Archivio di novembre 2008

COSTRUIRE UNA COSCIENZA INTERNAZIONALE OLTRE LA BENEFICENZA. APPELLI PER LA PACE NEL KIVU

martedì 18 novembre 2008

KINSHASA-ADISTA. Esprimiamo “forte preoccupazione per la situazione che sta generando sofferenze e distruzioni nella regione del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo” e facciamo appello “perché la comunità internazionale, nelle sue diverse articolazioni, non resti indifferente diventando complice”. Con queste parole Pax Christi Italia si associa all’appello per la pace nel Congo, lanciato il 5 novembre scorso da Beati i Costruttori di Pace, il coordinamento di ong Cipsi, la Commissione Justitia et Pax degli istituti missionari italiani, il Gruppo Pace per il Congo e la Tavola per la Pace. Per spiegare le cause politiche dell’attuale guerra, l’appello – dal titolo Interventi politici urgenti oltre l’emergenza umanitaria – ha recuperato un documento della Conferenza episcopale del Congo (v. Adista n. 80/08): alla base del conflitto, hanno spiegato i firmatari, c’è “la ricchezza di questo territorio, definito ‘scandalo geologico’, che ha fatto dire ai vescovi congolesi che questa guerra è un ‘paravento’ che nasconde lo sfruttamento indiscriminato delle risorse”. Accanto alle numerose richieste di sostegno economico per le azioni di emergenza alimentare e sanitaria, l’appello del 5 novembre ha denunciato le ragioni che contribuiscono all’instabilità dell’area, connesse tanto ai giochi di potere locale quanto agli interessi commerciali internazionali. “Nuovi soggetti – spiegano i promotori – vogliono partecipare allo sfruttamento delle ricchezze del territorio, primo fra tutti la Cina, con la quale il governo congolese ha stipulato un accordo”. A tal fine, i firmatari chiedono che venga creato “un osservatorio internazionale sulle concessioni minerarie e di legname affinché si arrivi ad accordi legali e trasparenti e anche la popolazione possa godere del frutto di queste immense ricchezze”.Un precedente appello della Rete Pace per il Congo (30/10) ricordava che, nonostante “l’informazione spesso vaga e imprecisa”, “c’è una responsabilità collettiva su quanto avviene. Il cellulare, il computer funzionano anche con il coltano che importiamo da quelle terre e costano sangue”.

In una lettera aperta, indirizzata al premier congolese Adolphe Muzito, mons. François-Xavier Maroy Rusengo – arcivescovo di Bukavu (capoluogo del Sud Kivu) – ha scritto che il “dramma congolese ha implicazioni economiche e politiche a livello internazionale, nazionale e locale”.

Come possibile via d’uscita alla balcanizzazione del Kivu, mons. Rusengo ha proposto un vertice “tra gli Usa, l’Unione Europea e alcuni Paesi asiatici, per armonizzare i loro interessi geostrategici, economici e persino fondiari che alimentano le tensioni mortali della nostra regione in generale e del Congo in particolare”. È necessario porre un freno agli interessi commerciali occidentali anche secondo Medici Senza Frontiere, che l’11 novembre scorso ha chiesto di “ripristinare l’embargo delle armi per i Paesi della regione”.

Inoltre, in un’intervista pubblicata il 10 novembre da Radio Vaticana, Simona Venturoli – referente del Servizio Progetti all’estero dell’Aifo (Associazione Italiana Amici di Raoul Follerau) – ha definito il conflitto in Nord Kivu “un ennesimo sterminio di massa coperto in realtà da interessi economici e di potere”.

Ma la responsabilità della comunità internazionale va ben oltre: i 17mila uomini dell’Onu in Congo non sembrano, infatti, in grado di tutelare la sicurezza e i diritti delle popolazioni coinvolte. Suor Giovanna Gallicani, Piccola Figlia dei Santissimi Cuori di Gesù e Maria e collaboratrice del progetto Aifo per l’infanzia a Goma (capitale del Nord Kivu), ammette di affidarsi ormai solo alla preghiera. “Abbiamo passato due giorni terribili: l’armata nazionale e i ribelli – ha detto la suora – hanno saccheggiato, ucciso e commesso violazioni di ogni genere. Rimane l’incertezza e la paura”. Identica sfiducia testimoniano le parole di Domenico Maselli – presidente della Fcei (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia) – che il 12 novembre scorso ha criticato, a nome dell’agenzia ecumenica Act (Action by Churches Togheter), impegnata da anni nella crisi del Congo, “l’assoluta inadeguatezza della capacità di intervento della comunità internazionale, a sostegno della sicurezza e dei diritti umani di intere popolazioni. Solidarizzare con questi profughi oggi significa necessariamente ripensare alle politiche di intervento umanitario domani”. L’inadeguatezza dell’Onu si è inoltre manifestata nel Vertice dei Paesi dei Grandi Laghi, che si è aperto il 7 novembre scorso a Nairobi. I delegati della Rdc e del Rwanda, moderati dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, si sono rimpallati le responsabilità del conflitto e ancora non sono stati raggiunti risultati soddisfacenti.

