Archivio di maggio 2008

”DAI DIAMANTI NON NASCE NULLA DAL LETAME NASCONO I FIOR”F. DE ANDRE’ ”IN VIA DEL COMPO”

sabato 31 maggio 2008

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono

i fior…».

Così si concludeva «Via del Campo», una delle più

belle canzoni-ballate di Fabrizio De André: la fotostoria

in musica di una donna di vita del centro storico

genovese, piccolo raggio di luce nel grigiore di tante

esistenze banali e dimenticate, un angolo di paradiso

«proprio lì al primo piano». La prostituta e il suo

cliente, tra cui forse l’io narrante, sono anime fragili

che vivono al confine fra condanna e salvezza, perdizione

e redenzione, terra di nessuno magistralmente

esplorata da De André in tante sue canzoni.

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono

i fior…» è anche una bellissima frase che dovrebbe

essere utilizzata come mantra del nostro vivere quotidiano

e del nostro cammino di fede. Potrebbe essere

la colonna sonora della presentazione in Power

Point della nostra vita, episodio dopo episodio, scandagliata

in quegli anfratti che neppure noi stessi conosciamo

in tutta la loro profondità: noi, che vorremmo

esser gemme e che invece siamo concime, vetri

appannati del fiato rotto e ansimante di una vita faticosa

che viaggia, a volte, «in direzione ostinata e contraria

» (anche questa, perdonate, è una citazione da

De André). Anime fragili, certamente, ma ricchi di

humus vitale.

Se c’è un merito che possiamo riconoscere al biennio

della santità che volge ormai al suo termine è quello

di averci dato, oggi, nel contesto culturale e soprattutto

esistenziale in cui come missionari della

Consolata ci troviamo ad operare, quella iniezione di

fiducia necessaria se vogliamo continuare ad essere

credibili apostoli di un messaggio di speranza nel

mondo. Dobbiamo però essere consapevoli che tale

messaggio diventa credibile solo nel momento in cui

ci sforziamo di riconoscere quella sottile linea rossa

che, nella sfocata estensione dello spettro morale dell’individuo,

rappresenta il confine fra bene e male.

Anzi, è proprio il carisma della consolazione che può

darci, attraverso la consapevolezza dei limiti e della

fragilità propria ed altrui, la forza per fare il primo

passo verso una conversione e quindi verso la salvezza.

Nel deserto, ricorda Isaia, siamo chiamati a preparare

la via del Signore (cf Is 40, 3).

La relazione esistente fra santità e limitatezza

umana è più stretta di quanto si possa pensare; non

soltanto in termini antitetici (limitatezza è sinonimo di

fragilità e quindi può a volte coincidere con una situazione

di peccato), ma come condizione di possibilità,

in cui il limite diventa elemento formale e non solo

accidentale dell’essere umano; ovvero, non contingente,

ma necessario. In altre parole, un cammino di santità

che non sia radicato nella consapevolezza del

limite umano sarebbe un «non-cammino», espressione

di un errato concetto di santità, di una santità

«pelosa» e, fondamentalmente, un atto di presunzione.

Eppure, in una società che sembra aver perso il

senso del limite, questo fatto potrebbe apparire persino

un controsenso. Le imperfezioni non hanno posto

nel nostro mondo di belli, forti, sani, “palestrati” e

brillanti individui: un tocco di chirurgia estetica o di

sano vecchio sofisma eliminano dai nostri nasi come

dai nostri pensieri i nei più evidenti, garantendoci

costantemente la simpatia del prossimo o, meglio,

della massa. Tutto va corretto, giustificato, aggiustato,

non in nome del vero, ma dell’apparenza. Non importa

tanto il fatto che io mi senta a posto con me stesso

– con il mio spirito e con il mio corpo – quanto l’opinione

che gli altri hanno di me e il giudizio che su di

me essi possono formulare. Sono i media, poi, a stabilire

i luoghi dell’odierna santità, decretandone criteri

e punti di partenza, fotografandone i suoi santuari:

la palestra, il medico, il salotto e canonizzando i

«santi» contemporanei dell’intrattenimento.

Difficile proporre oggi un cammino di santità, lì

dove l’imperfezione viene negata o per meglio dire

celata, ricoperta di cerone, mimetizzata e banalizzata

nel gossip. Basti vedere come in questa società «liquida

» che frammenta e individualizza, il concetto di

santità abbia perso completamente la sua forza di

attrazione. Raramente il santo viene proposto come

modello di vita. Il Barnum mediatico direbbe che

“non vende”, non è trendy, non buca il video e

avrebbe forse bisogno di un supplemento di gadgets 

per poter essere appetito e quindi comprato. The holy 

Biennio di santità 

person – figura trasversalmente presente in ogni religione

ed espressione di ogni sincera via spirituale –

ha alzato bandiera bianca ed è sparito dalla circolazione.

La secolarizzazione tende ad annacquare il

concetto di santità, relegandone lo spazio a forme di

vita monastica e ascetica, oppure limitandone (e

quindi banalizzandone) il concetto a quello di “brava

persona”, una figura dai contorni così sfumati da

essere immediatamente delegittimata dall’esperienza.

