoga, alzandosi per fare le letture (Lc 4,16).

Fanno impressione l’accoglienza e la bontà di Gesù nei confronti

delle persone, senza distinzioni. Per esempio, quando i discepoli allontanavano

i bambini, Gesù li accoglieva e li abbracciava non preoccupandosi

di cadere in qualche impurità legale. Le madri dovevano essere

molto contente (Mc 10,13-16). Altri esempi: il modo in cui Gesù ha

accolto il vecchio Zaccheo, disprezzato dal popolo poiché era pubblicano

(Lc 19,1-10); la maniera in cui ha provato dolore per la vedova

il cui unico figlio era morto (Lc 7,13). La grande preoccupazione di

Gesù era poter alleviare il dolore del popolo sofferente: “Venite a me,

voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio

giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e

troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio

carico leggero” (Mt 11,28-30).

Questo atteggiamento accogliente di Gesù irradiava la sua luce

sui discepoli e faceva nascere in loro una più grande libertà di azione di

fronte alle dottrine e ai costumi religiosi dell’epoca. Essi incoraggiavano

a trasgredire norme caduche e antiquate che non avevano niente a che

vedere con la fede in Dio né con la vita del popolo. Quando avevano

fame, i discepoli coglievano spighe, anche nella giornata del sabato (Mt

12,1); non si lavavano le mani prima di mangiare (Mc 7,5); entr


nelle case dei peccatori e mangiavano con loro (Mc 2,15-16); non

digiunavano com’era costume tra i giudei (Mc 2,18). Quando venivano

criticati dai dottori, Gesù li difendeva (Mt 12,3-8; Mc 2,17.19-22).

I dottori invocavano la Bibbia e la tradizione per dire che Gesù e

i discepoli sbagliavano (Mc 7,5). Gesù rispondeva invocando la stessa

Bibbia per affermare con chiarezza che l’interpretazione di quelli che lo

accusavano era scorretta e che non erano fedeli al significato profondo

della Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate

la tradizione degli uomini” (Mc 7,8; cfr Mc 7,6; 2,25-26).


Gesù predicatore ambulante


Come buon pastore, Gesù andava in tutti i villaggi della Galilea

per parlare al popolo del Regno di Dio che stava arrivando (Mc 1,14-

15). Dovunque incontrasse persone che lo ascoltavano, Gesù parlava e

trasmetteva la Buona Novella di Dio, in qualsiasi luogo: nelle sinagoghe,

durante la celebrazione della Parola del sabato (Mc 1,21; 3,1; 6,2); nelle

riunioni informali in casa di amici (Mc 2,1.15; 7,17; 9,28; 10,10); negli

ambienti di lavoro, dove chiamò Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni(Mc 1,16-20), e Matteo (Mc 2,13-14); c

amminando con i discepoli (Mc

2,23); in riva al mare sulla spiaggia, seduto su una barca (Mc 4,1); vicinoal

pozzo, dove le donne andavano a cercare acqua (Gv 4,6-10); nel deserto,

dove si rifugiò e dove il popolo lo cercava (Mc 1,45; 6,32-34); sulla montagna

da dove proclamò le beatitudini (Mt 5,1); nelle piazze dei villaggi

e delle città, dove il popolo portava i suoi ammalati (Mc 6,55-56); nel

Tempio di Gerusalemme, in occasione dei pellegrinaggi, quotidianamente,

senza paura (Mc 14,49)!

L’insegnamento di Gesù era molto legato alla vita del popolo

della sua terra. Le parabole mostrano che egli aveva una grandissima

capacità di paragonare le cose di Dio alle cose più semplici della vita del

popolo: sale, candela, luce, lavoro, cibo, seme, fiori, amore, matrimonio,

bambini, passeri ecc. Questo suppone due aspetti che caratterizzavano

l’insegnamento di Gesù: stare bene attento alle cose della vita e ai

problemi del suo popolo e stare bene dentro le cose di Dio, del Regno

di Dio. Non tutti concordavano con Gesù su questo punto, e alcuni

dottori di Gerusalemme erano andati fino in Galilea per sorvegliarlo e

poterlo accusare (Mc 3,22).

