Archivio di dicembre 2009

RIFLETTENDO

domenica 27 dicembre 2009

“…sappiamo bene quanto sia facile «incartare» il Natale in una confezione-regalo, con un po’ di lustrini, stelline e bacche. Certo, questa data è anche una «culla di sogni» e di desideri, di fantasia e di tenerezza. Ma il cuore deve battere altrove. Ci conduce ove c’è povertà, ci ricorda la carità, ci richiama alla libertà, ci obbliga all’impegno, ci chiede umiltà, esige coraggio, ci invita al cielo, ma ci costringe alla terra, ci offre speranza, ma ci impone la fedeltà. In questa serie di poli ultimi corre il filo luminoso del Natale. Esso, però, è sospeso soprattutto tra due altri estremi, Betlemme e il Calvario, tra il nascere e il morire di Cristo che viene in mezzo a noi diventando uno di noi. Ma il suo nascere è per noi un rinascere e il suo morire un risorgere”.

[Da un articolo di Gianfranco Ravasi per "L'Osservatore Romano" di oggi][CO]

GRAZIE A TUTTI DEL VOSTRO RICORDO

BUON NATALE

giovedì 24 dicembre 2009

AUGURI, BUON NATALE 2009
‘’C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama».’’
(Dal vangelo di Luca 2,13)
Carissimi, a Natale non sarò tra voi, ma nel deserto di Gibuti con i pastori nomadi Afar, che del Natale di Gesù non sanno proprio nulla. La nostalgia in questo periodo si sente di più. Faccio scorrere nella mia mente tutti i vostri volti, sorridenti, intenti a cantare davanti il presepio le più belle melodie che commuovono. Penso allora all’amore che condividete con me e con i fratelli poveri del deserto e il sorriso ritorna anche sul mio volto.Quì ogni notte è il Natale del mondo, ci sono tutti gli ingredienti per un vero presepe dove natura, animali e persone, vivono nella speranza di una gioia universale, dove ogni uomo si sente fratello di tutti è la famiglia dei figli di Dio Amore, Allah, Yaveh.
Il sole è tramontato da poco, ma qui nel deserto la luna rischiara l’accampamento dei nomadi come fosse di giorno.Le capre sono già sdraiate nel loro recinto, solo qualche piccolo ancora si lamenta per non riuscire a fare l’ultima poppata, ma anche lui tra un po’ il sonno lo prenderà.Ibraim e la sua famigliola di cinque figli e la moglie Aissa, stanno consumando il loro frugale pasto, prima di sdraiarsi sulle stuoie e concedersi il meritato riposo.Per loro la giornata è iniziata prestissimo e tutto il giorno hanno camminato, con il loro gregge di capre e cammelli per valli e montagne brulle e secche in cerca di qualche arbusto e dell’acqua così rara qui nel deserto.
Io sono con loro a celebrare il Natale sul mondo, un Natale di semplicità, di povertà piena di speranza e amore.
Sono seduto sulla stuoia davanti alla capanna a forma di igloo, coperta da stuoie intrecciate di canapa, e guardo, contemplo la scena che è davanti a me a pochi metri. Una scena davvero meravigliosa colma di silenzio di pace, di mistero.Prorpio come quella notte di 2000 anni fa? Non so, ma quando Ibraim mi viene a portare un bicchiere di latte di capra caldo per augurarmi la buona notte, il mistero che mi circonda si svela d’incanto e scopro che la notte di Natale è silenzio, pace profonda, ma soprattutto Amore da condividere, ed è gioia vera, per me e per tutti. E’ notte fonda, sto ancora ammirando il fuoco che manda verso il cielo le sue ultime “lucciole”, per ognuna di loro formulo una preghiera. Ormai anche la luna sembra essere stanca e scompare dietro una montagna rude e aspra come chi la abita, ma anche lei sembra avere un cuore buono questa notte, infatti accoglie nel suo seno la luna per riposarsi. Finalmente posso contemplare in tutto il suo fulgore le stelle. Sono tante, sono magnifiche sono infinite come i sogni di chi le guarda con gli occhi semplici delle persone del deserto. Non sono un esperto di stelle, mi piace solo in questo momento scorgere in ognuno di loro il volto luminoso di tutti i miei amici, voi, che con me e i nostri fratelli del deserto sognate un mondo più buono, fraterno e in pace.