Oppure ancora – e questa è la minaccia più seria al

concetto di santità oggi – si insinua subdolamente

l’idea che l’invito alla santità sia riservata a pochi eletti

chiamati ad intraprendere cammini sovrumani

fuori dalla portata dei più.

Una santità che, quindi, voglia costruirsi senza

tener conto della fragilità umana, che la fugga aborrendola

e non la usi come punto di partenza del cammino

che a lei conduce, nega la sua stessa essenza.

Anzi, di più, non permette a Cristo di compiere la sua

missione di salvezza (cf Mt 9, 13b). Non stupisce allora

che il primo santo assunto in cielo, non canonicato

dalla chiesa bensì direttamente da Gesù Cristo, sia

stato un delinquente (cf Lc 23, 39-43). Non c’è

miglior punto di partenza di questo per iniziare a disquisire

di santità. Il perdono salvifico ricevuto sulla

croce vale al famoso «buon ladrone» la medaglia

d’oro nella maratona verso il paradiso, al netto di processi

canonici, avvocati del diavolo e miracoli da

dimostrare. Reo confesso (e quindi consapevole dei

propri limiti), il «beato ladrone» resta aperto alla possibilità

che il Signore possa salvarlo ugualmente.

Se l’atteggiamento di Gesù invita da una parte a

non credersi perfetti, dall’altra ci impedisce di pensare

che la presenza di debolezze ed errori nella nostra

vita possa alienarci dall’amore di Dio. Quanti di noi

vorrebbero presentarsi la sera davanti al Signore con

le mani linde e il cuore aperto, grondante di opere

buone come uno scaffale di supermercato alla vigilia

di Natale? Quanti invece, non presentano altro che

mani vuote e cuori gonfi, carichi di rimorso, di «mi

piacerebbe, se dipendesse da me, se solo…». Se solo

non mi vergognassi di esser povero, talora brutto,

sovente fallito… Se solo non inseguissi la santità in un

farisaico concetto di perfezione, allora, forse, potrei

iniziare a camminare. Bonhoeffer ci ha ricordato

come la grazia che Dio offre non sia un prodotto a

buon mercato: è croce, è rinnegare la tentazione di

confondere la ragione della nostra esistenza con le

gratificazioni personali, per salvare invece la nostra

vita alla maniera di Gesù (cf Mc 8,34-35).

Gesù è venuto ad abolire una “prassi della purezza”,

come quella falsa e deviante propugnata dai farisei,

per proporre, al contrario, una prassi della misericordia

liberante. Ai puri, casti e integerrimi «bacchettoni

», ai santi per definizione, eredità, potere

d’acquisto e non per scelta, Gesù offre lo scandalo

di una santità che risorge dalle miserie umane.

Uomini e donne “da rottamare” trovano nella

Buona Notizia il coraggio, la forza o anche solo la

possibilità di diventare “usato sicuro”. L’episodio

della visita di Gesù a casa del fariseo Simone è paradigmatica

(cf Lc 7, 36-50): una donna legalmente

impura riguadagna la sua purezza grazie a un gesto

di misericordia e amore, mentre chi si ritiene puro

viene da Gesù redarguito per mancanza di misericordia.

La prima compie un passo avanti sulla scala

della santità, mentre il secondo retrocede di un

buon numero di scalini.

La santità è una questione di cuore; non di testa né

di muscoli. Non stupisce che proprio parlando di

cuore, Cristo imbastisca una delle sue catechesi più

efficaci su ciò che purezza e impurità rappresentano

nella vita morale dell’essere umano (cf Mc 7, 18-19).

La prassi del cuore contro la politica della purezza:

una scelta difficile. La seconda gode infatti di tutta la

forza rassicurante della legge e sempre rappresenta

una tentazione per chi si accontenta dello status quo e

cerca costantemente di inserirsi di soppiatto nella lista

dei puri, con tanto di avallo di codice, regola e direttorio.

La prassi di misericordia ci invita invece ad

affrontare un percorso più difficile, anche se, nel

medesimo tempo, ci spinge a vivere la nostra vita battesimale

in modo più sereno, libero e liberante. Vivere

una prassi di misericordia vuol dire vivere in modo

maturo la crisi che tale scelta comporta. Ogni crisi ha

in sé due componenti: il problema e l’opportunità.

Affrontare la vita con il cuore ci immerge nel problema

e ci offre l’opportunità di cambiamento, di crescita,

di scoperta di finora sconosciute potenzialità.

Superare la crisi significa disappannare il vetro, liberando

alla vista una figura forse non perfetta, ma viva,

reale, autentica. Significa scoprire che il letame non è

solo «escremento», ma è soprattutto concime: vita in

potenza, fiori, colori, profumo e bellezza. Significa,

infine, «tendere» costantemente, senza soste, senza

paura e soprattutto senza presunzione alla perfezione.

