Archivio di novembre 2009

Solitudine

giovedì 19 novembre 2009

(Madeleine Delbrel, Noi delle Strade)
A noi gente della strada sembra che la solitudine non sia l’assenza del mondo, ma la presenza di Dio. E’ l’incontrarlo dovunque che fa la nostra solitudine. Essere veramente soli è, per noi, partecipare alla solitudine di Dio. Egli è così grande che non lascia posto a nessun altro, se non in lui. Il mondo intero è come un faccia a faccia con lui dal quale non possiamo evadere.
Incontro della sua causalità viva dove le strade si intersecano accese di movimento.
Incontro con la sua orma sulla terra.
Incontro della sua Provvidenza nelle leggi scientifiche.
Incontro del Cristo in tutti questi «piccoli che sono suoi»: quelli che soffrono nel corpo, quelli che sono presi dal tedio, quelli che si preoccupano, quelli che mancano di qualcosa. Incontro con il Cristo respinto, nel peccato dai mille volti. Come avremmo cuore di deriderli o di odiarli, questi infiniti peccatori ai quali passiamo accanto?
Solitudine di Dio nella carità fraterna: il Cristo che serve il Cristo; il Cristo in colui che serve, il Cristo in colui che è servito.
L’apostolato come potrebbe essere per noi una dissipazione o uno strepito?

I dieci comandamenti laici

(fonte non specificata)
Domina la tua lingua.
Dì sempre meno di quello che pensi.

Rifletti… prima di fare una promessa e di non rispettarla dopo, non importa quanto ti costa compierla.

Mai…. Non lasciarti mai sfuggire l’occasione di dire qualcosa di incoraggiante ad una persona, o qualcosa di buono su di lei.

Interessati… alle persone che ti circondano, alle loro famiglie, ai loro focolari, ai loro sogni. Stai con coloro che ridono sanamente e conforta quelli che piangono.

Sii allegro.
Ridi delle buone storie ed impara a raccontarle. Trasmettere allegria è un dono che tutti possiamo fare.

Conserva… una mente aperta per tutte le cose.
Ricorda che non ci sono verità assolute. E che è una virtù poter divergere pur conservando l’amicizia di chi si oppone alle nostre idee.

Lascia… che le tue virtù parlino da sé e rifiuta di parlare delle debolezze e degli errori altrui. Condanna la mormorazione, soprattutto quella malintenzionata.

Fa’… attenzione alla suscettibilità dei molti.
E’ più facile ferire che riparare dopo.

Non… fare caso alle chiacchiere sulla tua persona. Vivi in modo che nessuno possa dare loro credito e finiranno per essere dimenticate.

Non… essere eccessivamente geloso dei tuoi diritti. Ma lavora, abbi pazienza, conserva la calma, credi in te stesso, sii fermo e riceverai la tua ricompensa.

“Il passo del tempo deve essere una conquista e non una perdita”.

inviato da: Don Stefano Rocca
data di inserimento: 11/10/2009

Delusione al Vertice sull’alimentazione

giovedì 19 novembre 2009

Chiuso il Vertice, in un clima dimesso per le aspettative deluse sulla Dichiarazione finale – stranamente approvata lunedì in apertura dei lavori – in cui tutti i leader del mondo si sono impegnati genericamente a cancellare al più presto la fame nel mondo. Ben altro ci si aspettava come aveva auspicato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon di dare risposte reali ad oltre un miliardo di persone che non hanno da mangiare, tanto che ogni 6 secondi muore un bambino cui è negato il cibo per vivere.

Di questo ha parlato ieri il relatore speciale Onu sul diritto all’alimentazione, Olivier De Schutter, deluso anch’egli dal documento che non affronta questioni vitali per l’economia alimentare, dominata – ha detto – da concentrazioni private e speculazioni fuori da ogni controllo sul mercato agricolo. In generale poche idee in questo Vertice, a parte la dettagliata ed approfondita analisi offerta dal Papa, dove originali argomentazioni socio-economiche sono state supportate da basi etiche da cui non si può prescindere se si vuole uscire dalla retorica delle promesse disattese. Stamane è stato fatto il punto in una conferenza stampa sulla crisi alimentare nel Corno d’Africa, dove 23 milioni di persone versano in situazione di grave bisogno, in gran parte 12 milioni in Etiopia e 6 milioni in Somalia. Non abbiamo bisogno di parole altisonanti ha detto il responsabile Fao ma di fatti per sostenere questi Paesi afflitti da siccità, conflitti, instabilità politiche. Ma per ora solo il 50 per cento dei finanziamenti per lo sviluppo richiesti dalla Fao è stato stanziato. Per una valutazione finale si aspetta ora la conferenza stampa di chiusura annunciata per le 14.30. A tirare le fila del Vertice sarà il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che si è già detto profondamente rammaricato per la mancanza di impegni finanziari e limiti temporali nella Dichiarazione.

