Archivio di settembre 2007

DA LUNEDI’ CON TUTTI VOI IN CAMERUN

venerdì 14 settembre 2007

Carissimi,vi chiedo preghiere per il mio viaggio in Camerun.Ritorno ancora tra le nostre amiche Carmelitane per vivere con loro momenti di preghiera.Avevo promesso di ritornare da loro per predicare gli esercizi ,cosi’ ,se il Signore vorrà,lunidi’ sera saro’ da loro e dopo pochi giorni inizieremo gli ESERCIZI SPIRITUALI. Incontrero’ anche i giovani della Parrocchia di Etudi’,e portero’ ,con le magliette animafrica,i vostri saluti e la vostra amicizia.Saro’ di ritorno il 7 ottobre.

Resteremo in comunione tramite la gioia di vivere la stessa fede-speranza-amore per i nostri fratelli africani.Se internet lo permetterà,con Sr.Giovanna cercheremo di inviarvi notizie del nostro cammino spirituale.Conto molto sul vostro ricordo e preghiera.Vi abbraccio tutti P.Francesco

CONGO: SVILUPPO O IMTERESSI ECONOMICI ?

giovedì 13 settembre 2007
Congo: sviluppo o interessi economici? PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Manes – Nigrizia   
ImageA Tenke è in progetto un’immensa miniera per l’estrazione di rame e cobalto: dovrebbe sostenere l’economia della Rdc, secondo la Banca europea per gli investimenti. CRBM denuncia: oltre all’impatto ambientale, il contratto fa solo gli interessi degli europei.

Secondo la Banca europea per gli investimenti (BEI) è un progetto ideale per ridurre l’endemica povertà che affligge da anni la Repubblica Democratica del Congo. Il governo locale e soprattutto le Ong – tra cui l’italiana CRBM – che formano la campagna di monitoraggio dell’operato della stessa BEI invece non sono della stessa opinione.

Insomma, il Tenke Fungurume Mining Project sta scatenando una serie di controversie che non sembrano destinate a risolversi nello spazio di poco tempo.


Questa volta il nodo della questione non sono solo gli impatti socio-ambientali, che pure sono presenti e di considerevole entità, visto che il progetto comporta la creazione di una gigantesca miniera a cielo aperto da cui dovrebbero essere estratte 115mila tonnellate di rame e 8mila di cobalto.

A lasciare molte perplessità sono soprattutto le modalità contrattuali. Lo scorso maggio l’esecutivo congolese ha annunciato la sua intenzione di rivedere i contratti minerari siglati durante gli ultimi dieci anni, un periodo caratterizzato prima dalla sanguinosa guerra civile che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime e poi dall’insediamento di un governo di transizione, rimasto in carica fino alle recenti elezioni. Vari audit della Banca mondiale, diversi studi indipendenti e un rapporto del parlamento congolese hanno messo in discussione la legittimità e correttezza dei contratti, che sono in tutto una sessantina (quello di Tenke è uno dei più importanti).

La Banca Mondiale ha espresso forti dubbi sulle modalità di acquisizione e sui termini del contratto di Tenke, dal momento che, come negli altri accordi, ci sarebbe una pressoché totale mancanza di trasparenza, un conflitto di interessi non dichiarato, dei pagamenti quanto meno sospetti e l’inserimento di termini contrattuali che sono molto svantaggiosi per il governo congolese.

Non a caso l’Overseas Private Investment Corporation (OPIC), l’agenzia di credito all’esportazione degli Stati Uniti, ha deciso di ritardare la sua decisione in merito al finanziamento di Tenke per poter così acquisire maggiori elementi sulla questione.

La BEI, invece, tira dritta per la sua strada. Ha già approvato un finanziamento di 100 milioni di euro e non intende dare troppo ascolto alle preoccupazioni sollevate dalle Ong internazionali, che hanno messo in discussione l’effettiva finalità di sviluppo del progetto.

“L’aver deciso sul sostegno al progetto prima del completamento del processo di revisione instaurato dall’esecutivo congolese ci sembra un gesto in contrasto con iniziative basate sulla trasparenza e sul buon governo come quella attualmente in atto su Tenke” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “Un brutto segnale, per di più lanciato dalla banca di sviluppo dell’Unione europea” ha aggiunto l’Amicucci.

Nei prossimi mesi vedremo se la troppa fiducia della BEI sarà smentita dai fatti.

LETTERA DI P.ANGELO DALLA COLOMBIA

martedì 11 settembre 2007

DOMENICA VENTIQUATTRESIMA DEL TEMPO ORDINARIO

lunedì 10 settembre 2007

DOMENICA VENTIQUATTRESIMA DEL TEMPO ORDINARIO
 

 

LETTURE
 

Prima lettura: Es 32, 7-11.13-14
Seconda lettura: 1Tim 1,12-17
Vangelo: Lc 15,1-32  
 

Nell’insieme della liturgia risuona la misericordia di Dio Padre. Ha la sua nota più elevata nel vangelo, che raccoglie tre magnifiche parabole della misericordia divina verso i peccatori. Nella prima lettura, ascoltiamo la musica della misericordia di Dio verso il suo popolo, grazie all’intervento di intercessione di Mosè. In ultimo, nella prima lettera di san Paolo a Timoteo, sentiamo una certa commozione udendo la confessione che Paolo fa della misericordia di Gesù Cristo verso di lui: “Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità” .

