Archivio di febbraio 2009

La paura non è una buona alleata.

venerdì 20 febbraio 2009

Una lettera aperta, in presa diretta sulle periferie del mondo, ecco che cos’è quest’uomo. Una lettera aperta che arriva con scelta di tempo perfetta, esatta, millimetrica.
Frère Charles de Foucauld, le petit frère Charles, è lui una lettera aperta ai molti uomini e donne, apparentemente invisibili, che hanno conservato la fede – molto speciale – nel lavoro evangelico del seme. Quella dedizione che si consuma nella passione per l’umano fin dentro le viscere della terra abitata dalla nostra specie, così tenera quando è tenera, così dura quando è dura. Si tratta del gusto per quella miracolosa tenacia – non plateale, non arrogante, non violenta, eppure invincibile – del filo vivo che è l’origine divina dell’umano capace di filtrare il deserto, l’asfalto, le macerie, le immondizie persino. Le parti più popolate dell’odierna città dell’uomo.
Una sorta di lettera, questa beatificazione, che portando l’immagine di Charles de Foucauld all’attenzione del pubblico, arriva nel momento in cui la rassegnazione e il risentimento, per le mancate promesse della storia, lasciano ormai filtrare i segni non dissimulati della paura vera e propria di ogni futuro. La paura è cattiva consigliera dell’azione, si dice. Certo. Però è grande regista delle passioni. Narratrice insuperabile di storie, la paura dà anche corpo ai fantasmi, dissimula ottusamente la realtà.
La tensione che si avvia a diventare dominante, nell’epoca della grande disillusione, più che quella della ragione e della religione, mi sembra quella della paura e della fede. La paura non è una buona alleata. Corrompe. L’umanesimo e anche la religione. E mentre i palazzi e le accademie discutono, l’immensa periferia delle generazioni del mondo già brucia. De Foucauld porta in primo piano la lezione del seme evangelico della fede che sfida la paura. È la prima e più possente verità dell’incarnazione di Dio, la sfida di Nazareth. Nazareth è l’habitat appassionato e lunghissimo del Figlio (trent’anni!), che si sprofonda all’infima e immensa periferia della storia, dove la contesa tra la paura e la fede si gioca in presa diretta con l’umanità dell’uomo. Nazareth è il luogo in cui la verità dell’umano si apprende fuori dalle retoriche della libertà, dell’eguaglianza, del progresso. Sono però i luoghi dove si imparano anche le entusiasmanti infiltrazioni – invisibili al confortevole riparo del salotto e della sacrestia – del filo vivo della fraternità che sfida il deserto del senso, quello dove la nostra civiltà si gioca l’anima dei figli che sono da poco arrivati.
Non commentate con troppo leziosa profusione di gergo devoto, fratelli credenti, la lettera che viene da Nazareth per l’odierna lotta della fede e della paura. Il beato Charles de Foucauld non apprezzerebbe. E voi non alzate con troppa ironia il sopracciglio, amici diffidenti della potenza evangelica del seme. Frère Charles è un signore che ha molto vissuto. Sapeva di politica, e di scienza, e di sociologia dell’habitat quanto voi. Semplicemente, un giorno, volle andare a vedere le carte di Dio e seguì il filo che porta a Nazareth. Si piantò nel deserto, e rese credibile, ad un tempo, l’umanesimo dello spirito e la verde tenacia dell’evangelo che lo riscatta. Senza eccezione di persona. Fino al limite della vita. E oltre.

