Archivio di novembre 2009

CON I MISSIONARI, L’AFRICA PUO’ DIVENTARE “CONTINENTE DELLA SPERANZA”

lunedì 30 novembre 2009

“L’Africa non è solo un continente della miseria, della povertà, delle guerre, della corruzione. Può diventare un continente della speranza con le vocazioni missionarie, le iniziative di pace e la vita comunitaria”: lo ha detto, al quotidiano della Santa Sede “L’Osservatore Romano”, padre Celestino Bundi, direttore delle Pontificie opere missionarie (Pom) del Kenya, dopo la riunione dei direttori nazionali delle Pom dei paesi africani di lingua inglese, svoltasi di recente in Ghana. “E’ stata un’esperienza piena di fervore che ci ha permesso di scambiare le reciproche esperienze” afferma padre Bundi, sottolineando che il lavoro delle Pom africane è direttamente ispirato dalla testimonianza dei primi missionari che hanno evangelizzato l’Africa donando la loro vita “mentre le loro tombe sono oggi segni visibili del loro impegno per l’evangelizzazione e i loro corpi sono semi piantati nel suolo africano”. La riunione dei direttori delle Pom “ci ha fatto comprendere – aggiunge padre Bundi -la necessità d’una riorganizzazione per una migliore testimonianza. Dobbiamo essere persone aperte che guidano gli altri alla santità attraverso un vero spirito di riconciliazione, ospitalità, giustizia, pace e condivisione…le nostre attività missionarie non avranno successo fino a quando i fedeli laici non s’impegneranno con fervore e coscienza come evangelizzatori”.[CO]

Preghiera per i sacerdoti

giovedì 26 novembre 2009

(Monsignor Kiung, vescovo di Shangai, scrisse questa preghiera durante la sua prigionia. Fu condannato nel 1960 a 20 anni di carcere dura dal governo cinese a causa della sua fedeltà a Cristo)
Dio onnipotente ed eterno,
per i meriti del Tuo Figlio e per il tuo amore verso di Lui,
abbi pietà dei sacerdoti della Santa Chiesa.
Nonostante questa dignità sublime sono deboli come gli altri.
Incendia per la Tua misericordia infinita, i loro cuori con il fuoco del Tuo Amore.
Soccorrili: non lasciare che i sacerdoti perdano la loro vocazione o la sminuiscano.
O Gesù, ti supplichiamo:
abbi pietà dei sacerdoti della Tua Chiesa.
Di quelli che ti servono fedelmente, che guidano il Tuo gregge e Ti glorificano.
Abbi pietà di quelli perseguitati, incarcerati, abbandonati, piegati dalle sofferenze.
Abbi pietà dei sacerdoti tiepidi e di quelli che vacillano nella fede.
Abbi pietà dei sacerdoti secolarizzati,
abbi pietà dei sacerdoti infermi e moribondi,
abbi pietà di quelli che stanno in purgatorio.
Signore Gesù ti supplichiamo: ascolta le nostre preghiere, abbi pietà dei sacerdoti: sono Tuoi! Illuminali, fortificali e consolali.
O Gesù, ti affidiamo i sacerdoti di tutto il mondo, ma soprattutto quelli che ci hanno battezzato ed assolto, quelli che per noi hanno offerto il Santo sacrificio e consacrato l’Ostia Santa per nutrire la nostra anima.
Ti affidiamo i sacerdoti che hanno dissipato i nostri dubbi, indirizzato i nostri passi, guidato i nostri sforzi, consolato le nostre pene.
Per tutti loro, in segno di gratitudine, imploriamo il Tuo aiuto e la Tua misericordia.
Amen.

Alla Madonna del Silenzio

giovedì 26 novembre 2009

(Sac. G. Alberione)
Dolce Madre di Gesù e Madre mia,
che ogni giorno mi poni soavemente in cuore il tuo Figlio divino,
fa’ ch’io non disturbi il suo riposo
con il cicaleccio del labbro o della mente,
ma attenda da te il cenno
per aprire la bocca e dia parola di saggezza e di prudenza.