 

1. Amore e perdono: le due facce della misericordia. Il Dio che Gesù Cristo ci “dipinge” nelle tre parabole evangeliche, è il Dio dell’amore. Dio ama i peccatori, e per questo li cerca come il buon pastore va alla ricerca delle pecore smarrite: o come una padrona di casa cerca un assegno che non sa dove ha messo, finché lo trova. Dio ama il peccatore, come un padre ama i suoi figli: quello “sfrontato”, che va via di casa chiedendogli in anticipo la sua eredità, e quello che resta in casa, ma si comporta con lui in modo distante e qualche volta scontroso. E poiché ama, non può fare altro che mostrare il suo amore: perdonando, comunicando l’amore, celebrando la festa, invitando tutti a condividere la sua gioia. Questo ritratto di Dio, dipinto da Gesù Cristo, ci commuove e ci infonde coraggio per vivere degnamente come figli. Questo ritratto risalta ancor di più se lo poniamo a fianco del ritratto che ci offre la prima lettura, tratta dalla storia dell’Esodo. L’autore ci narra ciò che si potrebbe denominare “il peccato originale” del popolo di Israele: appena finito di “firmare” il patto di alleanza con Javeh, rompendo codesta alleanza, si costruiscono un toro di metallo fuso e lo trasformano nel loro “dio” invece di Javeh. Dio si riempie di ira, e vuole sterminarli. Soltanto l’intercessione di Mosè fa sì che Dio “si penta” ed apra la porta del suo cuore alla misericordia. Indubbiamente, c’è un progresso nella rivelazione del cuore di Dio! Con Paolo ci rendiamo conto che adesso la misericordia di Dio porta per nome “Gesù Cristo”. In effetti, Cristo non solo gli si è mostrato misericordioso, traendolo fuori dal suo accecamento sulla via di Damasco, ma ha avuto altresì tanta fiducia in lui, da chiamarlo a predicare il vangelo della misericordia nel mondo intero. Come non sentire una profonda gratitudine davanti a tanta magnanimità di Gesù Cristo!
 

2. Caratteristiche della misericordia divina. 1) Innanzitutto si dovrà sottolineare che la misericordia di Dio non è sottomessa alle leggi del tempo. E questo, in un duplice senso: primo, qualsiasi momento è buono perché il Buon Pastore cerchi la pecora perduta, come qualsiasi è buono perché il figlio si metta in cammino verso la casa del padre; in secondo luogo, la porta del cuore del Padre è aperta ventiquattro ore al giorno, non ha orari. Nessuno potrà dire a Dio: “Quando ti ho cercato, tu non c’eri”. 2) La misericordia divina non si esaurisce mai, è segnata dall’eternità che Egli è, e nella quale Egli vive. Finché esisterà la vita, ci sarà sempre la possibilità di ricorrere a Lui e di essere accolti nelle sua braccia di Padre. Dio non guarda il comportamento indegno che si è avuto, né il numero delle volte che lo si è abbandonato e disprezzato: guarda unicamente i movimenti interiori dell’anima che anela al perdono e all’abbraccio paterno, guarda gli occhi umidi come uno smeraldo in cui brilla il pentimento, guarda i passi indecisi di chi si avvicina a Lui per dirgli: “Ho peccato. Perdonami. Che cosa vuoi che faccia?”. Dio non guarda alla categoria del peccato, ma alla categoria dell’anima. 3) La misericordia di Dio è trasformante, rivoluziona, in una certa maniera, la vita dell’uomo. Il popolo di Israele, in mezzo a tante difficoltà e nonostante le sue cadute ed infedeltà, portò sempre alta la bandiera del Dio fedele e redentore del suo popolo. Il caso di Paolo è luminoso: mise tutte le sue qualità al servizio del vangelo di Gesù Cristo, e per lui si spese e si consumò, fino a dare la sua vita. Dei due figli, non sappiamo come sarebbe continuata la storia, ma non dobbiamo forse pensare che si sarebbero comportati in futuro come figli fedeli e affettuosi?

  