Ma cosa si può fare per sconfiggere la fame, in particolare in Africa? Tracey McClure lo ha chiesto al cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban:

Penso ci siano delle situazioni di emergenza dove non c’è altra scelta se non quella di esercitare, nell’immediato, la carità nel distribuire ciò che è necessario. Ovviamente ci sono soluzioni a lungo termine che devono essere attuate. E se si guarda ai Paesi che sono maggiormente colpiti dalla fame, si vede che la maggior parte di essi è politicamente instabile. Domandiamoci: perché è permessa questa instabilità politica? Per esempio, la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo è un’area molto ricca, molto fertile, ma c’è gente che muore di fame e questo principalmente a causa di un conflitto che sembra non finire mai! La risposta alla nostra domanda è che in questo modo le risorse minerarie di questa parte dell’Africa possono essere sfruttate senza che ne traggano vantaggio le popolazioni locali. Altre zone colpite dalla fame sono per esempio alcune regioni del Kenya e della Tanzania che passano da una siccità all’altra e hanno bisogno di un intervento di emergenza. Per aiutare davvero l’Africa allora la comunità internazionale deve rifornirla di acqua: dare gli Ogm, le colture geneticamente modificate, e cose simili, può essere una soluzione, ma se avessero l’acqua e se l’avessero regolarmente, allora sì che potrebbero sviluppare un’agricoltura adatta alle condizioni africane: e con l’acqua la gente sarebbe in grado di nutrirsi meglio di come lo faccia ora.

Quindi è anche una questione idrica?

Beh, si tratta anche di bloccare la deforestazione, perché molto dell’umidità e delle precipitazioni che abbiamo perso è a causa della crescente deforestazione e quindi della desertificazione che avanza: anche questo è un problema importante. E penso che questo sia uno degli ambiti in cui potrebbero convergere i finanziamenti: per cercare di arrestare l’avanzamento del deserto e in questo modo riconquistare molte delle terre fertili che adesso si stanno perdendo.

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

giovedì 19 novembre 2009

Per festeggiare Cristo, re dell’universo, la Chiesa non ci propone il racconto di una teofania splendente. Ma, al contrario, questa scena straziante della passione secondo san Giovanni, in cui Gesù umiliato e in catene compare davanti a Pilato, onnipotente rappresentante di un impero onnipotente. Scena straziante in cui l’accusato senza avvocato è a due giorni dal risuscitare nella gloria, e in cui il potente del momento è a due passi dallo sprofondare nell’oblio. Chi dei due è re? Quale dei due può rivendicare un potere reale (Gv 19,11)? Ancora una volta, secondo il modo di vedere umano, non si poteva che sbagliarsi. Ma poco importa. I giochi sono fatti. Ciò che conta è il dialogo di questi due uomini. Pilato non capisce niente, né dei Giudei, né di Gesù (Gv 18,35), né del senso profondo del dibattito (Gv 18,38). Quanto a Gesù, una sola cosa conta, ed è la verità (Gv 18,37). Durante tutta la sua vita ha servito la verità, ha reso testimonianza alla verità. La verità sul Padre, la verità sulla vita eterna, la verità sulla lotta che l’uomo deve condurre in questo mondo, la verità sulla vita e sulla morte. Tutti campi essenziali, in cui la menzogna e l’errore sono mortali. Ecco cos’è essere re dell’universo: entrare nella verità e renderle testimonianza (Gv 8,44-45). Tutti i discepoli di Gesù sono chiamati a condividere la sua regalità, se “ascoltano la sua voce” (Gv 18,37). È veramente re colui che la libertà ha reso libero (Gv 8,32).