Vorrei continuare ancora per molto a dialogare con il mio profondo è così bello qui, dove tutto mi parla di verità, umiltà, sincerità, ma gli occhi si chiudono, anche il mio corpo è stanco, ha sopportato il sole cocente della giornata, e domani sarà un altro giorno di fatica, allora mi sdraio, avvolgendomi nella coperta che suor Sigi(suora indiana)mi ha dato prima di partire da casa.Non fa freddo, ma c’è molta umidità e quindi è meglio coprirsi.La Bibbia questa notte mi servirà da cuscino.Domani notte sarà ancora Natale, per i nomadi del deserto di Gibuti, così ogni notte per sempre, fino a che Venga il Signore Gesù: Maranatà, vieni Signore Gesù, vieni a portarci la pace e la gioia del cuore che solo tu sai donarci.
-‘’ Non mi è possibile praticare il precetto della carità fraterna senza consacrare la mia vita a fare tutto il bene possibile a questi fratelli di Gesù ai quali manca tutto , manca loro Gesù … Quello che vorrei per me, lo devo fare per gli altri: “Fa’ quello che vuoi che ti facciano” (Lc 6,31), e lo devo fare per i più dimenticati, per i più abbandonati, andare alle pecore più sperdute, offrire il mio convito, il mio banchetto divino, non ai miei fratelli, né ai miei vicini ricchi (ricchi della conoscenza di tutto quello che questi non conoscono), ma a questi ciechi, a questi mendicanti, a questi storpi, mille volte di più da compiangere di quelli che soffrono nel corpo. E non credo di poter far loro maggior bene che portare loro, come Maria nella casa di Giovanni, alla Visitazione e a Betlemme al mondo, Gesù, il bene dei beni, il santificatone supremo, Gesù che sarà sempre presente tra loro nel tabernacolo, … Gesù che si offre ogni giorno sull’altare per la loro conversione; Gesù che li benedice ogni giorno: ecco il bene dei beni, il nostro tutto, Gesù: nello stesso tempo, pur tacendo, si fa conoscere ai nostri fratelli che lo ignorano, non con la parola, ma con l’esempio e soprattutto con l’universale carità, quella che è la nostra religione, quello che è lo spirito cristiano, quello che è il cuore di Gesù’…’’-
(Charles de Foucauld a padre Jérôme, Notre-Dame des Neiges, 17 luglio 1901)
Ed ecco il senso del mio continuare a vivere quì a Gibuti .dove non si puo’ fare nulla se non pregare ,celebrare l’Eucarestia e testimoniare l’amore con la vita.
A voi tutti Tanti Tanti Auguri di un felice Natale vostro amico Missionario P.Francesco Giuliani
GRAZIE DI ESSERE MISSIONARI CON ME

habemus calendario 2010

martedì 22 dicembre 2009

Ciao a tutti, già da qualche giorno è in vendita il bellissimo calendario 2010, sapevamo che non potevate stare un anno senza gli amici della mondialità e così ci siamo dati da fare per realizzarlo. Come ho già detto è molto bello ora però dobbiamo darci da fare tutti per venderlo!

Da Roma a Milano, i parenti vari, tutti gli amici dispersi per tutta la penisola e anche all’estero sono invitati a prenotare al più presto le copie così entro l’anno lo avrete a disposizione!

Per info Michele e Katia oppure Samuele e Claudia (mail samcla_sposi@tiscali.it)

ne abbiamo tanti e possiamo ovviamente spedirvelo, ne vale la pena è ormai un appuntamento che da anni contraddistingue la mondialità, il progetto che P.Francesco ci propone quest’anno è legato all’alfabetizzazione comunque è ben illustrato nel calendario, più ne vendiamo e più sapremo donare un pò di gioia a chi è meno fortunato di noi!!!