Significa dare alla nostra vita una spinta che ci

porti al quotidiano e continuo superamento di crisi e

difficoltà; in un percorso che, se da un lato non ci

condurrà subito alla santità sperata, dall’altro ci porterà

senz’altro – beato Giuseppe Allamano docet – ad

essere buoni missionari.

 

1 GIUGNO 9 DOMNICA T.O. LE DUE VIE-CASA SULLA ROCCIA O SULLA SABBIA?

sabato 31 maggio 2008

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Dt 11, 18. 26-28
Io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione.

Dal libro del Deuteronomio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi. 
Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do’; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuti. [Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io pongo dinanzi a voi]».

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 30
Sei tu, Signore, la roccia che mi salva.

In te, Signore, mi sono rifugiato, 
mai sarò deluso; 
per la tua giustizia salvami: 
porgi a me l’orecchio.

Vieni presto a liberarmi;
sii per me la rupe che mi accoglie.
Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, 
per il tuo nome dirigi i miei passi. 

Fà splendere il tuo volto sul tuo servo, 
salvami per la tua misericordia. 
Siate forti, riprendete coraggio, 
o voi tutti che sperate nel Signore. 

Seconda Lettura
  Rm 3, 21-25a. 28
L’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ora, invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. 
E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.

Canto al Vangelo   Gv 14,23 
Alleluia, alleluia.
Se uno mi ama osserverà la mia parola, dice il Signore;
il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

Vangelo   Mt 7, 21-27
La casa costruita sulla roccia, e la casa costruita sulla sabbia.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. 
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». 

COMMENTO


Il dire e il fare

Il tema delle due vie è antico quanto la sacra Scrittura (prima lettura). L’esperienza nomade del popolo di Israele ne sta all’origine: Israele, infatti, è stato chiamato costantemente a scegliere tra la via che conduce alla meta e quella che conduce allo sbandamento e all’idolatria. Un vocabolario che si basa tutto sul termine «strada» esprime l’esperienza del popolo eletto: traviamento, pietra d’inciampo, conversione o ritorno alla strada giusta, guida che indica la via, e tracce seguite dal popolo.

Le due vie
Il tema delle due vie si ritrova, nel Nuovo Testamento, più spiritualizzato ma non meno esigente. Il cristiano deve scegliere tra la «via stretta» che coincide con il piano di Dio e la «via larga» che non si preoccupa di Dio, tra Dio e Mammona, tra lo Spirito e la carne, tra la vita e la  morte,  tra la luce  e  le  tenebre…  I primi cristiani, indicando il Cristo e la Chiesa con il termine «via», manifestavano la loro volontà di lasciare la via dello sbandamento per affidarsi alla guida di Gesù, alle indicazioni della sua Parola e alla economia sacramentale della Chiesa.
Il vangelo, a conclusione del discorso della montagna, esprime, in altra forma, il tema delle due vie, dei due atteggiamenti di fronte alla parola di Dio. Esso trova la sua unità nella parola «fare», «mettere in pratica». Bisogna «fare» la volontà del Padre che è nei cieli (v. 21), bisogna «mettere in pratica» le parole ascoltate (tema della parabola dei due figli: Mt 21, 28-30). Anche la parabola delle due case costruite sulla roccia o sulla sabbia verte sull’opposizione fra «ascoltare» soltanto e «mettere in pratica». Non c’è religione cristiana senza una scelta concreta (la via), e non c’è scelta concreta senza impegno attivo (fare e non parlare soltanto). Quanto numerosi, anche nel popolo di Dio, sono gli abili parlatori, i profeti inutili, gli esegeti sapienti… e quanto pochi i cristiani impegnati, compromessi con  i problemi, pronti  a  pagare di persona!

La verifica della vita cristiana
La verifica non avviene sul piano delle parole, delle velleità, delle sterili e buone intenzioni che non si attuano mai. La sola parola infatti non è sufficiente: è troppo sfuggente, sottile, subdola; incanta e nasconde, illude e suggestiona. Il metro di verifica è nel «fare». L’azione e più facilmente controllabile, si scontra inevitabilmente con le cose e con gli avvenimenti, rivela ciò che uno veramente è. L’azione può fallire, ma difficilmente riesce a nascondere il proprio fallimento. I fatti sono una pubblica testimonianza: ci giudicano per quello che siamo, ci assolvono o ci condannano molto più delle nostre parole. Le azioni sono, anzi, una «prova» delle nostre parole.
Eppure si può barare in due modi: sfornando parole vuote e dichiarazioni inutili, ma anche ammucchiando azioni senz’anima. Anche le azioni e le opere possono illudere e diventare occasione di compiacenza farisaica, di sicurezza, di ostentazione. Se, da una parte, Gesù mette sull’avviso coloro che si fermano alle parole e alla sterile invocazione del nome di Dio, dall’altra non risparmia i suoi «guai» a coloro che confidano nelle opere, che pensano di essere salvati dalle «pratiche» e dalla osservanza vuota delle Tradizioni e della Legge senza agire per Dio.
«La fede deve essere integrata nella vita, cioè la coscienza del cristiano non conosce fratture, ma è profondamente unitaria.
La dissociazione tra fede e vita è gravemente rischiosa per il cristiano, soprattutto in certi momenti dell’età evolutiva, o di fronte a certi impegni concreti» (RdC 53).