Dialogare con i musulmani? Sì, ma ……………

venerdì 20 febbraio 2009

Gerolamo Fazzini (“Mondo e Missione”, Novembre 2005) «Dialogare con i musulmani? Sì, ma a condizione di ottenere risultati concreti. Se noi apriamo all’islam in Europa e poi loro continuano a impedirci di costruire chiese in Medio Oriente, cosa ci guadagniamo?». Il giornalista che, qualche mese fa, prese parte con chi scrive a una trasmissione tivù sul nuovo Papa, non me ne vorrà se prendo spunto dalle sue parole per introdurre un paio di riflessioni su Charles de Foucauld. La beatificazione di colui che amò definirsi «fratello universale» – in calendario il 13 di questo mese – rappresenta infatti un’occasione significativa per riflettere sul senso della missione cristiana, oggi. Specie in un contesto, come l’attuale, in cui il rapporto con l’islam è cruciale. Immagino che se de Foucauld si fosse posto domande del tipo di quella citata non avrebbe mai preso la via di Tamanrasset. Analogamente, se avesse ragionato in termini di costi-benefici, la Chiesa d’Algeria non avrebbe pagato il prezzo altissimo di sangue come invece ha fatto nel decennio della guerra civile. La vicenda spirituale di De Foucauld e la paziente testimonianza di suore e religiosi in Algeria sono la prova della preziosa «inutilità», dell’assoluta gratuità della scelta missionaria. La missione ha sì una sua fecondità, che però si misura con parametri altri rispetto a quelli del «mondo». Nel caso di fratel Charles, sia pure con i tempi della Provvidenza, la sua paternità spirituale si è dispiegata in modo sorprendente, generando una famiglia di apostoli che prolunga la sua testimonianza nei cinque continenti. In molti Paesi e culture de Foucauld continua ad essere «fratello universale»: non il testimonial di un generico amore filantropico ammantato di buonismo, ma l’appassionato amico di un popolo. Appassionato e competente, al punto da avere trascritto poesie e canzoni popolari dei tuareg, curato un dizionario e via dicendo. In questo, de Foucauld si può ben additare come uno dei modelli di inculturazione più riusciti, nel segno di quel «come loro» che per diverse generazioni di missionari è stato ed è una bussola, uno stile di vita. Un’intuizione, la sua, di forza sconvolgente, oggi più che mai. In tempi in cui taluni in Occidente amano riempirsi la bocca di «radici cristiane», c’è bisogno di testimonianze genuine e radicali come la sua. Il messaggio più sorprendente che de Foucauld lascia al nostro tempo è questo: tanto più la testimonianza cristiana è audace nel suo presentarsi disarmata, gratuita, in ultima analisi folle, ma autentica, tanto più essa è efficace, lascia il segno. Se diamo ascolto alla vulgata, l’identità cristiana vissuta in modo radicale e con fierezza sarebbe di ostacolo al dialogo. Non è così e l’esempio di de Foucauld lo dimostra: non è annacquando le identità che si costruisce un confronto vero con l’altro. Mi ha colpito una frase dello storico Timothy Garton Ash, in un articolo dal titolo «Sei domande sull’islam» su Repubblica: «Il sistema più seduttivo che l’umanità conosca, con le sue immagini consumistiche variopinte di salute, ricchezza, eccitazione, sesso e potere – scrive – esercita una enorme attrazione sui giovani provenienti da ambienti musulmani (…). Ma, disgustati dai suoi eccessi edonistici o forse delusi nelle loro ispirazioni segrete, alienati dalla realtà della loro vita di emarginazione in Occidente o sentendosi essi stessi rifiutati dal sistema, in pochi, una piccolissima minoranza, abbracciano una nuova versione, feroce, bellicosa, della fede dei loro padri». La vicenda di Charles de Foucauld dice che una fede vissuta con autenticità produce antidoti alla cultura dominante, agli eccessi di un consumismo vorace. Il cristiano integrale – non integralista! – è la miglior risposta al pericolo del conflitto di civiltà in agguato.

