Archivio di maggio 2008
giovedì 15 maggio 2008
Finalmente si parte!!!!Un caloroso abbraccio, un saluto e soprattutto un GRAZIE a tutti coloro che hanno collaborato a questo progetto…noi siamo solo il mezzo i veri missionari siete voi!!!!!!
Ciao ,Matteo e Francesca
INNO ACATISTOS ALLA MADRE DI DIO
mercoledì 14 maggio 2008 
L’Acatisto (dal greco Akáthistos) è un antico inno in onore della Vergine Maria. L’ autore è anonimo, anche se molti attribuiscono la creazione dell’inno a Romano il Melode (V sec.), in ringraziamento per la protezione della città di Costantinopoli dall’invasione di orde barbariche. La parola Acatisto suggerisce che l’inno debba essere recitato in piedi; l’inno costituisce una forma del genere liturgico del “Kondakion“. A questo proposito scrive P. Olivier Raquez: “Il kondakion è un genere letterario di inni propriamente bizantini sviluppatosi a partire dalla fine del V secolo. Era composto di un proemio e di un numero variabile di strofe (ìkoi) più o meno numerose. Nei secoli successivi è scomparso a favore del genere del canone. Oggi, come complesso organico di più strofe, se ne conserva uno solo, il celebre inno Akathistos.” (O. Raquez, Guida alla Celebrazione dell’Ufficio Divino nelle Chiese di tradizione bizantina, LIPA, Roma, 2002).
L’Acatisto è recitato privatamente dai fedeli, come devozione personale, e pubblicamente nelle chiese: è frequentemente cantato durante la Grande Quaresima, soprattutto al venerdì: il quinto venerdì di Quaresima è appunto detto “dell’inno Acatisto”.
Accolto l’ordine dell’arcana missione, senza indugio l’Angelo si presenta alla dimora di Giuseppe e dice alla Vergine: Colui che discendendo fa piegare i cieli si racchiude senza mutamento tutto in te. E, vedendolo prendere nel tuo grembo la figura di servo, stupito e a te esclamo: Gioisci, o Sposa Semprevergine!
Il primo fra gli angeli fu inviato dal cielo a recare il saluto alla Madre di Dio e vedendoti assumere con la voce incorporea un corpo, o Signore, al solo saluto, restò attonito e rivolto a lei esclamava così:
Gioisci, per te cesserà la maledizione;
Gioisci, redenzione del caduto Adamo;
Gioisci, riscatto delle lacrime di Eva;
Gioisci, altezza inaccessibile all’intelligenza dell’uomo;
Gioisci, profondità insondabile alla mente degli angeli;
Gioisci, sei divenuta il trono del Re;
Gioisci, perché reggi Colui che tutto regge;
Gioisci, stella che annunci il sole;
Gioisci, grembo della divina incarnazione;
Gioisci, per te si rinnova la creazione;
Gioisci, per te si fa bambino il Creatore.
Gioisci, o Sposa Semprevergine!
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Desiderando la Vergine conoscere il mistero, esclamò al santo servitore: “Dal mio grembo votato alla verginità, dimmi come può essere generato un figlio?” E l’Angelo le rispose con riverenza soltanto questo:
Gioisci, credente di ciò che matura nel silenzio;
Gioisci, preludio ai miracoli di Cristo;
Gioisci, compendio dei suoi dogmi;
Gioisci, scala celeste per cui discese Iddio;
Gioisci, ponte che conduce dalla terra al cielo;
Gioisci, degli Angeli inaudito prodigio;
Gioisci, dei demoni terribile sconfitta;
Gioisci, perché generasti ineffabilmente la Luce;
Gioisci, perché a nessuno hai rivelato il mistero;
Gioisci, perché trascendi la conoscenza dei sapienti;
Gioisci, perché illumini la mente dei credenti;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!
