Archivio di marzo 2009

A BORDO DEL VOLO PAPALE –

martedì 17 marzo 2009

L’epidemia di Aids “non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi”: è quanto ha affermato Benedetto XVI, durante il suo viaggio verso l’Africa. Il Papa ha indicato come unica strada efficace quella di un rinnovo spirituale e umano nella sessualità.

Il Papa ha ricordato che la Chiesa cattolica fa tanto in Africa contro l’Aids. “E’ una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può superare con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi”. Serve invece, ha proseguito, un comportamento umano morale e corretto ed una grande attenzione verso i malati: “soffrire con i sofferenti”.

Papa Benedetto XVI durante il viaggio verso l’Africa ha detto che è ridicolo il “mito della sua solitudine”. “Non mi sento solo in alcun modo”, ha aggiunto dicendo di essere circondato da amici, collaboratori e vescovi. Il Papa ha risposto ad una domanda sulla sua presunta solitudine dopo la crisi scoppiata in seguito alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani.

 

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Storia del Camerun

martedì 17 marzo 2009

La storia di questo paese è indecifrabile poiché fino al 1860 non se ne aveva traccia nelle cartine geografiche dell’epoca, né si può parlare di una nascita del paese in quanto geograficamente e socialmente la sua conformazione appartiene a dei trascorsi comuni alla vita presente in gran parte dell’africa in un passato molto remoto; basti pensare che i primi ritrovamenti di tracce umane avvennero proprio nell’Africa meridionale tra 200.000 e 90.000 anni fa in quello che fu identificato come homo erectus. La popolazione originaria del luogo è rappresentata dai pigmei che è uno dei ceppi più antichi della storia e che ha preservato le sue caratteristiche e tradizioni fino ad oggi conservando le proprie valentissime capacità di cacciatori e raccoglitori, si pensi che l’esistenza di alcune tribù molto probabilmente non è stata ancora rivelata. Caratteristiche differenti presentano invece i colonizzatori appartenenti a numerosissimi gruppi etnici e che attingono la propria origine dalla nascita della civiltà sviluppatasi intorno al Nilo circa 7.000 anni fa quando i primi gruppi sociali si iniziarono ad organizzare per la produzione agricola consentita dal fiume e che da esso si promanò grazie alla costruzione di opere di irrigazione che consentirono lo sviluppo dell’agricoltura in zone sempre più lontane per approvvigionare gruppi di persone sempre più circostanziati che così si poterono costituire in comunità dedite allo scambio di opere e di materie prime  Così avvenne la colonizzazione del Camerun dal 1400 da parte della popolazione Bantu che occupò per prima il paese soprattutto nel nord-ovest e nella zona equatoriale; queste genti socializzarono molto bene con la popolazione locale arricchendo il proprio patrimonio culturale che gli consentì così di migliorare notevolmente il proprio stile di vita; dopo i Bantu iniziò una colonizzazione costante del Camerun, i pigmei rimasero distanti dalla vita sociale continuando, e lo fanno tutt’oggi, a vivere nella foresta profonda; solo alcuni gruppi sono aperti all’esterno e praticano alcune danze e suonano alcune musiche tribali per i visitatori stranieri che in cambio gli donano del denaro.  Per quelli che sono i modelli di riferimento per la costituzione del tessuto sociale attualmente il riferimento è cosmopolita in quanto vi è la presenza di più culture (circa 130 gruppi etnici, e in questo momento è presente un fenomeno di aumento continuo dell’esodo dai paesi limitrofi). Gli altri colonizzatori giunsero molto probabilmente dai paesi del bacino del Nilo dove 7000 anni prima di Cristo nacque la civiltà a seguito dello sviluppo dell’agricoltura che consentì alle popolazioni di svilupparsi in altri siti costruendo impianti per la distribuzione dell’acqua. Nel 1472 il paese fu scoperto da alcuni viaggiatori portoghesi che per il gran numero di gamberi trovati sulle spiagge lo chiamarono Camerun da camarões (gambero in portoghese); nel XVI sec. Iniziò la tratta degli schiavi e il commercio di materie prime ad opera di portoghesi, spagnoli, inglesi, olandesi e francesi che percorrevano la tratta delle americhe incrementando lo scambio di schiavi  e d’avorio, intorno al XVIII sec. il Paese fu  preso in mano dalla Francia e dall’Inghilterra che se lo divisero a metà e lo governarono politicamente fino al 1970 quando furono costretti da vicende rivoluzionarie a cederlo  al regime locale assumendo la forma di Repubblica Democratica con il nome di Repubblica Federale del Ca  Il 22 agosto 1983 il Presidente Paul Biya passò il numero delle province da sette alle dieci attuali che comprendono 49 dipartimenti e 30 distretti. Il partito più potente è quello democratico. Dall’indipendenza molte opere pubbliche (strade, ponti, costruzioni) sono state portate a termine. Purtroppo i livelli di costruzione a causa delle condizioni ambientali e delle continue crisi economiche che arrecano molte difficoltà alle strutture e aumentano grandemente i prezzi delle materie prime non consentono una buona qualità, né dei tempi prevedibili.
Dal 1950 la popolazione è aumentata inverosimilmente, le ultime stime certificano un incremento del 3% annuo, si prevede che nel 2010 ci saranno 25.000.000 di abitanti. Il Paese è afflitto da molte malattie batteriologice scaturite dall’acqua piovana e dalle scarsissime condizioni igieniche; la longevità si ferma a 53 anni. Oltre a queste problematiche il Paese è afflitto dall’AIDS che colpisce soprattutto la popolazione giovanile tra i 14 e i 16 anni. Attualmente una delle cose più importanti è la squadra di calcio che esordì ai mondiali del 1988 incontrandosi con l’Inghilterra e riuscendo ad ottenere buoni risultati anche nei mondiali successivi. Attualmente il Paese è in condizioni non buone soprattutto perché manca una forza organizzatrice capace. L’andamento non volge per il meglio soprattutto per la scarsa coesione tra burocrazia e vita sociale.  