Le Parabole mostrano anche un altro aspetto molto importante

dell’insegnamento di Gesù. Egli non insegnava le cose dall’alto in basso

perché il popolo le ascoltasse e le imparasse a memoria, ma portava le


168 · Carlos Mesters e Francisco Orofino


persone a partecipare alla scoperta della verità. Per esempio, immaginate

un agricoltore della Galilea che ascolta la parabola del seme. Egli pensa

tra sè: “Seme nel terreno, io so cos’è! Ma Gesù ha detto che questo ha

a che vedere con il Regno di Dio. Chissà cosa voleva dire con questo?”

E così si possono immaginare le lunghe conversazioni del popolo sulle

parabole che Gesù raccontava.

Lo stesso facevano, per esempio, le madri a partire dalle parabole

di Gesù sul sale, il cibo, i bambini, le candele, ecc. Una parabola porta

la persona a riflettere sulla propria esperienza e fa in modo che questa

esperienza la porti a scoprire la presenza di Dio nelle cose della vita: sale,

candela, luce, seme, bambini, commercio, disoccupazione, corruzione,

aggressione, passerotto, erba ecc. ecc. La parabola cambia lo sguardo,

fa della persona un’osservatrice della realtà. Rende la realtà trasparente.

Era questo il modo di Gesù di insegnare al popolo le cose di Dio.

In Gesù, tutto era rivelazione di ciò che lo animava dall’interno!

Egli non solo parlava del Regno. Egli stesso era un segno, un testimone

vivente del Regno. In lui appariva quello che succede quando un essereumano lascia Dio regnare, lascia che Dio si impadronisca della sua vita.

Poiché quel che vale davvero non sono le parole, ma la testimonianza,

il gesto concreto.


L’impatto dell’insegnamento di Gesù sul popolo


Insegnare era quello che Gesù faceva più di tutto (Mc 2,13; 4,1-2;

6,34). Era sua abitudine (Mc 10,1). Il popolo amava ascoltarlo, restava

stupito e si domandava: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata

con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!”

(Mc 1,27). Il popolo si meravigliava, perché Gesù “insegnava come

chi ha autorità e non come i dottori della Legge” (Mc 1,21-22). Sembra

addirittura un paradosso! Gli scribi, quando insegnavano, ripetevano i

giudizi delle autorità dell’epoca, ma per il popolo, anche se citavano le

autorità, non insegnavano con autorità. Gesù non citava le autorità, ma

per il popolo egli insegnava con autorità! Una persona parla con autorità

non perché cita le parole delle autorità o perché è d’accordo con loro,

ma per il fatto che la sua parola ha la sua radice nel cuore. Quel che

vale non sono le parole, anche se belle, ma la testimonianza che dà vita

e autorità alle parole. Gesù parlava di Dio a partire dalla sua esperienza

di Dio e dalla sua esperienza della vita del popolo. I dottori dell’epoca

non avevano autorità, avevano solo potere. Per questo, sapevano insegnare

solo la dottrina ufficiale che veniva dalle autorità.


Un insegnamento nuovo, dato con autorità · 169


Gesù non aveva studiato nella scuola dei dottori a Gerusalemme.

Era stato con loro una sola volta, a dodici anni, in occasione del pellegrinaggio

(Lc 2,46). Egli non apparteneva al clero. Non era della tribù

sacerdotale di Levi. Era un laico. Gesù non assolutizzava il proprio pensiero.

Era umile (Mt 11,29). Insegnava con autorità, ma non imponeva

le sue idee in modo autoritario. Egli imparava dai poveri e persino dalle

persone che non erano della sua razza e della sua religione. La donna di

Cana, per esempio, lo aiutò a scoprire che doveva aprire la sua missione

anche ai pagani (Mt 15,21-28). Gesù sapeva ascoltare l’appello del

Padre nella vita delle persone. Per questo il suo insegnamento dispiaceva

alle autorità di Gerusalemme.