Né verbalismo né efficientismo
Se la nostra fede non può essere ridotta al «dire», ad una preghiera staccata dalla vita, bisogna, tuttavia, ricordare che essa non coincide neppure con il «fare». Questo va ricordato specialmente oggi, quando tutto nella società ci porta a misurare i valori e gli avvenimenti e le persone in base al criterio dell’efficienza, del successo, del profitto, dell’avanzamento nella carriera…, in base cioè ad un «fare» che non ha niente di evangelico. Il «fare» del vangelo non ha nulla a che vedere col concetto di «efficienza» e di «riuscita», anzi, molto spesso è un «fare» che, dal punto di vista umano, è coronato dall’insuccesso e dallo scacco più paradossale.
Umanamente parlando la vita di Cristo non si concluse col successo, ma con il più umiliante fallimento: la condanna, l’abbandono dei discepoli, la morte infamante sulla croce. Ma è proprio in questo insuccesso che affonda le sue radici il mistero della salvezza e il trionfo della Pasqua.
 

ARRIVEDERCI A PRESTO ,UN ABBRACCIO p.FRA

sabato 31 maggio 2008

E’ il 30 maggio pomeriggio ,siamo seduti sui gradini delle scale della nosta casetta a Gibuti.Lunghi silenzi ,il caldo non lo notiamo nemmeno piu’,le mie ultime raccomandazioni per il viaggio.Lunghi silenzi come per recuperare nella memoria i 15 meravigliosi giorni trascorsi assieme.Si dice che chi soffre di più è chi resta e in effetti è così,la casa ritornerà ad essere vissuta dal silenzio e interrotto solo dalla voce del muezim che chiama alla preghiera.Un abbraccio fuori dal piccolo aereoporto di Gibuti e poi solo i saluti da dietro una parete di vetro.

Ed ora tutto comincia,per Fra e Matteo a vivere una vita piu’ impegnata per gli altri e a me il continuare ad essere attento a chi mi sta attorno per consolarlo ed aiutarlo.

Ho lasciato in questo periodo tutto lo spazio del blog ai racconti dei nostri amici,che hanno visto con occhi sereni e semplici la realtà che li circondava,ora attendiamo da loro le riflessioni in profondità ,che non mancheranno.

Per e noi tre è stato proprio un momento di grazia forte ,ritrovarci e assieme andare verso l’altro con amore,coraggio ,senza paure.Ritornerò a incontrare quelle persone nelle prossime settimane e sono sicuro che non sarà piu’ la stessa cosa ,anche loro hanno vissuto con maggiore intensità l’incontro a tre.

Coraggio allora a tutti per vivere bene la prossima festa della Consolata il 20 GIUGNO

A GAMBETTOLA DOMENICA 15.

Mondialità

venerdì 30 maggio 2008

Contenti per il rientro dei due nostri carissimi amici Matteo e Francesca dal Gibuti e impazienti di riabbracciarli e di sentire i loro racconti dal vivo abbiamo pensato di ritovarci martedì 3 c/m alle 21 in consolata. Ne approfittiamo anche per organizzare la nostra partecipazione alla festa della consolata che si terrà il 14 e 15 Giugno…..perciò vi aspettiamo con tante idee!! Se ci sono cambiamenti di programma vi faremo sapere via blog.

 P.S. Ciao Fra, spero che la presenza di Teo e Fra ti abbia giovato…..ti aspettiamo!! Un caro abbraccio.

IL RITORNO DEI PIONIERI DAL DESERTO

giovedì 29 maggio 2008

Eccoci di nuovo qui sani e salvi nella celletta frigorifera di P.Fra….anche grazie alle vostre preghiere….vi assicuriamo che sono state davvero efficaci !!! Bhè questa volta sarà difficile riuscire a condensare tutto il vissuto (e che vissuto!!!!) di questa incredibile settimana di deserto in un solo articolo; anche perchè, avendo praticamente attraversato tutto lo stato di Gibuti, abbiamo visto cambiare i paesaggi intorno a noi come fossero scenografie teatrali; passando dal deserto di rocce nere e sabbia, alle montagne brulle e sassose, scendendo fin giù nella depressione del Lac Assal (uno spettacolo unico al mondo….un altro piccolo capolavoro della natura) e così via fino al deserto di Obock attraversando incredibili conformazioni geologiche fatte di lava solidificata che sembrava essere fuoriuscita il giorno prima, tra cui spuntavano irte collinette isolate (commento alla presente introduzione: bhè per la quinta elementare sarebbe un tema da 10 e lode….ahahahah…..commento dello scribacchino: che due comari del cacchio).