Tu che serbavi nel tuo cuore
le cose che di lui, Gesù, si dicevano,
che sei Regina degli Apostoli,
fa’ che io custodisca cautamente in me
la fiaccola della parola di Dio per irradiare la sua luce.
Che il mio silenzio sia apostolico, fecondo
e la mia parola si elevi ai casti silenzi in cui
si ode la voce di Dio, nostro Signore.

La lacrima e il fiocco di neve

giovedì 26 novembre 2009

(Stefano Lovecchio)
Nevicava quel giorno, era la vigilia di Natale e tutto sembrava candido e lindo. Nel parco, alcuni bimbi stavano giocando con la neve, ma una bimba invece era seduta su di una panchina e non aveva voglia di giocare. Era molto triste perché aveva appena saputo che suo padre non avrebbe potuto tornare a casa per Natale. La bimba aveva una capigliatura molto folta e la neve imbiancava i suoi capelli ma non riusciva a posarsi sul suo volto. Ma proprio mentre una lacrima uscì dai suoi occhi una folata di vento riuscì a far posare sulla sua gota un fiocco di neve. Dovete sapere che i fiocchi di neve sono tutti un po’ pazzerelli, un po’ birbanti ma sono molto felici quando i bambini giocano con la neve. Proprio per questo, quando il fiocco di neve si accorse che era caduto proprio vicino ad una lacrima di una bimba si rattristò molto ma non si perse d’animo e chiese alla lacrima come mai fosse li sulla gota di quella bimba. La lacrima che stava per scivolare e cadere in terra le disse: “Caro fiocco di neve scusami se vado di fretta ma sappi che la bimba è triste perché suo padre, che ama molto, non potrà essere con lei a Natale. Ora devo andare, noi lacrime non siamo nate che per qualche istante”. “Il fiocco di neve si accorse però che anche lui, sulla gota della bimba si stava sciogliendo e non avrebbe potuto gioire dei bimbi che giocavano con la neve. Fece però appena a tempo a dire alla lacrima che anche se era un po’ triste per non poter giocare con i bimbi, era felice di morire sul volto di quella bimba. In quell’istante, il fiocco di neve si sciolse completamente e si unì alla lacrima che stava per cadere e caddero insieme in terra.
La bimba, che aveva ascoltato tutto, guardò in terra per cercare quella piccola goccia di acqua della lacrima e del fiocco di neve per ringraziarli, ma non li trovò e si sentì ancora più triste. Alzò gli occhi piangendo per far cadere sul suo volto altri fiocchi di neve ma vide il volto di suo padre sorridente. Si abbracciarono e fu felice ma non poteva non pensare alle parole della lacrima e del fiocco di neve e di come erano ritornate alla terra, insieme!

PREGUIERE PER ACCENDERE LE QUATTRO CANDELE DELL’AVVENTO

giovedì 26 novembre 2009

PRIMA DOMENICA Corresponsabili nel VIGILARE
Vieni, Signore Gesù, Parola del Padre, vieni e insegnaci a vigilare per essere protagonisti in nella casa della Parola che è la Chiesa. Aiutaci a riconoscere i segni della tua presenza di salvezza.

SECONDA DOMENICA
Corresponsabili nel RADDRIZZARE I SENTIERI
Vieni, Signore Gesù, a rinnovare il cuore dei tuoi fratelli perché abbandoniamo le strade che ci portano lontani da te. Aiutaci a seguire quelle che prepari perché possiamo arrivare alla casa della Parola, dove sei venuto a vivere tra noi per donarci la vera gioia.

TERZA DOMENICA Corresponsabili nel DISCERNIMENTO
Vieni, Signore Gesù, vieni, nella nostra comunità perché tutti i battezzati possano dialogare e scoprire nel nostro tempo le possibilità per agire da cristiani e rendere credibile la tua Parola.