Gesù era un discepolo di Dio e del popolo. Come il Servo di

Jahvé, annunciato da Isaia, egli si collocava in preghiera davanti a Dio

per trovare parole di conforto per il popolo scoraggiato. Egli si identificava

con il Servo di Dio, le cui parole sembrano proprio un autoritratto

di Gesù:


“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,

perché io sappia indirizzare allo sfiduciato

una parola.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio

perché io ascolti come gli iniziati.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non ho opposto resistenza,

non mi sono tirato indietro” (Is 50,4-5).


L’altro lato della medaglia


L’altro lato della sua bontà con i piccoli era la fermezza con la

quale Gesù li difendeva contro gli abusi e le deviazioni delle autorità

religiose dell’epoca: sacerdoti (Mc 11,15-18), farisei ed erodiani (Mc

12,13-17), sadducei (Mc 12,18-27), scribi e dottori della legge (Mt 23,1-

36). Questi ultimi, invece di aiutare il popolo, lo sfruttavano ancora di

più (Mc 12,40). Non si interessavano alle sue sofferenze e dicevano che

era un popolo maledetto (Gv 9,49). Gesù sapeva che la sua maniera di

accogliere il popolo, soprattutto i poveri, non piaceva ai dirigenti religiosi

dell’epoca, ma, come il Servo di Isaia, egli non si tirò indietro:


“Ho presentato il dorso ai flagellatori,

la guancia a coloro che mi strappavano la barba;


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DIVENTARE SANTI NELLA CITTA’ SECOLARE DI P.GIUSEPPE RONCO

venerdì 22 giugno 2007

DIVENTARE  SANTI  NELLA  CITTÀ  SECOLARE
 P. Giuseppe Ronco
 
 
Quando si visita una città e si osservano attentamente le planimetrie dei parchi e delle costruzioni, quando si esamina il piano urbanistico, l’organizzazione dei luoghi destinati al culto, ai divertimenti e allo sport, si scopre l’anima della città. Si comprendono meglio i problemi e gli interessi dei cittadini, il loro modo di vivere e la qualità del loro vivere.
È diverso vivere nel centro di una megalopoli di grattacieli e di cemento armato invece che in una periferia borghese, un quartiere dormitorio, o in un tranquillo villaggio di campagna. L’habitat architettonico esprime materialmente le realtà esistenziali vissute dall’uomo.
 
Il cristiano che vive in città è sollecitato dalle sfide che incontra. L’interculturalità della gente che vi abita lo solleciterà a tessere relazioni di fraternità con tutti; la disuguaglianza economica lo renderà sensibile alla sofferenza e alla povertà di molti; la disparità di culto e di religione lo inviterà ad essere tollerante, riconoscendo ad ognuno il diritto di seguire i dettami della propria coscienza.
Essere santi nella città secolare, significa trovare i mezzi per esprimere nel quotidiano la nostra fede,  la nostra riconoscenza alla bontà di Dio che ci ama e ci invita all’impegno nella costruzione di una mondo migliore.
 
Nel mondo dell’impero romano, la planimetria di una città tentava di rispondere alla sfida di integrare la realtà divina nella vita dell’uomo. Ogni città era, infatti, costruita in un cerchio, attorno a due grandi strade che lo attraversavano perpendicolarmente. Il cardo era l’asse verticale, pieno di templi, di statue elevate agli dei e di piccole edicole votive. Era il luogo del soggiorno degli dei tra gli uomini.
Il decumanus, al contrario, asse orizzontale della città, era il luogo della vita sociale, pieno di case, di botteghe, di piazze, di postriboli, di ginnasi e di scuole. Qui la vita si svolgeva placidamente, tra i doveri e i piaceri di ogni cittadino.
Questa planimetria traduceva bene la filosofia del popolo romano. La vita sociale e la vita religiosa si compenetravano armoniosamente, arricchendosi a vicenda.
 