UN DOVEROSO GRANDE GRAZIE VA ALLO STUDIO MANZI E ZANOTTI PER LA COLLABORAZIONE E A MATTEO E FRANCESCA PER LE FOTO!

GENNAIO

4 DOMENICA DI AVVENTO

venerdì 18 dicembre 2009

Maria va a visitare Elisabetta

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Note 1,26 Per Nàzaret cfr. Mt 2,23.
1,28 Rallégrati: il saluto dell’angelo non è convenzionale, ma invita Maria alla gioia perché lei è la figlia di Sion, visitata dal suo Signore (cfr. Sof 3,14). Maria non è chiamata con il suo nome proprio, ma piena di grazia, ossia “colmata di grazia da parte di Dio”, con un nome nuovo che esprime la pienezza di iniziativa d’amore di Dio verso di lei.
1,34 Come avverrà questo…?: quella di Maria non è un’obiezione motivata da incredulità; ella chiede piuttosto a Dio quale sia il suo volere in questa maternità.
1,35 Secondo il racconto di Esodo (cfr. Es 33,7-11), dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull’arca dell’alleanza per indicare la presenza di Dio. Maria sta per diventare la dimora di una speciale presenza divina.
1,32 La promessa divina di un trono eterno a Davide, fatta dal profeta Natan al re in cfr. 2Sam 7,12-16, è all’origine delle attese messianiche.
1,39 una città di Giuda: la località è stata tradizionalmente identificata con Ain-Karim, a 6 chilometri a ovest di Gerusalemme e distante circa 150 chilometri da Nàzaret.

MEDITATIO
Luca contempla il santuario di due donne nell’attesa d’essere madri, abitate da figli inesplicabili. E davvero esse sono due santuari: casa di Dio e casa dell’umanità nuova, grembo carico di cielo e di futuro. All’orecchio attento pare di udire un’assonanza profonda tra Dio, autore ed amante della vita e la donna che sta per generare: essa porta e annuncia il “vangelo della vita”. Infatti nel Nuovo Testamento profetizzano per prime le madri: il grande sacramento è la vita. Luca contempla l’abbraccio di due donne. Il Magnificat non nasce nella solitudine, ma in uno spazio di affetto. Dio viene incontro nelle relazioni, è mediato da uomini, da incontri, da dialoghi, da abbracci.
«Benedetta tu fra le donne!». Benedetta sei tu fra le donne che sono, tutte, benedette. La prima parola di Elisabetta è una benedizione che da Maria discende su tutte le donne e le coinvolge, che riassume e fa fiorire la benedizione di tutta l’umanità al femminile. Ad ogni frammento, ad ogni atomo di Maria, sparso nel mondo e che ha nome donna vorrei ripetere la profezia di Elisabetta: che tu sia benedetta, che benefico agli umani sia il frutto del tuo ventre. Che tu possa pacificare la terra, conciliare i fratelli nemici, far risorgere Abele, ricondurre all’amore Caino.
«E benedetto è il frutto del tuo grembo». Gesù è un frutto unico, eppure tutti i nati di donna sono, come lui, benedizione. Dio ci benedice con la vita. Ogni figlio d’uomo è profezia per la terra, la Parola di Dio è dispersa in sillabe in ogni creatura che nasce. Vorrei anch’io abitare la terra benedicendo, come Elisabetta, chi mi aiuta a credere, benedicendo ciò che cresce e matura in ciascuno, ciò che sa di inizio, di nascita, di piccolo germoglio, con la sua radice di terra e insieme di cielo, le sillabe di Dio. Ogni prima parola tra gli uomini dovrebbe contemplare questo “primato della benedizione”, una profezia reciproca, perché se non impara a benedire, l’uomo non potrà mai essere felice. Vorrei passare nel mondo magnificando, come Maria, Colui che fa dei miei giorni un tempo di stupore, e si curva su tutti i poveri che hanno il nido nelle sue mani; si curva su di me proprio perché sono povero, con poca luce, con forza incerta, con fede dubbiosa. Vorrei dire la mia fede con la parte di Zaccaria che è in me e che stenta a credere, con la parte di Elisabetta che sa benedire, con la parte di Maria che sa credere e mettersi in viaggio e lodare, con la parte di Giovanni che sa danzare, portando così il Signore, e sarò forse motivo di benedizione per qualcuno: «benedetto sei tu che hai creduto».
GRAFFIATI DALLA PAROLA
Due donne. Un viaggio lungo. Un saluto semplice ed ospitale. Un incontro che scalda il cuore. Sembra la parabola di ogni uomo. Sì, perché ogni incontro con l’altro impegna ciascuno di noi in un viaggio. Uscire da sé, dalla propria casa, dalla propria città. Andare verso l’uomo, muoversi e correre là dove c’è un bisogno. Non a mani vuote: è il cuore, è il ventre, è la libertà che porta una novità: chi ha ricevuto una buona notizia non la tiene per sé e sa che quella notizia scalderà e “farà grande” la vita anche di chi incontra. Non è forse anche la parabola del nostro Dio? Lui l’ha vissuta nel figlio di Nazareth.