La potenza dell’Altissimo coprì allora con la sua ombra la Vergine affinché concepisse; e il suo seno senza frutto si trasformò in campo fertile per coloro che vogliono cogliervi salvezza, cantando: Alleluia!
Accolto Dio nel grembo, la Vergine corse verso Elisabetta e il figlio di costei riconobbe subito il suo saluto e gioì e con balzi, quasi cantici, esclamava alla Madre di Dio:
Gioisci, possesso di un frutto che non marcisce;
Gioisci, perché allevi Colui che con amore nutre gli uomini;
Gioisci, perché generi Colui che crea la nostra vita;
Gioisci, terreno che produce abbondanza di misericordia;
Gioisci, mensa che porti ricchezza di propiziazione;
Gioisci, perché fai fiorire il giardino di delizie;
Gioisci, perché prepari un rifugio per le anime;
Gioisci, profumo che rende gradite le suppliche;
Gioisci, propiziatrice di perdono al mondo intero;
Gioisci, compiacenza di Dio verso gli uomini;
Gioisci, fiducia degli uomini verso Dio;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!
A Te, o Madre di Dio, che guidasti la nostra difesa, innalziamo l’inno della vittoria e della riconoscenza, per essere stata salvati da terribili sciagure. Tu, dunque, nella tua potenza invincibile, liberaci da ogni sorta di pericoli, cosicché a Te si esclami: Gioisci, o Sposa Semprevergine.
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I pastori udirono gli angeli che inneggiavano alla venuta di Cristo incarnato e, accorrendo a lui come verso il Pastore, lo videro quale Agnello senza macchia nutrirsi nel seno di Maria e dissero inneggiando a lei:
Gioisci, ovile del gregge spirituale;
Gioisci, difesa contro i nemici invisibili;
Gioisci, chiave che apre le porte del Paradiso;
Gioisci, perché il cielo si rallegra con la terra;
Gioisci, perché la terra si allieta con i cieli;
Gioisci, voce degli Apostoli che mai tace;
Gioisci, coraggio invincibile dei martiri;
Gioisci, forte baluardo della fede;
Gioisci, fulgido vessillo della grazia;
Gioisci, perché spogliasti il regno dei morti;
Gioisci, perché ci rivestisti di gloria;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!
18 MAGGIO -SS.TRINITA’-DIALOGO D’AMORE-
mercoledì 14 maggio 2008Spesso ci si immagina un “Dio” lontano, astratto, ridotto quasi a un sistema di idee contorte o semplicissime, ma inesplicabili.
Soprattutto quando ci si accosta alla dottrina della Trinità, si ha l’impressione di essere di fronte a una sciarada beffarda.
E invece. E invece, l’essere concretissimo di Dio è comunione che liberamente si effonde. Anzi, ci chiama a varcare la soglia della sua vita intima e beatificante.
Non riusciamo a capire perché Dio si sia interessato di noi: più di quanto, forse, noi ci interessiamo a noi stessi.
Proprio mentre eravamo peccatori, il Padre ha mandato il suo Figlio per offrirci la vita nuova nello Spirito. Liberamente. Per amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.
Cristo non si impone. Non costringe ad accettarlo. Si consegna alla nostra decisione.
È questa la vertigine della vita umana. Possiamo passare accanto al Signore Gesù che muore e risorge, senza degnarlo di uno sguardo nemmeno distratto.
E, tuttavia, non possiamo fare in modo che egli non esista come il Dio fatto uomo che perdona e salva. “Chi non crede è già stato condannato”.
Ma se ci apriamo alla sua dilezione…
Allora Cristo si rivela come colui che ha suscitato in noi tutte le attese più radicali. E colma a dismisura queste attese.
È la redenzione. È la grazia. È lo Spirito che abita in noi e ci conforma al Signore Gesù.
