Archivio di giugno 2009

20 GIUGNO FESTA DELLA SS.VERGINE DELLA CONSOLATA

sabato 20 giugno 2009

AUGURI A TUTTI I MISSIONARI DELLA CONSOLATA

AI LORO PARENTI

AMICI

BENEFATTORI

GRAZIE DI ESSERE MISSIONARI CON NOI


LA FESTA DELLA CONSOLATA

La Consolata è “nostra madre tenerissima, che ci

ama come la pupilla degli occhi suoi”. Questa espressione

del Beato Giuseppe Allamano dice tutto: è lei

che ha voluto l’Istituto, è lei che ha pensato di provvedere

ad ogni cosa; è lei la Fondatrice. L’ha voluto

perché il suo più grande desiderio è che il Figlio sia

conosciuto, amato, ascoltato; perché ai piedi della

croce è diventata madre di tutti. Il Beato Allamano ha

voluto che percorresse le vie del mondo attraverso

l’opera dei suoi missionari, che annunciano a tutti la

vera consolazione, Gesù Cristo, mediante la vicinanza

alla gente, la promozione umana, il sollievo nelle

sofferenze, il dono della salvezza.

1 – Chiara stella del mattino

splendi, Vergin Consolata:

luce al popolo in cammino,

verso il regno del Signor.

Rit: Consolata, nostra Madre,

per noi prega, peccatori:

Tu presenta i nostri cuori

al tuo figlio Salvator.

2 – Tu. prescelta da Dio Padre,

Tu, dimora dello Spirito,

di noi tutti sei la Madre

che ci stringe in unità

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

sabato 20 giugno 2009

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore

In questo brano tutto è volto a descrivere la situazione dell’umanità nella sua lenta storia e tutto mira ad annunciare il
piano divino che il Figlio di Dio vuole realizzare. È venuta la sera: la notte della paura e del dubbio; la fine del giorno e delle sue effimere certezze. Gesù invita la sua Chiesa a prendere il largo e a “passare” all’altra riva. Si tratta di un invito alla Pasqua che è un “passaggio”: passaggio del mar Rosso per il popolo eletto, liberato dalla schiavitù e condotto alla libertà; passaggio dalla morte per il Figlio dell’uomo liberato dal peccato e condotto alla gloria. L’altra riva è la riva di Dio, la riva che non si vede e di cui Gesù rivela il cammino (Gv 14,4). La barca che attraversa il lago con i discepoli e Gesù è la Chiesa. Come l’arca di Noè, essa è stata costruita appositamente per “passare”. Ma scoppia una tempesta. Le forze del male si scatenano contro di essa. La barca si riempie d’acqua, qui simbolo di morte: l’acqua toglie il respiro all’uomo. Il male lotta contro lo Spirito. E Gesù dorme. L’assenza di Gesù pesa enormemente sul cuore dei fedeli: non vedendo Gesù, hanno paura e giungono persino a pensare che non sarebbero mai riusciti a compiere la traversata e che non avrebbero mai dovuto prendere il largo su quella barca. Ma la preghiera insistente dei fedeli, che lo chiamano, viene sentita da Gesù. Si sveglia. Egli è là, come ha promesso (Mt 28,20). Gesù salva la sua Chiesa da tutte le tempeste che minacciano di farla affondare. Gesù non rimprovera il fatto che non lo si sia svegliato subito, ma biasima invece la mancanza di fede. Bisogna pregarlo, e pregarlo con fede. La paura di morire, che è negativa, viene allora sostituita dal timore di Dio, che è l’obbedienza dei fedeli al loro Salvatore. Questa è la nostra situazione: la debolezza della nostra imbarcazione trae forza dalla presenza di Cristo: egli ci fa passare.

Taci, calmati!

È una tentazione ricorrente quella di sentirsi abbandonati da Dio nei momenti in cui infuriano le tempeste più furibonde nella nostra vita personale e nella storia del mondo. Gli apostoli si limitano a dire a Gesù, placidamente addormentato a poppa: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Molti in simili circostanze muovono ben altre accuse al buon Dio. Accuse che talvolta sfociano nella bestemmia e nell’ateismo. È difficile per l’essere umano ammettere che non è Dio ad essere incurante della nostra sorte, ma noi a non esprimere a dovere la nostra fede. Lo stesso Gesù rimprovera i suoi dicendo loro: “Non avete ancora fede?”. Da questa mancanza sgorgano tante paure, spesso anche ingiustificate. Un Dio prima misconosciuto, rinnegato e talvolta perfino offeso, dovrebbe poi al primo richiamo destarsi per noi e calmare la furia dei venti e delle onde. Dinanzi a tanti eventi dovremmo piuttosto riflettere seriamente sulle conseguenze delle nostre assurde avventure di navigatori solitari nei mari tempestosi della vita. Se nella nostra barca Cristo non c’è, se l’abbiamo emarginato, radiato e tenuto colpevolmente lontano, non possiamo poi pretendere che ci possa e debba soccorrere dinanzi alle nostre improvvise paure e alla caduta delle nostre assurde presunzioni. Per nostra colpa periamo nelle nostre tempeste! Sarebbe falsa e dannosa una religione che intervenisse a confermare le nostre scelte peccaminose riparando gratuitamente e con la massima urgenza tutti i danni che ci procuriamo e servisse a guarirci istantaneamente e gratuitamente da tutti i nostri mali. Gesù ha respinto la sfida e la tentazione di usare la sua divina potenza per scendere dalla croce ed evitare la morte. Occorre rivestirsi di sentimenti di umiltà nei confronti del Signore, riconoscere sempre la nostra dipendenza da Lui, prendere atto, come fa Giobbe, dei nostri limiti e della sua infinita sapienza e convincersi che solo con la fede possiamo vedere il suo Volto. Un salmista ripete: “Anche se camminassi in una valle oscura, non temo alcun male perché tu sei con me, Signore”. Nella umile e devota conoscenza del Signore, nella certezza di vivere in comunione di amore con Lui, abbiamo la garanzia della sua divina costante protezione.