 


 

SULLA STAMPA AFRICANA, ENTUSIASMO E ATTESE-IL PAPA IN AFRICA

martedì 17 marzo 2009

Grandi pulizie, addobbi floreali e lavori di restauro: Yaoundé mostra un volto nuovo per accogliere papa Benedetto XVI, che inizia oggi il suo primo viaggio africano. La visita, ha detto al quotidiano ‘L’Effort Camerounais’ monsignor Victor Tonye Bakot, arcivescovo della capitale e presidente della Conferenza episcopale nazionale, “è una benedizione per il paese, dove il pontefice è atteso con grande entusiasmo”. La visita di Benedetto XVI, che rimarrà in Camerun fino a venerdì, è presentata dai giornali dell’Africa come legata a doppio filo ai viaggi che papa Giovanni Paolo II fece nel continente nel 1985 e nel 1995, convocando l’anno prima (nel 1994) il primo Sinodo per l’Africa. Dal punto di vista pastorale, il motivo del viaggio è la consegna ai vescovi del Camerun dell’“Instrumentum laboris”, la base di lavoro per il prossimo Sinodo africano convocato ad ottobre in Vaticano. Al di là di questa missione, ‘Jeune Afrique’ ricorda che il precedente pontefice era già stato in Camerun in due occasioni e scrive di “una scelta pratica”, perché Yaoundé “è abituata ad accogliere una delegazione papale e presenta il vantaggio del bilinguismo”. Un’ampia analisi del ‘Cameroon Tribune’, dal titolo ‘Le sfide delle nuove religioni’, sottolinea che per la Chiesa locale la posta in gioco è alta: “La nostra Chiesa deve fare i conti con le nuove forme di religiosità – le Chiese dette ‘del risveglio’ e diverse sette – molto diffuse soprattutto nelle grandi città, vera sfida per le Chiese tradizionali e istituzionali”. Alla vigilia della partenza di Benedetto XVI, la sala stampa del Vaticano ha diffuso i ‘numeri’ della Chiesa camerunense: i cattolici sono quattro milioni e 700.000 cattolici, circa il 27% di una popolazione nazionale stimata in 17 milioni e 200.000 abitanti. Questione di grande importanza sul piano spirituale è la convivenza pacifica e il dialogo interreligioso con i musulmani. In riferimento alla dimensione politica del viaggio di Benedetto XVI, il sito d’informazione ‘Afrik.com’ sostiene che “il Santo Padre e il presidente Paul Biya faranno probabilmente un bilancio delle relazioni diplomatiche tra il Vaticano e il Camerun, che ha nominato il suo primo ambasciatore presso la Santa Sede nel 2008”. Secondo il ‘Journal du Cameroun’, la visita del Papa giunge in un contesto di “tensioni sociali”. Il quotidiano sottolinea come le rivendicazioni salariali degli ultimi mesi siano emblematiche di un malessere diffuso. “Speriamo – conclude lo scrittore-giornalista Michel Roger Emvana – possa essere un viaggio di pacificazione, in tutti i sensi”. [VV]

Non basta la generosità

martedì 17 marzo 2009

 

Forse il Signore ridicolizza il nostro sforzo di perdonare al fratello con generosità fino «a sette volte» (Mt 18, 21)? O forse – al contrario – ci sostiene nella nostra fatica chiedendoci paradossalmente di non preoccuparci se non riempiamo interamente i nostri moduli chiedendoci, invece, di spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità? Il perdono non è questione di generosità ma di identità profonda perché è una questione «di cuore» (Mt 18, 35). L’impossibile del perdono diventa non solo possibile ma, in certo modo, persino naturale se il nostro occhio non è più rivolto fuori – verso l’altro – ma all’interno – «in mezzo al fuoco» (Dn 3, 25) che immola e che al contempo sublima tutto ciò che siamo: «Potessimo essere accolti con il cuore contrito e lo spirito umiliato come olocausti» (Dn 3, 39). Il perdono è infatti il più grande investimento possibile su questa terra poiché la sottomette alla logica propria del cielo: se Dio, infatti, non perdonasse istante «chi potrebbe salvarsi?».