Ma vediamo di partire dall’inizio:

Dopo aver caricato il nostro Toyota bianco con i nostri bagagli, i barattoli di latte e i sacchi di zucchero siamo passati a prendere il nostro amico Ibraim al centro di Djbouti e in fretta e furia eccoci catapultati di nuovo sulla strada statale che già avevamo percorso quando siamo andati ad Ali-Sabieh; superata Arta a circa 10Km ecco apparire la strada per il nord, sormontata dal grande arco in cemeto bianco che abbiamo voluto battezzare “La porta del deserto”.  Dopo un pò ecco che Ibraim ci fa accostare lungo la strada, in pieno deserto, per farci visitare il bellissimo mausoleo!!(due piramidi alte un metro e mezzo all’interno di un cortile confinato da un muro in cemeneto) dedicato a due cinesi morti in un incidente stradale proprio lì in quel luogo…..e qui hanno cominciato a farsi largo le prime perplessità sull’andamento del nosro viaggio. Riprendendo la strada sull’altipiano col nostro sacco di cemento sull’accelleratore (in fondo la strada si prestava molto all’alta velocità…lunga e dritta come quelle delle cartoline americane, movimentata da interminabili sali e scendi tipo montagne russe di Mirabilandia…e poi a parte qualche cammello spennacchiato e due cinesi morti non c’era un’anima via) siamo arrivati in cima al valico piuttosto velocemente, e qui il nostro Ibraim ci fa accostare un altra volta, in un piazzale adiacente la strada (una bellissima terrazza sul golfo di Ghoubet); e dopo alcuni scatti (fotografici ovviamente) siamo ripartiti a gran velocità alla volta del meraviglioso Lac Assal a 150 metri sotto il livello del mare. Ovviamente all’interno del nostro abitacolo dovevamo grattare i vetri per cavare il ghiaccio che si formava!!!!!!! e intanto il sole (come nostra consuetudine) era al periplo più alto ….orario d’arrivo al Lac assal 12:30!!!!! Appena scesi dall’abitacolo la prima forma di vita (o quasi) che incontriamo è un cammello moribondo sdraiato sulla riva del lago…..alchè Ibraim ex cammelliere corre sulle colline a prendere qualche arbusto per far rinvenire il cammello, ma noi ancora adesso dubitiamo  che si sia salvato poichè faceva un caldo infernale (non abbiamo voluto rischiare di tirare fuori il temometro  per paura che scoppiasse) e di acqua dolce per dissetarsi neanche l’ombra (vedi documentazione fotografica); intorno a noi solo acqua salata e mucchi di sale, anzi montagne di sale infinite che si perdono a vista d’occhio….e la Fra esclama: “ma quanto cacchio di sale c’è da ste parti….” sperando che qualcuno gli fornisse il numero esatto di tonnellate. A questo punto dopo che Ibraim ci ha decantato tutte le innumerevoli proprietà dell’acqua del lac Assal, proviamo ad immergerci i piedi per constatare l’attendibilità delle sue parole, ma essendo il sale ruvido ed appuntito abbiamo rimediato solo ferite che ancora adesso bruciano. NOn è finita qui!!! Ibraim ci accompagna lungo un fiumiciattolo verdastro adiacente al lago con la promessa di stupirci con una sorpresa; e cammina cammina lungo una parete rocciosa ….intanto si erano fatte le 13:30 e il sole non accennava a scendere dal suo Azimut…..arriviamo alla sorgente di questo fiumiciattolo sempre più verde, e lì Ibraim ci svela la sorpresa: “fate attenzione e provate a sfiorare con cautela l’acqua”….ovviamente la Fra che di francese non mastica quasi nulla ci infila tutta la mano ed emettendo un urlo cammellare esclama: “Ahiaaaaaa!!!! butta la pasta che l’acqua bolle”….ora la Fra è ricoverata all’ospedale delle suore del lac Assal per ustioni di quarto grado della scala mercalli alla mano destra. (Editoriale di super Quark:  nella pancia della montagna sopra il magma bollente scorre l’acqua che fuoriesce da questa sorgente alla tenera temperatura di 70°.). Un pò ammmaccati dal caldo, scottati dall’acqua e mangiati dal sale sentiamo il desiderio profondo di rientrare nlla nostra ghiacciaia motorizzata….e in 10 minuti (allla velocità di P.fra….vedi sullla Trecccani velocità del suono) dopo alcuni tornanti ci appare di fronte come un miraggio la spiaggia di Cesenatico(Plage Ghoubet) con annessi stabilimenti balneari e piccolo porticciolo con qualche barca attraccata…..ma questa è un’altra storia che vi racconteremo alla prossima puntata.