L’Assenza
Fiorella Mannoia

Sarai distante o sarai vicino
sarai più vecchio o più ragazzino
starai contento o proverai dolore
starai più al freddo o starai più al sole
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Se chiamo forte potrai sentire
se credi agli occhi potrai vedere
c’è un desiderio da attraversare
e un magro sogno da decifrare
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell’assenza
la solitudine non ha odore
ed il coraggio è un’antica danza
Tu segui i passi di questo aspettare
tu segui il senso del tuo cercare
C’è solo un posto dove puoi tornare
c’è solo un cuore dove puoi stare

L’intimita’
Coltiviamo la virtù dell’intimità, cioè la cura di relazioni semplici e vere, cominciando dal riconoscerci cristiani gli uni gli altri non per rinfacciarcelo, diventando giudici gli uni degli altri, ma perché in relazioni vere e impegnative, riconosciamo nel frammento di ciascuno un segno della presenza liberante e vivificante del Signore Gesù, che già ora è capace di trasformare la storia, cominciando da noi, da questa casa. Non esiste possibilità di esperienza di Chiesa e quindi di Cristo comunicatore di vita, se non a partire da relazioni semplici, vere, impegnative, amicali in cui la storia evangelica diventa la nostra storia. Gesù non aveva casa, ma quelle in cui entrava diventavano sue per sempre, non per diritto, ma per amore: troppo grande la sua presenza perché quella casa (quella di Pietro, di Zaccheo, di Lazzaro) rimanesse uguale. Gesù non aveva casa, ma conduceva i suoi discepoli nella case amiche dove condivideva i suoi insegnamenti.

Due donne. Un viaggio lungo. Un saluto semplice ed ospitale. Un incontro che scalda il cuore. Sembra la parabola di ogni uomo. Sì, perché ogni incontro con l’altro impegna ciascuno di noi in un viaggio. Uscire da sé, dalla propria casa, dalla propria città. Andare verso l’uomo, muoversi e correre là dove c’è un bisogno. Non a mani vuote: è il cuore, è il ventre, è la libertà che porta una novità: chi ha ricevuto una buona notizia non la tiene per sé e sa che quella notizia scalderà e “farà grande” la vita anche di chi incontra. Non è forse anche la parabola del nostro Dio? Lui l’ha vissuta nel figlio di Nazareth.

III domenica di Avvento

giovedì 10 dicembre 2009

Domenica della letizia. Sofonia spinge quanto resta di Israele fedele a dare sfogo ad una felicità intensa e trascinante, perché Dio ha liberato il suo popolo e in mezzo ad esso ha fissato la sua presenza. È un contatto che rende forti contro ogni paura, perché Dio risparmia e cambia il popolo col suo amore. Anche Maria, vera “figlia di Sion”, che rappresenta Israele e l’umanità, deve “rallegrarsi” grazie al figlio che porta in grembo. Perfino Paolo, mentre si trova in prigione, chiama alla festa perché Gesù ci mette a parte di una felicità che nessuna prova e dolore può mai soffocare. Antagonista della gioia non è la sofferenza, ma la solitudine egoistica: non si può essere felici da soli e la gioia è contagiosa, produce unità perché se la condividi si moltiplica, come la solitudine si dimezza. Abbiamo motivo per essere felici. La gioia è il vestito che i cristiani devono indossare in permanenza, una luce in volto. Gioia che viene dall’amore. Come Dio è Amore e Gioia, così è il cristianesimo.

