Archivio di giugno 2008

VERTICE G8: “RITARDI NELLA LOTTA ALLA POVERTÀ” PER CARITAS E CISDE

sabato 28 giugno 2008
“Sette anni e mezzo dopo la Dichiarazione del Millennio siamo a metà strada dalla data limite del 2015 ed è ormai evidente che troppi paesi in via di sviluppo non riusciranno a raggiungere questi obiettivi; in alcuni casi, con l’attuale tasso di crescita, alcuni paesi dovranno aspettare più di 100 anni”: lo affermano in una nota congiunta il cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, presidente di Caritas Internationalis, e René Grotenhuis, presidente della Cisde-Cooperazione internazionale per lo Sviluppo e la Solidarietà, rivolgendosi ai capi di stato degli otto paesi più industrializzati del mondo (G8), che si riuniranno dal prossimo 7 luglio a Hokkaido, in Giappone, per il consueto vertice annuale. “Ci rammarichiamo di dover scrivere ancora una volta nel 2008 per ricordare ai governi donatori le promesse che finora sono rimaste lettera morta” prosegue il comunicato, aggiungendo che “esiste il pericolo reale che gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, una solenne promessa fatta ai poveri del mondo dalla comunità internazionale e in particolare dai suoi membri più ricchi, siano ricordati come parole prive di significato: questo non può che alimentare il cinismo con cui tante persone nei paesi in via di sviluppo considerano già le ‘espressioni di preoccupazione’ dei paesi ricchi”. Per gli stati membri del G8, “la sfida per recuperare lo slancio verso gli obiettivi previsti è enorme” – prosegue la nota – e passa, tra l’altro, attraverso “la qualità degli aiuti”, “l’annullamento del debito e il credito responsabile”, “cambiamenti importanti” nella politica del commercio mondiale e una “riduzione sostanziale e radicale” delle emissioni di gas serra da parte delle nazioni industrializzate. Al vertice di Hokkaido si discuterà di sviluppo, mutamenti climatici, crisi alimentare, crisi finanziaria, debito e della cosiddetta ‘guerra al terrore’, che secondo Caritas e Cisde “consuma, insieme ai conflitti in Iraq e Afghanistan, molte più risorse di quelle destinate allo sviluppo e influenza sempre più l’approccio dei paesi donatori all’idea stessa

PRESIDENTE CARITAS INTERNATIONALIS, “NO A UNA GLOBALIZZAZIONE CHE ESCLUDE”

sabato 28 giugno 2008

“In un momento così difficile per l’economia a livello mondiale bisogna guardarsi dal mettere in atto una ‘globalizzazione escludente. Il rischio oggi è di inchinarsi a un nuovo Dio che si chiama ‘mercato’, come mostrano le forti speculazioni sul petrolio e sui generi alimentari di base che in tre mesi hanno creato 100 milioni di nuovi poveri”: lo ha detto ieri sera a Roma il cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, e presidente di Caritas Internationalis, intervenendo alla presentazione del libro di Enzo Romeo “Come funziona il Vaticano”. Il cardinale, riferisce oggi il ‘Servizio informazione religiosa’ (Sir), ha evidenziato che “la crescita inarrestabile del prezzo del petrolio è dovuta principalmente alle grandi banche ed agli organismi finanziari internazionali che speculano su questo bene per rifarsi dalle perdite subite col crack dei mutui subprime. Di fronte a questa situazione – ha aggiunto – serve una nuova cultura di austerità, specialmente da parte dei paesi più ricchi”. Interpellato sull’immigrazione ha risposto: “Nessuno lascia la propria terra per piacere, la si lascia per sopravvivere. Ciò che serve è quindi una politica di sviluppo a livello internazionale”. “Tante volte si guarda al Vaticano, anche nelle mie terre in America Latina, come a un ‘grande mistero’ – ha detto ancora il cardinale Rodríguez Maradiaga -. Qualcuno lo definisce ‘centro di potere’, ma in realtà esso è un centro di servizio”. Sulla situazione della Chiesa in America Latina, il porporato ha spiegato che “nel 3° Congresso missionario americano in programma a Quito (Ecuador) in agosto si punterà a trasformare la pastorale ordinaria in missionaria. E’ ora di restituire ciò che abbiamo ricevuto…L’Anno Paolino … (che si aprirà il 28 giugno) costituisce una grande occasione per riprendere con slancio lo sforzo missionario da parte di tutti i credenti”. [FB]