CONVEGNO SU DOM CAMARA: I PRIMI INTERVENTI

lunedì 16 febbraio 2009

L’impegno costante verso i poveri e per la nonviolenza, in opposizione alle logiche della guerra e della sopraffazione: è uno dei segni distintivi dell’esperienza di ‘Dom’ Helder Camara, messo in evidenza oggi nel corso di un convegno organizzato a Milano nel centenario della nascita del vescovo brasiliano. Nella sezione mattutina dell’incontro, voluto dal Centro internazionale Helder Camara in collaborazione con la Facoltà di Scienze politiche dell’Università cattolica di Milano, sono stati analizzati i contributi del vescovo alla dottrina sociale e pastorale della Chiesa, in particolare durante il Concilio vaticano II (1962-1965). Padre Bartolomeo Sorge, direttore della rivista ‘Aggiornamenti sociali’, ha sottolineato il valore della riflessione di Camara sulla “teologia della liberazione”. Secondo padre Sorge, il vescovo brasiliano era convinto che “la liberazione cristiana comprende l’eliminazione della strutture sociali ingiuste, ma che allo stesso tempo è aperta al destino eterno dell’uomo”, abbracciando le differenti dimensioni dell’esistenza, “sociale, politica, economica e culturale”. Padre Sorge si è soffermato anche sull’impegno di Camara in favore di “una Chiesa povera e serva”, che in America Latina si ponga “decisamente dalla parte delle riforme strutturali”, stimoli “i movimenti per la nonviolenza” ed eserciti “una pressione democratica con l’obiettivo di vincere l’inerzia e l’egoismo dei poteri economici”. A intervenire questa mattina sono stati anche padre Venanzio Milani e monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, che ha ricordato il grande lavoro di Camara per la preparazione del Concilio. “Il vescovo brasiliano – ha detto monsignor Bettazzi – ha posto interrogativi molto coraggiosi per la sua epoca: significative la pastorale per i comunisti e la questione della nonviolenza in opposizione alle logiche di guerra”. Il convegno di Milano prosegue oggi pomeriggio. Sabina Siniscalchi, Lorenzo Caselli, Giancarlo Zizola e padre Luigi Muratori sottolineeranno l’attualità del pensiero di Dom Camara e il bisogno di caratterizzare in modo etico il fenomeno della globalizzazione. A intervenire saranno anche padre Alex Zanotelli, don Gino Rigoldi, Jean-Léonard Touadi, Luis Tenderini, Angela Comelli, Lele Pinardi, Gianni Bottalico e Rosario Lembo. All’incontro non riuscirà a essere presente padre ‘Kizito’ Sesana, che in un messaggio inviato ai partecipanti sottolinea “la profonda impressione” suscitata in lui dagli scritti di Camara.[VG]

L’icona del Beato Giuseppe Allamano

lunedì 16 febbraio 2009

 allamano_icona1.jpg

Il primo febbraio 1994, nella casa dei missionari 

della Consolata di Milano, è stata benedetta l’ icona 

del beato Giuseppe Allamano, dipinta da Silvano 

Radaelli. Ispirata alla tradizione delle chiese orientali, 

l’icona non è un semplice dipinto. Essa è destinata 

al culto liturgico. Nell’icona non si deve cercare la 

stretta somiglianza fisica con il santo raffigurato. 

Non è una riproduzione fotografica, e non è neppure 

frutto della sola fantasia dell’ iconografo. 

Certamente egli mette in atto le sue qualità artistiche, 

il suo ingegno ed abilità, ma deve sottostare a 

precisi canoni e tecniche, che si sono andate fissando 

nel corso dei secoli. Attraverso colori, simboli, 

iscrizioni, posizioni, l’artista deve preoccuparsi di 

tradurre la personalità umana e spirituale del rappresentato. 

Ecco i motivi per cui all’ icona non si può 

gettare uno sguardo furtivo. Occorre sostare davanti 

ad essa: meditare, contemplare, lasciare che il personaggio 

entri dentro di noi. La più grande soddisfazione 

dell’ artista è condurre i fratelli ad incontrare 

Dio. 

Dalla presente icona emerge la figura del beato 

Giuseppe Allamano. Osserviamone il volto, la veste, 

Mani del Beato Giuseppe Allamano, come trovate 

al momento dell’esumazione 

del suo corpo, a Torino, il 3 ottobre 1989. 

il nimbo, il bastone e il libro. 

Il VOLTO 

circonfuso dal nimbo «aureola», è posto al centro 

dell’icona. Ha uno sguardo espressivo e meditativo. 