Antifona d’ingresso
L’Agnello immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza
e sapienza e forza e onore:
a lui gloria e potenza nei secoli, in eterno. (Ap 5,12; 1,6)
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Parola del Signore
don Bruno Maggioni
Quel re al servizio della verità

Per tre volte Gesù dice: «Il mio Regno», e per due volte si preoccupa di chiarire che questo suo Regno è completamente al di fuori dagli schemi mondani: «Il mio Regno non è di questo mondo», «Il mio Regno non è di quaggiù». Con queste affermazioni Gesù non vuole assolutamente dire che il suo Regno non riguarda il mondo e le realtà presenti, bensì che il suo regno – già presente ora fra gli uomini – non trae la sua origine dal mondo e, perciò, non si modella sul suo schema di valori.
Ma l’affermazione di Gesù che più ci interessa è probabilmente un’altra: «Io sono re: per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità».
Dunque, la regalità di Cristo è completamente sottomessa alle esigenze della verità, parola che nel linguaggio giovanneo indica la verità di Dio, il suo amore per l’uomo, ogni uomo. La regalità di Gesù è sempre a servizio della verità, dovunque e comunque: non accetta mai di sottomettere la «verità» alle esigenze di una «ragion di stato», che non sia, appunto, la verità, si trattasse pure della propria sopravvivenza.
Nel suo breve e serrato dibattito con Pilato, Gesù afferma un’altra cosa importante: «Chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce». Per comprendere la regalità di Gesù e per divenire suoi sudditi (e potremmo aggiungere per correttamente annunciarla e festeggiarla) occorre aver scelto la verità. Vi sono uomini che sono «dalla parte della verità» e uomini che invece sono «dalla parte della menzogna». Non è semplicemente questione di bugie ma di un atteggiamento di fondo, di una scelta di valori. Queste due possibilità contrapposte che si aprono davanti all’uomo – e che Giovanni esprime molto efficacemente in termini di origine («dalla verità o dalla menzogna») – sono nel racconto del processo incarnate dai due personaggi che si fronteggiano: Gesù e Pilato. Da una parte Gesù che si consegna pienamente nelle mani della verità e non si sottrae ad essa neppure per salvarsi la vita. Dall’altra Pilato che invece rappresenta un potere politico che serve la verità ma «non oltre un certo prezzo»: un potere che ritiene di avere valori più importanti da salvare. Per tre volte Pilato riconosce l’innocenza di Gesù e la dichiara pubblicamente, e per tre volte cerca di salvarlo. Tuttavia lo condanna alla croce. Di fronte all’esigenza di salvare se stesso – o l’ordine pubblico – il suo amore alla giustizia e alla verità viene meno.
Uomini (e organizzazioni) come Pilato possono sembrare amanti della verità, ma se si guarda con attenzione appare che si tratta di un amore subordinato. C’è di che interrogarci. Non a caso l’evangelista conclude la discussione sulla regalità e sulla verità con queste battute: «Pilato domandò: che cosa è la verità? Detto questo, uscì di nuovo…» (18,38). Il procuratore pone la domanda giusta, ma il suo animo è privo di impegno, distratto, fondamentalmente assente. Nel suo rapido passare oltre («detto questo, uscì…») mostra di non essere un vero ricercatore della verità.

L’Eucarestia nei deserti del mondo

lunedì 16 novembre 2009

Salmo 146

Rit.: Benedetto il Signore, nutrimento del suo popolo.
Glorifica il Signore, Gerusalemme, loda, Sion, il tuo Dio.
Perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Rit.

Egli ha messo pace nei tuoi confini
e ti sazia con fior di frumento.
Manda sulla terra la sua parola,
il suo messaggio corre veloce.
Rit.

Annunzia a Giacobbe la sua parola,
le sue leggi e i suoi decreti a Israele.
Così non ha fatto con nessun altro popolo,
non ha manifestato ad altri i suoi precetti.
Rit.
Dal Vangelo secondo Luca (3, 2-9)

In quel tempo la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. Anzi, la scure è gia posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco”.