Per il momento continuate a pregare visto che domani prenderemo l’aereo dell’Etiopian Airline  per ritornarcene a casa, con un pò di tristezza nel cuore visto che c’eravamo ormai affezionati a questo bellissimo paese….un salutone a tutti e ci ritroveremo qui sul blog per la prossima avventura sulle montagne di Tadjourah e nel deserto di Obock. firmato i 3 dell’Ave Maria (vedi mese di Maggio)

IL DESERTO ALLE PORTE

mercoledì 21 maggio 2008

Ciao a tutti

Rieccoci qua!!!!! da domani il trio paloma diventerà il quartetto cetra …. a noi si aggiungerà il nostro amico Ibraim(-ovich per tutti gli interesti) che lavora presso la Caritas di Djbouti come guardiano, mentre la sua famiglia ancora vive dalle parti di Tadjourah, serbando nel suo uore il grande desiderio di ricongiungersi a loro qui a Djbouti per poter garantire un tetto solido sotto cui dormire e soprattutto un’istruzione adeguata ai suoi bambini; perciò P.Fra ha pensato di aiutarlo un pò economicamente per la realizzazione della casa, e lui, in segno di riconoscienza, ci accompagnarà per la prima parte del nostro viaggio alla scoperta del misterioso deserto di Obok, per farci conoscere la sua famiglia e passare con loro una giornata di festa e una notte di…i particolari quelli succulenti ve li racconteremo al nostro ritorno previsto per giovedì e quindi in questo periodo non avrete nostre notizie per un pò….quindi pregate forte!!!!!!!

P.S. gli Italiani rapiti in Somalia ovviamente non siamo noi.

Ciao

E’ INIZIATA LA MONDIALITA’

martedì 20 maggio 2008

….In diretta dalla cella frigorifera, in sudio per voi i vostri inviati Matteo e Francesca……mentre P.Fra….ma che  sta facendo nel bagno?Ah non perde tempo e da gran lavoratore lava i panni seduto sul wc…… Bene siamo a Djibouti…e qui abbiamo trascinato P.Fra fuori dalla cella per accompagnarci a visitare la città. Lunedì mattina così dopo aver sbrigato alcune faccende abbiamo fatto una bella passeggiata nel centro della città …in mezzo alla gente, al tipico mercato dove abbiamo ritrovato i profumi, i colori, i cocomeri…e qui cammina cammina in mezzo alla gente ad un certo punto ci addesca un gibuziano…che pensate un pò non parla italiano…ma bensì napoletano….e non vi dico quanto era colorito il suo vocabolario!!Con la scusa di farci vedere il locale di un altro italiano, che guarda un pò in quel momento non c’era, ci ha scroccato ben 2 birre….stava per affibiare a P.Fra una giovincella…poi notando che non gradiva ci ha provato con una più anzianotta ma il nostro padre gliene ha dette 4:” sono un prete cristiano!.. e non un single in cerca di moglie!cacchio!”….allora lui ci ha chiesto una paglia e visto che ormai ci aveva scroccato tutto quello che avevamo abbiamo pensato che era meglio salutarsi……Eh si è proprio iniziata la mondialità!  Nel pomeriggio siamo andati a fare due passi attorno al nostro quartiere generale che rimane un pò defilato rispetto al centro, vicino alle varie basi militari che qui abbondano alla scoperta di qualche scorcio caratteristico. Durante la passeggiata abbiamo potuto notare la diversità che caratterizza qeste zone….i gibuziani seduti sui marcipiedi all’ombra dei muri di cinta delle basi militari intenti a farsi una kattata e/o una dormitina, le mogli dei militari che fanno la spesa e sorseggiano un drink al bar, i loro figli muniti di belle biciclette che si fanno un giretto, i piccoli minareti da cui ogni tanto echeggia il muezim e le tante piazzole ai cigli delle strade adibite per la preghiera dei mussulmani.  Al tramonto abbiamo celebrato la S.Messa nella nostra accogliente casa  assieme alle suore della Consolata suor Anna, suor Cristina(Argentina) e suor Dorota(Polacca) e a Padre Andrè (del Congo) in totale  7 cristiani….bellissimo!!!!  Dopo aver cenato con gli avanzi del mezzodì abbiamo pensato di andare a fare un giro nella Djbouti by Night per un drink assieme ai nostri Padri…questa volta per fortuna guidava Andrè. Dopo un lungo giro in macchina passando davanti al palazzo presidenziale e al mega porto (centro nevralgico del commercio con l’Asia) abbiamo parcheggiato la nostra ormai mitica toyota bianca in pieno centro e dopo pochi passi ecco apparire davanti ai nostri occhi un’ insegna alquanto insolita “Planet Hollywood Djbouti” (vedi foto)….. ma dai!!!! ma chi lo avrebbe mai detto!!!! questa potrebbe entrare nel guiness dei primati. La città era ormai spenta, i mercati avevano da poco (ore 22) chiuso i battenti e le donne stavano cominciando a rimuovere dalle strade con le loro scopette i quintali di rifiuti della giornata ….che organizzazione!!!!  Lungo le strade e nei vicoletti più bui, si scorgevano piccoli cumuli dalle forme non ben identificabili, adagiati sull’asfalto e avvolti dalla polvere……erano i bambini di strada che si erano addormentati dopo una lunga giornata passata ad elemosinare. La mattina seguente (cioè oggi) siamo andati da suor Anna nel centro della Caritas, dove vengono curati ed alfabetizzati i bambini di strada, per compiere il primo atto della vostra missione: consegnare i vari medicinali raccolti, che la Fra ha sapientemente illustrato a suor Anna e l’ha poi aiutata a catalogarli e a riporli negli scaffali del minuscolo dispensario, esclamado: “ma allora serve a qualcosa una laurea in farmacia!!!” ..(ora la Fra è ricoverata presso il solito ospedale delle suore per percosse subite dal rettore dell’Alma Mater Studiorum). Tutto il resto della giornata lo dobbiamo ancora vivere ma vi possiamo anticipare che le nostre care amiche suore ci hanno invitato per condividere con loro una parca cenetta questa sera…vi sapremo raccontare. Un abbraccio a tutti e a presto. Teo, Fra e ovviamente P.Fra