Anche le città greche esprimevano, seppure in modo differente, le stesse preoccupazioni. Atene , la capitale della Grecia e Elea Velia, sede della Scuola Eleatica nella Magna Grecia, ne sono un esempio classico.
Una lunga strada, piena di monumenti e di residenze borghesi, legava l’Acropoli, con i suoi templi costruiti agli dei, ai quartieri poveri del Pireo e della città portuale. Era il simbolo della congiunzione tra la frenesia del commercio con il silenzio contemplativo dei templi, il legame suggestivo tra la leggerezza del divenire e il dolce riposo dell’essere.
Il senso della vita era ovvio, scontato: l’uomo poteva entrare nell’habitat di Dio, offrendogli la sua povertà, e gustare così la pace.
 
 
 
 
Le città moderne in cui oggi noi viviamo hanno rotto questo equilibrio filosofico antico  e propongono un’altra visione dell’uomo e del senso della vita.
Se a New York si cammina guardando sempre in alto nella prospettiva dei grattacieli, a Venezia si fa il contrario: per non cadere nei canali che attraversano la città, si guarda in basso. A Calcutta si farà attenzione per non calpestare la gente che vive e muore sulle strade; a Kinshasa, la quantità di mercati obbligherà il turista a rallentare la marcia; mentre a Tokyo sarà necessario munirsi di mascherine di ossigeno per difendersi dalla polluzione dilagante.
Ovunque, però, emergono dei tratti comuni: gente che corre, assillata dai problemi ordinari della vita; volti di persone con espressioni di gioia e di dolore sul viso; scuole e biblioteche che propongo il sapere; mezzi di trasporto tra i più rapidi e sofisticati; luoghi di divertimento sani e malsani, casino, stadi; bar, boutiques e ipermercati che invitano all’acquisto e al consumo; buildings di banche e di commercio internazionale; palestre, sale di fitness e saloni di bellezza; ospedali, carceri e cimiteri; chiese, sinagoghe, moschee e sale di culto con denominazioni appena conosciute. E poi, i poveri, i girovaghi, i senzatetto e i senza dimora, seduti agli angoli delle strade per chiedere l’elemosina; i clown e i saltimbanchi che offrono spettacoli suscitando l’ilarità e il sorriso dei bimbi.
Sintesi in miniatura dei bisogni dell’uomo.
 
Oggi, la città è diventata più sociale, ospitando nel suo ventre non solo la gente e i suoi bisogni, ma anche le strutture che soddisfano le esigenze primarie dei milioni di abitanti che la abitano. Cambia così anche il senso del vivere: non più bucolico e legato ai ritmi della natura ma effervescente e dinamico, più orientato alla soddisfazione dei bisogni sempre di più emergenti.
 
Come vivere allora il messaggio cristiano nell’agglomerazione della città? Come esprimere santità in un luogo che sembra più interessato a soddisfare i bisogni che a vivere i valori?
 
 
 
Non aver paura di entrare in città
 
Prima di noi, Gesù vi è entrato. A Naim si avvicinava per portare il Vangelo, quando si imbatté in un corteo funebre, che usciva dalla città. Era il simbolo della cultura della morte, che la città aveva prodotto. Alla donna che piange Gesù offre il conforto, al bimbo che è morto Gesù ridà vita. La presenza di Gesù ha operato un cambio radicale, facendo ritornare la gente in città per continuare la vita. Il popolo gridava: “Un grande profeta è apparso tra noi. Dio è venuto in aiuto del suo popolo” (Lc 7, 16).
 
Come reagire di fronte alla modernità? Sovente, essa ci appare come l’idra dalle molte teste, che ingoia gli abitanti, soffocandoli con i suoi tentacoli di morte. La luce che viene dalla storia della salvezza ci invita ad esseri più positivi e a vedere nella modernità del nostro tempo e delle sue risorse il tessuto nuovo che lo Spirito ci offre per tessere la nuova evangelizzazione. La paura e il rifiuto sarebbero offesa e mancanza di fiducia nel Signore che dirige la storia.
 
 
 
 
Si tratta di amare, perché amati
 
Vivere la santità in un contesto urbano, vuol dire amare, perché amati.
 