Che dobbiamo fare? Domanda nient’affatto scontata. Ieri come oggi, sulla bocca di tutti, soldati compresi. Il disorientamento è come un’epidemia d’influenza: colpisce tutti. Soprattutto in tempi d’incertezza, sbandamento, crisi (non solo economica, ma anche della politica, della televisione, della cultura). Tempo di crollo era quello di Giovanni il battista, presagio del Salvatore; tempo di crisi anche il nostro, nonostante due millenni di cristianesimo. Intanto perché, ad oggi, il Vangelo deve ancora raggiungere i due terzi dell’umanità – che resta in attesa, in Avvento – ma anche perché i bisognosi di tunica, di pane, di giustizia, sono moltitudine. Ad ogni incrocio.
Cosa fare?
Giovanni, precursore e testimone di colui che sta per venire e che battezzerà col fuoco dello Spirito, dice innanzitutto che questo è un momento decisivo. L’avvento ci fa consapevoli dell’oggi. Dio ci incontra qui e ora, perché cambiamo vita, ricominciamo a praticare solidarietà e onestà. La giustizia del Vangelo è più che distributiva, perché è scritta nella paternità di Dio e nella fraternità universale.

L’unico tempo che abbiamo è il presente. Il passato può solo tormentare o essere rimpianto e fuga. Il futuro non c’è, può solo essere sperato, atteso e preparato. Il presente è la realtà, l’unica occasione per dare risposta (responsum) alla chiamata di Dio. L’antropologia cristiana è concreta e semplice, colloca l’uomo al punto giusto (qui) e al momento favorevole (ora). In attesa del Natale la cosa giusta è porsi la domanda: che cosa fare?
Prima di entrare nei centri commerciali o nel chiasso dei negozi, se abbiamo capito che la conversione è tornare al Signore in modo molto concreto, ci aiuta la domanda: perché dare all’altro quello che è mio? Perché mi è fratello e sorella. “Non posso ferirti senza farmi del male”, diceva Gandhi. E Chiara Lubich: “A qualcuno manca il lavoro? Manca a me. C’è chi ha la mamma ammalata? L’aiuto come fosse la mia. È l’esperienza dei primi cristiani di Gerusalemme. Come ogni pianta assorbe dal terreno solo l’acqua che le è necessaria, così anche noi cerchiamo di avere solo quello che occorre. E, meglio se ogni tanto ci accorgiamo che manca qualcosa; meglio essere un po’ poveri che un po’ ricchi”.

Sulla via del silenzio

giovedì 10 dicembre 2009

Un “occasione per tornare all’essenzialità della fede” ed “uscire dal fracasso che troppo spesso ci circonda”, riscoprendo il valore del silenzio e della meditazione. E’ a questi spunti che mons. Bruno Maggioni, biblista e docente di “Sacra Scrittura” invita a guardare in vista del Natale. Il Sir lo ha intervistato.

Come sempre nel tempo di Natale si intensificano gli inviti, soprattutto mediatici, al maggior consumo e alla festa spettacolo. Come sempre tornano anche le critiche a questa cultura conformista ma al cristiano non è chiesto “qualcosa di più” della critica?
E’ giusto che si faccia la critica ad un certo consumismo ma prima di tutto è importante capire la necessità di tornare al fondamento del Natale, a quel Dio che si fa bambino e viene ad abitare in mezzo a noi. Il Natale è una gioia ed è per questo che si fa festa, ma il rischio è che presi dalla festa ci si dimentichi del motivo per cui si festeggia. Un Natale che diventa semplicemente mondano non ha più senso, per questo dovremmo essere più coraggiosi nei confronti di una certa cultura per cui il Natale viene spogliato dal suo significato profondo.