PRESENTATO VII FORUM DEI POPOLI (O DEI POVERI), CONTRAPPUNTO AL G8

sabato 28 giugno 2008
“Il vertice dei paesi più industrializzati del mondo si svolge in un contesto caratterizzato dall’aumento dei prezzi degli alimenti di prima necessità, crescita allucinante del costo degli idrocarburi, crisi monetaria senza precedenti, aumento della speculazione finanziaria e criminalizzazione dell’immigrazione”: con queste parole Aminata Touré, presidente della Coalizione delle alternative africane per l’annullamento del debito (Cad), ha presentato in una conferenza stampa il programma del VII ‘Forum dei popoli’ (detto anche ‘dei poveri’), alternativo al G8 di Hokkaido. Il controvertice dei movimenti sociali si svolgerà a Katibougou, a circa 60 chilometri dalla capitale del Mali, Bamako, dal 7 al 9 luglio e avrà come tema “L’Africa di fronte alla globalizzazione neoliberista”. Diritti sociali, economici e culturali; sviluppo agricolo e industrializzazione in Africa; conflitti per la terra e l’acqua; l’Africa come campo di prova delle politiche per lo sviluppo; annullamento del debito estero sono alcuni dei temi nell’agenda del forum. La presidente del Cad ha poi ricordato che uno degli argomenti principali del vertice G8 del 2007 fu la questione della povertà in Africa ma ha aggiunto che quegli incontri sono in realtà occasioni per “valutare i progressi del neocolonialismo”, durante i quali vengono adottate misure antidemocratiche per accentuare la povertà di popolazioni che già soffrono le conseguenze negative della globalizzazione. Citando dati della Fao (Food and agricolture organization dell’Onu), Aminata Tourè ha detto che la quota di aiuti destinati allo sviluppo agricolo è scesa dal 17% del 1980 al 3% nel 2006: “In alcuni casi, il portafoglio dei prestiti istituzionali all’agricoltura è passato dal 33% del 1979 all’1% nel 2007”, aggiungendo che nel mondo ogni anno vengono spesi 1200 miliardi di dollari per armi e guerre, mentre per rilanciare l’agricoltura ed eliminare definitivamente la fame basterebbero 30 miliardi di dollari l’anno. Il primo vertice dei popoli si svolse nel 2002, a Siby, un villaggio che, pur non essendo lontano da Bamako, non aveva nè elettricità nè acqua corrente. [MV/co]

ANCORA SEMPRE DI PIU’ SICCITA’ E FAME NELLO STATO DI GIBUTI

sabato 28 giugno 2008
GIBUTI – Quasi 284.000 persone in tutto il paese (45% della popolazione) potrebbe non avere cibo a causa della siccità, dell’aumento dei prezzi e dell’alto tasso di morte del bestiame. E’ l’avvertimento lanciato dalla Rete dei sistemi d’allarme sulle carestie (Fews net) secondo cui la situazione è critica e ci sono significative ‘carenze’ di cibo in tutte le aree rurali del paese.

BREVI DALL’AFRICA

sabato 28 giugno 2008
SUD DEL MONDO
27/6/2008   23.15
BREVI DALL’AFRICA (Kenya, Gibuti, Africa, Costa d’Avorio)
Altro, Standard

KENYA – Proteste dei sindacati e delle compagnie commerciali del paese per l’annuncio di aumento, dal 1 luglio, del 21% del costo dell’energia elettrica da parte della Commissione regolatrice dell’elettricità. Alla fine di maggio l’inflazione ha toccato la cifra record del 31,5% e si stima che tale aumento avrà effetti anche il prezzo del cibo. Secondo i sindacati l’aumento colpirà la competitività internazionale del Kenya perché anche le tariffe sono superiori a quelle pagate in altri paesi. Attualmente le industrie keniane pagano tra 10 e 14 scellini (10-14 centesimi di euro) a chilowatt, in Cina e India il costo si aggira tra 2,5 e 3,8 centesimi.