PREGHIAMO

Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano,
perché non ci esaltiamo nel successo,
non ci abbattiamo nelle tempeste,
ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente
e ci accompagni nel cammino della storia.

“GRANDE TESTIMONIANZA AL MONDO MUSULMANO”

mercoledì 17 giugno 2009

“E’ un bilancio estremamente positivo” quello che il presidente della Conferenza episcopale turca (Cet), mons. Luigi Padovese, traccia al Sir dell’Anno Paolino che verrà chiuso ufficialmente da Benedetto XVI il 28 giugno a Roma. “E’ la prima volta che a Tarso ed Antiochia vediamo un flusso così continuo e consistente di pellegrini, che giungono da tutto il mondo per rendere omaggio alla figura di san Paolo e partecipare alle celebrazioni” spiega Padovese che è anche vicario apostolico di Anatolia, nel cui territorio si trova la città natale di san Paolo. “Fino alla scorsa settimana a Tarso sono passati 400 gruppi circa, composti anche da 150 persone”. Tutti questi pellegrini “venuti in preghiera”, afferma il presule, “hanno dato ai musulmani una immagine molto positiva della Chiesa e del Cristianesimo ed è servita, credo, anche ad allontanare alcune loro diffidenze verso il mondo europeo ed occidentale ritenuto secolarizzato e fagocitato dall’edonismo e dal relativismo. Credo sia stata una grande testimonianza”.

Circa la possibilità di avere una chiesa a Tarso il presidente della Cet afferma di “attendere una risposta dalle istituzioni. Mi auguro che questa possa essere positiva ed arrivare magari entro la fine dell’Anno Paolino. Qualora non arrivasse la Chiesa tornerebbe ad essere un museo e sarebbe un segno negativo. Non chiediamo la proprietà del luogo ma solo la possibilità di averlo a disposizione dei pellegrini e dei cristiani”. Nell’intervista mons. Padovese si sofferma anche su alcune iniziative del dopo Anno Paolino, come “l’organizzazione di simposi sulla figura e l’opera di san Paolo, la creazione di una biblioteca paolina ed anche un gemellaggio con Reggio Calabria”. Per la chiusura dell’Anno in Turchia sono previste una serie di celebrazioni che prenderanno il via il 27 giugno con un convegno su san Paolo, il 28 la preghiera del Vespro col patriarca ecumenico Bartolomeo I e il 29 la celebrazione a Tarso con il delegato pontificio, il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

MONS. PADOVESE

IL SEGNO DELLO SPIRITO NELLA GLOBALIZZAZIONE” (2)

mercoledì 17 giugno 2009

“Il fiorire di dialogo e di spirito – ha osservato Riccardi – è la fucina della simpatia e l’antidoto al disprezzo. E’ quella simpatia verso l’altro, di cui tutti abbiamo bisogno, di cui hanno bisogno le civiltà, di fronte al processo di divaricazione tra mondi, che rischia di generare terremoti”. Per lo storico, “ci sono frontiere delicate, quelle del rapporto tra Asia e Occidente su cui tanto poco si riflette; quelle del vitale rapporto tra Africa e Europa e tante altre. Il dialogo mostra che le religioni non vogliono la divaricazione che porta all’odio, al disprezzo, al conflitto”. Il dialogo “aiuta lo spirito, il mondo dello spirito, a soffiare con più forza e a scendere in profondità”. E c’è un grande compito da realizzare: “Conquistare i cuori al rispetto dell’uomo, alla sua libertà e dignità, scorgendo in lui il segno di Dio. Bisogna disarmare i cuori. Si deve far crescere nelle menti il senso dell’unità della famiglia umana. E’ poco affermare i diritti sulla carte, quando non si radicano nei cuori”. E in questo “tanto possono le religioni”. Secondo il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, “non sarà la provvidenza dell’economia a portare la pace. Non un unico paese, pur potente. Non un unico attore. Gli attori e i protagonisti della storia oggi sono tanti e forti. Non siamo sognatori, ma realisti. La realtà è complessa, determinata da tanti”.