Ma non è possibile accedere al perdono se non cambiando in una radicale conversione lo sguardo su se stessi per accogliere, fino all’estreme conseguenze, il fatto di essere ciascuno niente altro che un servo tra servi. La preghiera dei fanciulli è chiara e tremendamente precisa proprio mentre il fuoco si leva inesorabilmente liberante: «Non c’è delusione per coloro che confidano in te» (Dn 3, 40).

Quante volte la nostra impossibilità a perdonare è semplicemente il volto del rammarico di non riuscire a perdonare a noi stessi e a Dio di avere fallito… specialmente con le persone che abbiamo amato e che ci hanno amato? Etty ha dovuto confrontarsi duramente con quello che si potrebbe definire lo “scandalo dal perdono” come umanissima protesta della dignità di essere uomo fino all’ultimo brandello di se stessi. Un episodio narrato da Etty è emblematico, lo si potrebbe catalogare tra i “fioretti di Westerbork” in cui si cerca di sopravvivere evitando la partenza: non tutti sono come quell’uomo che aveva riempito il suo zaino ed era spontaneamente partito con un convoglio, e alla domanda “Perché?” aveva risposto di voler essere libero di partire quando piaceva a lui. E per mettere questo piccolo fiore nel grande multiforme bouquet di cui Dio continuamente si compiace, Etty commenta: Mi aveva fatto pensare a quel giudice romano che aveva detto ad un martire: «Sai che ho il potere di ucciderti?» e lui «Ma sai che ho il potere di essere ucciso?» (40). Una luce di speranza in una situazione che veniva descritta immediatamente dopo come l’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano troppi naufraghi sul punto di annegare.

Perdonare contando le volte in cui si perdona per potersi, a un certo punto, sentire in diritto di non perdonare più non sarebbe forse il terribile aggrapparsi della nostra umanità derelitta ad un relitto di umanità? Il perdono invece è capace – misteriosamente – di creare nuovi punti di appoggio, nuove basi, rinnovate energie per nuotare e volare a seconda delle necessità.

Anche noi forse ci siamo trovati – o ci troviamo – in situazioni in cui come si sentiva continuamente ripetere Etty nel campo: «non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, vogliamo dimenticare il più possibile», e annota: E questo mi sembra molto pericoloso (45). Spesso si sente dire e si avverte nel proprio cuore: “ho perdonato ma non riesco a dimenticare”. Il perdono è il contrario del dimenticare. Dimenticare – rimuovere si direbbe in linguaggio psicologico – è un’operazione che alcune volte si può persino attuare inconsciamente come difesa dal dolore, perdonare è, invece, vivere nella memoria rammemorante del dolore non disgiunto dal suo significato per la propria vita, la propria crescita per questo il perdono esige una matura gestione della sofferenza. Il Signore Gesù ci mostrerà tutto ciò nel frutto maturo della sua Croce!

Etty ha attraversato il dramma che noi stessi attraversiamo se stiamo diventando, realmente, umani e dice: Certo accadono come che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. E ancora una volta come professione di fede nell’umanità Etty dichiara con una speciale intima solennità: Io credo che in ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consenta di superarlo… Non si tratta infatti di conservare questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva (45).

Il perdono è una modalità di vita, è una logica del vivere che ha imparato a inglobare il mistero del morire ad ogni calcolo di probabilità fino a poter dire con un verso di Montale: «Ascoltare era il tuo modo di vedere». Ma quale ascolto, quale perdono sarebbe mai possibile se non ci si accordasse profondamente – proprio come uno strumento musicale con le armonie della sfera celeste – al ritmo che ti porti dentro e che sale dal fondo di te stessa? (86). Ogni piccolo e singolo atto di perdono non è altro che il modo più adeguato per entrare nel gran cranio dell’umanità. Il suo potente cervello e il suo gran cuore… Il cervello dell’umanità, di tutta l’umanità. Lo sento come un unico, grande insieme e forse è di lì che mi viene di tanto in tanto quel profondo sentimento di armonia, di pace, malgrado le numerose contraddizioni. Ma sembra non basti ancora: Bisogna conoscere tutti i pensieri e sentirci passar dentro tutte le emozioni, per sapere che cosa sia stato ideato in quell’immenso cranio – non escluse le cose più terribili e temibili – e che cosa sia passato per quel gran cuore (89-90).