Rimasi molto impressionato, quando le Fraternità Monastiche di Gerusalemme, fondate da P.Pierre Marie Delfieux, si installarono a Montreal, su invito del Cardinale. Dissero pubblicamente di voler vivere la vita cristiana, in forma monastica, nel cuore della città secolare, proclamando e vivendo le beatitudini. Mantenendosi con il lavoro delle loro mani.
La loro regola, scritta nel Libro della vita, comincia così: “Ama. Accogli con tutto il tuo essere l’amore che Dio ti offre per primo. Ama a tua volta il Signore e ama i fratelli e le sorelle. Ad ogni istante, intérrogati sull’amore, perché saremo giudicati sull’amore”.
In questa visione, la santità è concepita come amore. Il concetto astratto di kadosh diventa concreto nell’agape, che colora di amore i mille atti quotidiani della nostra vita.
 
Siamo chiamati ad amare, perché il Padre ci ha amati per primo.
C’è una parola, detta dal Padre al battesimo e alla trasfigurazione di Gesù, che non dovremmo mai dimenticare: “Tu sei il mio figlio prediletto”. Per Gesù, l’ascolto di questa parola fu l’accoglienza di una particolare intimità con il Padre e la decisione di compiere sempre la sua volontà. Per noi, esprime la certezza che Dio ci ama senza condizione, sempre, in ogni situazione in cui ci veniamo a trovare. Verità irrinunciabile, non discutibile e non negoziabile, bussola di orientamento nelle tempeste della vita. “Verità da custodire e da interiorizzare”, ripeteva con forza Henri Nouwen nei suoi libri, “affinché non si indebolisca o ci venga derubata”.
 
 
 
La compassione: assumere il male del mondo
 
Percorrendo oggi la città, subito ci si accorge che non tutto è conforme a quanto Dio desidera. Gli omicidi, i latrocini, lo sfruttamento, la droga e le varie dipendenze, le cosche mafiose, il peccato, fanno parte del tessuto quotidiano del mondo d’oggi, che pur aspirando alla giustizia, a volte la straccia, creando un popolo di poveri e di bisognosi. “C’è sempre un infelice ovunque vai”.
Dietro la bellezza dei volti umani, manifestazione della trasparenza della grazia e dell’amore di Dio che ci crea e ricrea, spesso si cela la malizia e l’invincibile forza del male. Siamo impastati di debolezza e di la fragilità.
 
Ciò che però maggiormente inquieta nel tessuto della modernità, la radice forse di ogni problema, è il desiderio prometeico dell’Uomo di ergersi a padrone del mondo, di cancellare Dio dall’orizzonte dell’esistenza, venerandosi lui stesso come Dio. Oggi l’uomo divinizza l’uomo.
In nome di una libertà arbitraria e fallace, la legge di Dio è rifiutata, anzi contestata. Il relativismo, il soggettivismo, il sincretismo diventano i nuovi ideali da rincorrere, idoli creati dalle mani dell’uomo che tutto permettono, giustificano, approvano.
 
Il cristiano sa che non deve giudicare nessuno, inquadrando ogni persona nel suo percorso umano, psichico e sociale.  Sa che in ogni individuo opera la grazia di Dio; si sforza di scorgere in ogni essere umano la presenza di Gesù, che sceglie come dimora il cuore dell’uomo. L’aiuto al fratello che soffre é il modo più vero di occuparsi di Dio!
 
Come Gesù, ciò che il cristiano predilige è l’incontro personale, nello stile di relazione che la riflessione evangelica sul buon pastore propone (cfr. Gv 10). I contenuti sono espressi nelle azioni del pastore e della pecora:  conoscere ed essere conosciuto, amare ed essere amato; offrire cibo per nutrire e portare benessere;  tirare fuori dal chiuso dell’ovile per condurre ai pascoli ubertosi, aprendo così orizzonti nuovi; camminare davanti, senza paura, indicando la strada e aiutando chi maggiormente fatica.
È nella relazione con l’altro che il volto del bisognoso rivelerà la mia identità più profonda, il mio vero volto di povero e aprirà la strada della responsabilità (cfr. la bellissima riflessione al riguardo di Emmanuel Lévinas).  Quando si ama una persona, ci si sente responsabili di lei, perché “La responsabilità è la cura di un altro essere, dominata dalla domanda: cosa capiterà a questo essere, se io non mi prendo cura di lui?” (Hans Jonas). La mia esistenza rinvia alla coesistenza con gli altri; l’io riconosce il tu, in vista del noi, e genera così la comunità.
Si prenderà coscienza che la presenza di volti di ogni razza e colore, invita a realizzare sempre più la fraternità e la solidarietà, stimolando l’impegno perché i diritti e i doveri di ogni essere vivente siano garantiti e rispettati, “trasformando ogni ostilità in fraternità, all’interno dell’unità della creazione” (P.Ricoeur).
 