Presenta una fronte spaziosa, simbolo della sapienza. 

La bocca invita al silenzio e alla meditazione. Le 

orecchie tese sono in ascolto della Parola. Il volto è 

luminoso. Il colore particolare del viso mostra una 

carnagione trasfigurata, in cui possono riconoscersi 

tutti i suoi figli missionari, a qualsiasi popolo 

appartengano. Il beato Allamano ha il dono del 

sorriso, che gli viene dal cuore. È negli occhi che si 

trova il suo sorriso più grande: occhi che si illuminano 

quando conversa con Dio o la «sua» 

Consolata; quando incontra le persone e le guida; 

quando ispira una confidenza, che vuole e ottiene. 

VESTE e STOLA 

simbolo del sacerdozio, indicano che egli, fondatore 

di due Istituti missionari, vuole restare sempre 

sacerdote diocesano. Egli scopre e sottolinea la 

dimensione missionaria del sacerdozio ministeriale: 

ogni sacerdote per sua natura è missionario, perché 

continua il ministero e la missione di Gesù salvatore. 

Anche coloro che restano in patria, devono sentirsi 

missionari ed agire come tali. 

Il NIMBO 

dorato, è simbolo dei «somigliantissimi» , di coloro 

che nella vita tendono alla santità e diventano in 

tutto simili a Cristo. L’Allamano concepisce la vita 

come un cammino verso la santità. Per i suoi figli 

inventa uno slogan: «Prima santi, poi missionari. Vi 

voglio santi e, come missionari, santi in modo 

superlativo». 

IL BASTONE ROSSO 

Il beato Allamano tiene in mano il lungo bastone 

del pellegrino, di colore rosso, perché è per amore 

che il missionario continua l’opera di Gesù, camminando 

per il mondo. Nell’antichità il bastone 

(simbolo di autorità e dignità), quando era rosso, 

veniva riservato ai grandi maestri, a coloro che 

insegnavano. 

IL ROSSO IN ICONOGRAFIA 

evoca sangue e fuoco; in genere è simbolo dell’amore 

più forte della morte, dell’amore totale fino al 

sacrificio di sé; è simbolo anche dell’umanità. Per 

questo il chiton (manto) di Cristo è rosso. 

Per l’Allamano l’attività missionaria,oltre che esercizio 

dell’amore di Dio, è esercizio dell’amore del 

prossimo, che giunge fino a spendere tutte le forze 

e la vita stessa a favore dell’uomo. 

Il missionario, come Cristo, si rivolge all’uomo 

nella sua complessità e per questo si prende a cuore 

anche la sua crescita culturale e materiale. 

IL LIBRO 

è simbolo della Parola. Esso pure è di colore 

rosso ed esprime l’incandescenza del discorso divino. 

L’Allamano dice: «Leggiamo la Sacra Scrittura. 

Essa fortifica la nostra speranza, ci consola nelle 

traversie della vita». 

Osserviamo infine 

A destra del beato, in un medaglione dorato è 

raffigurata la Consolata di Torino. È rappresentata 

a mezzo busto, in posizione frontale. 

Il bambino, quasi seduto in trono, sul braccio sinistro 

di Maria, con la mano destra benedice e con la 

sinistra prende teneramente la mano della madre. Il 

bambino presenta tratti dell’adulto e lo sguardo è 

pensieroso. Ha il collo rigonfio, colmo di Spirito 

Santo che soffia dalle labbra socchiuse. 

Il beato Allamano nella Consolata trova consolazione 

e forza per andare avanti: per questo incoraggia 

i suoi missionari a fidarsi di Lei. 

Sullo sfondo dell’icona, in alto, la mano di Dio 

Padre fuoriesce dalla sfera celeste e dona benedizione 

ed approvazione all’opera dell’Allamano. 

L’icona è illuminata dallo sfondo d’oro, simbolo da 

trascendenza e luce divina, che rispetta e non 

disturba lo sguardo di chi la contempla. Il fondo 

dell’icona è racchiuso in un’elisse che indica il paradiso 

terrestre, rappresentato da una cattedrale candida 

con le cupole verdi e da una vegetazione paradisiaca 

che avviluppa il tempio. 