Etty si fa interprete di quelle che sono le regole più profonde nelle relazioni tra umani e, pur non sottovalutando la problematicità che sempre le contraddistinguono, osa formulare per se stessa e non solo per se stessa indizi di atteggiamenti interiori nuovi che radicano in una coscienza nuova: Per umiliare qualcuno si dev’essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria (126). Mai e poi mai potremo confondere la nostra capacità e volontà di vivere questa qualità di perdonare – anche una sola volta nella vita – con l’umiliazione: al contrario quella sola volta ci renderebbe degni dell’umanità e parte autentica del suo cuore. Più che faticoso il perdono rischia di essere in-comprensibile e allora ancora un volta un verso di Montale potrebbe sveltire il passo: «E’ strano che a comprenderti siano riuscire solo persone inverosimili». Sì, dovremmo saper diventare inverosimili per essere all’altezza del nostro essere più profondo:


Dio mio, ti ringrazio perché mi hai creata così come sono!
Ti ringrazio perché talvolta posso essere così colma di vastità,
quella vastità che poi non è nient’altro che il mio essere ricolma di te.
Ti prometto che tutta la mia vita sarà un tendere verso quella bella armonia,
e anche verso quell’umiltà e vero amore di cui sento la capacità in me stessa,
nei momenti migliori (87)

Quale momento migliore di quello in cui sapremo perdonare di tutto cuore come la cosa più umana, più onorevole, più qualificante? Non significa dimenticare ma ricordare ogni attimo di dolore con la fierezza di chi ne ha saputo approfittare per diventare migliore.

BREVI DALL’AFRICA (Costa d’Avorio, Mali, Mozambico, Sudan, Ghana, Africa centrale)

giovedì 12 marzo 2009

COSTA D’AVORIO – È iniziato il ritiro di parte del contingente militare francese di stanza nel paese dell’Africa occidentale; lo riferiscono oggi i quotidiani ivoriani. Annunciato dal primo ministro francese François Fillon a gennaio, il ritiro di 1100 soldati su un totale di 2000 è stato deciso in relazione ai progressi nell’accordo di pace siglato nel marzo 2007 tra governo ed ex-ribelli delle forze nuove.

MALI – Comincia il 1° aprile prossimo il censimento generale della popolazione: lo ha annunciato un portavoce del governo di Bamako, specificando che le operazioni di rilevazione statistica si svolgeranno nell’arco di due settimane, fino al 14 aprile.

MOZAMBICO – La commissione politica del Renamo, il principale partito d’opposizione, ha espulso i tre massimi esponenti del proprio gruppo parlamentare dopo le critiche formulate al capo del partito Afonso Dhlakama. A dare la notizia è l’agenzia di stampa nazionale Aim, secondo la quale il capo del gruppo parlamentare, il suo vice e il loro portavoce sono sostenitori del sindaco di Beira, espulso dal partito a settembre scorso.

SUDAN – Almeno cinque persone sono morte durante degli scontri tra la comunità Lou-Nuer e quella Murle nello stato meridionale di Jonglei. A riferirlo sono fonti ufficiali della sicurezza, secondo le quali gli scontri sono avvenuti nell’area di Lukwangulei, circa 50 chilometri a nord della città di Pibor, sembra per questioni legate al pascolo del bestiame.

GHANA – Nuovi giacimenti di petrolio e di gas naturale sono stati scoperti nel distretto di Tano; lo annuncia la compagnia nazionale per le estrazioni “Ghana National Petroleum Corporation” (Gnpc) in un comunicato diffuso ieri. Secondo la Gnpc, la scoperta è avvenuta durante la trivellazione di alcuni pozzi di esplorazione.

AFRICA CENTRALE – Per finanziare le operazioni di sminamento in Repubblica democratica del Congo e in Ciad, il governo del Giappone ha donato una cifra equivalente a circa sei milioni di euro al Servizio dell’Onu per l’azione contro le mine (Unmas); lo comunica l’agenzia di informazione dell’Onu, specificando che il Giappone è tra i paesi più impegnati nei programmi di sminamento nel mondo. [MV][CO]

Una Quaresima con Etty Hillesum)

giovedì 12 marzo 2009

 

Il dramma del ricco epulone è quello di essere rimasto chiuso nel suo piccolo mondo senza rendersi conto di quello che avveniva «alla sua porta» (Lc 16, 20). Colui che in vita si ri-chiuse nella sua autosufficienza si ritroverà infine ad avere bisogno non tanto di acqua ma di qualcuno che lo tocchi con «la punta del dito». Tutto il dramma ciascuno si può riassumere nel medesimo che torturò come fiamma questo povero ricco: siamo assetati di un pur esilissimo contatto. Eppure di questo poveretto così ricco che cosa si potrebbe dire se non ciò che dice il profeta: «quando vede il bene non lo vede» (Gr 16, 7)? Del resto come si fa a vedere il bene che viene incontro se viviamo come barricati dietro le nostre porte blindate, fossero anche quelle del dolore?