1. La difficile scienza del perdono cristiano. La Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, è la cattedra dalla quale Dio insegna ai cristiani, e a tutti gli uomini, la scienza della misericordia, dell’amore e del perdono. È una scienza il cui apprendistato dura l’intera esistenza, perché in qualsiasi momento della vita ci può insidiare l’artiglio dell’odio o della disperazione nel dolore. Come amare chi ti ha diffamato o calunniato, privatamente o pubblicamente? Come perdonare chi, in tua assenza, è entrato in casa tua e ti ha derubato? Come amare un pedofilo, che ha voluto abusare dei tuoi figli o di quelli dei tuoi vicini ed amici? Come perdonare chi ha messo tua figlia nel nero tunnel della tossicodipendenza, distruggendo così tua figlia e la tua famiglia? Queste domande, ed altre similari, mostrano quanto sia difficile la scienza del perdono cristiano. Ma l’ideale è chiaro. Se siamo stati promossi in questa dura e strana scienza, siamo grati al Signore, e continuiamo a cercare di superare la nostra votazione. Tuttavia, non ci scoraggiamo, se ancora siamo lontani da lui. Innanzitutto, manteniamo la decisione e la volontà di imparare questa misteriosa scienza, nonostante tutti gli ostacoli che incontreremo. Poi, cerchiamo di esercitarci nel perdonare ad altri le piccole mancanze di rispetto o di attenzione, gli scherzi pesanti che qualcuno ci potrebbe fare, ecc. per crescere e estendere a poco a poco la nostra capacità mediante l’esercizio. Leggiamo, anche, spesso, la Bibbia, soprattutto queste parabole della misericordia, i salmi in cui riluce in modo ammirevole la misericordia divina, e tanti altri testi in cui appare la misericordia di Dio in azione. In ultima istanza, alziamo il nostro sguardo e il nostro cuore verso Gesù Cristo, verso tutta la sua vita, dall’incarnazione alla croce e alla resurrezione, affinché nel contatto assiduo e orante con la vita e il mistero di Gesù Cristo, andiamo assimilando gradualmente, passo dopo passo, la meravigliosa scienza del perdono cristiano. Difficile scienza! Tutto il nostro essere si ribella di fronte a certi casi e situazioni. Meravigliosa scienza! Con il perdono dell’offesa, tutta l’umanità in certo modo è migliorata e resa degna, e Dio potrà dire: “Soltanto per questo vale la pena di aver creato l’uomo”.
 

2. Il potere dell’intercessione. L’intercessione è un altro dei nomi dell’amore. Chi intercede si situa come un ponte di amore tra l’offensore e la persona offesa. Ama l’offeso, e per questo condivide la sua pena, ma ha anche la confidenza sufficiente per supplicarlo in favore dell’offensore. Ama l’offensore, cerca di muoverlo al pentimento di ciò che ha fatto, e lo induce perfino a chiedere perdono alla persona offesa. E così, mediante l’intercessione, si ottiene la riconciliazione e si stabilisce finanche l’amicizia. L’intercessione cristiana non esclude nessun ambito della vita: intercedere per un familiare presso un altro che è stato offeso; intercedere per un condannato a morte perché la condanna non sia eseguita; intercedere per i prigionieri politici, perché siano liberati, ecc. Però l’intercessione cristiana è eminentemente religiosa: intercedere presso Dio per i peccatori. È ciò che fa Mosè davanti al peccato degli israeliti, come ci narra la prima lettura. È soprattutto ciò che fa Gesù Cristo, poiché tutta la sua vita si può riassumere come una costante intercessione presso il Padre per ottenere la redenzione dell’umanità peccatrice. Nel catechismo ci viene insegnato che “l’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma molto da vicino alla preghiera di Gesù, l’unico intercessore presso il Padre” (CCC 2634).
 

MILANO: TRASFERITO IL PRETE CHE HA DIFESO I ROM

lunedì 10 settembre 2007

MILANO: TRASFERITO IL PRETE CHE HA DIFESO I ROM

34029. MILANO-ADISTA. Una storia emblematica di questi nostri tempi, in cui ci si accanisce contro lavavetri, prostitute e writer metropolitani e chi difende i poveri e gli immigrati viene lasciato solo, divenendo spesso oggetto di contestazione o emarginazione da parte della sua comunità. Come ad Opera, cittadina di 14mila abitanti a sud di Milano, dove don Renato Rebuzzini, 65 anni, parroco della parrocchia dei Ss. Pietro e Paolo, noto per il suo impegno a fianco dei rom, se ne va dopo quasi 14 anni: dal primo settembre, infatti, a dire messa al suo posto c’è un nuovo parroco, don Olinto Roberto Ballerini. In Curia assicurano che l’avvicendamento è fisiologico. Anche don Renato sostiene che la sua partenza era concordata da diversi mesi. Ma è difficile pensare che alla base del trasferimento di don Roberto non vi sia il clima di tensione causato dal suo forte impegno in difesa dei nomadi del campo di Opera.

Tutto ebbe inizio quando, a metà dicembre 2006, il Comune di Milano (giunta di destra guidata da Letizia Moratti), la Prefettura e la Provincia decisero, in attesa di trovare una soluzione definitiva, di allestire ad Opera un campo nomadi provvisorio (durata prevista: tre mesi) per una settantina di rom rumeni, più della metà donne e bambini (tutti peraltro muniti di regolare permesso di soggiorno), sgomberati il 14 dicembre dal campo di via Ripamonti, a Milano. Il sindaco di Opera, Alessandro Ramazzotti (centrosinistra), diede la disponibilità del Comune a risolvere l’emergenza, trattandosi di decine di famiglie finite in mezzo a una strada in pieno inverno. La Protezione Civile allestì una tendopoli, mentre dell’assistenza dei rom e del rispetto delle regole da parte degli occupanti si fece garante La Casa della Carità di don Virginio Colmegna di Milano. Ma gli abitanti di Opera i nomadi non li volevano. Vuoi per il clima mediatico che dipinge i rom come la causa principale del degrado urbano e dei problemi sociali, vuoi per l’impegno a livello locale di Alleanza Nazionale e soprattutto della Lega Nord nel fomentare la popolazione, nella cittadina sorse subito un comitato di residenti – il cui leader era Enzo Fusco, capogruppo della Lega in Comune – che si batteva contro l’insediamento del campo.