GIBUTI – Quasi 284.000 persone in tutto il paese (45% della popolazione) potrebbe non avere cibo a causa della siccità, dell’aumento dei prezzi e dell’alto tasso di morte del bestiame. E’ l’avvertimento lanciato dalla Rete dei sistemi d’allarme sulle carestie (Fews net) secondo cui la situazione è critica e ci sono significative ‘carenze’ di cibo in tutte le aree rurali del paese.

AFRICA/CUBA – La cooperazione tra i paesi africani e Cuba è stato il principale oggetto di discussione del XII seminario internazionale sull’Africa e il medio-oriente, conclusosi ieri a La Havana, a cui hanno partecipato esperti del Messico, del Mozambico, dell’Angola, dell’Algeria e della stessa Cuba. Nell’incontro si è anche discusso della crisi alimentare in Africa e medio-oriente, degli effetti della migrazione africana interna ed esterna e del ruolo dell’Onu nella cooperazione sud-sud. Si stima che Cuba abbia inviato in Africa, dal 1962 ad oggi, più di 100.000 esperti lanciando nel continente africano, solo nel 2007, 211 nuovi progetti.

COSTA D’AVORIO – Rimane preoccupante la situazione dei diritti umani nelle regioni ivoriane del Moyen Cavally e delle 18 Montagne (ovest) con casi di “civili uccisi e donne violentate”. Secondo Simon Minzu, capo della divisione diritti dell’uomo nell’operazione Onu di mantenimento della pace in Costa d’Avorio (Onuci), “gli abitanti hanno segnalato la costante presenza di gruppi armati e di ricorrenti attacchi e violenze” soprattutto sull’asse Duékoué-Bangolo; la situazione è resa più complicata dal fenomeno di persone di altre zone che “occupano e sfruttano i terreni abbandonati

NOTIZIE DELLA GUERRA GIBUTI ERITREA

sabato 28 giugno 2008
AFRICA

25/6/2008   10.21    

ERITREA-GIBUTI: NUOVO APPELLO DELL’ONU AD ASMARA

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha reiterato il suo appello all’Eritrea affinché ritiri i militari dalla linea di confine con Gibuti dopo i combattimenti del 10 giugno, chiedendo al segretario generale Ban Ki-moon di inviare una ‘missione informativa’ sul terreno. Il Consiglio “si rammarica che l’Eritrea non abbia risposto agli appelli”, si legge in una dichiarazione letta dal vice-ambasciatore americano all’Onu Alejandro Wolff. Il primo ministro di Gibuti, Deleita Mohamed Deleita, e il suo ministro degli Esteri, Mahmoud Ali Jussuf, sono intervenuti al Palazzo di Vetro martedì accusando l’Eritrea di non aver applicato la ‘dichiarazione presidenziale’ del 12 giugno che la esortava a riportare le sue truppe su posizioni precedenti gli scontri, costati la vita a nove soldati di Gibuti; l’Eritrea, secondo Deleita, avrebbe invece rafforzato il dispiegamento dei militari al confine, “manovre chiaramente destinate a scatenare una guerra che noi vogliamo evitare”. La tensione tra i due paesi erano salita dopo un’incursione di truppe eritree, il 16 aprile, nell’area di Ras Doumeira, zona strategica alle porte del Mar Rosso già oggetto di scontri nel 1996 e 1999.

[FB]

DOMENICA 29 GIUGNO FESTA DI S.PIETRO E PAOLO-UN ANNO CON PAOLO-

sabato 28 giugno 2008

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+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parola del Signore

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È la festa dei grandi apostoli, Pietro e Paolo. Rosso è il colore liturgico perché rosso è il sangue versato dai martiri. A San Pietro oggi il Papa consegna, ai nuovi arcivescovi, i palli, le piccole stole di lana d’agnello che simboleggiano un particolare legame con il successore di Pietro e che, come bianca e morbida collana, spiccano sulle ampie casule rosse. La tradizione vuole che queste stole riposino tutto un anno, in un’urna collocata sotto l’altare della Confessione e sopra la tomba di Pietro.