La vita nuova, che ci viene donata, apparirà in tutta la sua gloria oltre il tempo. Inizia qui, ed è la “vita eterna”.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Parola del Signore
DALLA SANTA TRINITA’: misericordia e missione
Riflessioni
La solennità odierna è la festa del “Dio unico in Tre Persone”. Con questo è già detto tutto, ma tutto resta ancora da capire, accogliere con amore, adorare nella contemplazione. Il tema ha una importanza centrale sul fronte missionario. Si afferma, con facilità, che tutti i popoli – anche i non cristiani – sanno che Dio esiste e che anche i ‘pagani’ credono in Dio. Questa verità condivisa – pur con alcune differenze, riserve e la necessità di purificare immagini e rapporti – è la base che rende possibile il dialogo fra le religioni, e in particolare il dialogo fra i cristiani e i seguaci di altre religioni. Sulla base di un Dio unico comune a tutti, è possibile tessere un’intesa fra i popoli in vista di azioni concertate a favore della pace, in difesa di diritti umani, per la realizzazione di progetti di sviluppo e crescita umana e sociale. Su questo fronte abbiamo visto gesti coraggiosi e positivi di intesa e collaborazione, promossi anche da grandi Papi, come Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II; ma sempre nella chiara consapevolezza che tutto questo è soltanto una parte dell’azione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo.
Per un cattolico l’orizzonte di relazioni fondate sull’esistenza di un Dio unico non è sufficiente, e tanto meno lo è per un missionario cosciente della straordinaria rivelazione ricevuta per mezzo di Gesù Cristo, rivelazione che abbraccia tutto il mistero di Dio, nella sua unità e trinità. Il Vangelo che il missionario porta al mondo, oltre a rafforzare e perfezionare la comprensione del monoteismo, apre all’immenso, sorprendente mistero del Dio-comunione di Persone. La parola ‘mistero’ è da intendersi più per ciò che rivela che per quello che nasconde. In questa materia è meglio lasciare la parola ai mistici. Per S. Giovanni della Croce “c’è ancora molto da approfondire in Cristo. Questi infatti è come una miniera ricca di immense vene di tesori, dei quali, per quanto si vada a fondo, non si trova la fine; anzi in ciascuna cavità si scoprono nuovi filoni di ricchezze”. Rivolgendosi alla Trinità, S. Caterina da Siena esclama: “Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna”.
La rivelazione cristiana del Dio trino offre parametri nuovi sul mistero di Dio. Sia in se stesso, sia nei suoi rapporti con l’uomo e il creato, come pure per le relazioni fra le persone umane. Un anonimo ha trasmesso il seguente dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano.
- Diceva un musulmano: “Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?”
- Rispose un cristiano: “Dio, per noi, è amore; come potrebbe essere solo?”
Si tratta di una forma stilizzata di ‘dialogo interreligioso’, che manifesta una verità fondamentale del Dio cristiano, capace di arricchire anche il monoteismo ebraico, musulmano e delle altre religioni. Infatti, il Dio rivelato da Gesù (Vangelo) è soprattutto Dio-amore (cf. Gv 3,16; 1Gv 4,8). È un Dio unico, in una piena comunione di Persone. Egli si rivela a noi soprattutto come un “Dio misericordioso e pietoso” (I lettura); “Dio ricco di misericordia” (Ef 2,4).
È questo il vero volto di Dio che tutti i popoli hanno il diritto e il bisogno di conoscere * dai missionari della Chiesa. Per questo, afferma il Concilio, “la Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il progetto di Dio Padre” (Ad Gentes 2). Nei primi numeri dello stesso Decreto il Concilio spiega l’origine e il fondamento trinitario della missione universale della Chiesa, offrendo, tra l’altro, una delle più alte sintesi teologiche di tutto il Concilio.
Parola del Papa
* “Ogni persona ha il diritto di udire la «buona novella» di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione. La grandezza di questo evento risuona nelle parole di Gesù alla Samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio», e nel desiderio inconsapevole, ma ardente della donna: «Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete» (Gv 4,10).
Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, (1990) 46.