La sera del 21 dicembre 2006, era in programma una seduta del consiglio comunale dedicata alla questione dei rom. Ma la sala venne occupata da centinaia di persone (molte, pare, fatte venire appositamente da fuori). Molti gli improperi all’indirizzo del sindaco e della giunta. Alle 22, un consistente gruppo, incitato da Fusco, abbandonò la sede del Comune: “Andiamo al campo rom”. Nacque un presidio, non autorizzato, durante il quale vennero bruciate sei tende mentre altre sette furono divelte e alcune auto della Protezione Civile danneggiate. Per quei fatti i carabinieri indagarono nove persone, tra cui Fusco; tutte sono ora in attesa della decisione sull’eventuale rinvio a giudizio per danneggiamento, devastazione, occupazione di suolo pubblico, associazione a delinquere, interruzione di pubblico servizio ed altri capi d’imputazione correlati. Il pogrom – denunciò il sindaco – era nell’aria da giorni. Ma le forze dell’ordine arrivarono solo a cose ormai fatte. E da quel giorno il clima ad Opera divenne sempre più incandescente: gruppi di residenti, notte e giorno, presidiavano l’entrata dell’insediamento rom; un contesto che indusse le istituzioni a decidere il trasferimento dei settanta rumeni prima del tempo.

Don Renato era stato da subito favorevole alla proposta di accogliere i nomadi. In un contesto in cui paure irrazionali si mischiavano a violenze collettive, il parroco ebbe il coraggio di reagire duramente contro quella parte di cittadinanza che rifiutava ospitalità temporanea a famiglie in difficoltà. Dopo il rogo del campo, scrisse una lettera aperta in cui faceva appello alla solidarietà e contemporaneamente censurava il comportamento di “donne e uomini, giovani e anziani, anche bambini, tutti assatanati, privi di ogni intelletto e di ogni sentimento vagamente umano”. Poi, la notte di Natale, durante la messa, il parroco pronunciò un’omelia altrettanto dura, affermando che non c’erano le condizioni per scambiarsi il rituale “segno di pace”: un gesto che significa riconciliazione e fratellanza sarebbe suonato ipocrita per una comunità che non aveva saputo accogliere i suoi fratelli più sfortunati.

Ora che don Renato (che nel 1979 ha fondato a Milano – dirigendola fino al ’93 – la Comunità del Giambellino per tossicodipendenti e che nel 1994 divenne cappellano del carcere di Opera) lascia, i suoi nemici esultano. La Lega ha dato l’annuncio della sua partenza con un comunicato (firmato dal solito Fusco) dai toni trionfanti: se ne va don Renato Rebuzzini, il “parroco che leggeva il manifesto“, il prete ha sfidato gli operesi facendo “scappare i fedeli dalla chiesa”, con un comportamento dettato “forse da interessi tutt’altro che legati alla fede ma, piuttosto, alla gestione degli aiuti ai nomadi”.

Parole che hanno provocato una dura reazione del primo cittadino di Opera, Alessandro Ramazzotti: “L’attacco del consigliere Ettore Fusco a don Renato e alla Chiesa milanese è inaccettabile. Mi limito a ricordargli le parole del cardinale Tettamanzi al ritorno, nel marzo scorso, dal Pellegrinaggio in Terrasanta: non è certo alimentando la paura che si può realizzare quel dialogo, quel confronto, quella collaborazione che sono poi l’unica strada possibile per la convivenza”. (valerio gigante)

AVVISO A TUTTI GLI AMICI DELLA MONDIALITA’ LUNEDI’10 SETTEMBRE ORE 21 INCONTRO ALLA CONSOLATA DI GAMBETTOLA PROGRAMMAZIONE ANNO 2007-2008-E MIA PARTENZA PER IL CAMERUN

domenica 9 settembre 2007

LA GRANDEZZA DELLA SEMPLICITA’ DI T.TERZANI

domenica 9 settembre 2007

La grandezza della semplicità       
Scritto da Tiziano Terzani – Avvenire    

Nel decimo anniversario della scomparsa di Madre Teresa, riproponiamo il reportage dell’incontro che il giornalista e scrittore Tiziano Terzani ebbe con lei a Calcutta nel 1996, poi confluito in gran parte nel volume «In Asia» (Longanesi).

 

Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi aveva dedicato, quando lei, guardandomi fissa coi suoi occhi azzurri arrossati dall’età, mi ha chiesto: «Ma perché tutte queste domande?». «Perché voglio scrivere di lei, Madre». «Non scriva di me. Scriva di Lui…», ha detto, alzando gli occhi al cielo. Poi s’è fermata, ha preso le mie mani nelle sue – grandi, tozze e già un po’ deformi – e, come volesse confidarmi un gran segreto, ha continuato: «Anzi, la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno dei nostri centri… Vada a lavorare un po’ nella casa dei morenti». Madre Teresa era tutta lì.