Si potrebbe dire di Etty che, all’inizio della sua vita per quello che conosciamo dal suo Diario, non era molto diversa da questo ricco fino a quando non sentì di doversi fare aiutare da qualcuno per guarire dalla sua costipazione spirituale. Fu per questo motivo che un bel giorno bussò alla porta del chirologo Spier per intraprendere un lavoro preciso: l’analisi dei miei conflitti interiori attraverso la lettura del mio secondo volto: le mani (24). L’itinerario di Etty, il suo processo interiore di liberazione avverrà proprio attraverso il suo lasciarsi condurre accettando che qualcun altro leggesse a le insegnasse a leggere la sua vita – inevitabilmente fatta di conflitti – in un modo diverso: attraverso le mani come cifra di tutto il corpo.

Etty non nasconde affatto tutta l’ambiguità insita al suo rapporto con Spier – un uomo che rimane avvolto in una sorta di mistero e persino di “magico” – eppure è indubbio che fu il “sacerdos” della sua interiore crescita e maturazione. La stessa Etty accosta, nella prossimità delle righe da lei scritte, il lavoro di Spier e quello di un prete. Sul primo annota: Lui invece riceve sei pazienti, e passa ore intense con ciascuno di loro; li apre e ne tira via il pus, apre le sorgenti in cui Dio si nasconde a molti uomini, continua a lavorare con loro finché le acque scorrono nelle loro anime prosciugate (122). Rileggere la storia del ricco epulone, la nostra storia, la storia delle stessa Etty come quelle di creature che si sono, stanno o che hanno comunque rischiato di prosciugarsi. L’unica soluzione a questa mancanza di “acqua” sembra essere sempre quella di un contatto forte come quello adoperato da Mosè che percuotendo la roccia la obbligò a liberare e condividere l’acqua che tratteneva gelosamente (Es 17, 6).

Subito dopo Etty dice di aver letto in bagno di un prete: “era un intermediario tra Dio e gli uomini. Le cose ordinarie non l’avevano potuto toccare. E proprio per questo capiva così bene la pena di tutti gli esseri in divenire (123). Etty si ritiene assai prigioniera di un io limitato per cui gli spazi cosmici che ho dentro si chiudono fino a farle assumere l’atteggiamento chiuso e caparbio di un mulo. Non esita ad essere disgustata da se stessa: così egocentrica, così meschina… la classica donna piccina continuamente alle prese con un volermi gonfiare in una specie di sentimento tragico (123). In una simile consapevolezza Etty ritiene l’intervento di Spier nella sua vita come la spinta decisiva ad inoltrarsi verso un’autentica liberazione e non attraverso ulteriori elucubrazioni intellettuali bensì attraverso la cura e l’ascolto del proprio corpo per condurre la mente nel cuore. Così tutti i pezzetti erano sparsi alla rinfusa e lui li ha ricomposti in un insieme ricco di significato (35).

Di certo Etty non fu una donna né insensibile né tantomeno pudìca eppure il contatto con Spier e, attraverso di lui, con le sue mani, con le sue dita, con tutto il suo corpo le aprì la porta di una percezione più umile e più coscientemente sensuale del suo essere persona. Etty scrive di se stessa in riferimento alla sua sensualità: e vorrei essere solo bella e stupida (52) mentre riconosce di essere ben lontana dall’ideale tracciato da Rilke per il Giovane Poeta e la Giovane Signora e scrive: La donna cerca l’uomo e non l’umanità – aggiungendo – dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé (52).

Eppure mentre ancora scriveva tutto questo prima della morte di Spier il cammino che stava percorrendo era già esteso. Quest’uomo dalla personalità magica (35) leggeva la sua vita sul suo secondo volto – le mani – e obbligandola a un contatto fisico che arrivava fino alla lotta (27) la presuadeva ad acconsentire al suo più grande bisogno: Per tutta la vita ho desiderato che qualcuno mi prendesse per mano e si occupasse di me – magari sembro una persona coraggiosa che fa tutto da sé, invece mi abbandonerei così volentieri alle cure di un altro (27).

Potremmo mettere queste parole sulle labbra dello stesso ricco epulone, ma – ancor più adeguatamente – potremmo fare nostre queste parole di Etty. Quante volte, nonostante tutte le apparenze, si avrebbe bisogno di essere semplicemente sfiorati anche solo dalla punta delle dita di un altro essere umano che – come quel prete – ci capisca e ci accolga per quello che siamo: esseri in divenire.

Etty fino all’ultimo – siamo solo ad un mese dalla deportazione – non smetterà di sentire la presenza di Spier come la persona che ha trasformato interamente – miracolosamente – la sua vita: Da qualche tempo Jul – Spier – si libra in cielo di questa brughiera, è una cosa inesplicabile, è un nutrimento quotidiano. Accadono proprio dei miracoli in una vita umana, la mia è una catena di miracoli interiori, fa bene poterlo di nuovo dire a qualcuno (123). Non si può non notare che questa nota su Spier segue la citazione nella lettera di una preghiera – tra le più lunghe – che Etty trascrive per Tideke dal suo Diario. Realmente Spier fu per Etty l’intermediario perché lei accedesse alla sua anima fino a farla fiorire con un profumo che ancora è capace di inebriare e orientare.