L’uomo credente – ha proseguito Riccardi – sa che niente è davvero potente e niente è inevitabile. La storia è ricca di svolte e miracoli, di passaggi inattesi. C’è una forza dello spirito, umile e umiliata, che sposta montagne”. Per lo storico, “chi ha camminato sulla via dello spirito, sa bene che la realtà non è solo economia o forza. Un mondo nuovo è possibile: non come frutto di magia, ma come un processo paziente di costruzione di una civiltà del vivere insieme, nel piccolo dialogo quotidiano, nell’incontro, nel rispetto per la libertà e la personalità altrui, nella solidarietà con i poveri, con i piccoli, con la vita in tutte le sue manifestazioni e stagioni, dal suo concepirsi al suo spegnersi”. “Dunque, “per costruire un mondo nuovo c’è bisogno di più umanità e di più spirito”, “spirito di pace, spirito di compassione, per essere veramente liberi e responsabili”. “Dal mondo dello spirito può scaturire un vero umanesimo, capace di compassione che si comunica a uomini, culture, politiche. Diverse sono le nostre tradizioni, la nostra fede. Questo non ci spinge a odio o disprezzo. Nemmeno però a cancellare le differenze. La pace nella differenza, non nell’indifferenza però: questo è il segno per il nostro tempo: segno di umanità, di libertà, di ricchezza. Soprattutto segno dello spirito nel mondo della globalizzazione”, ha concluso.

BREVI DALL’AFRICA (Puntland, Burkina Faso, Nigeria, Somalia, Sudan/Ciad)

mercoledì 17 giugno 2009

PUNTLAND – Il parlamento della regione semiautonoma somala ha approvato il testo della nuova Costituzione alla presenza di 58 dei suoi 66 deputati. I deputati hanno approvato all’unanimità la Costituzione e votato la fiducia al consiglio dei ministri entrato in carica lo scorso gennaio. Subito dopo il voto, il presidente del Puntland, Abdirahman Mohamed ‘Farole’ si è recato nella città portuale di Bosaso da dove partirà alla volta degli Stati Uniti per un incontro con il presidente americano Barack Obama.

BURKINA FASO – Una campagna di vaccinazione contro il morbillo è stata promossa dal ministero della Sanità in tutti i 31 distretti sanitari in cui è diviso il paese. La campagna comincerà domani e si concluderà dopo cinque giorni con l’obiettivo di rafforzare la protezione immunitaria degli oltre 3 milioni e mezzo di bambini del Burkina Faso; secondo dati del ministero, dallo scorso febbraio sono stati registrati 42.000 casi di morbillo, 281 dei quali mortali.

NIGERIA – L’esplosione di un oleodotto a Ilado, nella periferia di Lagos, ha causato il ferimento di numerose persone. Lo riferisce la stampa locale sottolineando che si tratta dell’ultimo di una lunga serie di casi simili spesso conclusi con bilanci più gravi. Nell’incendio 12 imbarcazioni sono rimaste distrutte.

SOMALIA – Come era stato ampiamente anticipato, la missione Atalanta dell’Unione Europea (UE) contro la pirateria al largo delle coste somale è stata prolungata di un anno fino alle fine del 2010. La decisione è stata presa ieri dai ministri degli Esteri dell’UE riuniti a Lussemburgo. Nella missione, a difesa dei mercantili che transitano per il golfo di Aden, sono impiegate 13 navi da guerra .

SUDAN/CIAD – Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha espresso preoccupazione per la recente crisi tra Ciad e Sudan. In un rapporto pubblicato ieri sulla missione congiunta Onu-Unione Africana in Darfur, Ban Ki-moon ha sottolineato che le incursioni transfrontaliere degli eserciti hanno favorito un’escalation delle violenze proprio quando i due paesi erano sulla strada giusta per normalizzare le loro relazioni.

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B) 14 GIUGNO

venerdì 12 giugno 2009

Gesù ci ha promesso di stare con noi fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Egli ha mantenuto la sua parola in molti modi. Egli è con noi nella sua parola, che è sempre una parola viva e santa, che conduce al Padre chi ad essa si affida. Egli è presente, ancora di più, nel sacramento del suo corpo e del suo sangue. E ciò merita certo una festa. Questo sacramento ci colma, innanzi tutto perché fa arrivare fino a noi l’“incarnazione” del Verbo divino: Dio continua a venire per restare. Non ci abbandonerà più. In secondo luogo, questo sacramento ci nutre: alimenta in noi quella vita divina che è la nostra vera vita, poiché è eterna. Questo sacramento, infine, ci fa vedere, sotto forma di pane e di vino, colui che gli apostoli hanno visto, ma, proprio come Gesù di Nazaret non era visto da tutti come il Messia, il sacramento del suo corpo e del suo sangue non convince tutti. Per chi si ferma alle apparenze, tale sacramento non costituisce una prova, poiché ciò che si vede non basta. Infatti si vede solo ciò che si lascia vedere. Per il credente invece, cioè per chi si lascia raggiungere dall’amore di Dio, questo sacramento è il più grande fra i segni, il segno che mette in comunione con Gesù stesso. Il credente è da esso trasfigurato, il suo peccato è purificato, grazie ad esso pregusta il banchetto promesso: quello delle nozze del Figlio.
+ Dal Vangelo secondo Marco