 

 

Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella Casa Madre sulla Circular Road, ho visitato il centro per i lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati mentali e quella per le ragazze mezzo impazzite nelle prigioni. L’ho accompagnata a Guwahati, nello Stato dell’Assam, dove Madre Teresa è andata a inaugurare il primo rifugio in India per le vittime dell’Aids, un’altra categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati via dagli ospedali, ostracizzati dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie.

 

Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Ho voluto farmi una mia idea della sua opera; sapendo che, per capire Madre Teresa bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi, disgustato: casa per i derelitti morenti dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un passo e si legge: il fine più alto della vita umana è quello di morire in pace con Dio. Ci si potrebbe voltare e tornare indietro in disaccordo con questa interpretazione dell’esistenza, ma gli occhi cadono su una brandina dov’è disteso una sorta di fagotto d’ossa e pelle: un vecchio, ormai senza età, con gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d’aria. Una suora gli siede accanto e gli accarezza una mano. «L’hanno trovato ieri su un mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in paradiso».

 

Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato, sbagliato. Kaligath, nella periferia meridionale di Calcutta, è una città di per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla faccia della terra solo per provare che Lui non esiste (oppure che c’è bisogno che esista?). Arrivarci a piedi, passando i due crematori municipali dove centinaia di cadaveri vanno ogni giorno in fumo, soffermandosi davanti ai vari templi e tempietti, bordelli e negozi, venditori di frutta e di amuleti è un perfetto esercizio spirituale per spogliarsi dei propri pregiudizi, per lasciarsi dietro quella «ragione» su cui noi occidentali contiamo così tanto per spiegarci tutto.

 

Oggi di queste case ce ne sono decine in tutto il mondo; ma è a questa che Madre Teresa è legatissima. «Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi», mi raccontò. «Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli a uno a uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: «Son vissuto come un animale per le strade, ma muoio come un angelo» e, morendo, mi fece un bellissimo sorriso. Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: amore in azione. Semplice».

 

Sì, semplice. Semplice com’è lei. A incontrarla, come nel caso del Dalai Lama, la prima cosa che colpisce è appunto questa: che, se c’è grandezza, è nella sua semplicità. Come il Dalai Lama, Madre Teresa non è un’intellettuale, le cose che dice sono elementari, le storie che racconta sono sempre le stesse, ma, come le parabole, hanno un fondo di verità e restano impresse, accendono la fantasia. Alla base di tutta la sua opera c’è un’idea sola: «Servire i più poveri dei poveri» e su quell’idea ha fondato tutto, senza mai un dubbio, senza mai un tentennamento. «Come si possono avere dubbi su quel che si fa? Il lavoro è Suo», dice, sempre rivolgendosi al Cielo che sembra essere il suo vero interlocutore.

 

In tempi di liberalismo e di liberazione sessuale lei parla del senso dell’amore, del valore della verginità. Ora che l’acquisizione di beni materiali sembra la grande, unica grande ossessione comune a tutta l’umanità, ora che la ricchezza sembra il principale criterio di successo e di moralità, lei insiste sulla «santità dei poveri» e vuole che le sue suore vivano come quelli. Tre sari, un crocefisso, un rosario e una sporta son le uniche cose che una missionaria della Carità può possedere.

 

Nel 1994 venne l’operazione «smitizzazione» guidata da Tariq Alì, un ex leader studentesco dell’ultrasinistra di origine pakistana, e da Christopher Hitchens, uno scrittore già noto per un suo velenosissimo libro contro la monarchia inglese. Senza entrare nel mondo di miseria dell’India, né in quello di fede di Madre Teresa, l’intera opera delle Missionarie della Carità viene smontata in nome della ragione, dell’efficienza e di una moralità che distingue fra benefattori buoni e cattivi. Quanto al «miracolo», è una bugia, scrive Hitchens.

 

Eppure basta andare a Kaligath e il «miracolo» è davanti agli occhi di tutti. Ogni mattina alle 7, una ventina di volontari si presentano alla «Casa dei morenti» per aiutare le suore. Per lo più sono occidentali, spesso studenti universitari, che, invece di passare le loro vacanze ad abbronzarsi sulle spiagge di Goa, scelgono di andare a lavorare lì. La prima volta che ci sono arrivato, anch’io per fare quell’esperienza, per cercare di capire, c’erano un tedesco impiegato di banca, una donna del mondo della moda di New York, alcune ragazze spagnole e una coppia d’italiani in viaggio di nozze. Pulivano i pavimenti, facevano il bagno ai malati, toglievano, in un puzzo rivoltante di escrementi, i lenzuoli sporchi e lavavano, a mano, le coperte e i materassini blu delle brande. «Questo è il posto più bello dell’India», diceva Andi, il tedesco.

 

«Una volta lei, Madre, ha detto che, se ci fosse di nuovo da scegliere fra la Chiesa e Galileo, lei starebbe ancora dalla parte della Chiesa. Ma non è questo un rifiuto della modernità, un rifiuto della scienza che oggi è invece la grande fede dell’Occidente?» ho chiesto. «Allora perché l’Occidente lascia morire la gente per le strade? Perché? Perché tocca a noi 135 a Washington, a New York, in tutte queste grandi città, aprire dei posti per dar da mangiare ai poveri? Diamo cibo, vestiti, rifugio, ma soprattutto diamo amore perché sentirsi rifiutati da tutti, sentirsi non amati è ancor peggio che aver fame e freddo. Questa è oggi la grande malattia del mondo. Anche di quello occidentale.»