Per capire questo processo di integrazione e di individuazione bisognerebbe sostare devotamente sulle immagini del Rosarium Philosophorum di alchemica tradizione così profondamente comprese e commentate dal maestro di Julius Spier, Carl Gustav Jung. Ma lo si può benissimo riassumere nell’immagine di questa “punta del dito” che rimanda alla “punta dell’anima” di cui già parlava Origine. Gli unici contatti che sono in grado di trasformare la vita e di lanciarla in un processo di vera spiritualizzazione sono quelli che avvengono in modo puntuale e pungente fino a farci dire: Mille catene sono state spezzate, respiro di nuovo liberamente, mi sento in forze e mi guardo intorno con occhi raggianti … Ora vivo e respiro con la mia anima, sempre che mi sia concesso usare questo termine screditato (35).

Ma quanto dobbiamo imparare su noi stessi per essere in grado di sfiorarci con la punta delle dita fino a raggiungere e farci raggiungere dalla parte più raffinata dell’anima. Molto si potrebbe dire di Spier ma nessuno potrebbe negare di aver contribuito all’affinamento dell’anima di Etty Hillesum fino a renderla come gabbiani che si muovono nel cielo uniformemente grigio. Sono come liberi pensieri che vagano per un vasto spirito (113) con quale leggerezza, velocità ed efficacia i gabbiano sfiorano il mare attingendovi delicatamente la vita.

GRAZIANA DA MILANO SCRIVE

giovedì 12 marzo 2009

Scopri l’Amore

 

 

Prendi un sorriso:

regalalo a chi non l’ha mai avuto.

 

Prendi un raggio di sole:

mettilo nel cuore della notte.

 

Scopri una sorgente:

fa’ bagnare chi è prostrato nella polvere.

 

Cogli una lacrima:

posala sul volto di chi non ha mai pianto.

 

Prendi il coraggio:

mettilo nell’anima di chi non sa lottare.

 

Vivi la vita:

raccontala a chi non sa capirla.

 

Apriti alla speranza:

vivi nella sua luce.

 

Prendi la bontà:

donala a chi non sa donare.

 

Scopri l’Amore:

fallo crescere sulla terra.

 

 

(Mahatma Gandhi)

Carissimo P.Fra, come ti chiamano gli Amici del nuovo millennio…

E’ tanto tempo che non ti scrivo ma questo non vuol dire che mi sia dime
nticata di un grande Amico. Solo che non mi sembrava di avere niente di
nuovo e di importante da comunicarti, o forse per una specie di pigrizia
mentale che così mi induceva a pensare.

Comunque, al di là di ciò che potrei comunicarti, eventuale frutto di un
mio pensiero, vorrei spedirti un allegato, a firma Gandhi, che ho copia
to nella chiesa dell’ospedale S.Carlo, dove ho trascorso le vacanze nata
lizie (sempre geniale ed originale!…) a causa di un polipaccio che mi
aveva causato una forte anemia (pensavo che il mio sentirmi a terra foss
e dovuto all’anagrafe, magari un po’ precocemente, ed invece era colpa d
i quella brutta bestiaccia!)

Ora comunque sto bene; sto facendo una terapia precauzionale, per evitar
e il proliferare di simili inquilini nel mio colon, e sto riprendendo i
contatti col mondo, cominciando all’Africa dove ho scoperto che sei nuov
amente alloggiato.

Leggo i vari articoli che pubblichi, così mi sento partecipe al mondo pe
r il quale hai scelto di vivere e che ti dà la vita, condividendone il t
empo ed il senso più profondo con chi incontri.

Ora vedo se riesco a spedirti l’allegato annunciato e prometto di rifarm
i viva nei prossimi giorni.

Un abbraccio

               Graziana 

Oltre il “maternismo”

mercoledì 11 marzo 2009

Oltre il “maternismo”

L’immagine materna che il Vangelo ci presenta è assai forte e ci pone di fronte a tutto il problema che il “materno” può rappresentare nella vita di ogni mammifero. La madre dei figli di Zebedeo senza nessuna vergogna e con un fare assai disinibito si presenta a Gesù per raccomandare i suoi pupilli (Mt 20, 20). Il Signore Gesù non biasima la madre ma aiuta i suoi due figli a prendere coscienza della pericolosità della richiesta materna e li invita ad una adultità da cui ogni madre – istintualmente – tende a proteggere i suoi piccoli per proteggere la sua identità. Il bisogno di rassicurare di ogni madre rischia di bloccare la crescita e il processo di liberazione verso l’amore pieno e oblativo. Ma lungi dal prendere l’atteggiamento degli altri discepoli a noi compete capire l’istinto materno e non lasciarcene – ciascuno a suo modo e in tutte le età della vita – fagocitare.