Sui passi dei Missionari
- 24/5: Beato Giovanni del Prado (+1631), sacerdote francescano, missionario in Marocco e martire.
- 26/5: S. Filippo Neri (1515-1595), sacerdote, apostolo della gioventù romana, fondatore della Congregazione dell’Oratorio.
- 26/5: S. Maria Anna di Gesù di Paredes (1645), vergine laica terziaria francescana, dedicatasi ad aiutare indigeni e neri a Quito (Ecuador).
- 27/5: S. Agostino, vescovo di Cantorbery (+604/605), monaco romano, mandato come missionario in Inghilterra dal Papa S. Gregorio Magno.
CHI PENSA A NOI?
mercoledì 14 maggio 2008Chi ci pensa
(Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi)
Due pesci rossi vivevano in un vaso di vetro. Nuotando pigramente in tondo avevano anche tempo di filosofare.
Un giorno un pesce chiese all’altro:
“Tu credi in Dio?”.
“Certo!”.
“E come fai a saperlo?”.
Chi credi che ci cambi l’acqua, tutti i giorni?”.
La vita scorre dentro di noi come un fiume tranquillo ed è un miracolo.
Ma facciamo l’abitudine anche ai miracoli. Ogni giorno è un dono tutto nuovo, una pagina bianca da scrivere. Dio ci cambia l’acqua tutti i giorni.
L’INCONTRO TRASFORMA di P.Renato,che si trova ora in Mozambico in un campo profughi,gli auguriamo buona MISSIONE
mercoledì 14 maggio 2008gli avvenimenti scorrono…
l’ incontro trasforma
Il fiume. Un esempio eloquente. Per un grande storico francese, era l’immagine per spiegare la storia, fatta di avvenimenti e di mentalità. Ma dotata di una velocità differente : gli avvenimenti scorrono rapidi, le mentalità invece sono lente, resistenti. Proprio comme l’acqua di un fiume. Quella piu’ esterna tocca le rive e avanza frenando… mentre, al centro, l’acqua scorre come l’olio. Come gli avvenimenti nella storia.
Lo si nota qui, in questa terra africana. La tecnologia moderna, attuale, è sbarcata, con computer, telefonini, mezzi sofisticati… E si è come sovrapposta a una mentalità rimasta antica Si nota, allora, una stratificazione, senza legami o evoluzione interna. Due mondi differenti avanzano quasi separati. Mezzi moderni. Mentalità di un’altra epoca.
Lo si osserva, anche, nel lavoro. Per gli abitanti di Gibuti, il mestiere che preferiscono è fare il guardiano. Un impiego diffusissimo. Abitazioni di europei, organismi, istituzioni varie… tutti vi fanno ricorso, se non vogliono essere derubati. Basta avere fuori dal cancello, qualcuno tutto il giorno, seduto tranquillissimo, con un occhio vigile e uno distratto che sempre vi segue, vi inquadra, vi studia… É l’antico pastore di capre. Arte, che qui si impara già da bambini e si prolunga, in questo modo, nella società di oggi… Si fa poco, si prende poco, novanta euro al mese. Cosí, tutto cammina. La mentalità resta.
Lo si nota, pure, nelle costruzioni, al centro città. Molte risalgono a tempi coloniali e sono oggetto di incuria, di decandenza. Palazzi nuovi o vetusti, ma trasandati, sbrecciati, scolorano, cadono in pezzi… Qui, ancora, la mentalità nomade che affiora. Prendere il meglio, e poi avanzare, passare ad altro, ad un altro spazio… Non si coltiva nulla. Manca il senso della manutenzione. Del prendere per mano l’oggetto, il suo uso, la sua vita. E preoccuparsi solo dell’oggi, il domani ancora non esiste… In fondo, non vi ritrovate con le nostre stesse abitudini? Il senso dell’usa-e-getta, come, forse, una regressione all’antichissima mentalità nomade… L’oggetto nuovo, poi – che si desidera, ansiosamente – cambierà miracolosamente la situazione… Sí, un nuovo idolo che sopraggiunge. Ma le mentalità non credono al miracolo. Piuttosto, alla trasformazione lenta. All’onda lunga.