SILENZIO

Riflessione

Siamo condotti da Luca nel deserto dove Giovanni il Battista svolge la sua predicazione scomoda eppure invitante. Il deserto nella Scrittura indica sempre un’esperienza con vari significati: è luogo di prova e di umiliazione, ma anche tempo di ricerca della verità profonda della propria vita. Infatti, il deserto indica nella memoria di Israele tempo di fame e di aridità, ma anche luogo dove si ritrova l’essenziale e la spinta alla fedeltà della propria missione. In questo deserto antico e sempre nuovo del cuore umano, Gesù si dona a noi come vero nutrimento nel dono dell’Eucaristia. Il corpo e il sangue di Gesù non sono solo un “segno sacro”, ma Cristo stesso: pane della vita da accogliere e ricevere con fede radicale, per vivere in questa vita e in quella futura. La nostra comunione col pane della vita, ci fa dimorare in lui per condividere i suoi stessi pensieri e i suoi affetti, mettendoci in cammino verso gli altri nei deserti del nostro tempo. Una santa inquietudine deve così animare quanti si nutrono abitualmente dell’Eucaristia: quella della Missione. “La fede senza le opere è morta”, ci dice Giacomo, ricordandoci che il vero frutto delle nostre Eucaristie dovrebbe essere la condivisione della missione di Gesù nella testimonianza con la propria vita. Dall’Eucaristia nasce quindi una generosa spinta all’attività missionaria, perché una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa sulla terra. La comunione con Cristo ci spinge a portare agli altri, nei deserti del mondo e del nostro tempo,quanto abbiamo ricevuto noi stessi per puro amore.

All’inizio del suo ministero petrino, anche Papa Benedetto XVI, ha ricordato alla Chiesa questo impegno di testimonianza e di evangelizzazione: «Non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza”.

VERTICE MONDIALE ALIMENTAZIONE: INTERVENTO DI BENEDETTO XVI

lunedì 16 novembre 2009

5. Tuttavia, sebbene la solidarietà animata dall’amore ecceda la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro, essa non è mai senza la giustizia, che induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’ e che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso, infatti, ‘donare’ all’altro del ‘mio’, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia (cfr ibid., 6). Se si mira all’eliminazione della fame, l’azione internazionale è chiamata non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri – necessariamente etici e poi giuridici ed economici – in grado di ispirare l’attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo. Ciò, oltre a colmare il divario esistente, potrebbe favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della “legge naturale” chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale (cfr ibid., 59). San Paolo ha parole illuminanti in merito: “Non si tratta infatti – egli scrive – di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (2 Cor 8,13-15).