Intanto, prosegue l’avanzata delle milizie ribelli di Laurent Nkunda verso il capoluogo Goma. Dall’inizio delle ultime ostilità, si contano oltre 250mila nuovi sfollati, che si sono aggiunti al milione e mezzo circa delle precedenti guerre. L’Unicef tira le somme: oltre ventimila morti negli ultimi giorni, una violenta esplosione di epidemie di colera e morbillo nei campi profughi e un’aumentata incidenza della malaria, coadiuvata dalla stagione delle piogge e dalle dure condizioni di vita nei campi profughi. In questa fase acuta di combattimenti, inoltre, le associazioni umanitarie registrano un allargamento indiscriminato del reclutamento forzato di bambini soldato, facilmente ‘reperibili’ tra le popolazioni in fuga. (giampaolo petrucci)

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 18 novembre

martedì 18 novembre 2008

Migliaia di persone hanno lasciato Kanyabayonga, la città nella parte settentrionale del Nord Kivu dove da ieri sembra convergere l’offensiva dei ribelli del Consiglio per la difesa del popolo (Cndp): lo riferisce l’emittente delle Nazioni Unite ‘Radio Okapi’, secondo la quale nel centro abitato l’atmosfera resta tesa nonostante da alcune ore non si abbia notizia di combattimenti o nuove avanzate. “In città e nella zona circostante – ha detto un funzionario governativo in servizio a Kanyabayonga – non ci sono stati scontri né spari”. Secondo la Monuc, la missione dell’Onu nella Repubblica democratica del Congo, le forze ribelli restano posizionate una decina di chilometri a sud-est dalla città, lungo la strada che porta a Rwindi. Una nota diffusa nel pomeriggio dal Cndp riferiva di alcuni colpi di artiglieria esplosi da unità dell’esercito congolese e sottolineava la volontà dei ribelli di non rispondere alle “provocazioni” e di dare invece “una possibilità alla pace”. Al di là di dichiarazioni strumentali o propagandistiche, l’ipotesi di un negoziato tra i ribelli e il governo congolese resta al centro di complessi tentativi diplomatici. In una conferenza stampa a Nairobi, l’inviato delle Nazioni Unite Olesegun Obasanjo è tornato oggi sull’incontro del fine settimana con il comandante in capo del Cndp: “Laurent Nkunda – ha detto – vuole trattare su problemi politici, economici e di sicurezza”. Secondo fonti Onu citate da alcune agenzie di stampa occidentali, i ribelli chiedono garanzie per una loro integrazione nell’esercito regolare, “negoziati all’estero e con un mediatore neutro”, nonché la cancellazione di alcuni contratti miliardari sottoscritti dal governo congolese con aziende cinesi.[ VG]

BREVI DALL’AFRICA (Malawi, Sudan, Somalia, Rep. Dem. Congo)

martedì 11 novembre 2008

MALAWI – Nell’ultimo decennio, la popolazione è aumentata di oltre un quarto superando i 13 milioni di abitanti, nonostante l’alta incidenza di persone affette dalla sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/aids): lo riferisce il ministro per la Pianificazione economica, Ken Lipenga, comunicando alla stampa i primi risultati del censimento realizzato a giugno e ricordando che nel 1998 gli abitanti del Malawi erano 9,8 milioni.

SUDAN – Un gruppo di uomini armati ha teso un agguato vicino il campo di Geneina Super, nella regione occidentale del Darfur, contro un convoglio di militari della missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana (Unamid), ferendo un “peacekeeper” e danneggiando seriamente un veicolo. Lo riferisce il portavoce dell’Unamid, diffondendo un comunicato nel quale ribadisce l’impegno della missione congiunta per ristabilire la pace in Darfur.