L’edificio è anche simbolo del santuario della 

Consolata di Torino. Il colore verde sottolinea la 

presenza dello Spirito Santo, che ha sempre animato 

la vita, l’opera e la fede del beato Allamano. 

(fonte: Fraternità della luce, Lissone

16 FEBBRAIO FESTA DEL FONDATORE DEI MISSIONARI E DELLE MISSIONARIE DELLA CONSOLATA BEATO GIUSEPPE ALLAMANO

lunedì 16 febbraio 2009

BEATO GIUSEPPE ALLAMANO

giuseppe-allamano.jpg

E’ concittadino di due santi: don Bosco, che l’ha avuto studente a Torino, e Giuseppe Cafasso, che è anche suo zio materno. Ordinato sacerdote in Torino a 22 anni, laureato in teologia a 23, direttore spirituale del seminario a 25, a 29 diventa rettore del santuario più caro ai torinesi (la “Consolata”) e del Convitto ecclesiastico per i neosacerdoti. Però il santuario è da riorganizzare e restaurare, il Convitto è in crisi gravissima. Con fatiche che non cesseranno mai, lui rivitalizza il santuario e fa rifiorire il Convitto, come quando vi insegnava il Cafasso.

Come il Cafasso, è un eccezionale formatore di caratteri, maestro di dottrina e di vita. Vede uscire dai seminari molti preti entusiasti di farsi missionari, ma ostacolati dalle diocesi, che danno volentieri alle missioni l’offerta, ma non gli uomini. E decide: i missionari se li farà lui. Fonderà un istituto apposito, ci ha già lavorato molto. Il suo progetto è apprezzato a Roma, ma poi ostacoli e contrattempi lo bloccano, per dieci anni. Pazientissimo, lui aspetta e lavora. Arriva poi il primo “sì” vescovile per il suo Istituto dei Missionari della Consolata nel 1901, e l’anno dopo parte per il Kenya la prima spedizione. Otto anni dopo nascono le Suore Missionarie della Consolata.

Lui sente però che sull’evangelizzazione bisogna scuotere l’intera Chiesa. E nel 1912, con l’adesione di altri capi di istituti missionari, denuncia a Pio X l’ignoranza dei fedeli sulla missione, per l’insensibilità diffusa nella gerarchia. Chiede al Papa di intervenire contro questo stato di cose e in particolare propone di istituire una giornata missionaria annuale, “con obbligo d’una predicazione intorno al dovere e ai modi di propagare la fede”. Declinano le forze di Pio X, scoppia la guerra nei Balcani… L’audace proposta cade.

Ma non per sempre: Pio XI Ratti realizzerà l’idea di Giuseppe Allamano, istituendo nel 1927 la Giornata missionaria mondiale. Lui è già morto, l’idea ha camminato. E altre cammineranno dopo, come i suoi missionari e missionarie (oltre duemila a fine XX secolo, in 25 Paesi di quattro Continenti). Da vivo, rimproverano a lui (e al suo preziosissimo vice, il teologo Giacomo Camisassa) di pensare troppo al lavoro “materiale”, di curare più l’insegnamento dei mestieri che le statistiche trionfali dei battesimi.

Lui è così, infatti: Vangelo e promozione umana, perseguiti con passione e con capacità. “Fare bene il bene”: ecco un altro suo motto. I suoi li vuole esperti in scienze “profane”. E anche quest’idea camminerà fino al Vaticano II, che ai teologi dirà di “collaborare con gli uomini che eccellono in altre scienze, mettendo in comune le loro forze e i loro punti di vista” (Gaudium et spes). E lui, Giuseppe Allamano, che dal 7 ottobre 1990 è beato, ripete biblicamente ai suoi: “Il sacerdote ignorante è idolo di tristezza e di amarezza per l’ira di Dio e la desolazione del popolo”.