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Parola del Signore

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede
il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre… 
 

don Bruno Maggioni

In quel Pane il volto preciso di Dio

Il gesto del pane e del vino, le parole di commento, tutto converge nell’indicare la vita di Gesù come una vita donata. Il gesto eucaristico svela la «verità» di Gesù, cioè quella tensione interiore che ha guidato la sua vita fin dall’inizio. Nell’amore di Gesù non ci sono esclusi o emarginati, non ci sono i primi e gli ultimi. Nell’Eucaristia le prime comunità scorgevano non semplicemente la presenza di Dio, ma la presenza di un volto preciso di Dio. Nell’Eucaristia bisogna scorgere e celebrare quel Dio che in Gesù si è manifestato come condivisione, amore e servizio.
Il gesto eucaristico è collocato da Marco in un contesto di tradimento (Giuda) e di abbandono (il rinnegamento di Pietro e l’abbandono dei discepoli). Si tratta di un elemento comune e tradizionale, ma sembra che Marco lo sottolinei con forza particolare. Tanto è vero che la cornice del tradimento e dell’abbandono si prolunga anche nel racconto del Getsemani e dell’arresto. Nello stridente contrasto fra il gesto di Gesù e il tradimento degli uomini, la comunità ha colto al grandezza dell’amore del Cristo, la sua gratuità, al sua ostinazione. Ma mi sembra che Marco colga anche un duplice avvertimento: la comunità è invitata a non scandalizzarsi allorché scoprirà nel proprio seno il tradimento e il peccato: è un’esperienza che Gesù stesso ha vissuto e che ha previsto per la sua Chiesa. Viene così tolto alla radice ogni motivo in base al quale poter dire: questa non è più la Chiesa amata da Dio. Contemporaneamente la comunità è invitata a non cullarsi nella falsa sicurezza, e a non presumere di sé (come invece Pietro): il peccato è sempre possibile, ed è male fidarsi delle proprie forze. Per tutto questo al celebrazione eucaristica è. insieme, giudizio e consolazione, mette in luce contemporaneamente l’ostinato amore del Cristo e il peccato e le divisioni della comunità. Anche le divisioni della comunità devono apparire. Ma non per dire: permangono le divisioni, tralasciamo l’Eucaristia. Bensì per concludere: nonostante le divisioni, Cristo ci salva.
Il vino deve essere bevuto e il pane deve essere mangiato: «Prendete, mangiate». La vita del Maestro deve essere condivisa dal discepolo. Non basta affermare nel pane e nel vino la presenza del Figlio di Dio. Occorre prendervi parte. L’Eucaristia è contemporaneamente presenza di Dio e progetto ecclesiale. Dalla prima comunione (quella di Dio con noi) scaturisce la seconda (quella fra noi): la via del Cristo (una vita in dono, per tutti, nonostante il rifiuto) definisce la sequela.

Sant’Antonio di Padova 13 GIUGNO -AUGURI A TUTTI GLI ANTONI E ANTONIETTE

venerdì 12 giugno 2009

È un grande privilegio per un Apostolo del Signore poter applicare a sé il magnifico testo di Isaia che Gesù a Nazaret ha applicato a se stesso: “Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri…”.
Veramente lo Spirito era su Antonio di Padova, che ha portato il lieto annuncio, il Vangelo, ai poveri con un successo straordinario. E ha fasciato le piaghe dei cuori spezzati, ha annunciato la liberazione dei prigionieri, in modo così luminoso, così straordinario, che èstato canonizzato dopo un solo anno dalla sua morte. È una cosa che oggi sarebbe impossibile, ma che dice bene quanto profonda fosse la venerazione del popolo cristiano.
In questo testo di Isaia, in cui vediamo chiaramente l’azione dello Spirito consolatore che fascia le piaghe del cuore, che consola gli afflitti, vorrei sottolineare l’annuncio di libertà, che ci fa vedere lo Spirito all’opera come creatore, così come lo invoca l’inno di Pentecoste.
Tutti siamo prigionieri di tanti condizionamenti, provenienti dal nostro temperamento, dalle circostanze, dallo stato di salute, dai rapporti interpersonali che non sempre sono armoniosi… E cerchiamo la liberazione.
Ma la vera liberazione viene in modo inatteso, in modo paradossale dallo Spirito di Dio, che non risolve i problemi, ma li supera, portandoci a vivere più in alto.
Nella vita di sant’Antonio possiamo constatare questa liberazione operata dallo Spirito. Antonio avrebbe potuto essere grandemente deluso, depresso, perché tutti i suoi progetti sono stati scombussolati. Voleva essere missionario, voleva perfino morire martire e proprio per questo si era imbarcato per andare fra i musulmani. Ma il suo viaggio non raggiunse la meta: invece di sbarcare nei paesi arabi fu sbarcato fra i cristiani, in Sicilia e poi rimase in Italia.
Avrebbe potuto passare il resto della sua vita a compiangere se stesso: “Non posso realizzare la mia vocazione ! “. E invece fiori dove il Signore lo aveva inaspettatamente piantato: cominciò subito a predicare, a fare il bene che poteva, e acquistò una fama straordinaria.