Il senso del lavoro, poi, soprattutto quello duro. Da sempre nelle mentalità era visto come l’occupazione di schiavi. Anche per gli abitanti di qui, che ritengono un’offesa essere chiamati africani. Lo saranno, semmai, quelli giú, dell’Africa nera, dicono! “ Hai visto, è passato un nero…” si dicevano ieri, vedendo un congolese. Eh sí, se quello era nero come il carbone, loro, invece, presentano… un nobile colore di cioccolata! Stranamente, tracce di razzismo anche in piena Africa. E cosí, donne o uomini etiopici, di natura piú laboriosa, per un pugno di franchi fanno lavoretti in ogni dove. Anche in famiglie povere, a Obock, spesso un’umilissima etiope lava e pulisce per poco o quasi nulla. “Perfino i miei apprendisti di meccanica o di falegnameria, sorride ironico fratel Bruno, sognano un lavoro in ufficio! E lui li consola… quando avrai fatto carriera, aperto un’impresa, diventato un capo e assunto altri apprendisti… ecco, allora, sarai seduto in ufficio !” Ma sogno impossibile, qui.
L’ incontro con chi è differente, invece, trasforma. Senza accorgersene. Ti cambiano, in profondità. André, un missionario, mentre guida, mi confessa : “Ho cambiato stile di guida qui. Prima mi arrabbiavo ad ogni infrazione che vedevo, ora mi adatto agli altri, a uno stile piú sportivo, vedo che si avanza meglio, piú sciolti…” Mentre Eric, un volontario della Caritas, mi diceva l’altro giorno: “Stare in Africa da due anni mi ha come cambiato il carattere. Mi sento piú aperto, piú libero. Ho quasi perso la mia rigidità francese”. Sí, è quel procedere rigoroso per idee chiare e distinte, come insegnava Descartes. Miracolo degli incontri quotidiani, in terra africana.
L’incontro, peró, dovrà essere alla pari. Svestito di quel senso di superiorità o di inferiorità, che altera una relazione. Père Emmanuel mi racconta, infatti, come era solito ricevere Pierre Claverie, il suo vescovo, assassinato, in Algeria. Accoglieva sorridente e si andava subito a sedere nella sedia accanto all’ospite. Abbandonando, cosí, la sua bella poltrona. “Gesto bello, che mi piaceva un mondo, conclude Emmanuel. Per avanzare insieme nel discorso. Fraternamente”.
“Serve piu’ attenzione alle relazioni, raccomanda spesso il vescovo di qui. Siamo troppo presi dalle cose, dal tempo, dagli oggetti o dalle situazioni materiali…” Curare le relazioni. Perdere tempo, anzi prendere del tempo per questo. Fa parte dell’onda lunga della mentalità africana. Coltivare, cosí, il rapporto con l’altro, come si coltiva un’oasi.
E mi fa pensare a ieri, mentre ero al souk, al mercato locale. Cercavo un asciugamano grande. Non avendolo, il giovane, con bella grazia giocosa, mi dà svelto un bacio sul petto all’altezza del cuore, quasi per farsi perdonare, poi, mi fa portare una sedia per farmi star buono e sparisce… Dopo qualche istante, rieccolo con l’asciugamano, pescato chissà dove… ad un altro venditore, senz’altro. “Magnifica scena, mi dico tra me, per non rompere una relazione con il cliente. Non vi lasciano, infatti, fanno di tutto per accontentarvi!”
Giovanna, insegnante di italiano prima qui in Africa e poi in America, rientrata, infine, nella sua terra padovana, scriveva: “La vera sorpresa l’ho trovata al mio ritorno. Mi sono ritrovata diversa, senza piu’ quella affinità che avevo con i miei concittadini. Ho capito cha la vita all’estero mi aveva cambiata dentro: aprendo i miei orizzonti mentali, mettendomi in contatto con tanti popoli e culture, mi ha insegnato che la diversità è un valore. E va rispettata sempre”.