 AUGURI E UNITEVI IN PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO A TUTTI NOI GRAZIE

IL RIENTRO A GIBUTI:PAURE ,GIOIE,SPERANZE

venerdì 6 febbraio 2009

IL RIENTRO A GIBUTI CON TANTE EMOZIONI

 

‘’Dio ha creato un paese pieno d’acqua perché gli uomini possano vivere e un paese senza acqua perché gli uomini abbiano sete, e ha creato il deserto:un paese con e senza acqua,perché gli uomini trovino la loro anima’’ (Proverbio Tuareg)

 

Rientrare in un paese già conosciuto suscita tante emozioni diverse .Quando si arriva la prima volta la curiosità di scoprire tutto il nuovo ,distrae dai propri sentimenti e ti porta fuori di te a : vedere ,ascoltare,capire,incontrare. Ritornando, tutto ti sembra conosciuto    ed allora sei più attento a quello che senti ,alle emozioni più profonde. Le emozioni che ti fanno vibrare ora il cuore ora la mente. Si susseguono in un ordine sparso  la gioia,poi la paura e quindi le preoccupazioni poi uno strano vuoto  ,un silenzio ed ancora una commozione che non ti spieghi .Otto ore all’aeroporto,bello nuovissimo,di Adis Ababa per attendere la coincidenza con il volo  per Gibuti sono state appena sufficienti per percorrere con la mente i sette mesi trascorsi in Italia dal mio ultimo passaggio in questo aeroporto. Ho pensato e rivisto come in una visualizzazione tutti gli amici incontrati e soprattutto il dispiacere di non averli incontrati tutti,ma subito il panorama della mia visualizzazione si  trasformava e ho visto le amiche suore di Obok intente a percorrere il deserto e portare solllievo e consolazione ai fratelli Afar. Marc ,l’amico americano che da piu’ di un anno è solo ad Alisabih ,il confratello Andrè solo a Gibuti,il Vescovo , don Sandro e tutti che ,mentre io ero al fresco in Italia  ,hanno continuato con coraggio e semplicità a celebrare L’Eucarestia nei vari centri missionari ,con il caldo torrido ,la polvere il vento.

E’ bello rientrare in una missione già conosciuta soprattutto quando sei accolto come un fratello e tutti ti fanno sentire la gioia di rincontrarti. Come non commuovermi ,quando il mio amico Ibraim ,dopo due giorni che ero arrivato si presenta alla porta ,mi saluta, mi abbraccia e tira fuori ,avvolto da uno straccio una bottiglia di latte fresco delle sue capre e due pagnotte di pane fatte con il mais,è il pane che fanno i pastori nel deserto ,cotto sopra le pietre,è nero come le pietre laviche della zona ,è buono perché sa di condivisione di amicizia e Ibraim sa bene che io sono ciliaco e che posso mangiare solo pane di mais.Non so se questa può essere chiamata interculturalità.ma so bene che è l’amicizia e la fraternità che unirà in una sola famiglia popoli e religioni.

 

Le emozioni del rientro non sono finite.I grossi nuvoloni che sovrastavano Gibuti dal giorno del mio rientro tutto ad un tratto si trasformano in acquazzoni ,tutta la città si allaga ,non essendoci fogne, l’acqua del mare e della pioggia rendono impossibile il viaggiare in città. Comunque qui la pioggia è sempre benedizione di Allah è benedizione per tutti quelli che abitano il deserto che riprende vita ,diventa tutto verde,capre e cammelli rivivono e gli uomini pure.

Un po’ difficoltoso il mio primo viaggio ad Alisabieh ,il fango ha invaso la strada che diventa viscida ,come viaggiare sul ghiaccio.I camion ,numerosi su questa strada perché porta in Etiopia,sono fermi ai lati delle salite e passare è davvero una impresa,ma si va con coraggio….dicendo molti rosari.

 

Tutti i giorni celebriamo  lEucarestia in una cappellina o in un’altra qui a Gibuti o fuori non è invece così normale celebrare dei battesimi ed io sono un fortunato,infatti il Vescovo mi annuccia che ad Arta,una cappellina situata su di una collina ad 800 metri sul mare , proprio la domenica in cui io devo andare a celebrare devo anche fare un Battesimo.