 

Penso a Gandhi. Anche lui non credeva che i problemi dell’umanità potessero essere risolti da una rivoluzione sociale, politica o scientifica, ma solo da una rivoluzione spirituale. Peccato che, anche in India, quella rivoluzione non sia avvenuta. E il messaggio di Madre Teresa finirà, come quello di Gandhi, per essere dimenticato dopo la sua scomparsa? «Il futuro non è affar mio», mi ha risposto. «Nemmeno quello del suo ordine?». «No. Lui provvederà. Lui ha scelto me e allo stesso modo sceglierà qualcuno che continuerà il lavoro».

 

Le ricordo un sogno che lei stessa ha raccontato. Madre Teresa si presenta a san Pietro e quello, fermo sulla porta, dice: «Via, via. Questo non è un posto per te. In Paradiso non ci sono i poveracci e i baraccati». «Allora riempirò questo posto di quella gente, così poi avrò anch’io il diritto di venirci», gli risponde Madre Teresa. «Ora crede di avercene manda ti abbastanza da aver conquistato quel diritto, Madre? Si sente vicina?» le ho chiesto. «Aspetto che mi chiami». «Non ha paura della morte?». «No. Perché dovrei? Ho visto tantissima gente morire e nessuno attorno a me è morto male».

 

S’era fatto tardi e la campana era già suonata due volte per chiamare a raccolta nella cappella al primo piano le suore e i volontari per la preghiera della sera e lei voleva andare a prendere il suo posto, inginocchiata su un pezzo di balla. A guardarla quell’ultima volta, in mezzo alla sua gente, mi pareva che le preoccupazioni che tanti «ragionevoli» si fanno sul futuro delle Missionarie della Carità fossero superflue. Se il lavoro che lei e le suore fanno non è il «loro», ma il Suo, quel lavoro certo continuerà. Perché qui quel che più conta è credere.

DA TUTTA L’AFRICA NOTIZIE DI DISASTRI

domenica 9 settembre 2007

Milioni di africani colpite da piogge… (II)       
Scritto da www.misna.org    

CAMERUN- Sono almeno sei le persone morte e una ventina quelle ferite, inclusa una donna ancora in coma, per le violente piogge e le successive alluvioni avvenute nei giorni scorsi nella zona di Mokolo (a circa 1300 chilometri da Yaoundé). Le alluvioni hanno causato anche gravi danni alle infrastrutture, distruggendo quattro ponti e lasciando così isolate numerose località. Secondo le prime stime almeno 4000 persone sarebbero state colpite duramente dal maltempo, e la metà di queste è rimasta senza-tetto e si trova attualmente ospitata in strutture religiose locali.

 

MALI – Sono almeno 15 le persone morte nel paese a causa delle alluvioni avvenute in varie zone e che hanno causato anche 32.000 senza tetto. Al momento la maggior parte degli sfollati vive all’interno delle scuole pubbliche, ma le autorità stanno cercando di allestire dei campi per ospitarli.

 

 

BURKINA FASO – Il paese è stato uno dei primi, dallo scorso giugno, ad essere stato interessato da forti piogge e conseguenti alluvioni che finora, secondo bilanci parziali, hanno causato la morte di sette persone, il ferimento di altre decine e danni a oltre 20.000 abitanti. Le alluvioni, che inizialmente avevano interessato la provincia settentrionale di Loroum e quelle orientali di Kouritenga e Namintinga, si stanno estendendo in questi giorni anche nelle zone meridionali e soprattutto nella provincia di Nahouri. In attesa che la macchina degli aiuti si metta in moto, le autorità hanno fatto sapere che a causa del maltempo sarà quasi certamente rinviata l’apertura dell’anno scolastico prevista a metà settembre. Un appello alla comunità internazionale è stato lanciato nei giorni scorsi per coordinare gli aiuti.

 

MAURITANIA – Fuggiti dalle alluvioni dei primi di agosto, migliaia di mauritani restano ancora in attesa di ricevere aiuti dalle autorità per l’ondata di maltempo che ha colpito soprattutto le terre basse della regione sud-orientale. Anche in questo paese resta incerto il bilancio delle vittime, anche se, in basse alle uniche cifre disponibili, 11.000 persone sono rimaste senza casa nel solo villaggio di Tintane.

 

SENEGAL – Dopo una partenza lenta, la stagione delle piogge ha causato danni e problemi anche in Senegal, dove alluvioni hanno provocato guasti alla rete elettrica e creato condizioni pericolose a Dakar, Ziguinchor e alcune regioni dell’estremo nord del paese.

 

NIGER – Sono almeno 10 le persone morte e altrettante quelle rimaste ferite per le piogge torrenziali cadute su varie zone del paese a partire dalla prima settimana di agosto. Tra le zone più colpite la regione di Zinder, centro-sud del paese, e l’area di Maradi, capitale economica nigerina. Secondo le stime governative, sono 12.200 le persone colpite dal maltempo.