Il Vangelo di oggi presenta una scena svoltasi a Cesarea di Filippo, nell’estremo Nord della Terra Santa, in zona pagana, il punto più lontano da Gerusalemme. Cesarea si estendeva ai piedi del monte Ermon. Una delle grotte era dedicata al Dio Pan e alle ninfe. Sulla sommità di una rupe, Erode aveva fatto costruire un tempio in onore di Cesare Augusto, mentre Filippo, suo figlio, aveva ingrandito la città dandole il nome di Cesarea. Venerare un idolo e un uomo per gli Ebrei era semplicemente satanico: per questo la grotta era considerata l’ingresso dell’inferno. Gli ebrei attendevano che, da un giorno all’altro, gli abissi infernali scuotessero la rupe e inghiottissero il tempio sacrilego. Qui, in questo luogo, Gesù parla di un’altra pietra sulla quale edificherà un altro tempio, la Chiesa di Dio sulla quale nessuna potenza potrà prevalere. Simone ne riceve le chiavi e ne è pietra visibile. Ma prima occorre la fede. Per questo Gesù chiede ai discepoli, con umiltà, “chi sono io per voi?”. La domanda non mostra una crisi di identità, ma la strada per portare i discepoli dentro il suo mistero. È la risposta a questa domanda, infatti, che costituisce il discepolo. Il problema non è interrogare Dio, ma lasciarci interrogare da Lui che è e resta sempre un mistero; rispondergli, invece, costituisce l’avventura di essere uomini. Il cristianesimo non è una ideologia, neppure una morale, ma il rapporto personale con Gesù.

Siamo alla svolta del Vangelo di Matteo: Pietro e gli altri riconoscono Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio. Quella di Pietro è la professione di fede cristiana: Gesù è il centro e il culmine della rivelazione di Dio perché è il Figlio. E Simone diviene “pietra”, un attributo di Dio stesso. La Chiesa si costruisce su questa pietra come la casa dei figli di Dio.
A Pietro Gesù conferisce un primato che lo collocherà, nella prima comunità di Gerusalemme, sempre in prima fila come protagonista, nel prendere la parola a nome di tutti gli apostoli, nel compiere le guarigioni miracolose, nel punire gli indegni, nel confermare le conversioni, nell’ammettere i pagani, nell’affermare la libertà cristiana di fronte alla legge mosaica. Il primato di Pietro si spiega sul modello del primato del Signore che è venuto per servire e dare la vita. Il primato è un servizio nella fede e nell’amore. Così diviene anche principio di comunione e di unità.

Accanto al primato di Pietro e dei suoi successori, c’è il primato della Chiesa di Roma, di cui Pietro è vescovo. Roma “presiede alla carità”, secondo l’espressione di Ignazio di Antiochia, e “tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui a Roma come unica base e fondamento, perché, secondo la promessa del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa” (San Massimo il Confessore).
Insieme a Pietro, anche Paolo. Insieme sono “le più grandi e le più giuste colonne” (San Clemente) che portano a compimento la loro testimonianza a Roma, dove versano il sangue per Cristo e conferiscono a questa Chiesa una “più alta autorità apostolica”, per cui ogni cristiano e ogni comunità ecclesiale deve confrontarsi e concordare con essa (Sant’Ireneo). I due apostoli simboleggiano anche la Chiesa dei giudei e la Chiesa dei pagani. La Chiesa è una e universale.
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Un anno con Paolo