LIBERAZIONE MISSIONARIO: IL RACCONTO DI PADRE SINNOTT ALLA MISNA

lunedì 16 novembre 2009

“Sto bene, sono stato trattato bene dai miei rapitori che in qualche modo erano prigionieri insieme a me, sono sempre più convinto che cristiani e musulmani nelle Filippine possano convivere insieme, come già avviene”: raggiunto dalla MISNA nella casa di Manila della comunità di San Colombano, padre Michael Sinnott parla in scioltezza dei giorni trascorsi in ostaggio di un ‘lost command’, termine con cui nelle Filippine sono chiamati i gruppi armati che vivono in clandestinità, senza una vera sigla di riferimento, e che sono volta in volta assoldati da gruppi ribelli, ma anche da privati per azioni illegali. “Sono stato rapito l’11 Ottobre – ricorda il missionario – mentre come ogni sera dopo cena passeggiavo all’esterno della nostra casa di Pagadian (provincia di Zamboanga, nel sud del paese) da tre uomini che mi hanno puntato una pistola costringendomi a seguirli legato e bendato su un fuoristrada e poi a bordo di una imbarcazione. Per due giorni siamo rimasti nelle vicinanze di Pagadian, dopo un viaggio di oltre sette ore in barca siamo rimasti per dieci giorni in una zona paludosa, stesi io e loro su alcune amache dalle quali era possibile solo muovere pochi passi”. E’ stato questo il momento più difficile per padre Michael, 79 anni ben portati, che ha però da poco subito un intervento chirurgico e che in quei giorni è stato costretto a vivere all’aperto. “Ad ogni modo – aggiunge – a parte i momenti iniziali i miei rapitori hanno subito cercato di rassicurarmi, dicendomi che la loro unica intenzione era quella di ottenere il pagamento di un riscatto e di far conoscere a livello internazionale i motivi della loro lotta a favore della minoranza mussulmana che ha perso le terre nelle quali aveva da sempre vissuto. Con loro mi intrattenevo in lunghe chiacchierate anche tre o quattro volte al giorno parlando in lingua visayan; tra di loro usavano invece un dialetto che non conosco”. Chiacchierate nelle quali venivano affrontati gli argomenti più vari e durante i quali si parlava anche della convivenza tra cristiani e musulmani, della questione della terra sottratta ai popoli nativi e della politica filippina. “Non avevo da leggere – continua il missionario – a parte in un’occasione in cui mi hanno ripreso con una copia di un giornale in mano per un video che testimoniasse le mie condizioni; non c’erano né radio né televisione, nemmeno nell’ultimo rifugio in cui ho trascorso la restante parte della prigionia, nelle montagne tra le foreste. Però i rapitori, in contatto via telefono con l’esterno, mi dicevano che c’erano trattative in corso, che la mia situazione era ben conosciuta”. A padre Sinnott non è mai mancata la speranza di essere liberato, né il cibo: “Il menù, sia per me che per loro era sempre lo stesso – dice scherzando – ma si mangiava molto bene in quantità e qualità”. Parlando con la MISNA, il missionario aggiunge infine che la sua liberazione, avvenuta Mercoledì, sarebbe potuta avvenire alcuni giorni prima: “Già il 4 Novembre ci eravamo inoltrati nella foresta per raggiungere il luogo dove sarei stato rilasciato, ma dopo qualche ora siamo stati avvertiti via radio di tornare indietro perché stava sopraggiungendo un tifone; sono seguiti altri due tentativi, poi finalmente sono stato condotto in un’area dove mi hanno affidato ad alcuni emissari del Fronte moro di liberazione islamica (Milf, principale gruppo ribelle mussulmano, attualmente in trattative di pace con lo stato, ndr) che, ho poi saputo, hanno collaborato con il governo per il mio rilascio”. Confermata così la versione del Milf che aveva fin dall’inizio sostenuto di essere estraneo al rapimento, ma in grado di collaborare per la liberazione di padre Sinnott. “Da lì – conclude padre Sinnott – sono stato portato a Zamboanga e quindi con un aereo a Manila”. Padre Sinnott, originario di Barntown, nella contea di Wexford, è stato ordinato sacerdote nel 1954 e assegnato a Mindanao nel sud delle Filippine nel 1957 subito dopo gli studi compiuti a Roma. Ha servito a Mindanao fino al 1966 e dopo un periodo di dieci anni trascorso in Irlanda, è tornato stabilmente nelle Filippine nel 1976. (Intervista di Gianfranco Belgrano)[GB]

LA CROCE

lunedì 16 novembre 2009

La tua croce
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(San Francesco di Sales)

La sapienza eterna di Dio ha previsto fin dal principio la croce che egli ti invia dal profondo del suo cuore come un dono prezioso.
Prima di inviartela egli l’ha contemplata con i suoi occhi onniscienti, l’ha meditata col suo divino intelletto, l’ha esaminata al lume della sua sapiente giustizia.
E le ha dato calore stringendola tra le sue braccia amorose, l’ha soppesata con ambo le mani se mai non fosse di un millimetro troppo grande o di un milligrammo troppo greve.
Poi l’ha benedetta nel suo nome santissimo, l’ha cosparsa col balsamo della sua grazia e col profumo del suo conforto.
Poi ha guardato ancora a te, al tuo coraggio…
Perciò la croce viene a te dal cielo, come un saluto del Signore, come un’elemosina del suo misericordioso amore.