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”.
PREGHIAMO

Dio onnipotente ed eterno,
che in sant’Antonio di Padova,
hai dato al tuo popolo un insigne predicatore
e un patrono dei poveri e dei sofferenti,
fa’ che per sua intercessione
seguiamo gli insegnamenti del Vangelo
e sperimentiamo nella prova
il soccorso della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Pensare la crisi di Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto

venerdì 12 giugno 2009

 

Pensare la crisi (Intervento al Colloquio promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e l’Accademia di Francia a Roma il 17e 18 Aprile 2009) (Il Sole 24 Ore, Sabato 18 Aprile 2009, 1 e 13, col titolo: XXI Secolo. La Torre di Babele del nostro tempo) di Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto È attraverso la via della metafora che vorrei tentare di pensare la crisi in cui si trova oggi il “villaggio globale”. Con la sua eccedenza di senso la metafora si presta ad evocare i volti di quanto sta avvenendo, senza pretendere di ridurre a diagnosi facile la complessità magmatica di ciò che è in corso. Quattro metafore fluide – naufragio, liquidità, assemblaggio e navigazione – approderanno ad una finale metafora solida, di sicuro Autore: Babele e la sua torre. A far uso della metafora del naufragio è Hans Blumenberg (Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza, Bologna 1985). L’immagine rinvia a un testo di Lucrezio, voce della “condition humaine” nell’età classica: “Bello, quando sul mare si scontrano i venti e la cupa vastità delle acque si turba, guardare da terra il naufragio lontano: non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte” (De rerum natura, II, 1-4). Lo spettatore dell’età di Lucrezio osserva la scena del naufragio al sicuro, sul solido terreno delle sue certezze. Lo spettatore dell’età moderna, invece, sperimenta l’evidenza della frase di Pascal: “Siete tutti imbarcati”- “Vous êtes embarqué” (Pensées, 451). Blumenberg commenta: “Non c’è più lo stabile punto di vista a partire dal quale lo storico potrebbe essere lo spettatore distaccato” (99). La novità – dal “secolo dei lumi” in poi – è che lo spettatore si identifica sempre più col naufrago: “Ci piacerebbe conoscere l’onda sulla quale andiamo alla deriva nell’oceano; solo, quell’onda siamo noi stessi” (99). Perdute le certezze che le ideologie ci avevano offerto, siamo diventati noi stessi i naufraghi. Si coglie qui una non marginale differenza fra la crisi del 1929 e l’attuale: allora il mondo delle certezze ideologiche si presentava come possibilità alternativa, rampante, come un sole nascente. Oggi, dopo la crisi delle ideologie, non è più così: “Siamo come dei marinai che devono ricostruire la loro nave in mare aperto, che non possono smantellarla sulla terraferma e ricostruirla usando i migliori materiali” (109). Non resta che una possibilità sola: “Farsi una nave con i resti del naufragio” (105), poiché “è chiaro che il mare contiene altro materiale rispetto a quello già impiegato nella costruzione. Da dove può venire, per far coraggio a chi ricomincia daccapo? Forse da precedenti naufragi?” (110s). Sul grande mare della storia continuano ad arrivare tavole cui aggrapparsi: da dove? Da altri naufragi? O da un possibile, totalmente altro, “altrove”? Lo scenario del naufragio, in cui spettatore e naufrago si identificano, si apre sull’orizzonte di un’attesa, forse persino di un’invocazione inespressa. Questa domanda che nasce dal naufragio è forse la cifra più profonda della crisi attuale. La metafora della liquidità è quella di cui si serve con singolare flessibilità il sociologo e filosofo britannico di origini ebraico-polacche Zygmunt Bauman (Modernità liquida, Roma-Bari 2002). Nel nostro tempo “modelli e configurazioni non sono più ‘dati’, e tanto meno ‘assiomatici’; ce ne sono semplicemente troppi, in contrasto tra loro e in contraddizione dei rispettivi comandamenti, cosicché ciascuno di essi è stato spogliato di buona parte dei propri poteri di coercizione… Sarebbe incauto negare, o finanche minimizzare, il profondo mutamento che l’avvento della modernità fluida ha introdotto nella condizione umana” (XIIIs). Mancando punti di riferimento certi, tutto appare fluido, giustificato o giustificabile in rapporto all’onda che passa. Gli stessi parametri etici che il “grande Codice” della Bibbia aveva affidato all’Occidente, sembrano diluiti, poco reperibili ed evidenti. Si parla di “relativismo”, di “nichilismo”, di “pensiero debole”, di “ontologia del declino”. La fiducia assoluta nell’autonomia dell’uomo porta alla perdita di ogni riferimento trascendente: la persona finisce con l’annegare nella propria solitudine, e il sogno 2 dell’emancipazione si infrange nei rivoli del totalitarismo. Col sangue delle vittime, si dissolve anche la consistenza della macchina di distruzione e di morte che l’ideologia aveva prodotto: tutto diventa fluido, sospeso sul nulla, in caduta. Questa fluidità si manifesta anche nell’estrema volatilità delle sicurezze promesse dall’”economia virtuale” della finanza internazionale, sempre più separata dall’economia reale. Trovare punti di riferimento, indicare linee guida affidabili è la sfida titanica per governanti e amministratori, cha vogliano ancora galleggiare sulla liquidità derivata dalla dissoluzione di tutti i valori. Eppure, sul mare della storia si affacciano tavole cui aggrapparsi, improvvisate scialuppe di salvataggio, con cui forse assemblare una nave comune: queste tavole sono di forme e dimensioni disparate e metterle, sospesi sull’onda, è impresa non facile. La metafora, che potrebbe esprimere questo tentativo è quella dell’