 

NIGERIA – Sono almeno 50, secondo i bilanci diffusi dalla stampa locale, le persone morte per il maltempo che ha colpito lo stato centrale nigeriano del Plateau. Le piogge hanno causato danni e lo sfollamento di un migliaio di persone anche a Lagos. Nessuna vittima, almeno per ora, ma diverse migliaia di senza tetto sono stati provocati dalle forti piogge cadute per 12 ore consecutive il 28 agosto scorso nello stato nordorientale di Kebbi. Le piogge hanno causato anche gravi danni all’agricoltura e agli allevamenti di bestiame, mettendo in ginocchio le popolazioni locali.

 

COSTA D’AVORIO – Piogge e alluvioni hanno interessato soprattutto la zona di Agboville, un centinaio di chilometri a nord di Abidjan, dove alcune migliaia di sfollati sono costretti a fare i conti con la mancanza di punti di approvvigionamento di acqua. Una situazione che fa crescere il rischio del diffondersi di malattie ed epidemie.

 

LIBERIA – Sono state soprattutto le città costiere di Robertsport e Buchanan a pagare il prezzo delle forte piogge cadute nei giorni scorsi sulla Liberia, dove le precipitazioni violente hanno distrutto edifici, abitazioni e anche alcuni ponti, oltre ad aver provocato cedimenti o smottamenti lungo alcuni tratti della costa liberiana. Le forti piogge cadute il 25 e 26 agosto hanno cusato gravi danni e problemi nella capitale Monrovia, facendo crescere pericolosamente anche i livelli di alcuni dei fiumi della zona. Secondo le ultime stime dell’ONU sarebbero almeno 17.000 gli sfollati causati dal maltempo e che, tranne qualche sacco di riso, non avrebbero ancora ricevuto aiuto.

 

SUDAFRICA – Sono state almeno 10.000 le persone colpite dalle improvvise alluvioni provocate dalle forti piogge cadute a fine luglio soprattutto nella zona di città del Capo. Si trattava in prevalenza di abitanti di agglomerati informali e baraccopoli sorte alla periferia della città.

 

MOZAMBICO – Nonostante l’impegno preso dal governo di Maputo, molti dei 60.000 sfollati causati dalle alluvioni provocate dalle esondazione dei fiumi Zambezi e Buzi continuano ad attendere una sistemazione alternativa. 

IN AFRICA LE PIOGGE

domenica 9 settembre 2007

Milioni di africani colpite da piogge… (I)       

Scritto da www.misna.org    

Centinaia di morti, decine di migliaia di senza tetto e milioni di persone danneggiate a vario titolo: questo l’impatto avuto su gran parte del continente africano dalle forti precipitazioni che hanno caratterizzato la stagione delle piogge di quest’anno.

 

Come accaduto in Asia con i monsoni, anche il continente africano ha registrato in questi mesi precipitazioni record in una stagione che in vari paesi ha fatto segnare le piogge peggiori degli ultimi decenni, alimentando così alluvioni e smottamenti del terreno che hanno provocato ingenti danni in tutte le zone dell’Africa dal Senegal alla Somalia e dal Ciad al Sudafrica, con particolare rilievo nella zona del Sahel e in Africa orientale.

 

L’assenza di bilanci certi, dato che spesso ad essere colpite sono le regioni più povere e remote dei rispettivi paesi, e la mancanza di un coordinamento sia informativo che di gestione delle emergenze, fanno si che in circolazione vi siano stime che possono solo dare un vaga idea dell’impatto avuto dal maltempo.

 

SUDAN – Il Sudan sta affrontando quelle che sono state unanimemente definite come le peggiori piogge degli ultimi 50 anni. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite 500.000 persone sono state danneggiate dal maltempo che ha causato anche oltre un centinaio di vittime tanto nel nord del paese (l’ultimo bilancio ufficiale parla di 89 morti) quanto nel sud, dove, a causa dell’arretratezza provocata dal ventennale conflitto, mancano dati certi. La comunità internazionale, dall’ONU all’Unione Europea, si è già mobilitata per soccorrere le popolazioni colpite, ma si teme che i danni provocati dal maltempo – che ha distrutto raccolti e ucciso migliaia di capi di bestiame – possano minacciare nei prossimi mesi la sopravvivenza alimentare di oltre 1 milione e 500.000 sudanesi. Sia le autorità locali che quelle internazionali hanno sollevato negli ultimi giorni le proprie preoccupazione riguardo alla possibilità del diffondersi di malattie ed epidemie.

 

CIAD – Decine di villaggi sono stati sommersi dall’esondazione del Lago Lere, nella zona sud-ovest del paese, mentre alluvioni, negli ultimi giorni, sono state segnalate anche lungo il corso del fiume Bhar Azoum, nell’est del Paese. Al momento non sono in circolazione bilanci certi di vittime e danni, ma nei giorni scorsi la città di Am Timan ha chiesto ufficialmente l’intervento del governo centrale di N’djamena per fronteggiare la difficile situazione.