E’ tale l’importanza dei santi Pietro e Paolo che quando, come quest’anno, la loro festa cade in domenica la liturgia sospende il normale corso delle celebrazioni. I due santi, in quanto apostoli, sono importanti per tutta la Chiesa, la quale proclama sé stessa “una, santa, cattolica e apostolica”; lo sono poi a maggior ragione per quei cristiani che, come i mantovani, seguono il rito romano, vale a dire quello adottato a Roma, la città dove i due apostoli hanno coronato col martirio la loro vita terrena e hanno tuttora, entro splendide basiliche, il loro venerato sepolcro, da sempre frequentatissima meta di pellegrinaggi.
Quest’anno l’attenzione si appunta in particolare su Paolo. Di lui si sa molto, ma non la data di nascita; poiché si ritiene sia avvenuta tra l’anno 5 e il 10 dopo Cristo, per non lasciar cadere il bimillenario, il papa ha deciso di celebrarlo a cominciare da oggi con un “Anno Paolino”, denso di iniziative volte a cogliere meglio i doni che tramite lui il Signore ha fatto alla Chiesa e al mondo intero. Tramite lui: la sua vita, quale è narrata negli Atti degli apostoli (a tratti nei capitoli 8-12, in esclusiva nei seguenti), e il suo insegnamento, quale emerge in particolare dalle sue tredici intense Lettere, di cui ogni domenica si legge un brano.
Per verità, in Paolo vita e dottrina non si possono scindere; egli ha insegnato, instancabile pur tra mille pericoli e ostilità, quello che ha compreso a partire dalla sua stessa esperienza. Cinque o sei anni dopo la conclusione della vita terrena di Gesù, il giovane Saulo, come allora si chiamava, pieno di zelo per il Dio dei suoi padri, riteneva suo dovere combattere i traditori, divenuti seguaci di quel rabbi di Nazaret che si ostinavano a dichiarare risorto dai morti. Allo scopo aveva partecipato alla lapidazione del primo martire, Stefano, e riuscì a ottenere dai capi del popolo ebraico l’autorizzazione di andare ad arrestare gli ebrei cristiani dimoranti a Damasco. Alla testa di un drappello di soldati era ormai prossimo alla città, quando una luce accecante lo gettò a terra, e una voce gli chiese: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” La risposta fu un’altra domanda: “Chi sei, tu?” E la voce: “Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.
Sconvolgente. Egli non aveva conosciuto Gesù, non l’aveva ascoltato parlare né visto guarire; avrà saputo che era morto in croce, e con ciò riteneva conclusa la vicenda. Ecco ora che il Crocifisso si manifestava vivo, e dunque risorto come sostenevano i suoi seguaci; non solo, egli riteneva fatto a sé quello che facevano ai suoi amici: “perché mi perseguiti?” A partire da questi elementi, egli si mise a riflettere, si informò adeguatamente su Gesù e giunse alla conversione, di cui in certo modo è segno il cambio del nome: dall’ebraico Saulo al romano Paolo.
Alla conversione seguì dapprima un silenzioso ritiro nella sua città natale, Tarso; poi però, sollecitato dai compagni di fede, egli cominciò un’intensa attività apostolica, rivolta ai componenti del suo stesso popolo, ma anche e soprattutto ai pagani. Senza nascondere di essere stato un persecutore di quella fede che ora poteva annunciare, per averne sperimentato di persona i fondamenti; una fede basata sull’amore di Gesù per gli uomini

24 GIUGNO NATIVITA’ DI S.GIOVANNI BATTISTA FESTA

lunedì 23 giugno 2008

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+ Dal Vangelo secondo Luca

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Parola del Signore

La fine di ogni uomo non è il suo destino, ma il suo fine. Senza lasciarsi ingannare dal possibile e facile giro di parole il cambio dell’articolo cambia totalmente significato. Ogni persona viene al mondo con un Dna cromosomico caratteristico, personale e indelebile. Il colore degli occhi dei propri genitori saranno dominanti in quelli dei propri figli. Una sorta di eredità genetica che si tramanda. Ma quando viene al mondo un bambino vi è una domanda che tiene in sospeso e nutre le attese di chi gli è accanto. Ed è la medesima che si sono posti Elisabetta e Zaccaria, i genitori di Giovanni il Battista: “Che ne sarà di questo bambino?”. La felice coincidenza della dodicesima domenica del tempo ordinario con la natività di Giovanni il Battista orienta il commento verso tre riflessioni tra loro innervate.

La nascita di una vita è l’esplosione della misericordia di Dio. Un padre non riesce a vivere senza crescere assieme ai suoi figli e poterci parlare, giocare, riflettere. Così è l’agire di Dio che dona continuamente l’abbondanza della vita con il dono dei figli. Un’abbondanza che viene temuta e misurata dall’uomo al punto che, per natalità, l’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa. Ma la voglia di vita è più forte del desiderio di morte. La sterilità di Elisabetta è stata ricolmata dal dono di un figlio, di colui che diverrà il precursore di Gesù. Vi sono molte situazioni nelle nostre città e paesi di donne che non possono avere figli per molteplici motivi fisici ma che desiderano ardentemente il dono della maternità. Altre, invece, che pur essendo nella possibilità di generare alla luce un figlio decidono di reprimere tale dono con una iniezione abortiva. A tanto desiderio di maternità corrisponde tanto egoismo e paura. Quante giovani ragazze si recano (o vengono accompagnate) all’ospedale per abortire e dire no alla vita. L’aborto è una cicatrice che rimane per sempre nel Dna mentale e interiore della donna che nulla e nessuno potrà cancellare. La scelta di abortire può essere dettata da mille motivi riconducibili, alla fine, ad un solo: egoismo. Non ci si stanchi mai di parlare a vari livelli di tale argomento nella catechesi per adolescenti e giovani cercando di favorire una cultura di apertura alla vita. Da questo punto di vista l’affido e l’adozione sono, in extremis, delle possibilità che vengono offerte come sostitutive alla soppressione della vita.