UNA MISSIONE DA V.I.P.

domenica 18 maggio 2008

Ecco di nuovo il mitico “Trio Paloma” due imbarieg ed uno in coma…..siamo già ubriachi delle meraviglie di questo luogo (il nostro autista ovvviamente è quello in coma…P.Fra) così strano e allo stesso tempo così familiare. La prima impressione è quella di una landa monocromatica, bruciata dal sole, un sole alto, caldo, luminoso, pieno, che ti accarezza  (ut spaca la testa!!!) e alla fine ti fa compagnia tutto il giorno. Ma appena lasciata la città di Djbouti ecco aprirsi un mondo nuovo affascinante e ricco di sorprese; le strade sembrano disegnate al tecnigrafo, dritte ed infinite senza un’anima che le percorre, ai lati solo deserto fatto di pietre nere che sembrano sistemate a terra da una mano sapiente e meticolosa; ad un certo punto ecco spuntare le carovane di TIR provenienti dall’Etiopia e qui il nostro autista, generoso ed accogliente nell’incontrare l’altro, comincia a strombzzare a tutto spiano e a lampeggiare alzando la mano in segno di saluto ed augurio di buon viaggio….ma gli autisti più prosaici salutano delicatamente altri non siamo riusciti ad identificarne i gesti sconnessi (intrecciavano le braccia in un modo strano poco consono alle nostre latitudini). Dopo svariati chilometri di riflessioni e meditazioni missionarie per inculturarci meglio (abbiamo capito che ci sono solo 2 grosse tribù Somali al Sud e Afar al Nord) ecco svanire l’asfalto sotto le gomme ed apparire solo fumo e polvere che rendono il viaggio impervio (comunque il nostro autista non vuole abbandonare il sacco di cemento messo sull’accelleratore) …al che la Fra esclama: “ma dove siamo sul Tagadà dei baracconi di Cesena”……la Fra è ora ricoverata presso l’ospedale delle suore per super bernoccoli provocati da svariate capocciate contro il tettuccio della Toyota Bianca (dopo la Uno bianca ….). Alle Ore 12:00 quando il sole è all’Azimut che più Azimut non c’è, il nostro safer decide di uscire dalla pista per innoltrarsi nel deserto (vedi foto) dove abbiamo scoperto la reale esistenza dei miraggi (laghetti blu e fenicotteri rosa da tutte le parti…..questa a parte i fenicotteri è vera)….e qui abbiamo deciso di fermarci per un gradevole pic-nic a base di pane e nutella (fatta sete). Dopo soli 4 minuti le nostre teste erano screpolate come la terra arida sotto i nostri piedi tanto che Teo è svenuto (vedi foto) …. al che la Fra dopo dieci minuti con voce sottile da incipiente insolazione (ora la Fra è ricoverata anche per ustioni di 20° grado sempre dalle solite suore) dice: ma non è meglio riprendere la pista con la nostra Toyota Bianca ??? .

Ripresa la strada normale diretti verso Alì-Sabhie (ribattezzata Alì-insabbiè) ecco venire dal sedile posteriore un pauroso boato: Babbuini in vistaaaaaaa!!!! …ed eccoli là con i loro sederini depilati 40 babbuini spennacchiati del cacchio che correvano su per la montagna (dove il gusto ci gudagna) impauriti dall’arrivo ai 204Km/h della nostra toyota Bianca. Arrivati ad Alì-Sabhie, a quota 750 m s.l.m., ecco apparire all’orizzonte un arco con sotto una corda tesa che impedisce il passaggio…è la frontiera per l’Etiopia in territorio Gibuziano….finalmente la Toyota Bianca deve atterrare e quindi ridurre la velocità di crociera ai 10 Km/h. A questo punto da una garitta fatiscente sbuca fuori un militare vestito di tutto punto con bazzuka in mano che si avvicina …. e con nostra grande sorpresa si mette sull’attenti e ci fa un gran bel saluto militare e rapidamente abbassa la corda per farci passare….cosa sarà successo????? P.Fra guarda in faccia Teo ed esclama: “gandioso ti ha scambiato per uno di quegli allampanati militari Americani presenti in zona”…