assemblaggio, dello sforzo di costruire un battello con assi dalle più svariate provenienze. C’è chi chiama questa condizione, caratteristica della crisi attuale, “meticciato” e giunge a vedervi l’alternativa alla barbarie dissolvitrice (R. Duboux, Métissage ou Barbarie, Paris 1994): si tratta della confluenza di identità molteplici, dovuta ai flussi migratori in atto, ma anche al ravvicinarsi delle lontananze grazie al mondo comunicativo della rete. È l’esperienza, inedita per i più, dell’incontro fra identità diversissime, fino al configurarsi di identità plurali, nomadi, al tempo stesso assertive e flessibili, meticcie. Il succedersi degli eventi – dal fatidico 1989 all’11 Settembre 2001 e a quel che ne è seguito – mostra il volto drammatico di questa sfida: “Siamo passati da un mondo in cui gli attriti erano fondamentalmente ideologici a un mondo in cui gli attriti sono fondamentalmente identitari… Per molti anni ancora il problema dell’identità avvelenerà la storia, indebolirà il dibattito intellettuale, diffondendo ovunque l’odio, la violenza e la distruzione” (A. Maalouf, Identità, Bompiani, Milano 20072, 7s). Si impone una scelta di fondo, che parta dalla costatazione che il meticciato, come processo di incontro e di fusione di culture diverse, c’è stato sempre presente nella storia. L’illusione di una purezza dell’identità o della razza è follia ideologica. Se una cultura è viva e vitale, essa è anche in grado di avviare un processo di mutuo scambio e di reciproca comprensione con l’identità altrui che venga ad abitarla. Ciò che risulta decisivo è che fra persone e culture si costruiscano relazioni di reciproco rispetto, di riconoscimento dell’altro e di dialogo. I luoghi in cui questo riconoscimento può generarsi sono la società civile e la famiglia: la fecondazione reciproca delle identità avviene per maturazione delle coscienze attraverso laboratori di convivenza e di compartecipazione. Decisive sono però le condizioni oggettive e strutturali in cui simili laboratori divengano possibili: le garanzie di rispetto della dignità di ogni persona, qualunque sia lo status dell’immigrato, l’educazione alla solidarietà e alla multiculturalità, la scuola, il servizio sanitario, il dialogo fra esperienze religiose diverse, il sostegno alle mediazioni culturali e identitarie. “La società civile, senza una politica (e un’economia) che si faccia carico di proteggere e promuovere il senso di coappartenenza, diventerebbe… il liquefarsi della vita degna dell’uomo” (P. Gomarasca, Meticciato: convivenza o confusione?, Venezia 2009, 183). L’”assemblaggio”, coinvolgendo tutti, richiede regole certe, che lo rendano possibile e fruttuoso. A quali parametri dovranno ispirarsi queste regole per superare la crisi verso un futuro migliore? È la metafora della navigazione che può forse descrivere la possibilità di un tale superamento: come dovrà essere la barca, risultante dall’assemblaggio delle tavole fornite dal mare? Verso dove guidarla? Un progetto, un codice etico e spirituale, risulta indispensabile. Per l’Italia questo codice è raccolto nella Costituzione Repubblicana, approvata il 22 dicembre 1947, nata dalla confluenza delle anime culturali, che avrebbero cooperato alla ricostruzione fisica e morale del Paese dopo la tragedia della guerra e della dittatura: l’anima cattolica, quella liberale e quella socialista. È in particolare, però, al personalismo di ispirazione cristiana che la legge fondamentale dello Stato repubblicano deve la sua fonte più ricca in materia di valori, compendiata nel cosiddetto Codice di Camaldoli, elaborato al termine di una settimana di studio (18-23 luglio 1943), tenutasi nel monastero di Camaldoli, presso