Arriviamo così a sviluppare compassione. Essa consiste nell’identificarsi con la persona che soffre, volendone con forza la liberazione e l’estinzione della causa dei mali. La compassione è indissociabile dall’impegno: esse sono le due facce di una stessa medaglia che si chiama amore.
 
Resta un ultimo passo da fare per copiare Gesù al completo. Davanti al rifiuto dell’uomo di amare Dio e di accogliere il suo invito alla conversione, la nostra responsabilità non si estingue. Siamo invitati a vivere la santità nell’attitudine dell’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo.
Facendosi uomo, Gesù ha assunto la realtà della storia in cui viviamo e la storia di ogni uomo, portando e sconfiggendo sulla croce il dolore e la morte.
Già nel battesimo “Gesù si era preso sulle spalle il peso della colpa dell’intera umanità; lo portò con sé nel Giordano. Dà inizio alla sua attività ponendosi nel posto dei peccatori. La inizia con l’anticipazione della croce. Il battesimo è l’accettazione della morte per i peccati del mondo. L’ingresso nel peccato degli altri è discesa all’inferno, non solo da spettatore, ma com-patendo, e con una sofferenza trasformatrice, convertendo gli inferi, travolgendo e aprendo le porte dell’abisso” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret).
L’agnello di Dio, in un amore più grande del male, ha preso su di sé ciò che l’uomo è stato capace di produrre, il bene e il male, le gioie e le angosce, gli scacchi e le speranze che tardano a realizzarsi, senza giudicare né condannare.
Egli è là, in mezzo a noi, risorto e vivente, transverberando il male col bene e indicando la via che sconfigge la morte.
Farsi carico, dunque, delle fragilità del mondo, per trasformarle e offrirle al Padre come sacrificio di lode.  “È la materia dell’eucaristia sul mondo”, diceva P.Theilard de Chardin.
 
Già nell’antichità, a partire dal IV secolo, i vescovi di Roma capirono l’importanza di questa mistica e per non dimenticarla inventarono il pallio. Ponevano sulle loro spalle una stola di lana di pecora, simbolo del giogo di Cristo, che è la sua volontà di salvare tutti. Si caricavano delle pecore a loro affidate, intercedendo per la loro salvezza.
 
 
Servire, guarendo con la nostra ombra
 
Davanti all’immenso e difficile lavoro che la città domanda, non è facile avere il coraggio di impegnarsi. Ci si vorrebbe più perfetti di quello che si è, meno fragili e più forti, più coerenti.
È però nella debolezza che il discepolo trova la forza di consolare, di guarire, usando il peso e la leggerezza della propria ombra.
Già la psicologia junghiana aveva individuato nell’ombra l’insieme di debolezze e fragilità che accompagnano sempre l’uomo, inseparabile compagna di ogni vivente.
 