QUARTA DOMENICA
Corresponsabili nel SERVIZIO E NELL’ANNUNCIO
Vieni, Signore Gesù; vieni a smuovere la nostra comunità perché, sull’esempio e con la forza di Maria, si metta in cammino con entusiasmo per annunciare con le parole e il servizio che tu sei la risposta alle attese di ogni uomo. Tu sei la Parola fatta uomo per renderci figli di Dio.

DIRE IL VERO AL TEMPO

giovedì 26 novembre 2009

«Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo».
(Rom 8,23)
Ètanto il bene che mi aspetto che le sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gioia futura, bloccate nel tempo fisso del proprio dolore, senza proiettarle verso un futuro di redenzione. Il dolore resta dolore, guai a dimenticarsene. Anche Gesù sul legno della croce ha gridato il suo tormento e dopo la resurrezione a eterna memoria non ha mostrato solo il suo corpo glorioso, ma i segni stampati sulla carne del suo martirio. Il futuro che salva il presente non fugge la verità, anche la più cocente. I piedi piantati ben solidi in terra permettono al credente di dire il vero al tempo, ma lo sguardo proteso dinanzi incide un solco che supera la fissità e la muta in dinamica corsa. Lo Spirito, dono che il Padre e il Figlio hanno posto dentro di noi, smuove le macerie che vorrebbero seppellire l’esistere sotto il pianto, sveste il dominio della rassegnazione e orienta la rivolta: mai più, mai più l’oscurità del dolore muto e sordo, presto un corpo diverso, il nostro corpo redento, risorto con il risuscitato dai morti, perché nella speranza noi siamo stati salvati.