Romano Guardini: «Solo la vita accende la vita»!

giovedì 12 novembre 2009

Scoprire il divino attraverso l’ altro: tutti stranieri nella terra che ci ospita
Scritto da Bruno Forte
«LETTERA AI CERCATORI DI DIO»

Una «Lettera ai cercatori di Dio», che parte dalle domande che ci accomunano tutti, credenti e non credenti, e vorrebbe proporre un itinerario possibile per raccogliere la sfida di Dio. L’ hanno pubblicata di recente (Edizioni San Paolo, Dehoniane, Elledici, Paoline) i Vescovi italiani, con un linguaggio e uno stile che potrà apparire insolito a chi ha dei credenti – e in particolare dei pastori della Chiesa – l’ idea di persone arroccate nelle loro certezze. Al contrario, la Lettera è un esempio dell’ esercizio di porsi in ascolto delle domande vere, di quelle che non sono ripetizione di quanto già sei o conosci, ma vengono a te dall’ altro: sta forse qui il carattere più intrigante di questo testo. L’ altro rivela te a te stesso: come sottolinea il pensatore ebreo Edmond Jabès, è lui/lei che «ti permette di essere te stesso facendo di te uno straniero». Con la sua differenza, l’ altro ti consente di scorgere il profilo della tua identità sullo sfondo oscuro della differenza. In questo senso, l’ altro estraneo a noi stessi ci abita da sempre: siamo tutti «ostaggi dell’ altro» (Emmanuel Levinas). Perciò la prima parola di ogni essere umano è quella lanciata a chi gli/le ha dato la vita: non «io», ma l’ altro che mi accoglie. È in tal senso significativa l’ ambivalenza del linguaggio dell’ estraneità: il greco xenos, come il latino hospes, dice ad esempio tanto lo straniero, quanto l’ ospite, addirittura significato anche col termine hostis, il nemico. Siamo, in realtà, tutti stranieri sulla terra che ci ospita, pellegrini in questo mondo: paroikoi, attendati nel viaggio breve o lungo della vita, debitori di noi stessi all’ altro. La diversità dell’ altro, se accolta con rispetto, ci genera alla verità di noi stessi, se rifiutata evidenzia la nostra alienazione. La sola arma per diventare noi stessi è allora quella di ascoltare le domande che l’ altro, nuovo e diverso da noi, suscita in noi: la domanda vera ci spinge oltre la soglia della nostra solitudine, e proprio così è in grado di farci continuamente rinascere grazie al legame che essa rivela con l’ origine che tutti ci accomuna, con lo sfondo misterioso su cui si stagliano e verso cui si muovono le esistenze nel mondo. L’ accoglienza delle domande, che ci vengono dall’ altro, diventa allora la via della costruzione di un essere umano più autentico, anzitutto per colui che le accoglie. In questo coraggio di lasciarci interrogare dalla verità delle domande, è Dio stesso – dice Jabès – ad avere «in permanenza libero accesso a casa mia». Perciò, la Lettera ai cercatori di Dio, proponendosi come uno strumento per stimolare la ricerca e l’ incontro con Dio mistero del mondo, non poteva che partire da quelle domande, che ci fanno tutti pellegrini e cercatori dell’ Altro. Testimoni della forza inquietante che si affaccia nella domanda, possiamo fare esperienza della fecondità di un incontro che non cancelli le differenze, ma le stimoli nella reciprocità. In questo senso la Lettera – destinata ovviamente anche alla lettura personale – vorrebbe essere anzitutto uno strumento e una proposta di dialogo, come è peraltro di ogni scritto che voglia costruire ponti fra le solitudini. Lo aveva compreso Platone nella memorabile critica della scrittura, contenuta nella parte finale del Fedro, lì dove insiste sul fatto che il vero ed autentico mezzo di comunicazione non è lo scritto, bensì l’ oralità. Gli scritti non sono in grado di rispondere a nessuna domanda che venga posta loro; essi vanno nelle mani di tutti e non possono scegliere coloro ai quali si deve parlare e coloro per i quali bisogna invece tacere. Il libro, insiste Platone, «ha sempre bisogno dell’ aiuto del padre, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo». Da parte sua, la scrittura, ospitando la comunicazione orale in essa ripresa, può riscattarsi dal suo limite originario e divenire una forma di resistenza all’ oblio e di superamento delle lontananze, se fatta oggetto di dialogo e di interpretazione. Quando il lettore avrà riconosciuto nel testo la memoria dell’ altrui vissuto, allora lo scritto gli restituirà la conoscenza di se stesso come dono dell’ altro, dello straniero che nella parola scritta lo ha visitato e lo abita. La scrittura ricordando salva, e tanto più lo fa quanto più entra nel dialogo vivo della trasmissione orale, della testimonianza diretta. Così essa ci educa a resistere all’ oblio dell’ umano che è in noi e a riconoscerci nell’ altro, straniero e ospite, fino ad amarlo come nostro fratello in umanità, uniti davanti al Mistero. È quanto la «Lettera ai cercatori di Dio» vorrebbe provocare, mostrando come l’ ascolto delle domande vere, coniugato all’ esperienza dei testimoni, possa diventare condivisione dell’ incontro con Dio, con l’ altro, con gli altri. Un testo da leggere nella convinzione che potrà suscitare vita solo se sarà sottratto alla sua solitaria esistenza e troverà padri-madri che lo presentino, lo facciano oggetto di dialogo, di reciprocità, di amicizia. Anche così non si può che concordare con quanto affermava un coraggioso testimone di Cristo ai tempi della barbarie nazista, il pensatore italo-tedesco Romano Guardini: «Solo la vita accende la vita»!