Un percorso di riscoperta che deve maturare all’interno di tutto il cammino di Avvento?
Certamente, ma non solo. Deve accompagnare il cammino quotidiano di ogni comunità perché questo non vale solo per il Natale. Spesso per il Natale si fanno bellissime liturgie ma rischiamo di dimenticare il Gesù che è nato.

Siamo in un confronto molto acceso attorno ai crocifissi e ai minareti: quale indicazione può offrire il Natale per leggere queste “provocazioni” senza il rischio della strumentalizzazione oppure della indifferenza?
Siamo in un periodo di gran confusione dove le cose in discussione sono tante e le si affronta spesso in modo superficiale. Bisogna stare attenti a non cadere in equivoci, perché non possiamo solo difendere un crocifisso senza spiegare cosa significhi. E non ridurlo a un semplice simbolo culturale da mettere sulle bandiere. Se il crocifisso non ti ricorda chi è Gesù Cristo è un segno un po’ sprecato. Dall’altra parte mi meraviglio di chi non lo vuole in nome della libertà religiosa. Togliere il crocifisso non è un segno di libertà religiosa, ma la libertà religiosa significa permettere ad altre religioni di esprimersi.

Come si potrebbe uscire da questa confusione e fare un po’ di chiarezza?
Basterebbe che tutti i cristiani sentissero il bisogno di tornare all’essenzialità della fede. Il Natale è un evento che ci rivela un Dio diverso da come lo immaginiamo, che non ha quella gloria e magnificenza “umana” che noi vorremmo. Se Gesù è nato bambino senza il fracasso che noi facciamo vuol dire che il fracasso non ci vuole, se ne può fare a meno. Non è lì che si mostra la forza del cristianesimo.

Il Papa ha ricordato nell’Angelus domenicale che il Vangelo non è una leggenda. Lei che ha dedicato e dedica la vita allo studio della Sacra Scrittura come invita a leggere queste parole?
Non dobbiamo mai dimenticare che il Vangelo è una storia, un evento accaduto che è raccontato non per evidenziare certi particolari come farebbe uno storico ma per svelarne la verità profonda, per comprendere chi è Dio e chi è l’uomo.

La forma più alta di comunicazione del Natale è il silenzio: ma non è una comunicazione fuori dal tempo? E’ possibile intendere l’educazione al silenzio come via per giungere alla soglia del mistero?
Il silenzio è fuori dai tempi perché sempre più spesso crediamo che conta solo ciò che si fa vedere con splendore. Il Vangelo di Luca ci parla dei pastori che hanno ricevuto l’annuncio degli angeli e fanno festa ma, dall’altra parte, l’evangelista dice che la Madonna custodiva e meditava. Gli altri festeggiano, saltano, agitano le mani, mentre la Madonna è in silenzio, stupita. Quando una cosa è veramente bella siamo indotti al silenzio. Un silenzio di meditazione e contemplazione. Quella dell’evangelista sembra una contraddizione ma questa è la verità bella che comunica il Vangelo. L’immagine di un Dio vero uomo e vero Dio. La nostra tentazione è quella di sminuire il vero uomo o il vero Dio perché questa visione di Dio ci da fastidio. Ma questo vuol dire togliere la bellezza al messaggio evangelico.

Secondo Lei ci può essere la necessità di un’educazione al silenzio come via per raggiungere il mistero del Natale?
Il mistero del Natale è il mistero dell’uomo e delle bellezza, di fronte a cui bisogna far silenzio, pensarci su. Chiaramente quando si vede una cosa bella si sente l’esigenza di raccontarla e condividerla. Ma è diverso il parlare in silenzio come ha fatto Gesù rispetto al parlare con fracasso, guardando solo alla forma esterna, come spesso facciamo noi.