Arezzo, da un gruppo di giovani cristiani desiderosi di pensare la crisi e il suo domani. Vi emergeva l’idea della centralità della persona nella futura organizzazione dello Stato e della sua economia nel quadro della corresponsabilità e della solidarietà nazionale. Un 3pensatore francese, Emmanuel Mounier, era andato raccogliendo intorno alla dignità dell’essere personale un’analoga visione del mondo: “La persona non è un oggetto: essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo non può essere trattato come un oggetto… ” (E. Mounier, Il personalismo, Roma 1964, 11s: orig. Paris 1949). La Costituzione Italiana afferma il principio della dignità assoluta della persona nell’art. 2, dove afferma che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Questi diritti sono considerati naturali, non creati giuridicamente dallo Stato, come fa intendere l’uso del verbo “riconoscere”, che implica la preesistenza di essi rispetto alla loro formulazione giuridica. Al principio di singolarità si connette quello di uguaglianza, affermato nell’art. 3 del testo costituzionale, secondo cui tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge (uguaglianza formale) e devono essere in grado di sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale (uguaglianza sostanziale). L’importanza di questi due principi è evidente nel campo della tutela delle minoranze, dei lavoratori, dei sessi, dei diversamente abili, ed oggi in modo speciale nel rispetto dovuto alla persona degli immigrati, quale che sia il loro stato giuridico di cittadinanza. Rispettare la dignità di ogni essere personale è il primo impegno cui chiama la Costituzione, in piena sintonia con l’idea cristiana dell’assolutezza, singolarità e pari dignità di ogni uomo o donna davanti a Dio e alla storia. È muovendosi con assoluta fedeltà a questo principio che la barca potrà essere costruita in modo da navigare sul mare della storia. La crisi non si supera se la persona, la sua dignità, il suo lavoro, la realtà dei suoi rapporti, non torna ad essere centro e misura dell’economia e della politica. Vorrei chiudere questa carrellata di metafore liquide con una metafora solida, tratta dal “grande codice” dell’ethos occidentale, la Bibbia. Si tratta del racconto della “torre di Babele”, che il capitolo 11 della Genesi presenta come l’immagine della confusione disgregante, origine di tutte le crisi nate dalla scissione fra il virtuale – immaginato o preteso – e il reale, vissuto e pagato di persona. C’è però un senso, che sfugge per lo più ai commentatori e che già Voltaire aveva richiamato, sottolineando come il nome “Babele” voglia dire che “el” – il Dio – è padre. Jacques Derrida ne ricava la conclusione che Dio punisce i costruttori della torre per aver voluto in questo modo farsi un nome, costruire da sé il proprio nome, riunirsi in esso: “Li punisce per aver voluto così assicurarsi autonomamente una genealogia unica e universale” (Des tours de Babel, in Aut Aut 189-190, 1982, 70). Non sarà l’omologazione delle differenze il futuro dell’umanità, ma la loro convivialità, il loro reciproco riconoscersi ed accettarsi, sul fondamento comune della dignità assoluta di ogni persona umana e del diritto di ciascuno all’uguaglianza, formale e sostanziale. Davanti al Dio della storia, Padre-Madre di tutti, nessun uomo è un’isola: oltre il naufragio, sulle onde della modernità liquida, la barca va costruita insieme, nel rispetto di ognuno, consentendo tutti e ciascuno a regole comuni, certe ed affidabili, per navigare insieme sul vasto tratto di mare verso il porto – intravisto nella speranza e mai pienamente posseduto nella realtà – della pace universale e della giustizia per tutti.

