Quando apparve il diario di Etty Hillesum nel 1981, presso l’editore olandese De Haan, il successo fu enorme, paragonabile a quello che accolse l’uscita del famoso diario di Anna Frank. Una testimonianza forte di una martire del Novecento. Esther Hillesum (questo il suo vero nome) era nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Viveva ad Amsterdam. Qui si laureò in Legge. Poi si iscrisse alla facoltà di Lingue Slave, dando lezioni private di Russo. Il padre (preside di un liceo) era un grande studioso, mentre la madre, a suo tempo, era fuggita dalla Russia per i pogrom, le cicliche e infami persecuzioni che si scatenavano contro gli ebrei.
Aveva due fratelli: Mischa (uno dei pianisti più promettenti d’Europa, un virtuoso della tastiera che già a sei anni incantava suonando Beethoven in pubblico) e Jaap (altro talento della famiglia, che a soli diciassette anni aveva scoperto un nuovo tipo di vitamina e più tardi diventò medico). Fu assistente e compagna di vita di Julius Spier, fondatore della psicochirologia (aveva fatto a Zurigo il training analitico con Carl Gustav Jung).
Quando iniziò a scrivere il diario, nel 1941, Etty Hillesum aveva 27 anni. «Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno – annotava –. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte». Sembrano, quasi, i pensieri di una mistica.
Poco dopo, i tedeschi cominciarono i rastrellamenti degli ebrei olandesi. Per evitarle l’internamento a Westerbork (campo di smistamento dove transitavano gli ebrei catturati prima di essere deportati in Polonia), alcuni amici le trovarono un impiego di dattilografa al Consiglio Ebraico (questi organismi erano posti sotto la responsabilità dei membri più importanti delle comunità israelite sparse in Europa, ma in realtà furono creati ad arte dai nazisti nei territori occupati per gestire meglio e con l’inganno il ‘problema’ ebraico). Ma a Westerbork si recò qualche settimana dopo di sua spontanea volontà, per aiutare i malati nelle baracche dell’ospedale.
Ogni lunedì, un treno entrava nel campo. E il giorno dopo ripartiva con più di mille anime. Destinazione Auschwitz. «La locomotiva manda un fischio terribile, tutto il campo trattiene il fiato», scriveva in una lettera. «In quei vagoni merci giacciono diversi bambini piccoli con la polmonite. A volte è proprio come se ciò che accade non fosse affatto vero». In vagoni merci sigillati con assi di legno e stipati come bestiame, con «materassi di carta per i malati e altrimenti il duro pavimento, nel mezzo un barile», viaggiavano gli ebrei con la ‘stella gialla’ per tre giorni verso est. Un viaggio disumano, orribile, infernale, che li conduceva in un altro inferno più grande e terribile, dove venivano marchiati a fuoco come bovini e poi gasati e cremati.
La miseria che trovò era davvero impressionante: «La miseria che c’è qui è veramente terribile. Eppure alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare –, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita».
Viene la pelle d’oca a leggere queste parole, se pensiamo che la maggior parte degli esseri umani, frustrati e amari, è sempre pronta a imprecare e a lamentarsi per le piccole o grandi ingiustizie subite. Ma lei indica un’altra strada da seguire: «Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno – ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine».
In Etty Hillesum non una sola parola indulge a offendere Dio, ma tanta feconda preghiera. Certo, aggiungeva, «siamo stati marchiati dal dolore, per sempre. Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità». Ci insegna inoltre che i mali e le persecuzioni sono dovuti agli uomini e non al Padre Eterno. La sua vita è ormai diventata un colloquio ininterrotto con Dio, «un unico grande colloquio».
Fu un esempio per tutti, a Westerbork. Grazie a uno speciale permesso del Consiglio Ebraico, si era recata più volte ad Amsterdam (anche se spesso aveva problemi di salute) portando lettere e messaggi ai parenti dei prigionieri (perfino ai gruppi della resistenza) e raccogliendo medicinali da far arrivare al campo. A nulla valsero le pressioni degli amici per farla nascondere. Il 7 settembre 1943 arrivò l’ordine di deportazione.
Prima di lasciare per sempre l’Olanda, era riuscita a gettare dal treno una cartolina indirizzata all’amica Christine van Nooten (raccolta e spedita dai contadini): «Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il Signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro».
Seguendo il proprio percorso, spiega Jan Gaarlandt, che per primo la fece conoscere al grande pubblico, «Etty maturò una sensibilità religiosa che dà ai suoi scritti una grande dimensione spirituale», ma la sua «religiosità è tutt’altro che convenzionale. Adesso, in Olanda, i cristiani rivendicano Etty come la quintessenza del cristianesimo, e gli ebrei come la quintessenza dell’ebraismo; è una disputa oziosa, perché Etty segue un cammino assolutamente personale. Ha un ritmo religioso tutto suo, che non è dettato da chiese o sinagoghe, né da dogmi, né da nessuna teologia, liturgia o tradizione – cose che le erano tutte completamente estranee. Etty si rivolge a Dio come a se stessa».
Etty Hillesum appartiene comunque all’umanità. E, al di là delle dispute, troviamo edificante ciò che scrive. Etty amava le opere di Rilke, i fiori e la vita. Morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943, e lì pure morirono Mischa e i suoi genitori.