29 novembre 2009 – Convertirsi al Natale-PRIMA DOM.DI AVVENTO

giovedì 26 novembre 2009

Scherza e ridi siamo di nuovo qui a parlare del Natale.
Sarà colpa della crisi, ma mi sembra che, quest’anno, i pubblicitari abbiano deciso di fare una tregua: non si inizia a parlare di panettoni a fine novembre, forse addirittura torneremo a mettere le luminarie a metà dicembre, come è logico.
Sì, la crisi si sente, eccome: per molte famiglie sarà un Natale di tenebra, con la crisi che adesso sta licenziando (con buona pace per i proclami ottimistici dei nostri politici che fanno, ovviamente, i politici). Penso a Marco che ho incontrato oggi, che non va più a lavorare nella sua piccola officina perché dopo i debiti è arrivata la depressione e le crisi di panico, aggiungendo disastro a disastro. Penso a Luisa che per il decimo anno (!) sgobberà per un assegno di ricerca di settecento euro lordi. Cosa dirà il Natale a queste persone? Come sopravviveranno alla retorica buonista dei buoni sentimenti, della festa rigurgitante famiglie felici (che pochi anno) e splendidi abeti addobbati?
Non c’è che un modo: per salvare il Natale dobbiamo riaprire i vangeli.
Si tratta di passare dal Natale finto, festa di compleanno senza festeggiato, al Natale vero, attraverso quel gesto destabilizzante che i Vangeli chiamano conversione.
Coraggio, allora, devo superare il disagio che ogni anni mi provoca il Natale per cercare, assieme a voi, con voi, per voi, qualche scia di luce.
Natali e sangue
Il primo disagio che provo scaturisce dal fatto che per molti di voi Natale sarà un bruttissimo giorno, il peggiore dell’anno. Per chi è rimasto solo, o vive accanto a qualcuno e comunque è solo, per chi, anziano, andrà a dormire presto, per i tanti non soddisfatti dalla vita, Natale è un pugno nello stomaco: dagli schermi televisivi ci invadono con schiere di famigliole Mulino Bianco intorno all’albero e al panettone. Il peggior giorno dell’anno. Assurdo.
Questo mi ferisce e ferisce Dio: Natale vero è la notizia di un Dio che si fa povero, diviene ultimo, che occupa l’ultimo posto perché nessuno possa dire “Dio non sa”, proprio per riempire di tenerezza ogni ultimo.
E se proprio i poveri hanno una fitta al cuore, amici cattolici, abbiamo – come minimo – un problema di comunicazione.
Il secondo disagio deriva dalla terribile sensazione di scippo che mi prende guardandomi attorno. Occhei: Dio si è fatto dono, perciò ci facciamo dei doni, il buon vecchio san Nicola, amico dei bambini, dopo avere fatto un restiling ci è stato riproposto nei panni abbondanti del ciccione Babbo Natale, tutti si scordano che l’abete, simbolo magico, è stata “battezzato” aggiungendo le palline di cristallo che ricordano le ostie, la tredicesima è nata apposta per essere spesa, ma a tutto c’è un limite! Questo imperante gossip natalizio, questo buonismo di facciata mi ammazza, credetemi.
Semplificare
Necessitiamo, urgentemente, di riappropriarci del Natale. E questo può avvenire soltanto con l’interiorità e la teologia, con la preghiera e la meditazione. Un mese è poco, lo so, ma possiamo farcela.
La mission è una sola: vivere il Natale, finalmente, da cattolici.
Convertirci, a partire da noi stessi.
Paure
Non viviamo tempi facili, lo scoraggiamento è alle stelle, la violenza pure. Tra finanziarie, lavori saltuari e una dilagante povertà, tra affetti frantumati e paure di amare rischiamo di crollare e di arrenderci. La paura e l’apatia a volte inquinano le nostre vite e le nostre comunità: sembra prevalere il forte e l’arrogante, ci sentiamo come pesci fuor d’acqua.
E Gesù (tenero!) ci dice: quando accade tutto questo, alzate lo sguardo.
Le fatiche e le prove della vita, sembra dirci il Signore, sono lì apposta per farci crescere, possono diventare un trampolino di lancio, devono aiutarci a conoscere il senso segreto delle cose, il mistero nascosto nei secoli.
Come il grano caduto in terra feconda la terra, così l’Avvento feconda la nostra vita per sbocciare a Natale in una festa di luce.
Pericoli
Ma occorre vigilare, ammonisce Gesù nel Vangelo di oggi. Le dissipazioni, le ubriachezze e gli affanni della vita possono impedirci di vedere, impedirci di vivere.
Le dissipazioni: in un mondo in cui siamo costretti alla frenesia, ritrovare un ritmo di interiorità richiede una forza di carattere notevole. Perché non approfittare di questi giorni per riprendere un quotidiano ritmo di preghiera?
Le ubriachezze: il nostro mondo ci invita a fare esperienza di tutto, a osare, a sperimentare. E alla fine ci ritroviamo a pezzi. Attenti, amici, a non cadere nell’inganno che le sirene del nichilismo ci propongono: abbiamo bisogno di unità, non di frantumazione. E questa scelta compiamola non in rispetto ad una ipotetica scelta morale, ma nella consapevolezza che Dio solo conosce la verità dell’essere.
Gli affanni della vita che esistono e non possiamo eliminare ma solo controllare mettendo al centro la ricerca di Dio e del mio vero io.
Possiamo farcela, Dio ci sostiene, buon percorso di conversione al Natale.

ETTY HILLESUM -MISTICA MARTIRE DEL ’900-UN CUORE PENSANTE

venerdì 20 novembre 2009

Quando apparve il diario di Etty Hillesum nel 1981, presso l’editore olandese De Haan, il successo fu enorme, paragonabile a quello che accolse l’uscita del famoso diario di Anna Frank. Una testimonianza forte di una martire del Novecento. Esther Hillesum (questo il suo vero nome) era nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Viveva ad Amsterdam. Qui si laureò in Legge. Poi si iscrisse alla facoltà di Lingue Slave, dando lezioni private di Russo. Il padre (preside di un liceo) era un grande studioso, mentre la madre, a suo tempo, era fuggita dalla Russia per i pogrom, le cicliche e infami persecuzioni che si scatenavano contro gli ebrei.

Aveva due fratelli: Mischa (uno dei pianisti più promettenti d’Europa, un virtuoso della tastiera che già a sei anni incantava suonando Beethoven in pubblico) e Jaap (altro talento della famiglia, che a soli diciassette anni aveva scoperto un nuovo tipo di vitamina e più tardi diventò medico). Fu assistente e compagna di vita di Julius Spier, fondatore della psicochirologia (aveva fatto a Zurigo il training analitico con Carl Gustav Jung).