Mendicanti del cielo

venerdì 12 giugno 2009

 

“Lettera ai cercatori di Dio”: la fede come “ricerca” e come “pace”
“Come credenti in Gesù Cristo, animati dal desiderio di far conoscere colui che ha dato senso e speranza alla nostra vita, ci rivolgiamo con rispetto e amicizia a tutti i cercatori di Dio”. Comincia con queste parole la “Lettera ai cercatori di Dio” elaborata dalla Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, approvata dal Consiglio permanente della Cei nel settembre 2008 e appena pubblicata. Ne abbiamo parlato con mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione episcopale, che la presenterà durante il Convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani, in programma a Reggio Calabria, dal 15 al 18 giugno, sul tema: “La nostra lettera siete voi… (2Cor 3,2). Ascoltare le domande, comunicare il Vangelo, condividere l’incontro con il Cristo”. “Chi cerca ragioni per credere, in qualche modo cerca Dio”: possiamo riassumere in questo modo la consapevolezza da cui muove la lettera? “Possiamo dire che alla base della lettera ci sia la visione dell’uomo come «mendicante del cielo», secondo la bellissima espressione di Jacques Maritain. In altre parole, nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, c’è una nostalgia profonda per il mistero di Dio, per la sua bellezza. Come diceva Agostino, «hai fatto il nostro cuore per te, ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». La lettera nasce proprio dalla volontà di riconoscere nelle grandi domande che ci accomunano come uomini forme di ricerca, consapevole o inconsapevole, di Dio”. “Essere in ricerca” è già di per sé un’affermazione controcorrente, in una società dominata dall’appiattimento e dall’omologazione… “Certamente. Essere in ricerca significa anzitutto pensare, essere aperti al nuovo che la domanda suscita in te: si tratta di aprirsi ad una sorgività e di accogliere l’alterità, fatta di prossimità e vicinanza, ulteriorità e trascendenza. Tutto ciò rende l’uomo più ricco, più umano, più pensante. L’intento della lettera è dunque in primo luogo quello di far pensare e di accettare lo stimolo del pensiero, riflettendo insieme sulle domande che ci uniscono e formulando una proposta – che per noi è il kérygma, l’annuncio cristiano – a chi cerca la via di un incontro possibile con il Dio di Gesù Cristo, attraverso una testimonianza capace di rendere ragione della speranza che è in noi”. La prima delle “domande che ci uniscono” – si legge nella lettera – è quella sul rapporto tra felicità e sofferenza: come raccogliere la sfida, in un’epoca in cui la principale rimozione è quella del senso del “limite”? “È universalmente condivisa l’affermazione hegeliana per cui il pensiero nasce dalla scissione: è il dolore che rende pensanti, e questo dolore viene proprio dalla consapevolezza del limite, dall’esperienza della morte, dalla finitudine degli affetti, dei sentimenti, delle prospettive… Al tempo stesso, la lotta con la morte serve per dare un senso alla vita, perché è da esse che emerge l’altro volto dell’uomo: il desiderio di felicità, inscritto in modo indelebile nel nostro cuore. L’altra faccia dell’esperienza del dolore, della sofferenza, della fragilità, è dunque la rivelazione del bisogno di un amore che lenisca le nostre ferite e ci dia felicità e gioia. Per i cristiani, la risposta è l’amore di Gesù”. Altra questione affrontata nella prima parte della lettera è quella del lavoro: in tempi di crisi, appare più evidente il “deficit” di “umanizzazione” in questo campo… “Quando un uomo non lavora, non ha nessun modo di esprimere la propria creatività, di lasciare la sua «impronta» nel mondo, e rischia di alienarsi. Tutto ciò non si riflette solo sul singolo lavoratore, ma su tutte le sue relazioni, a cominciare dalla famiglia. In questo senso, la questione del lavoro è una questione che riguarda tutti. Non si può essere felici da soli: a questo proposito, anche la

BREVI DALL’AFRICA (Sudan, Zambia, Rep. Centrafricana, Gambia

venerdì 12 giugno 2009

SUDAN – Sono 4300 i militari ed ex-combattenti a oggi tornati alla vita civile grazie al programma di disarmo e reinserimento previsto dagli accordi di pace tra nord e sud del paese (‘Comprehensive peace agreement’, Cpa) che nel 2005 misero fine a 20 anni di guerra civile: lo ha riferito il ministero degli Interni del governo semi-autonomo del Sud Sudan, durante una cerimonia tenuta a Juba. Sulla base del programma, che prevede il reinserimento di 180.000 ex-combattenti, a ogni soldato viene consegnato un documento a conferma dell’avvenuto passaggio e mezzi di sussistenza sufficienti per alcuni mesi.

ZAMBIA – Il ministro delle Miniere, Maxwell Mwale, ha invitato le società straniere interessate all’estrazione di petrolio e gas naturale nelle regioni nord-occidentali del paese a presentare offerte entro le prossime tre settimane. L’annuncio è stato fatto oggi a margine del XIX Forum economico mondiale (Wef) sull’Africa, in corso a Città del Capo, in Sudafrica. Si tratta della prima gara pubblica nel settore minerario, che in Zambia rappresenta più dell’80% delle esportazioni.

REP. CENTRAFRICANA – Un collaboratore centrafricano del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc), Moctar Chaib, è stato ucciso da un gruppo di uomini armati a Birao, nel nord del paese, al confine con Ciad e Sudan. A darne notizia è stato oggi un portavoce dell’associazione, senza fornire ulteriori dettagli sull’accaduto. Nei pressi della base militare di Birao, la settimana scorsa scontri armati avevano causato una trentina di vittime.

GAMBIA – Dopo aver trascorso tre anni in carcere, 16 uomini arrestati nel 2006 sono stati incriminati per terrorismo da un tribunale di Brikama, a sud della capitale Banjul; il processo avrà inizio il 24 Giugno. I 16 accusati, che si sono proclamati innocenti, sono stati presentati come integralisti islamici che “puntano alla destabilizzazione del paese”. [MV][CO]