Bisogna impegnarsi nel servizio per diventare santi! “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22, 27). Tutta la vita di Gesù è stata un servizio all’uomo bisognoso. Oltre che annunziare il Regno, spiegare, far strada con i discepoli, Gesù soddisfa i bisogni primari della gente: moltiplica il pane, il vino a Cana, aiuta i malati e gli indemoniati, salva l’onore dell’adultera. Rende al Padre e ai fratelli il servizio della riconciliazione e perdona i peccati. Ma il più grande servizio fu il dare la vita per la salvezza di tutti.
Servire i fratelli significa consolare, guarire, pur con la nostra fragilità.
Mi colpisce sempre il fatto di Pietro che guarisce con la sua ombra, raccontato dagli Atti (5,15). Egli passa sulle strade, nelle piazze, e i malati che toccano la sua ombra rivivono.
Pietro sapeva di aver peccato, di aver tradito. Ma alla luce del Risorto, della sua potenza, si lascia trafiggere dalla sua luce, dalla sua grazia, e diviene capace di espellere fuori da sè il male, il peccato, l’ombra. Libero dalle tenebre, è capace di amare, di guarire.
Certo é la potenza di Gesù che salva, che converte, ma essendo lui oggi invisibile, non è attraverso la testimonianza di un discepolo, pur debole e fragile, che può passare la grazia di una nuova vita?
 
Non bisogna avere paura.
L’esperienza di Paolo, pur non facile da capire e da accettare, ci conforta e ci commuove sempre: “Quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).
La stessa esperienza, è messa sulla bocca di Tazio, protagonista di un  romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, scrittore ben attento ai drammi della città secolare:“La mia terza nascita ebbe luogo sulla spiaggia, davanti al cavalletto di Annibale, quando scoprii che l’universo era bello, armonico, ricco, se io accettavo di essere mediocre, vuoto, povero” (Quando ero un’opera d’arte).
Ci aiuta anche la riflessione di Agostino, che ripensando agli errori dottrinali e morali della sua giovinezza, così esclama: “Uno solo è perfetto: Cristo. Noi preghiamo così: Rimetti a noi i nostri debiti”. Aveva raggiunto la pace dell’uomo unificato. Il peccato non gli interessava più. Era ormai giunto all’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera chiesa era continuamente necessaria la bontà di un Dio che perdona.
 
La storia del buon samaritano diventa paradigma nell’annunciare la salvezza. Trovare un santo che aiuti a vivere da cristiani non è facile. Ma incontrare un samaritano, peccatore e escluso, capace di versare olio su piaghe infette e rendendo così visibile l’amore di Dio, è forse alla portata di tutti.
 
 
 
Nell’attesa della sua venuta
 
È viva in noi la certezza che la città terrena si trasformerà in una città nuova: il regno giungerà a compimento, dopo aver posto le basi nella storia dell’oggi e i cieli nuovi e la terra nuova della Gerusalemme celeste appariranno splendenti.
Come è triste vedere un cristiano pessimista, ripiegato e confuso, senza speranza! Chi non spera, non crede e non ama!
 
Santità, vuol dire credere che un mondo nuovo sta per venire. Si tratta di attenderlo, vegliando nella preghiera, aspettando l’evento come una partoriente: Maranatha!
 
Perché la città secolare ha tanta paura della morte? Perché la vela, la nasconde, la copre di fiori, di musica, di luci e di inganni?
Nonostante tutto, inesorabile, essa verrà.
“Il carrozzone va avanti da sé,
con le regine, i suoi fanti, i suoi re.
Ridi buffone, per scaramanzia,
così la morte va via.
Musica gente, cantate, che poi
uno alla volta si scende anche noi.
Sotto a chi tocca in doppiopetto blu,
una mattina sei sceso anche tu.
Bella la vita che se ne va:
un fiore, un cielo, la tua ricca povertà,
il pane caldo, la tua poesia,
tu che stringevi la tua mano nella mia.
E il carrozzone riprende la via.
Facce truccate di malinconia.
Tempo per piangere no non ce n’è,
tutto continua anche senza di te”. (Renato Zero, Il carrozzone)
Ma Cristo, con il legno della sua croce, ha già definitivamente sfondato la porta ferrea, invalicabile, dell’abisso: il Paradiso ci attende nella casa del Padre, dove la comunione e la tenerezza di Dio ci colmeranno di gioia.
“La città si chiamerà da quel giorno in poi: YAHW SHAMMAH, Dio è là” (Ez 48,35)
 
 