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

giovedì 12 novembre 2009

anno B

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Prima lettura: Dn 12, 1-3
Dal libro del profeta Daniele.
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro.
Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.
Salmo Responsoriale Dal salmo 15
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.

Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima:
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.
Seconda lettura: Eb 10, 11-14. 18
Dalla lettera agli Ebrei.
Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati.
Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per essi.
Vangelo: Mc 13, 24-32
Dal Vangelo secondo Marco
Disse Gesù ai suoi discepoli:
In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre».

commento

Siamo alla fine dell’anno liturgico, stiamo per salutare l’amico Marco e Pietro, suo maestro.
Domenica prossima affronteremo la sconcertante festa della regalità di Cristo, poi l’Avvento a preparaci a sopravvivere alla tragedia del Natale (non che sia una tragedia, è che così l’abbiamo ridotto!).
Oggi la Parola ci orienta in una direzione ostica e impegnativa, ci invita a guardare avanti e altrove e con un altro sguardo.
Avanti
È uno dei temi più trascurati della fede cristiana, essendo la Chiesa tutta intenta, in questi fragili tempi, ad andare all’essenziale: è il tema del futuro, della fine del mondo, in teologichese, i novissimi.
Cosa succederà domani? Come andrà a finire la Storia? Che ne sarà di noi?
Predicazioni medioevali e film di serie “B” ci rappresentano la fine del mondo come un delirio di fiamme e di distruzione, come il sommo giudizio finale fatto di caligine e di paura.
La “colpa” di questa interpretazione approssimativa è del linguaggio apocalittico usato da alcuni libri della Scrittura, come il brano di Daniele che abbiamo letto oggi, fatto di forti immagini da non prendere alla lettera.
Ciò che i cristiani hanno capito è semplice: Cristo, risorto e asceso al Padre, tornerà nella pienezza dei tempi, tornerà per completare il suo Regno, le anime dei nostri defunti riprenderanno i propri corpi trasfigurati e risorti e sarà la pienezza. Nel frattempo – e questa è una nota dolente – quel buontempone di Dio ha affidato a noi, fragile Chiesa, il compito di far crescere il Regno.
San Paolo si chiedeva (!) perché Cristo tardasse tanto, avendo le comunità una fortissima tensione per il ritorno del Signore. La sua risposta è struggente: se Cristo è il capo, la testa, e noi siamo membra di un corpo, egli tornerà solo quando tutto il corpo sarà sviluppato e pronto.
Questo è il tempo della Chiesa.
Non il tempo di restare seduti ed aspettare (come sta succedendo), ma di annunciare il Vangelo, finché il Signore torni.
Una corrente del pensiero ebraico contemporaneo invita tutti, anche i non ebrei, a comportarsi secondo rettitudine, per accelerare la venuta del Messia, per noi il ritorno.
Non è una ragione sufficiente per cambiare il mondo a partire da noi stessi?
Altrove
Gesù ci ammonisce: la costruzione del Regno non è necessariamente semplice, non è un passaggio di gloria in gloria, essere travolti dal Vangelo ed iniziare il cammino di discepolato significa porsi in un atteggiamento di cambiamento perpetuo, di fatica nell’affrontare le contraddizioni del sé e del mondo. Il Regno subisce violenza, non si manifesta con adunate oceaniche e opere mirabolanti.
Nel segno della contraddizione, della fatica si esplica il Regno, fra il già e il non ancora, allontanandoci dalla logica manageriale del successo misurabile che – ahimè – a volte si insinua anche nella logica ecclesiale.
Gli angeli radunano i discepoli dai quattro angoli della terra, coloro che affrontano con serenità la costruzione del Regno vengono radunati e sostenuti. Solo la Parola e la certezza di avere sperimentato Dio o di averne intuita la presenza ci fanno andare avanti tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio.
È per me segno di immensa consolazione, nel mio pellegrinaggio di speranza in giro per l’Italia, in punta di piedi, accorgermi di quanto bene il Signore stia facendo nei vostri cuori e di come la Parola sia ormai la luce per molte coppie, per molti cercatori di Dio e consolazione per gli sconfitti.
È un modo altro di essere Chiesa, dispersi nelle nostre città, spesso senza scogli cui aggrapparci.
La Parola del Signore che non passa ci dice che il Signore è alla porta e chiede di entrare.
Con un altro sguardo
L’uomo sembra concentrato a distruggere il proprio futuro, ignorando i richiami della natura, facendo prevalere la logica del profitto ad ogni costo, accentuando le distinzioni, facendole diventare divisioni e odio razziale o religioso.
La fine del mondo la costruiamo giorno per giorno e, spesso, al viviamo come evento ineluttabile, e con un fatalismo crescente non facciamo altro che rifugiarci in un privato miope e dal respiro corto.
Siamo chiamati, invece, a rimboccarci le maniche,a rendere presente questo Regno che è già e non ancora, diventare profeti di conversione, non profeti di sventura.
Il mondo non precipita nel nulla, ma nelle braccia di Dio, e la Parola, che dimora, che resta, è l’appiglio che la Chiesa ha per leggere la storia e per vedere il Regno che avanza.
Non è facile vederlo, ovvio.
Incontro molte persone, molti preti, molte realtà di Chiesa, dalle parrocchie immense di Roma a quelle perse sull’Appennino, comunità dinamiche e comunità addormentate, tradizione e innovazione, fatica e speranza, profezia e lentezza. Ma vedo.
Vedo l’opera straordinaria che il Signore compie in voi, in me, in noi.
Arresi alla Parola, malgrado la fatica, il dolore, la logica del mondo che ancora alberga nei nostri cuori nei nostri giudizi, vedo lo Spirito che avanza e dice alla sua sposa, la Chiesa: vieni.
Lo vedete anche voi?