Due giovani del Madagascar ,ingegneri che lavorano per il rifacimento della strada principale,sposati da un anno ,pieni di fede e di amore per il Signore ,vogliono Battezzare il loro primogenito Juliano.Li incontro due volte e scopro con stupore la loro grande fede ,mi ha colpito la loro preparazione catechetica e la loro fedeltà alla Eucarestia domenicale,da tener presente che qui la domenica è un giorno lavorativo come gli altri ,loro però con grandi sacrifici arrivano sempre in tempo e partecipano con gioia.

Domenica 1 febbraio è il giorno della grande festa ,una ventina di persone loro amiche sono invitate alla celebrazione. Canti e accenno di danze esprimono la gioia di tutti nell’accogliere il nuovo cristiano , La piccola comunità di Arta ha vissuto per un giorno la bellezza di sentirsi cristiani ,in comunione con tutta la chiesa che celebra e ama tutti gli uomini. Ho celebrato tanti altri Battesimi ,in molte parti del mondo ,ma questo vivere il Sacramento in un luogo dove solo qualche ora prima i bambini correndo dietro alla mia macchina  ad Alisabieh dimostravano a parole e con i fatti la loro ostilità per noi che siamo gli ‘’infedeli’’,mi ha emozionato tanto(che sia la vecchiaia!!).Un battesimo in mezzo ad una popolazione tutta mussulmana è comunque un segno di amore e speranza anche se ancora sono solo famiglie di altri paesi che credono in Gesù Salvatore.

 

Del deserto fiorito e verde ve ne parlerò un’altra volta per ora vi basti questo:

‘’…nel deserto chi cerca la Verità impara l’umiltà della sabbia e il grande desiderio di infinito.’’ (J.L.Maxence  ‘’l’appello del deserto’’)

 

P.Francesco Giuliani

 

 

Compassione: è incontrare l’altro che soffre.

Ma per incontrare chi soffre, qualunque

sia la sua sofferenza, dobbiamo incontrare

la nostra sofferenza, la sofferenza che è in

noi, il sofferente che noi siamo e averne

compassione. Non basta vedere l’uomo nel

dolore e nel bisogno: occorre fargli spazio

in noi, far si che la sua sofferenza avvenga

in noi. La compassione è la radice della

prossimità solidale perché essa dice: “Tu

non sei solo perché la tua sofferenza è, in

parte, la mia”. Possiamo dire che la prossimità

interculturale sottrae l’altro dalla solitudine

perché in noi trova l’alterità mancante

e di cui ha bisogno. Se io accetto di

incontrare in me la sua solitudine, potrò

farmi vicino all’altro e diventare presenza

che lo interpella nella sua solitudine.

(“il difficile cammino della compassione” p. Antonio Rovelli, imc)

E’ IN LIBRERIA LETTERE DA GIBUTI

venerdì 6 febbraio 2009

E’ un librettino interessante,la foto in copertina è mia   LETTERE DA GIBUTI DI RENATO ZILIO ED. MESSAGERO DI PADOVA

Salve, P.Francesco. [Esci, Il Mio Account]

Coda di Moderazione

  1. Nome: P.Renato | E-mail: oltrefrontiera@live.it | IP: 213.78.157.236 | Data: 15 Gennaio 2009

    Fra, sembra una coincidenza. Proprio ora che sei nel cuore della cristianita’ in viaggio verso il mondo musulmano (tu sei uno splendido ponte!) le Agenzie di stampa stanno battendo il comunicato-stampa seguente…

    LETTERE DA GIBUTI. Comunità cristiane nel mondo musulmano
    di Renato Zilio
    Collana Terra&cielo
    Edizioni Messaggero Padova
    Pagg. 88
    Euro 7,00
    Con note di Giulio Albanese e Giorgio Bertin