Mi ritornano alla mente, allora, le recenti parole del nuovo generale dei gesuiti, uno spagnolo vissuto per tantissimi anni… in Giappone. Tracciava in una frase la missione dei gesuiti, come l’inserimento nelle culture e nei popoli, il contatto con la gente. “É essenziale. Senza incontri, si puo’ diventare molto teorici… Ma la realtà non è questa. Si trova invece nelle lotte della gente per la loro vita o per la loro sopravvivenza. Per vivere l’amore e approfondirlo. Per educare la loro famiglia. Per arricchire le loro relazioni interpersonali”.
L’incontro con chi è differente, soprattutto, trasforma. Fa crescere, rende grandi in umanità. Ma allora, nella nostra societa’ che cosa attendere per dargli il suo valore?!
GRAZIANA POESIE
mercoledì 14 maggio 2008“L’unica cosa importante
quando ce ne andremo,
saranno le tracce d’amore
che avremo lasciato”
(Albert Schweitzer)
Ciao, a te ed a tutti voiCarissimo P.Francesco,
mi fa piacere sapere che ricevete volentieri le mie meditazioni, ma non sempre scaturiscono, non so se dalla mente o dal cuore o da entrambi, quando sono in sintonia.
Fa niente se, in alternativa, trascrivo alcuni dei miei versi, scritti in momenti in cui la mente ed il cuore erano collegati? (li avevo radunati, – i versi, non la mente ed il cuore! – un paio di mesi fa, per partecipare ad un concorso che richiedeva una cinquantina di testi ma, non avendo ricevuto alcun riconoscimento ufficiale dalla casa editrice, mi assegno io il premio di mandarli nel deserto, dagli Amici che vivono la Poesia dell’Amore)
“L’Amore é…”
L’Amore é accettazione,
per fede,
di ciò che é l’Altro;
é condivisione,
é silenziosa partecipazione
di ciò che l’Altro é;
é la fatica
di arrivare a capire
ciò che intende,
che fa, che spera;
é il desiderio
di vivere col suo cuore,
di farlo vivere con il tuo;
é fiduciosa attesa
di arrivare, un giorno,
ad essere insieme
anche nelle speranze.
E’ cercare di capire,
in silenzio,
ciò che sente il suo cuore
e la sua voce non dice
e non dirà mai.
“Preghiera”
Signore,
dammi la forza
di sorridere sempre;
dammi il coraggio
di sperare comunque;
dammi la pazienza
di accettare,
l’umiltà di ascoltare
le ragioni altrui.
Dà a chi amo
la gioia di cercarti,
di sentire la tua voce
nel vento,
di scoprire il tuo sorriso
in ogni angolo del mondo
che ci hai regalato
per essere felici,
per volerci bene.
“Cosa conta”
Il mondo, senza amici,
non sarebbe umano.
La vita, senza sole,
non sarebbe gioia.
Il mattino, senza rugiada,
sarebbe stanco
e tutto, senza la speranza,
sarebbe niente.
PENSANDO A TE MARIA MADRE DI GESU’ E MADRE NOSTRA HO TROVATO CONSOLAZIONE
venerdì 9 maggio 2008Ho pensato a te, Maria
(Annie Cagiati)

Ho pensato a te, Maria,
e la mia solitudine
si è fatta meno pesante.
Ho pensato alla tua vita in quegli anni,
quando sembrava che tutti
ti avessero dimenticata. Anche tuo Figlio.
Sembrava che lui il mondo
lo stesse salvando da solo.
Invece tu eri presente ad ogni istante.
Eri presente nel suo cuore
quando parlava e quando taceva.
Quando pregava e quando agiva.