Nella storia di Etty Hillesum il rapporto con la madre e con il padre fu un problema assai scottante, le note del suo Diario scritte nella sua casa natale a Deventer suonano assai dure: E’ una persona che ti può cavare il sangue da sotto le unghie. Cerco di essere obiettiva con lei e di volerle un po’ di bene, ma poi, nel mio cuore, le dico di nuovo: come sei pazza e ridicola (54).

Va sicuramente notato come, senza di certo volerlo, fu proprio la madre di Etty a rovinare, se così si può dire, tutto quel delicatissimo e tenace lavoro di Etty per risparmiare alla sua famiglia la deportazione riuscendo più di una volta a far cancellare dalla lista dei deportati il loro nome. Alla fine di una di queste imprese titaniche scriveva: Mi sento come dopo un parto – per quanto riguarda i miei genitori, anche questa volta siamo riusciti a tenerli fuori – (91). Qualcosa che ripugnava profondamente all’anima di Etty e che le costò un forte combattimento interiore come ci testimonia in una sua lettera: C’è una frase nelle Bibbia che mi dà sempre forza. Credo che sia all’incirca così: «Se tu mi ami, devi abbandonare i tuoi genitori». Ieri sera, mentre dovevo di nuovo lottare duramente per non essere paralizzata dalla compassione per i miei genitori, ho visto anche questo: non bisogna lasciarsi consumare dal dolore e dalle preoccupazioni per la famiglia (123-124).

Ma appunto la madre di Etty ebbe l’ardire di scrivere alla più alta personalità de L’Aja per risparmiare Misha – suo figlio e promettente pianista – dalla deportazione. La condizione posta da Misha era che il suo privilegio fosse esteso ai suoi vecchi genitori. La reazione fu immediata, chiara, definitiva. Ma negli ultimi mesi passati a Westerbork le lettere di Etty ci testimoniano una cura per i suoi genitori che, in certo modo, coronò il suo prendersi cura di tutti e di ciascuno senza escludere, per istinto di sopra-vvivenza ai genitori, proprio coloro che rappresenteranno il luogo di “prova” della sua capacità di amare oltre il sentimento, di perdonare oltre la ragione.

Sembra quasi una “dichiarazione di conversione”: Mi toccherà finalmente affrontare i rapporti tra me e mio padre, con coraggio e amore (78) e aggiunge: E’ una questione fondamentale, importante e difficile: nel proprio cuore voler bene ai propri genitori. Cioè perdonarli per tutte le difficoltà che ti hanno creato semplicemente con la loro esistenza (78). Tutta la forza e la cruda consapevolezza sta in quel semplicemente con la loro esistenza che, in verità, è solo il riverbero di quello che un figlio – forse ancora di più – rappresenta inconfessabilmente per i suoi genitori. Etty stessa non ha avuto la forza di farsi stravolgere l’esistenza da un un figlio incombente: Rimarrai nella condizione protetta…Ti attaccherò, ti combatterò, ti sbarrerò l’ingresso a questa vita e non dovrai lamentartene (85). Parole così forti, esperienza così tremenda da non permettere alcun commento se non un grande silenzio in cui ciascuno di noi può trovare i mezzi per scavare e verificare – onestamente e con una certa crudeltà – il proprio sentimento di figlio e – in svariati modi – di geni-tore: che problema!

Un grande combattimento quello di Etty per riscattarsi da un modo di amare che lei stigmatizza nel suo Diario come un amore complicato (79) che si tradurrà – solo dopo – in cura amorevole quando i suoi genitori saranno parte di un modo più grande e forse più vero come, appunto, il campo di Westerbork. In questo contesto in cui Etty è di tutti e per tutti riesce a trovare la modalità adeguata per essere anche pienamente figlia e sorella secondo la carne ma nello spirito: per me stessa non avrei bisogno di niente, mentre capovolgerei il mondo per trovare qualcosa che alleggerisca un pochino la vita dei miei genitori (84).

Eppure quale trasformazione è avvenuta non solo in Etty ma anche in sua madre! Da noiosa e pettegola (54) – forse semplicemente come tutte le madri di questo mondo – che contamina sua figlia con un cattivo rapporto con il cibo quale fatto simbolico in cui si manifesta la relazione tra la mia avidità e la mia cara mamma (71) verso qualcos’altro. Proprio nell’ultimo biglietto seminato e affidato al vento dal finestrino del treno questa stessa madre viene, finalmente e stupendamente, come associata al grande processo interiore di liberazione dalla paura di morire ben significata dall’antica ossessione per il cibo: Abbiamo lasciato il campo cantando papa e mamma molto forti e calmi, e così Misha (149).

Una partenza insieme eppure non insieme, a qualche vagone di distanza. Un caso? Una scelta? Un desiderio esaudito? Sappiamo dall’amico e compagno d’armi – Jopie – a cui il cuore di Etty non era segreto che l’ordine di partenza: per Etty era un colpo, dal momento che non voleva viaggiare con i suoi genitori e che preferiva abbandonarsi a questa nuova esperienza libera dal peso dei legami familiari. Per lei è stata come un colpo in tesa, che per un momento l’ha stesa a terra (257).