Gelsomino radioso ETTY HILLESUM

mercoledì 11 novembre 2009

Bisogna imparare ad accettare tutto. Anche un individuo che ti si accosta all’uscita della farmacia dove hai comprato il dentifricio, ti punta l’indice addosso e ti chiede con aria inquisitoria: lei, ha il permesso di comprare lì dentro?
Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. Mi innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento. La chiusa cella della preghiera diventa una realtà sempre più grande, in cui ritrovo me stessa. E potrei immaginare un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni – sin quando non sentirò di avere intorno queste mura, che mi impediranno di perdermi.
Bisogna combatterle come le pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre forze. Non ci si deve lasciare divorare dalla paura e dalle preoccupazioni meschine – che sono altrettante mozioni di sfiducia nei confronti di Dio. Ed è strano, ma mi accorgo che le cose difficili, quando le accetti, diventano belle.
Sulla veranda una brezza sfiora il gelsomino. Il gelsomino, come è possibile, mio Dio. Se ne sta lì schiacciato contro il muro squallido. è così radioso, così virginale, così senza ritegno, in questa fangosa oscurità – una esuberante giovane sposa perduta in una strada secondaria. è sufficientemente semplice credere nei miracoli nel XX secolo. E io ci credo, anche se i pidocchi fra non molto mi divoreranno in Polonia.
Fra non molto saremo registrati. Sembra che sia ora il nostro turno. Penso a molte persone angosciate, e so tutto, so ogni cosa, ogni momento. E spesso chino la testa sotto il grande peso. Ma sento pure il bisogno, almeno meccanicamente, di congiungere le mani. La mia vita, è una catena di miracoli.

Da “Etty Hillesum. Cercando un tetto a Dio”,