SOMALIA – Una nave cisterna filippina, con 23 persone a bordo, è stata sequestrata da uomini armati al largo delle coste somale, nel golfo di Aden. Il cargo trasporta materiali chimici ed era diretto in Asia, secondo l’Ufficio marittimo internazionale, che ha il compito di ridurre le frodi nei traffici navali e ridurre i rischi di pirateria. Tra l’inizio dell’anno e settembre nel mondo si sono registrati 219 atti di pirateria (tra riusciti e falliti), 81 dei quali nel golfo di Aden.

REP. DEMOCRATICA CONGO – Almeno nove persone sono morte a causa di un’infezione di colera che sta colpendo i campi profughi nella provincia orientale del Nord Kivu. Lo riferisce l’emittente radiofonica Okapi, citando il responsabile sanitario provinciale, Dominique Baabo, secondo il quale la situazione epidemiologica nei luoghi dove sono ospitate le persone in fuga dai combattimenti è “molto preoccupante”.[CO]

KENIA SUORE RAPITE DA BANDITI SOMALI

martedì 11 novembre 2008

Non ci sono novità di rilievo su suor Caterina Giraudo e suor Maria Teresa Olivero, le religiose del Movimento Contemplativo Missionario Padre de Foucauld di Cuneo, rapite nella notte tra domenica e lunedì a Elwak, in Kenya. Secondo fonti somale della MISNA, le due suore sarebbero state condotte in Somalia dal gruppo armato che le aveva sequestrate a Elwak. Intanto, il nunzio apostolico in Kenya, monsignor Alain Paul Lebeaupin, in un’intervista a Radio Vaticana, ha invitato i sequestratori a tornare sui loro passi: “Tutti – ha detto il nunzio – speriamo che, il più rapidamente possibile, siano rilasciate le suore… nello stesso momento, sappiamo che c’è gente che nella zona soffre per una tale situazione, anche e non solo per il rapimento delle suore”. Il nunzio ha sottolineato che non ci sono mai stati problemi con la comunità musulmana, maggioritaria in quella zona del Kenya: “Non ci sono problemi con il mondo dell’islam e questo è importante dirlo” ha detto monsignor Lebeaupin ricordando che l’opera delle due religiose si riflette all’interno di “una presenza anche caritatevole, molto discreta, tutta basata sull’essere accanto alla gente”. L’invito a pregare e ad aspettare in silenzio è stato ribadito dal Movimento cui appartengono le due suore che dalle pagine del suo sito internet ha chiesto ai giornalisti “di non comunicare ipotesi azzardate sul sequestro o supposizioni non fondate su luoghi dove potrebbero trovarsi le rapite”. Per la liberazione di suor Caterina e suor Maria Teresa stanno comunque attivamente collaborando le autorità somale, kenyane e italiane, e il ministero degli Esteri di Roma ha chiesto massimo riserbo.[ GB]

DUNGU: DOPO ATTACCHI RIBELLI UGANDESI, COPRIFUOCO E INSICUREZZA

martedì 11 novembre 2008

“In due quartieri di Dungu sono rimaste soltanto capre e cani, gli abitanti si limitano a tornarvi soltanto per poche ore al giorno, poi preferiscono passare la notte in un terzo quartiere ritenuto più sicuro o anche nella foresta”: una fonte locale della MISNA che preferisce mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza, descrive con queste parole la situazione nella cittadina della Provincia Orientale (al confine con Repubblica Centrafricana e Sudan), dallo scorso 17 settembre teatro di continue incursioni e violenze dei ribelli ugandesi dell’Esercito del Signore (Lra, Lord’s resistance army). “Dopo un attacco avvenuto il primo novembre sembrava che la gente stesse lentamente facendo ritorno – ha aggiunto la fonte – ma a due settimane da allora e con notizie di violenze che arrivano da altre parti della regione, in molti hanno preferito cercare un rifugio se non trasferirsi temporaneamente altrove”. Da una settimana a Dungu è entrato in vigore il coprifuoco e l’esercito, presente in città e nei dintorni con 2000 militari, ha cominciato a pattugliare le strade anche durante la notte. Ciononostante i ribelli continuano a muoversi liberamente, hanno loro sentieri, usano telefoni satellitari per tenersi in contatto tra loro, hanno perfino piccoli pannelli solari per ricaricare le batterie dei cellulari. A seguito delle loro incursioni, diversi civili sono stati uccisi – più di 20 hanno sicuramente perso la vita a Dungu il primo novembre – e decine sono gli adolescenti rapiti di cui non si conosce la sorte. Una situazione di precarietà aggravata dall’impossibilità dei contadini di poter lavorare le loro terre: “In questo momento – conclude la fonte della MISNA – sarebbe il momento di raccogliere il riso, ma nessuno lo sta facendo; così se al momento non ci sono emergenze alimentari e sanitarie, non è detto che la situazione rimanga la stessa nei prossimi mesi a meno di una cessazione delle ostilità”. [ GB]