Quando iniziò a scrivere il diario, nel 1941, Etty Hillesum aveva 27 anni. «Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno – annotava –. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte». Sembrano, quasi, i pensieri di una mistica.

Poco dopo, i tedeschi cominciarono i rastrellamenti degli ebrei olandesi. Per evitarle l’internamento a Westerbork (campo di smistamento dove transitavano gli ebrei catturati prima di essere deportati in Polonia), alcuni amici le trovarono un impiego di dattilografa al Consiglio Ebraico (questi organismi erano posti sotto la responsabilità dei membri più importanti delle comunità israelite sparse in Europa, ma in realtà furono creati ad arte dai nazisti nei territori occupati per gestire meglio e con l’inganno il ‘problema’ ebraico). Ma a Westerbork si recò qualche settimana dopo di sua spontanea volontà, per aiutare i malati nelle baracche dell’ospedale.

Ogni lunedì, un treno entrava nel campo. E il giorno dopo ripartiva con più di mille anime. Destinazione Auschwitz. «La locomotiva manda un fischio terribile, tutto il campo trattiene il fiato», scriveva in una lettera. «In quei vagoni merci giacciono diversi bambini piccoli con la polmonite. A volte è proprio come se ciò che accade non fosse affatto vero». In vagoni merci sigillati con assi di legno e stipati come bestiame, con «materassi di carta per i malati e altrimenti il duro pavimento, nel mezzo un barile», viaggiavano gli ebrei con la ‘stella gialla’ per tre giorni verso est. Un viaggio disumano, orribile, infernale, che li conduceva in un altro inferno più grande e terribile, dove venivano marchiati a fuoco come bovini e poi gasati e cremati.

La miseria che trovò era davvero impressionante: «La miseria che c’è qui è veramente terribile. Eppure alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare –, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita».

Viene la pelle d’oca a leggere queste parole, se pensiamo che la maggior parte degli esseri umani, frustrati e amari, è sempre pronta a imprecare e a lamentarsi per le piccole o grandi ingiustizie subite. Ma lei indica un’altra strada da seguire: «Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno – ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine».

In Etty Hillesum non una sola parola indulge a offendere Dio, ma tanta feconda preghiera. Certo, aggiungeva, «siamo stati marchiati dal dolore, per sempre. Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità». Ci insegna inoltre che i mali e le persecuzioni sono dovuti agli uomini e non al Padre Eterno. La sua vita è ormai diventata un colloquio ininterrotto con Dio, «un unico grande colloquio».

Fu un esempio per tutti, a Westerbork. Grazie a uno speciale permesso del Consiglio Ebraico, si era recata più volte ad Amsterdam (anche se spesso aveva problemi di salute) portando lettere e messaggi ai parenti dei prigionieri (perfino ai gruppi della resistenza) e raccogliendo medicinali da far arrivare al campo. A nulla valsero le pressioni degli amici per farla nascondere. Il 7 settembre 1943 arrivò l’ordine di deportazione.

Prima di lasciare per sempre l’Olanda, era riuscita a gettare dal treno una cartolina indirizzata all’amica Christine van Nooten (raccolta e spedita dai contadini): «Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il Signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro».

Seguendo il proprio percorso, spiega Jan Gaarlandt, che per primo la fece conoscere al grande pubblico, «Etty maturò una sensibilità religiosa che dà ai suoi scritti una grande dimensione spirituale», ma la sua «religiosità è tutt’altro che convenzionale. Adesso, in Olanda, i cristiani rivendicano Etty come la quintessenza del cristianesimo, e gli ebrei come la quintessenza dell’ebraismo; è una disputa oziosa, perché Etty segue un cammino assolutamente personale. Ha un ritmo religioso tutto suo, che non è dettato da chiese o sinagoghe, né da dogmi, né da nessuna teologia, liturgia o tradizione – cose che le erano tutte completamente estranee. Etty si rivolge a Dio come a se stessa».