UNA INIZIATIVA INTERESSANTE

venerdì 4 dicembre 2009

CI PIACE L’IDEA LANCIATA DA UN TEOLOGO CAMPANO, PADRE ANTONIO RUNGI, RELIGIOSO PASSIONISTA, DI ”ADOTTARE SPIRITUALMENTE UN SACERDOTE”.
E’ UN’IDEA CHE AVEVAMO AVUTO E CHE SOLO PER QUESTIONI DI TEMPO NON CI HA VISTI ARRIVARE PRIMI NELLA PROPOSTA.
L’IDEA E’ BELLA E PARTE, NATURALMENTE, DALL’”ANNO SACERDOTALE” INIZIATO IL 19 GIUGNO E CHE SI CONCLUDERA’ NEL GIUGNO DEL 2010. NE HA PARLATO CON GRANDE SLANCIO PAPA BENEDETTO XVI NEI GIORNI SCORSI E LA CONCLUSIONE DELL’”ANNO PAOLINO” GLI HA DATO L’ESTRO PER TORNARE SULLA FIGURA DEL PRETE, SULLA SUA SPIRITUALITA’, SUL MODO DI ESSERE, OGGI, IN QUESTO MONDO, “FEDELE AMMINISTRATORE DEI MISTERI DI DIO”. “L’AMORE DEL CRISTO CI POSSIEDE” SCRIVE L’APOSTOLO PAOLO. FORTE E UMILE INSIEME, IL PRESBITERO , COME GIOVANNI MARIA VIANNEY, IL SANTO CURATO D’ARS, DEVE ESSERE INTIMAMENTE PERSUASO CHE TUTTO E’ MERITO DI DIO. “IL PRESBITERO- HA DETTO IL PAPA- DEVE ESSERE TUTTO DI CRISTO E TUTTO DELLA CHIESA, ALLA QUALE E’ CHIAMATO A DEDICARSI CON AMORE INDIVISO, COME UNO SPOSO FEDELE ALLA SUA SPOSA”. ECCO, L’IMMAGINE DELLO “SPOSO FEDELE”. QUANTI NE ABBIAMO CONOSCIUTI NELLA NOSTRA VITA. PRETI DI CAMPAGNA O DI CITTA’. MISSIONARI O INSEGNANTI. PADRI SPIRITUALI O PARROCI INDAFFARATI IN TANTE ATTIVITA’ PASTORALI. CAPPELLANI DI OSPEDALI O DI CASE DI ACCOGLIENZA. PRETI ARTISTI E GIORNALISTI, SACERDOTI AMMALATI E ANZIANI, PRETI IN DIFFICOLTA’ O IN CRISI. PERSINO PRETI “SPRETATI”.
ORBENE, L’IDEA DI ADOTTARNE “SPIRITUALMENTE” UNO, SIGNIFICA FARE QUALCHE “FIORETTO” (TERMINE IN DISUSO) PER IL SACERDOTE CHE SI SCEGLIE DI ADOTTARE. UNA PREGHIERA QUOTIDIANA, UN SACRIFICIO, UNA PENITENZA, UN AIUTO PER ALLEGGERIRGLI MAGARI IL CARICO PASTORALE.
SOPRATTUTTO, FARE IL PROPOSITO DI ESSERGLI VICINO. UNA PROSSIMITA’ ANCHE AFFETTIVA, PERCHE’ TANTI SACERDOTI SOFFRONO LA SOLITUDINE, VIVONO SENZA IL CONFORTO DI UNA FAMIGLIA, SENZA UNO SGUARDO AMOREVOLE (CERTO, ANCHE QUESTO), SENZA UNA CAREZZA, UN COMPLIMENTO, UN SORRISO DI AMICIZIA CHE E’ UNA DELLE TANTE FACCE DELL’AMORE.
MA NOI VORREMMO SUPERARE LA BARRIERA DEL SACERDOZIO .
E’ UNA INZIATIVA CHE SI PUO’ ESTENDERE ANCHE AI RELIGIOSI E – PERCHE’ NO – ALLE RELIGIOSE, ANCHE AI PASTORI ( O PASTORE ) DELLE CHIESE DELLA RIFORMA, AGLI IGUMENI O AI POPE ORTODOSSI. A TUTTI COLORO CHE HANNO CONSACRATO LA LORO VITA A DIO E A NOI, CHE SONO PER NOI MODELLI DI FEDE SAPENDOLA TESTIMONIARE CON LE PAROLE E CON LE OPERE.
E’ UNA INIZIATIVA SEMPLICE CHE ESIGE UN PO’ DI CORAGGIO. CHE CI SPINGE A BUTTARE L’ANIMA AL DI LA’ DELL’OSTACOLO.
INDICATECI IL NOME E INFORMATE LO STESSO SACERDOTE, RELIGIOSO O RELIGIOSA, PASTORE O PASTORA, POPE, DELL’ADOZIONE. E POI RACCONTATECI PERCHE’ AVETE FATTO QUESTA SCELTA.
“IL MONDO – HA DETTO BENEDETTO XVI – NON PUO’ ESSERE RINNOVATO SENZA UOMINI NUOVI. SOLO SE CI SARANNO UOMINI NUOVI, CI SARA’ ANCHE UN MONDO NUOVO, UN MONDO RINNOVATO E MIGLIORE”.
GIA’, IL NOSTRO E’ UN GESTO DI ATTENZIONE E DI AMORE CHE VA PROPRIO IN TALE DIREZIONE.
GIUSEPPE DE CARLI