BREVI DALL’AFRICA (Madagascar, Etiopia, Togo, Zimbabwe)

giovedì 6 novembre 2008

MADAGASCAR – Rafforzare la cooperazione bilaterale con l’Iran e promuovere sviluppare progetti comuni per la ricerca in materia energetica sono i principali temi affrontati dal governo del Madagascar e una delegazione iraniana nel corso di una visita del vice-ministro degli Esteri dell’Iran, Hossain Sheikholislam, ad Antananarivo. Durante i colloqui, Sheikholislam ha inoltre detto che il suo governo sosterrà gli sforzi del Madagascar per la preparazione del prossimo vertice dell’Unione Africana, previsto in luglio 2009 ad Antananarivo.

ETIOPIA – L’eruzione improvvisa di un vulcano nella regione nord-orientale di Afar ha provocato una fuoriuscita di lava che ha investito una superficie di centinaia di chilometri. Lo hanno riferito oggi geologi dell’istituto di Geofisica di Addis Abeba, precisando che l’eruzione dell’Arteale, unico vulcano attivo del paese, accompagnata da una scossa di terremoto, ha avuto luogo lunedì scorso e che la lava fuoriuscita dalla bocca del vulcano ha coperto oltre 300 chilometri quadrati.

TOGO – I lavoratori della sanità pubblica hanno iniziato ieri uno sciopero di tre giorni, assicurando tuttavia i servizi minimi negli ospedali e nei centri sanitari del paese. A darne notizia è stata l’emittente radiofonica Radio Lomé, specificando che lo sciopero è stato indetto per protestare contro il mancato rinnovo dei contratti e per la salvaguardia dei posti di lavoro.

ZIMBABWE – Il governo di Harare ha accusato il presidente del Botswana, Ian Khama, di interferire negli affari interni del paese, dopo che questi ha proposto di svolgere nuove elezioni in Zimbabwe per risolvere la crisi politica in corso. “È un atto di estrema provocazione nei nostri confronti” ha detto al quotidiano governativo ‘Herald’ il ministro della Giustizia dello Zimbabwe, Patrick Chinamasa. Lo scambio diplomatico si è verificato pochi giorni prima di un incontro organizzato dalla Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc) in Sudafrica per superare lo stallo politico in Zimbabwe.[CO]

SOMALIA

giovedì 6 novembre 2008

“Il primo giorno di cessate-il-fuoco sta scorrendo tranquillo, a Mogadiscio comunque da giorni non si spara più; anzi oggi le persone per strada si congratulano a vicenda per la vittoria di Barack Obama alle presidenziali americane”: contattato dalla MISNA nella capitale somala, Ali Mohalim Mohamed, vice-direttore dell’ospedale Medina, commenta il primo giorno di applicazione di uno dei punti chiave degli accordi firmati a Gibuti il 26 ottobre tra il governo di transizione e l’Alleanza per la ri-liberazione della Somalia (Ars); e parla anche di una città dove in qualche modo pare essersi riaccesa la fiaccola della speranza anche grazie al risultato delle elezioni americane. “Come il sogno di Obama – ha aggiunto l’interlocutore della MISNA – è quello di cambiare l’America, il nostro sogno è quello che ritorni finalmente la pace. E forse Obama, oltre a governare il suo paese, potrà darci quella spinta per uscire dal pantano in cui ci troviamo da anni”. Fonti diplomatiche ben informate contattate dalla MISNA hanno mantenuto toni un po’ più bassi, confermando però che gli accordi firmati a Gibuti, l’ultimo vertice dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad, che riunisce i paesi dell’area) e le dichiarazioni dell’opposizione sono tutti elementi che vanno nella giusta direzione: “La cosa più importante adesso – hanno aggiunto le stesse fonti – è portare avanti il processo secondo le scadenze fissate; per questo motivo sarà importante che il comitato congiunto governo-opposizione, previsto dall’accordo, si insedi entro il 25 novembre”. Di certo, il ritorno in Somalia di Sheikh Sharif Sheikh Ahmed (esponente di spicco dell’Ars) è un segnale importante così come lo sono i propositi di pace confermati da quest’ultimo alle radio locali. Sharif si sta muovendo a Jowhar, ovvero in una zona abitata dal clan degli Hawiye al quale appartiene; tuttavia, anche altrove in Somalia la diplomazia “dal basso” di capi-clan e religiosi sta provando a spianare la strada alla pace. Come a Merka, a sud di Mogadiscio, dove un consiglio di religiosi locali ha invitato le parti a consolidare e concretizzare gli accordi raggiunti a Gibuti perché la gente è stanca di guerre e violenze.[ GB]