Etty Hillesum appartiene comunque all’umanità. E, al di là delle dispute, troviamo edificante ciò che scrive. Etty amava le opere di Rilke, i fiori e la vita. Morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943, e lì pure morirono Mischa e i suoi genitori.

La ranocchia che non sapeva di essere cotta

giovedì 19 novembre 2009

(Olivier Clerc)
Immaginate una pentola piena d’acqua fredda in cui nuota tranquillamente una piccola ranocchia. Un piccolo fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda molto lentamente.
L’acqua piano piano diventa tiepida e la ranocchia, trovando ciò piuttosto gradevole, continua a nuotare.
La temperatura dell’acqua continua a salire. Ora l’acqua è calda, più di quanto la ranocchia possa apprezzare, si sente un po’ affaticata, ma ciò nonostante non si spaventa.
Ora l’acqua è veramente calda e la ranocchia comincia a trovare ciò sgradevole, ma è molto indebolita, allora sopporta e non fa nulla.
La temperatura continua a salire, fino a quando la ranocchia finisce semplicemente per cuocere e morire.
Se la stessa ranocchia fosse stata buttata direttamente nell’acqua a 50 gradi, con un colpo di zampe sarebbe immediatamente saltata fuori dalla pentola.
Ciò dimostra che, quando un cambiamento avviene in un modo sufficientemente lento, sfugge alla coscienza e non suscita nella maggior parte dei casi alcuna reazione, alcuna opposizione,
alcuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da qualche decennio possiamo vedere che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci stiamo abituando. Una quantità di cose che avrebbero fatto inorridire 20, 30 o 40 anni fa, sono state poco a poco banalizzate e oggi disturbano appena o lasciano addirittura completamente indifferente la maggior parte delle persone.
Nel nome del progresso, della scienza e del profitto si effettuano continui attacchi alle libertà individuali, alla dignità, all’integrità della natura, alla bellezza e alla gioia di vivere, lentamente ma inesorabilmente, con la costante complicità delle vittime, inconsapevoli o ormai incapaci di difendersi. Le nere previsioni per il nostro futuro, invece di suscitare reazioni e misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente la gente ad accettare delle condizioni di vita decadenti, anzi drammatiche. Il martellamento continuo
di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non sono più in grado di distinguere le cose…
Quando ho parlato di queste cose per la prima volta, era per un domani.
Ora è per oggi!!!
Coscienza o cottura, bisogna scegliere!
Allora se non siete, come la ranocchia, già mezzi cotti, date un salutare colpo di zampe, prima che sia troppo tardi

Dall’allegoria della Caverna di Platone a Matrix,
passando per le favole di La Fontaine,
il linguaggio simbolico è un mezzo privilegiato
per indurre alla riflessione e trasmettere delle idee.
Olivier Clerc, scrittore e filosofo,
in questo suo breve racconto,
attraverso la metafora,
mette in evidenza le funeste conseguenze
della non coscienza del cambiamento,
che infetta la nostra salute, le nostre relazioni,
l’evoluzione sociale e l’ambiente.
Un condensato di vita e di saggezza che ciascuno
potrà piantare nel proprio giardino
per goderne i frutti.

inviato da: Peppo
data di inserimento: 02/11/2009

Dio Amore ha bisogno dell’uomo

giovedì 19 novembre 2009

Amico, gli dissi quella sera, lei mi consiglia di aspettare tutto da Dio, ma se mi aspetto tutto da lui, che cosa mi rimane da fare?

Ti rimane tutto da fare, disse. Cerca di capirmi: l’artista più grande non può suonare su delle corde rotte, il soffio del vento resta impotente di fronte alla barca che non ha albero, che ha vele ripiegate, il più puro dei ghiacciai non potrebbe generare un fiume magnifico se nel fondo del suo letto è disteso il sudiciume… e Dio-Amore non può nulla se l’uomo libero non si presenta ritto in piedi, artigiano laborioso della propria vita e operaio del mondo insieme ai tuoi fratelli.