Quando ammaestrava e quando guariva…
Ho pensato a te, Maria.
E ho scoperto che una madre
non è mai tanto «sulla breccia»,
come quando si crede inutile.
Perché la sua missione esteriore finisce.
E comincia quella della presenza
silenziosa, discreta.
Che sa sparire per anni.
E ricomparire al momento in cui
tutti gli altri abbandonano… tradiscono.
Una presenza tanto più viva,
in quanto non chiede nulla per sé.
Né tempo, né attenzioni.
E neppure il ricordo.
Oggi ho pensato a te, Maria.
E ho capito il valore
di questa mia vita,
fatta di attese, di discrezione,
di apparente dimenticanza.
Una vita fatta solo d’amore.
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STORIA: IL FUOCO
venerdì 9 maggio 2008Il fuoco
(A volte basta un raggio di sole)
Sei persone, colte dal caso nel buio di una gelida nottata, su un’isola deserta, si ritrovarono ciascuna con un pezzo di legno in mano. Non c’era altra legna nell’isola persa nelle brume del mare del Nord.
Al centro un piccolo fuoco moriva lentamente per mancanza di combustibile. Il freddo si faceva sempre più insopportabile.
La prima persona era una donna, ma un guizzo della fiamma illuminò il volto di un immigrato dalla pelle scura. La donna se ne accorse. Strinse il pugno intorno al suo pezzo di legno. Perché consumare il suo legno per scaldare uno scansafatiche venuto a rubare pane e lavoro?
L’uomo che stava al suo fianco vide uno che non era del suo partito. Mai e poi mai avrebbe sprecato il suo bel pezzo di legno per un avversario politico.
La terza persona era vestita malamente e si avvolse ancora di più nel giaccone bisunto, nascondendo il suo pezzo di legno. Il suo vicino era certamente ricco. Perché doveva usare il suo ramo per un ozioso riccone?
Il ricco sedeva pensando ai suoi beni, alle due ville, alle quattro automobili e al sostanzioso conto in banca. Le batterie del suo telefonino erano scariche, doveva conservare il suo pezzo di legno a tutti i costi e non consumarlo per quei pigri e inetti.
Il volto scuro dell’immigrato era una smorfia di vendetta nella fievole luce del fuoco ormai spento. Stringeva forte il pugno intorno al suo pezzo di legno. Sapeva bene che tutti quei bianchi lo disprezzavano. Non avrebbe mai messo il suo pezzo di legno nelle braci del fuoco. Era arrivato il momento della vendetta.
L’ultimo membro di quel mesto gruppetto era un tipo gretto e diffidente. Non faceva nulla se non per profitto. Dare soltanto a chi dà, era il suo motto preferito. Me lo devono pagare caro questo pezzo di legno, pensava.
Li trovarono così, con i pezzi di legno stretti nei pugni, immobili nella morte per assideramento.
Non erano morti per il freddo di fuori, erano morti per il freddo di dentro.
Forse anche nella tua famiglia, nella tua comunità, davanti a te c’è un fuoco che sta morendo. Di certo stringi un pezzo di legno nelle tue mani. Che ne farai?
PREGHIERA ALLO SPIRTO SANTO
venerdì 9 maggio 2008Preghiera allo Spirito Santo
(Edit Stein (S. Teresa Benedetta della Croce))
Spirito Santo, eterno Amore,
che sei dolce Luce che mi inondi
e rischiari la notte del mio cuore;
Tu ci guidi qual mano di una mamma;
ma se Tu ci lasci non più d’un passo solo avanzeremo!
Tu sei lo spazio che l’essere mio circonda e in cui si cela.
Se m’abbandoni cado nell’abisso del nulla,
da dove all’esser mi chiamasti.
Tu a me vicino più di me stessa, più intimo dell’intimo mio.
Eppur nessun Ti tocca o Ti comprende
e d’ogni nome infrangi le catene.
Spirito Santo, eterno Amore. ![]()