Il soggiorno nella missione di Alì-Sabhie, a parte la notte insonne per il caldo e la nostra cara zanzara killer (do you remember it???), è stato veramente arricchente: Santa messa (7 Cristiani compresi noi), cena comunitaria con le volontarie Francesi presenti nella missione con un interessante scambio di esperienze, incontro notturno con il guardiano Kattato (vedi articolo precedente sul Kat) anch’esso assai interessante, visita in mattinata alle scuole dove abbiamo vissuto momenti stupendi contemplando la gioia dei bambini somali attraverso i loro sorrisi e i loro  occhi luminosi. Ma appena fuori dal recinto della missione la scena cambia….altri ragazzotti anzichè dispensare sorrisi ci hanno imbrattato la macchina con i loro sputi e non vi descriviamo quali profumi inebrianti aleggiavano nell’aria passando accanto alla fogna aperta della città. La prossima tappa è Arta paese a 780 m s.l.m. con una bellissima vista sul golfo di Sorrento ( a no scusate il golfo di Ghoubet, dove dobbiamo celebrare la Santa Messa; il viaggio procede regolare fino a quando un gruppo di 28 dromedari rinsecchiti cercano di intralciare il nostro estenuante cammino missionario verso la meta, potete immaginare cosa è scattato nella testa del nostro Shumacher dei deserti che non è disposto con facilità a rallentare il suo passo: strombazzate a non finire ed imprecazioni tipo “at caz’ un rudeda” fino a quando una rudeda un povero dromedario se l’è presa sul serio. Al che il nostro mitico trio scappa a gambe levate (più o meno la velocità di crociera non cambia). Prima dell’arrivo ad Arta, dopo cotante sofferenze missionarie (è dura la missione!!!!) ci siamo voluti prendere un momento contemplativo per purificare il corpo e l’anima, di ciò ve ne parleremo un giorno ,forse, se non capirete dalle foto che mettiamo. A notte inoltrata ecco apparire all’orizzonte le luci di Djbouti. Ora potete capire  perchè il trio Paloma questa sera sono due imbarieg ed uno in coma. I prossimi giorni saremo impegnati in attività qui a Djbouti. CIAOOOOOOOO

Siamo arrivati!!!!

venerdì 16 maggio 2008

Ciao a tutti, finalmente siamo arrivati, il viaggio è andato benissimo e stiamo bene. Qua si sta veramente come in un forno ma i progetti che abbiamo per i prossimi giorni sono talmente belli che anche  40° passano inosservati (mica tanto!Chissà perchè non hanno ancora spento i termosifoni). L’accoglienza è stata talmente calorosa che appena arrivati all’aeroporto un facchino è venuto ad accoglierci per aiutarci con un cartello davvero convincente…..: ” FRANCESCA E MATTEO LASCIATEVI AIUTARE DA MOAMED, P.FRANCESCO”…..ci siamo sentiti subito a casa….in Africa. Partiti dall’aeroporto pronti al grande viaggio attraverso il deserto del gibuti con il vento in poppa dopo 100 metri ecco pf che svolta…siamo già arrivati….praticamente come il tragitto Douala-Yaoundè ricordate? Padre Francesco nella sua celletta a -5° si conserva piuttosto bene, il condiziontore ha dei ghiaccioli come stalattiti…avete presente le Grotte di Frasassi?Comunque rimane sempre il solito nonno brontolone…”ma che sono quelle due valigiette?mi aspettavo un container! E il termometro dov’è?……e così via…”. Abbiamo già avuto avuto il piacere di conoscere padre Andrè che ci ha accolti con un buon pranzetto in collaborazione con le suore felicissime anche loro del nostro arrivo, tanto che ci hanno fatto visita la sera con una tortina davvero gustosa ed entusiaste dei progetti che abbiamo ci hanno raccontato già moltecose su queste terre, tra le tante ci hanno avvisato allegramente che qui le zanzare sono davvero poche…..le poche che resistono al caldo non fanno ammalare di malaria…..perchè qui la malaria uccide!( tanto che sui pacchetti di sigarette c’è scritto:”IL FUMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE MA LA MALARIA TI UCCIDE!”

Bene come potete leggere stiamo piuttosto bene….certo è solo il primo giorno ma……non abbiamo ancora masticato il kat………ciao alla prossima puntata

IN ATTESA DELLA ”PROVIDENZA” FRANCESCA E MATTEO

giovedì 15 maggio 2008

Potete indovinare come quì si atendono gli amici,gia’ ieri,le suore il Vescovo,i ragazzi della Caritas mi chiedevano dei mie amici ,se e quando arrivavano.Venerdì quì è festa e la nostra cuoca è in vacanza,allora le suore si sono offerte a fare il pranzo per gli amici che arriveranno a Gibuti alle 12,45(ora italiana 11,45)dopo aver fatto uno scalo a Adis Abeba.Auguriamo loro buon viaggio e presto vi daremo notizie del loro arrivo.Preghiamo tutti il Signore che possano fare un bellissimo viaggio e di meravigliosi incontri.A presto nostre notizie