 

SOMALIA – Come se non bastasse il conflitto, anche la alluvioni stanno contribuendo a rendere più difficile la vita delle centinaia di migliaia di sfollati interni che vivono nel paese. Le forti piogge hanno causato inondazioni del fiume Shabelle e di molti dei suoi affluenti nelle regioni centro-meridionali del paese, rendendo impraticabili gran parte dei terreni di una regione considerata il ‘granaio’ del paese. Per questo le Nazioni Unite hanno dichiarato l’Emergenza Umanitaria nella zona dove, secondo gli operatori umanitari internazionali, oltre 1 milione e 500.000 persone rischiano la fame nei prossimi mesi. Anche in Somalia l’assenza di un’autorità nazionale e lo scarso coordinamento interno rende impossibile tracciare bilanci affidabili sul numero di vittime o sull’entità dei danni causati.

 

KENYA – Forti piogge continuano a cadere nella regione di Budalang, soggetta ad alluvioni, così come nell’area degli Altopiani occidentali, dove il maltempo ha distrutto due dighe che hanno provocato massicce alluvioni nei dintorni. Cinque persone sarebbero morte finora. Secondo gli ultimi bilanci sono almeno 40.000 gli sfollati causati dal maltempo e migliaia di famiglie sono intrappolate in alture senza acqua né cibo. Invece di provvedere all’evacuazione, il governo sta cercando di fornire loro rifornimento consegnando aiuti alimentari via elicottero.

 

ETIOPIA – Il governo di Addis Abeba e alcuni partner hanno presentato ieri un piano d’emergenza per 21 milioni di dollari in aiuti con cui soccorrere le 4.000 persone danneggiate dalle ultime alluvioni che hanno colpito il paese. In totale però, secondo gli ultimi bilanci dell’ONU, sono oltre 100.000 le persone che hanno subito danni a causa del maltempo, 20.000 delle quali ridotte a vivere senza un tetto sulla testa. Le previsioni non sono comunque tranquillizzanti e gli esperti ritengono che i danni e il numero di persone coinvolte possa aumentare ulteriormente nei prossimi giorni. Il governo etiope, tuttavia, sottolinea che, grazie al miglioramento del sistema di prevenzione e gestione delle catastrofi, i danni causati quest’anno dal maltempo sono inferiori del 25% a quelli dello scorso anno.

 

UGANDA – Nelle ultime ore le Nazioni Unite e il governo ugandese hanno annunciato l’invio di una missione congiunta per verificare l’impatto delle alluvioni avvenute nella zona orientale del paese che ha registrato le più forti piogge degli ultimi 35 anni. Secondo un bilancio diffuso ieri dall’Ocha 2000 persone sono rimaste senza un tetto e almeno 50.000 hanno subito danni, mentre precedenti stime governative parlavano di almeno 150.000 ugandesi danneggiati.

NOTIZIE DAL MOZAMBICO

domenica 9 settembre 2007

Mozambico: decine di migliaia di persone a rischio fame       
Scritto da misna.org    

Oltre 85.000 persone nella provincia di Sofala, nel centro del Mozambico, rischiano di soffrire di un “acuta mancanza di cibo” a causa dell’azione congiunta di un periodo di siccità e delle alluvioni che nei mesi scorsi hanno interessato la zona.

 

Lo riferisce la stampa locale, citando i dati finali del resoconto realizzato dal Segretariato per la sicurezza alimentare (Secretariado Técnico para a Segurança Alimentar e Nutrição, Setsan), sottolineando che il numero potrebbe superare quota 100.000 entro la fine del mese di ottobre.

 

 

Nel tentativo di mitigare l’impatto che le recenti condizioni climatiche hanno avuto sulla zona, il governo ha cominciato a raccogliere ed inviare aiuti, mentre si stanno acquistando grandi quantitativi di semi e fertilizzanti da distribuire ai contadini per permettere che la campagna agricola 2007/2008 possa iniziare nel migliore dei modi.

 

Il responsabile per la zona di Sofala dell’Istituto nazionale per la gestione delle calamità (Ingc), Luís Pacheco, ha precisato che nella prima fase, aiuti di emergenza saranno diretto ai gruppi più deboli, come i bambini, i malati, gli anziani e le donne. Secondo l’Ingc, le zone più colpite sono quelle Machanga e Búzi.

 

L’indagine condotta a Sofala sembra confermare l’allarme lanciato all’inizio di agosto dagli esperti mozambicani e internazionali che si occupano di monitorare la sicurezza alimentare nel paese, secondo i quali almeno 520.000 persone sono “ad alto rischio di insicurezza alimentare” e necessitano di un immediato aiuto umanitario.

 

Secondo gli esperti gli eventi climatici che hanno colpito il Mozambico nel corso dei primi mesi del 2007 (alluvioni del fiume Zambezi a Febbraio e Marzo, il passaggio del ciclone Favio a febbraio e le scarse piogge cadute sul sud del paese da Ottobre all’inizio del 2007) hanno seriamente messo a repentaglio la capacità di produzione e di sussistenza alimentare di almeno sette province della zona meridionale e centrale del Mozambico.

 

Se la seconda stagione dei raccolti dovesse andare male, il numero di persone che avrà bisogno di aiuti umanitari immediati per sopravvivere salirà a quasi 700.000.