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lunedì 18 giugno 2007

PER ESSERE SMPRE BEN INFORMATI LEGGETE OGNI SETTIMANA-ADISTANEWS-DON MILANI INEDITO

lunedì 18 giugno 2007

IL DON MILANI “INEDITO” DI “ESPERIENZE PASTORALI”.
UN LIBRO DI SERGIO TANZARELLA

 

DOC-1874. ROMA-ADISTA. Il suo nome è legato soprattutto a Lettera a una professoressa e a L’obbedienza non è più una virtù, ma il testo fondamentale per comprendere in profondità la vita e la vicenda di don Lorenzo Milani – di cui, il prossimo 26 giugno, ricorreranno i quarant’anni dalla morte – è Esperienze pastorali. Iniziato negli anni in cui don Milani era cappellano, cioè viceparroco, a San Donato di Calenzano (fra il ‘47 e il ‘54), il libro – un’analisi della società e della prassi ecclesiale del tempo a partire dalla sua ‘esperienza pastorale’ nella parrocchia di San Donato – venne pubblicato nell’aprile 1958, quando Milani era già stato ‘esiliato’ a Barbiana, nel Mugello. A settembre, però, La Civiltà Cattolica pubblicò una severa stroncatura del testo (firmata dal gesuita p. Angelo Perego) che precedette di tre mesi la condanna del Sant’Uffizio: il libro venne “ritirato dal commercio” poiché conteneva “ardite e pericolose novità” in campo sociale. Un giudizio formalmente mai corretto, tanto che la scorsa settimana gli ex allievi di don Milani hanno chiesto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e allo stesso Benedetto XVI, di cancellare una ‘condanna’ nei confronti di un libro che aveva le sole colpe di anticipare quello che poi avrebbe detto il Concilio e di puntare il dito contro le ingiustizie sociali che affliggevano l’Italia degli anni Cinquanta.
Esce in libreria in questi giorni il primo studio storico, nella sterminata bibliografia milaniana, dedicato esclusivamente ad Esperienze pastorali: Gli anni difficili. Lorenzo Milani, Tommaso Fiore e le Esperienze pastorali (Il Pozzo di Giacobbe, pp. 278, euro 20; per ordinazioni: tel.0923/540339, e-mail: info@ilpozzodigiacobbe.com), di Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Il volume, oltre ad una accurata ricostruzione storico-sociale dell’Italia e della Chiesa degli anni ‘50 – dalla mancata attuazione della Costituzione alle difficili condizioni dei lavoratori, dal collateralismo Chiesa-Dc alla vicenda del vescovo di Prato e dei “pubblici concubini” fino al caso del ‘banchiere di Dio” Giuffrè e della sua “usura alla rovescia” – presenta alcune importanti novità arricchite da inediti significativi: le pagine della versione originale di Esperienze Pastorali con le varianti; le correzioni proposte dal revisore ecclesiastico, il domenicano p. Reginaldo Santilli; e le scelte definitive di don Milani; e il carteggio, mai pubblicato fino ad ora, fra don Milani e l’intellettuale meridionalista Tommaso Fiore.
Il libro, scrive Tanzarella nell’introduzione, vorrebbe incoraggiare “ad accostarsi direttamente alla fonte primaria e insostituibile degli scritti di don Milani”, il quale “mal si adatta a taluni recuperi di agiografia spicciola idealizzante che, cancellando l’identità di una fede indisponibile al compromesso e alla sonnolenza, lo vorrebbero ridurre ad innocuo santino o a certa banale appropriazione partitica che desidera porre la sua immagine a servizio della propria causa”, “fino alla sfrontatezza di utilizzare un motto che era oggetto di ispirazione della sua scuola – I care – come logo di un Congresso di partito” (i Ds, nel gennaio 2000, ndr).
Pubblichiamo in anteprima alcune parti del primo capitolo (L’Italia e la Chiesa del tempo delle Esperienze pastorali) e del quarto capitolo del libro (Don Lorenzo Milani – Tommaso Fiore: un carteggio inedito su Esperienze pastorali), compresa una delle lettere di don Milani a Tommaso Fiore. (luca kocci)