L’amore per i genitori, l’amore verso i figli deve diventare un amore sempre più libero e liberante. L’atteggiamento profetico del «parlare in loro favore» (Gr 18, 20) non fa che rimandare ciascuno all’unico Padre, Amico, Fratello, Sorella… senza proteggerlo dalla vita, senza rassicurarlo se non nelle cose minime lasciando che ogni cosa si compia nella libertà… vi può essere esercizio di libertà fuori dalla solitudine? Vi potrebbe mai essere solitudine feconda senza un’esperienza di accoglienza in questo mondo? Siamo tutti figli e in tanti modi siamo tutti madri oltre il “maternismo”, sempre a qualche vagone di distanza nel treno della vita che corre verso il compimento.

Carla scrive:

mercoledì 11 marzo 2009

la forza interiore che hanno le donne, soprattutto una mamma è incredibile. lo sto sperimentando in questo giorni in cui la mia famiglia è influenzata e i miei bimbi hanno bisogno di me. La mamma di “Teresina” ha sicuramente una forza più grande rinnovata ogni giorno dall’amore dei suoi 9 figli e di suo marito. Spero questa forza silenziosa non venga mai loro mancare e sono sicura che con un amico come Francesco al loro fianco non si sentiranno mai abbandonate.
Ciao Carla

A ”PK12” E’ SEMPRE NATALE – UN VENERDI’ DA SOGNO-

lunedì 9 marzo 2009

Nel mese di: 
-Muharram: primo mese dell’anno, è considerato un mese sacro durante il quale ricorre anche l’anniversario della nascita del Profeta. 

Oggi 9 marzo, è il natale musulmano ,è festa in tutto il paese.

Venerdì scorso con  suor Anna siamo andati a fare visita alla famiglia del nostro amico Ibraim. Abita a PK12 (POSTO AL KM 12) questo è il nome della baraccopoli fuori Gibuti a 12 km. sulla camionabile per l’Etiopia.Quì si rifugiano tutti coloro che sperano di far fortuna in città,i profughi della Somalia e dell’Eritrea.Come tuttte le baraccopoli alle periferie delle città,anche qui ,donne uomini ,bambini sono ammucchiati in fatiscenti abitazioni, dove  manca di tutto ,fuorchè la gioia di vivere.Ibraim ha una’’ bella casa’’ ,due grandi stanze,una con il pavimento in cemento e l’altra in terra battuta,le pareti sono in compensato e il tetto in lamiere di zingo e anche il gabinetto(naturalmente voi lo avete aiutato a fare tutto ciò).Incontriamo subito arrivando,la giovane moglie (33 anni) con in braccio l’ultima nata,non ha ancora un mese.Sembra proprio una scena da presepio è bello vedere lì a terra mamma e bambina sorridenti e pieni di vita dopo aver assistito alle grosse difficoltà che tutte e due hanno dovuto sopportare per promuovere ancora la vita.La mamma troppo debole ,anemica è dovuta andare all’ospedale e l’ospedale è il vero calvario dei poveri costa molto ed ogni giorno c’è qualche cosa da pagare,ma la provvidenza ,per alcuni c’è,e la vita torna a rifiorire. Naturalmente non si parla qui di battesimo è mussulmano e quindi posso solo battezzare la piccola in cuor mio e immaginate che nome le ho messo…..?  Teresina.

Il presepe umano ,vivo. nel giro di pochi minuti si è popolato,una ventina di bambini si ammucchiano attorno e tutti cercano di tenerci per mano,è festa e quindi anche quelli che vanno a scuola sono a casa a rallegrare  la giornata.Chiediamo ad Ibraim di presentarci tutti i suoi figli.Si mette all’opera e dal gruppo incomincia a sceglire e mettere in disparte 1,lei è la più grande,non va a scuola aiuta la mamma 12 anni, 2 lei va a scuola e fa la 4,

3 ,4,5,6 lei è sordo muta e suor Anna l’ha fatta iscrivere alla scuola speciale è la più brava della classe,,7,8 questo è un maschietto e ha 2 anni e poi la nostra Teresina capite così giovani e già 9 figli .Abbiamo incontrato anche il capo del quartiere e con lui abbiamo visitato un po’ le baracche intorno a quella di Ibraim.

Al ritorno ci siamo fermati ,sempre con Ibraim al mercato del bestiame per prendere un po’ di letame per il mio futuro orto .Il nostro amico ha rischiato di essere linciato da un gruppo di giovani che pretendevano che pagasse il letame e lui con molta calma ripeteva che era gibuziano come loro e che il letame gli apparteneva ,per fortuna che in quel momento è passata una macchina della gendarmeria comunale e tutti sono scappati e noi abbiamo fatto altrettanto.Vi chiedo di pregare e sognare con noi Missionari della Consolata di Gibuti perché tutti ci siamo innamorati di PK12 .