CHE NE DICI?

ETTY HILLESUM -DAL DIARIO-

venerdì 4 dicembre 2009

«La miseria che c’è qui è veramente terribile. Eppure alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare –, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita».

Viene la pelle d’oca a leggere queste parole, se pensiamo che la maggior parte degli esseri umani, frustrati e amari, è sempre pronta a imprecare e a lamentarsi per le piccole o grandi ingiustizie subite. Ma lei indica un’altra strada da seguire: «Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno – ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine».

In Etty Hillesum non una sola parola indulge a offendere Dio, ma tanta feconda preghiera. Certo, aggiungeva, «siamo stati marchiati dal dolore, per sempre. Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità». Ci insegna inoltre che i mali e le persecuzioni sono dovuti agli uomini e non al Padre Eterno. La sua vita è ormai diventata un colloquio ininterrotto con Dio, «un unico grande colloquio».

La storia della matita

venerdì 4 dicembre 2009

(Paolo Coelho)
Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo una lettera. Ad un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me”.
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote: “E’ vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto”.
Incuriosito il bimbo guardò la matita senza trovarvi alcunché di speciale.
“Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”.
“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza, sarai sempre una persona in pace con il mondo.
Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una mano che guida i tuoi passi.”Dio”: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la sua volontà.
Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. E’ un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere è un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te.
Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione”.

STORIA QUASI VERA-Il dettaglio-

venerdì 4 dicembre 2009

Un parroco preparava con cura meticolosa le manifestazioni esterne della sua parrocchia. Soprattutto la solenne processione del Corpus Domini. Voleva che la festa fosse un vero avvenimento per il paese.
Tre mesi prima della data, radunava un apposito comitato e organizzava i gruppi di lavoro. Il giorno della festa tutto il paese era mobilitato.
Alle dieci e trenta in punto, la processione cominciò a snodarsi. I chierichetti con i candelabri, i paggetti nei costumi colorati, le bambine con il vestito bianco che spargevano petali di rosa, i giovanotti della società sportiva con le tute gialle e blu, gli uomini e le donne delle confraternite con i labari colorati e i nastri azzurri, gialli, rossi, poi l’Azione Cattolica, i ragazzi dell’Oratorio, la gente, la teoria dei chierichetti e la banda musicale del paese. Una processione magnifica!
Quando la banda intonò il pezzo più solenne, dal portale della chiesa uscì lentamente il baldacchino di broccato dorato con i pennacchi rossi e bianchi, sorretto da quattro baldi giovani.

Sotto il baldacchino, incedeva il parroco, rivestito del piviale più prezioso, che reggeva il pesante ostensorio d’oro tempestato di pietre preziose.
Improvvisamente il viceparroco, che accompagnava i chierichetti, si avvicinò allarmato al parroco e gli sussurrò: “Prevosto, nell’ostensorio non c’è l’ostia!”.

Il parroco ribatté seccato: “Non vedi a quante cose devo pensare? Non posso occuparmi anche dei dettagli!”.

Gesù solo un dettaglio? Per tanti, troppi, è così.