    Gibuti è una giovane repubblica dell’Africa orientale, antica colonia francese,
    indipendente dal 1997. La maggioranza della popolazione (98 percento) è musulmana di
    rito sunnita.
    Dall’esperienza di missione a Gibuti del missionario scalabriniano padre Renato Zilio è
    nato questo libro, testimonianza viva e concreta di una chiesa povera, minoritaria, ma
    forte di una vocazione coraggiosa che si riscopre nella sua originalità evangelica, nella
    passione per l’uomo e per tutti gli uomini, senza distinzione. Nella terra dove i credenti
    vivono la grandezza di Dio si fa testimonianza di un Dio che è Amore.
    Spiccano nella lettura alcuni volti come quelli delle Suore di Gibuti Donne di carità, di
    frontiera e di obbedienza. Tra di loro la figura di suor Anna, anziana donna veneta di gran
    cuore e altrettanto temperamento, capace, talvolta, di presentarsi alla polizia per fare le
    sue rimostranze: «Voi trattate come animali questi emigranti!». I poliziotti la ascoltano
    rispettosamente in silenzio e restano interdetti. L’impegno delle suore cristiane in questa
    terra musulmana è assicurare la presenza viva del Vangelo non solo attraverso le attività,
    ma attraverso l’impegno vissuto nella gioia e realizzato nell’amore.
    Pregevole la post-fazione di Giulio Albanese sulla problematica delle Afriche (volutamente
    al plurale) che ricorda quanto lo scrittore senegalese Cheick Anta Diop affermava a
    proposito dei rapporti Nord-Sud: Non abbiamo avuto lo stesso passato, noi e voi, ma
    avremo necessariamente lo stesso futuro.
    Un libro agile, dalla prosa veloce e diretta, che può essere strumento di informazione e
    conoscenza per tutti ed in particolare per le parrocchie, per una sensibilizzazione
    missionaria e per una apertura interessante sul panorama multireligioso attuale.
    Il ricavato dai diritti d’autore del libro sarà destinato alla Diocesi di Gibuti per la vita
    delle comunità cristiane: un libro che si fa gesto missionario.
    Per visionare la Scheda ISBN cliccare su:
    http://www.edizionimessaggero.it/ita/catalogo/scheda.asp?ISBN=978-88-250-2219-3
    Per informazioni o per ricevere una copia omaggio del libro per recensione:
    ufficiostampa@santantonio.org
    Gennaio 2009

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  2. Nome: 8709 | E-mail: 20670@gmail.com | IP: 81.169.155.246 | Data: 29 Gennaio 2009

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FINALMENTE LA DSL FUNZIONA (come può)3 FEBBRAIO

martedì 3 febbraio 2009

Dopo tati giri per uffici ,pagameti varii ,finalmente la telecom gibuti ha inviato il tecnico ad installare il tutto necessario per poter comunicare.Quindi scrivo oggi da Gibuti.Queste due settimane sono state ricche di avvenimenti belli.Prima di tutto la PIOGGIA che si aspettava da tanto tempo.Diluvi per quattro giorni di seguito,non essendoci le fogne,la città era allagata,uno spettacolo insolito ma poi non troppo….il terreno assorbe poco così finita la pioggia ,si perchè ora tutto è già finito e chissà quando rivedremo quei bei goccioloni,ho duvuto subito innaffiare il giardino.Anche le strade fuori città nel deserto erano piene di fango e i camion avevano molta difficoltà ad avanzare sopratutto nelle salite e così ingorghi infiniti ……..anche questo mi sembra già di averlo visto….Per andare ad Alisabieh normalmente ci si mette un’ora e trenta sabato scorso ne ho impiegate quattro.Tutto ciò fa parte della vita di tutti i giorni per poter farci santi e servire le comunità con :visita ,amicizia ,Eucarestia….. Ho vissuto un altro momento molto bello e intenso spiritualmente nel preparare una bella famigliola del Madagascar al Battesimo del loro figlioletto Jiuliano .Battesimo che abbiamo celebrato domenica scorsa ad Arta.La piccola comunità dove andiamo a celebrare ogni