PER RIFLETTERE INSIEME (Con chi si batte per la pace nel Nord Kivu)

giovedì 6 novembre 2008

“L’offensiva lanciata nel Nord Kivu dal Cndp (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), un esercito irregolare sotto il comando del generale Laurent Nkunda, attestatosi alle porte della città di Goma, costringe ancora una volta la popolazione inerme a prendere la strada della fuga. Non si sa con certezza quanti siano questa volta i profughi che hanno dovuto abbandonare le loro case. Certamente si tratta di centinaia di migliaia che vanno ad aggiungersi al milione di persone già censite come sfollati dalle agenzie umanitarie. La comunità internazionale sta riconoscendo che si tratta di una nuova catastrofe umanitaria e si sta mettendo in moto per l’invio di aiuti di emergenza.Resta tuttavia il problema politico delle cause di questa nuova guerra e dei problemi lasciati irrisolti, nonostante le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo e i tanti accordi non rispettati firmati dalle parti in causa […] Sullo sfondo di tutto la ricchezza di questo territorio, definito “scandalo geologico”, che ha fatto dire ai vescovi congolesi che questa guerra è un “paravento” che nasconde lo sfruttamento indiscriminato delle risorse. A subire questa tragedia resta la popolazione inerme, stremata da una lunghissima guerra che ha fatto oltre quattro milioni di vittime e delusa nelle proprie speranze più profonde dopo aver partecipato in massa e con entusiasmo al processo elettorale […] Noi sappiamo che, nonostante questi problemi irrisolti e la grande delusione dopo le elezioni, la gran parte della popolazione ha ancora la volontà di costruire una convivenza pacifica, uscendo definitivamente dalla guerra. Donne e uomini che si organizzano per resistere, per tentare di trovare non solo i mezzi per la sopravvivenza, ma anche e soprattutto strade di riconciliazione e di pace. E’ su queste persone, crediamo, che si deve contare per iniziare un’inversione di marcia che ponga le basi di una pace stabile”.

[Da un appello per la pace nel Nord Kivu firmato da numerose organizzazioni italiane tra cui l’Associazione ‘Beati i Costruttori di Pace’, la Commissione Justitia et Pax degli istituti missionari italiani, il Gruppo Pace per il Congo e Chiama l’Africa; segue testo integrale.]

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

giovedì 6 novembre 2008
 

Si continua a quanto pare a combattere nella zona di Rutshuru, a nord di Goma, ma ciò che più preoccupa sono le condizioni dei 10.000 sfollati che già vivevano nella zona del villaggio di Kiwanja e quelle della popolazione locale che cerca di sottrarsi agli scontri: lo sostengono responsabili della locale missione Onu (Monuc) non in grado però di precisare di che entità siano gli scontri. Il punto su cui diverse fonti della MISNA concordano è che comunque i combattimenti sono tra i ribelli del Congresso nazionale del popolo (Cndp) dell’ex-generale Laurent Nkunda e le cosiddette milizie di autodifesa ‘mayi mayi’ vicine al governo di KInshasa. Fonti dell’Onu hanno anche riferito che sarebbe stata sospesa un’operazione per trarre in salvo cinque suore rimaste bloccate a Kiwanja. Altre tre suore di nazionalità congolese, hanno invece detto alla MISNA fonti missionarie locali, hanno raggiunto ieri Goma e si trovano adesso al sicuro in Rwanda. L’Onu, confermando la partecipazione del segretario generale dell’Onu al vertice straordinario dei capi di stato della Conferenza internazionale dei grandi laghi che si terrà venerdì a Nairobi, ha chiesto ai belligeranti di fermare i combattimenti per non aggravare le condizioni già drammatiche della popolazione civile