Chiamare per nome una persona significa evocarla alla vita. La Scrittura è ricca di episodi che confermano quanto detto e il testo dell’evangelista Luca proposto dalla liturgia è emblematico. Il nome dato a un bambino va ben al di là della sola iscrizione anagrafica. Vi possono essere – ed esistono – motivi più profondi che inducono un genitore a chiamare il proprio figlio con il nome di un divo televisivo o di spettacolo! Un nome ti accompagna per tutta la vita e scoprire in prima persona che nella scelta del nome da parte dei genitori vi è una vocazione da far emergere è quanto mai straordinario. È buona cosa, dunque, essere guidati da saggi e profondi criteri nella scelta del nome per il proprio figlio e figlia lasciandosi, perché no, consigliare anche dalla Bibbia.

Come, pertanto, si da un nome alle persone è buona cosa nominare ciò che abita nell’interiorità. Dare un nome a ciò che abita nel cuore dell’uomo equivale a ritrovare la direzione e senso alla personale esistenza. Da questa pagina di Vangelo emerge in filigrana l’arte del discernimento, del saper distinguere per scegliere. “Gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua”: Zaccaria era divenuto muto a motivo della sua incredulità e paura. Quando si ha il coraggio e l’umiltà di fare luce nella propria esistenza a qualsiasi età è allora che prende forma il volto autentico e pacificato della vita. Nessuna vocazione prenderà il largo se non si conosce da quale porto si è partiti.

DANIELA DI ROMA CI SCRIVE

lunedì 23 giugno 2008

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Carissimo p. Fra, 

mi unisco a Graziana condividendo quel che scrive sul sito con la sua splendida capacità espressiva e mi immedesimo nella gioia di tutti gli amici che aspettano di riabbracciarti, la stessa, indicibile gioia che mi ha investito nel poterti incontrare e nel vedere quanta luce e quanto amore il Signore diffonde in ogni angolo attraverso di te. 

Dunque ti dico ancora GRAZIE, Fra,  grazie per tutto ciò che fai, per i frutti delle opere che il Signore ti commissiona  e per il sostegno insostituibile che 

rappresenti per tutti coloro che, come me,  hanno la grazia di incontrarti lungo il percorso della propria vita. 

Un abbraccio affettuoso e a presto 

Daniela 

 

RISVEGLI: DAL MUEZIM DELLA MOSCHEA DI OBOK, AL CAMPANONE DI S.PIETRO

lunedì 23 giugno 2008

Eccomi a Roma.Viaggio perfetto,anche le ore di attesa ad Adis sono passate rapide perchè con me ha viaggiato una cara volontaria di Tadgiura Filomena che andava in Belgio,ed essendo da 25 anni in Gibuti ho sapto tantissime belle storie della sua esperienza.Domenica mattina mi sono risvegliato al suono del campanone di S.Pietro perchè la casa dei Missionari della Consolata è vicinissima a S.Pietro,ed ho meditato come in tutte le religione ,il richiamare i fedeli alla preghiera sia un fatto fondamentale.”Allah acbar grida il muezim dall’alto del minareto per ricordarci che la nostra vita è guidata da Dio Grande e potente,e il campanone di S.Pietro ci ricorda che tutto comunque è nelle mani del Signore che ci dice non avere paura,stai unito a me.

Ed ora ,con la mia famiglia,gli amici di Roma ,trescorro questi giorni,in attesa del Padre Generale in arrivo dal Portogallo.Domani pomeriggio Walter e l’Assunta ,come sempre puntuali ,verranno a prendermi,e quindi spero proprio di essere a Gambettola domani sera.