TESTI BIBBLICI
Dal libro della Sapienza
La notte della liberazione,
desti al tuo popolo, Signore,
una colonna di fuoco,
come guida in un viaggio sconosciuto
e come un sole innocuo per il glorioso emigrare.
Quella notte fu preannunziata ai nostri padri,
perché, sapendo a quali promesse avevano creduto,
stessero di buon animo.
Il tuo popolo si attendeva
la salvezza dei giusti come lo sterminio dei nemici.
Difatti come punisti gli avversari,
così ci rendesti gloriosi, chiamandoci a te.
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto
e si imposero, concordi, questa legge divina:
i santi avrebbero partecipato ugualmente
ai beni e ai pericoli,
intonando prima i canti di lode dei padri.
SALMO
RESPONSORIALE
dal Salmo 32
Beato il popolo che appartiene al Signore.
Esultate, giusti, nel Signore:
ai retti si addice la lode.
Beata la nazione il cui Dio è il Signore,
il popolo che si è scelto come erede.
Ecco, l’occhio del Signore veglia su chi lo teme,
su chi spera nella sua grazia,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore,
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Signore, sia su di noi la tua grazia,
perché in te speriamo.
SECONDA LETTURA
Eb 11,1-2.8-19
Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.
Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.
Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una tua discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.
CANTO AL VANGELO
Mt 24,42-44
Alleluia, alleluia.
Vegliate e state pronti,
perché non sapete in quale giorno verrà il Signore.
Alleluia.
VANGELO
Lc 12,32-48
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignuola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa.
Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”.
Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore, assegnandogli il posto fra gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”.
COMMENTO
L’estate, lo sappiamo, è tempo di partenze e di ritorni. In queste domeniche, mentre le chiese cittadine si svuotano un po’, si riempiono le strade e le spiagge. C’è però anche chi non parte. C’è chi è chiamato spesso solo ad aspettare un ritorno. L’attesa di per sé è sempre una dimensione particolarmente difficile. Soprattutto in questo periodo, pensando a chi è in viaggio, si attende una telefonata che rassicuri, un messaggio di saluto, un bussare alla porta che ridona al cuore la pace.
Dopo la parabola del ricco stolto e l’invito ad arricchire davanti a Dio, la liturgia di oggi ci parla di attese. In realtà nel vangelo di Luca c’è – tra i due testi – un altro di notevole importanza (cfr. Lc 12,22-31) che fa da ponte: l’abbandono alla provvidenza. Chi pensa agli altri invece che a se stesso, certo che Dio provvede a lui, trova un tesoro inalterabile: l’amore.
Il cristiano è colui che è chiamato a vivere ogni istante della sua vita nell’amore, attendendo così il ritorno di Colui che ci ha amato fino alla fine. L’attesa per noi non è densa di preoccupazioni per un possibile non ritorno. Noi sappiamo, siamo certi che Lui tornerà. L’attesa si deve trasformare in un servizio di amore. “attendere – come amava dire don Tonino Bello – è l’infinito del verbo amare”.
Luca ci presenta così una serie di tre parabole che ci esortano alla vigilanza, tema che ci proietta un po’ alla fine dell’anno liturgico e al periodo di avvento. L’introduzione è ricca di tenerezza: Gesù invita a non temere, chiamando i suoi amici e noi “piccolo gregge”.
Poi Gesù usa immagini un po’ distanti, che non indicano un’attesa positiva: il servo che attende il padrone; la casa che attende il ladro.
I servi, liberi del padrone, possono finalmente avere un po’ di tempo libero, possono anche divertirsi. Sperano che il padrone ritardi. A maggior ragione il padrone di casa non attende proprio il ladro, spera di non avere mai questa visita infelice. Gesù qui non vuole sottolineare chi bisogna attendere, ma piuttosto il modo: la vigilanza. Se i servi e i padroni sono vigilanti verso qualcuno che non si vuole che torni presto o che venga, quanto più lo dobbiamo essere noi verso chi vogliamo nella gioia che venga.
Essere vigilanti nei confronti del Signore significa riconoscere che lui viene sempre nella nostra vita, “è alla porta e bussa”, dà un senso nuovo ad ogni nostra giornata. Significa stupirsi ogni giorno di colui che siamo chiamati a servire, e che invece ci serve, come nel gesto unico e splendido della lavanda dei piedi nell’ultima cena. Non è forse un’immagine chiara dell’eucaristia, segno quotidiano di un Dio che ci invita a tavola e passa accanto a ciascuno per servirci e per donare se stesso?
Eppure, tra tutti i servi chiamati ad attenderlo, c’è il ministero particolare dei responsabili delle chiese: gli amministratori, i pastori. Essi, tra tutti, non solo sono chiamati ad attendere in modo vigilante, ma anche ad aiutare la comunità a vivere in questa dimensione di servizio e di amore. Per questo siamo chiamati a pregare in particolare per i nostri pastori, perché siano sempre pronti a riconoscere e a far riconoscere il passaggio di Dio nella nostra vita.
Chi ha sperimentato la forza rivoluzionaria del vangelo non può tornare a casa inerte, insensibile alla voce di chi soffre, disinteressato del problema dell’altro. La fede, di cui ci parla lo splendido testo della lettera agli ebri, ci spinge alla fedeltà, alla fiducia, all’apertura all’altro. Il servo è “fedele” perché il padrone è uno che ci chiama amici, è uno che si è fatto servo.
Il servo, divenuto amico, potrà allora attendere Gesù come il ladro, perché egli è l’unico capace di rapire il nostro cuore, Santa Teresa di Gesù Bambino, nella sua agonia, invocava il Signore chiamandolo con amore “il Ladro”.
Lasciamoci derubare di tutto ciò che ostacola il nostro incontro con Dio, per passare dalla schiavitù al servizio, dalla notte della liberazione alla luce della terra promessa, e porremo il nostro cuore lì dov’è il vero tesoro.