Archivio di gennaio 2010

SUD DEL MONDO

mercoledì 27 gennaio 2010

TOGO – Un gruppo di sei candidati alle presidenziali del prossimo 28 Febbraio ha chiesto una nuova revisione delle liste elettorali, considerando quelle attuali non affidabili. Pertanto, secondo i contestatari, dovrebbe essere modificata anche la data del voto.

ZIMBABWE – Da Sudafrica e Australia arriverà un sostegno al governo di Harare in materia di leggi fiscali e di sviluppo nel settore igienico-sanitario. Pretoria e Canberra hanno espresso soddisfazione per i progressi “incoraggianti” registrati negli ultimi tempi in Zimbabwe.

R.D. CONGO – È stato ricoverato in ospedale Oslwad Wanzalugendo, consigliere finanziario della commissione elettorale indipendente (Cei) in sciopero della fame da circa 10 giorni. Il consigliere sciopera per protestare contro il mancato pagamento degli stipendi dei membri della commissione da circa nove mesi.

SENEGAL – Per la prima volta in 12 ani è stato scoperto un caso di poliomielite su un bimbo di due anni a Joal (centro). Grazie a massicce campagne di vaccinazioni, il virus era totalmente scomparso dal Senegal dal 1998; è prevista in questi giorni la ripresa di attività di sensibilizzazione rivolte ai genitori.

BURKINA FASO – Con un voto del parlamento è stata modificata la legge sul codice elettorale, del 2001. Le nuove disposizioni riguardano in particolare l’identificazione degli elettori, il voto dall’estero e alcune formalità per i candidati alle presidenziali.
[CC]

IL PAPA -DIALOGO CON L’ISLAM-

mercoledì 27 gennaio 2010

Il Pontefice si è soffermato su diversi episodi della vita di San Francesco, ad esempio quando nel 1219 ottenne il permesso di incontrare in Egitto il sultano musulmano Melek-el-Kamel. “In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam – ha detto Benedetto XVI – Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione”.

ALBE ,TRAMONTI ,SORRISI DI BAMBINI AL NORD DI GIBUTI

mercoledì 27 gennaio 2010

Di ritorno dall’ultimo viaggio tra i nomadi Afar di Gibuti ,leggo negli occhi di Daniela,che mi accompagnava ,la soddisfazione e la gioia di avere conosciuto persone buone e accoglienti,luoghi aridi ma con un fascino meraviglioso e sopratutto aver raccolto i canti e i sorrisi semplici e radiosi dei bambini incontrati nelle scuole .Lei stessa ci dirà tutto il suo stupore stralciando alcune note del suo diario che con cura ogni giorno scriveva.

Io mi limito solo a darvi il resoconto delle realtà visitate.

In montagna,con il fedele Ibraim ,abbiamo visitato un accampamento di pastori nomadi ,una decina di famiglie che vivono con capre e cammelli.Tutti i giorni bambini e adulti partono all’alba e percorrono i sentieri ripidi e sassosi in cerca di erba frasca per gli animali e acqua da portare alla famiglia la sera.Siamo stati con loro due giorni condividendo le loro gioie e le loro sofferenze.Abbiamo lasciato riso ,zucchero,alimenti rari per le popolazioni di montagna.

Scesi dalla montagna ,abbiamo percorso fiumi in secca alla ricerca di scuole abbandonate a se stesse.Con una laica del posto che conosce bene la situazione sociale abbiamo portato ,materiale scolastico ,coperte ,latte in due scuole che pensiamo di poter seguire anche in seguito ,sempre con la collaborazione degli insegnanti ,dei genitori e i responsabili della zona.

Le montagne di Dai,le colline di Tadjoura i deserti di Obok con le loro albe i i loro tramonti , l’accoglienza serena e affabibile delle popolazioni nomadi Afar ci hanno ancora una volta incoraggiato a divenire ogni giorno di più fratelli universali.

INTERVISTA A GIULIA IN PARTENZA PER IL DESERTO DEL SHARAH

domenica 17 gennaio 2010

Dopo gli anni di postulato con le Piccole sorelle di Gesù a Chiusi,Giulia inizierà il noviziato i primi giorni di Febbraio ,in Algeria a Benì Abes .

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INNAMORATA DEL PIU’ BELLO

“Grazie per questi mesi passati a Chiusi, grazie soprattutto alle sorelle della fraternità ma anche a tutta la comunità parrocchiale per le testimonianze di fede e di amore che mi ha dato”. A raccomandarsi di iniziare così ringraziando è Giulia Divita che, dal 22 luglio 2008, ha passato il periodo del postulato presso la Piccole Sorelle di Gesù e che martedì 29 dicembre ha lasciato Chiusi per vivere il noviziato in Algeria, nel deserto, nella stessa fraternità che fu di Charles de Foucauld e di Carlo Carretto. Durante la S. Messa di Domenica 27 è stata salutata ufficialmente da Padre Daniele a nome di tutta la comunità parrocchiale. Figlia unica di una semplice famiglia di Cassina de’ Pecchi si è laureata alla cattolica di Milano in scienze politiche, che aveva scelto – ci ha confidato – “per stare a contatto con la gente”. Era amche fidanzata, ma tutto questo non la appagava perché era troppo forte in lei il desiderio di aiutare i più deboli e condividere le loro difficoltà e la loro vita. Fa diverse e varie esperienze in Colombia, presso gli Indios, in Tanzania e in Brasile con i bambini più poveri e abbandonati. Ritorna in Italia, inizia a prendere le distanze dal fidanzato e manifesta il suo desiderio di consacrarsi a Dio per tutta la sua vita ai genitori. La mamma le toglie la parola ed il padre rimane profondamente deluso ma resta in contatto con lei. Va in Germania con la Caritas ed insegna ai migrantes. Dopo circa un anno torna in Italia per la morte del babbo, la mamma si riconcilia con lei e madre e figlia vivono insieme quel difficile periodo. Giulia lavora in parrocchia ed insegna religione perché “senza radici non si è missionari” – tiene a precisare. Ricorda il segno prodigioso di una stella cadente che aveva attraversato il cielo del deserto, è impressionata da un’omelia del Cardinal Martini e vede confermata così la sua vocazione alla vita consacrata. Scopre in Charles de Foucauld la sintesi di vita religiosa fatta di preghiera e condivisione con i più emarginati a cui si sente chiamata ed inizia il cammino che la porterà ad essere “piccola sorella di Gesù. Quanto ti è costato lasciare il fidanzato e la mamma ? “Secondo il criterio ignaziano ho scelto tra il bene e il meglio ed il mio meglio è Gesù, che per me è il più bello. Per amore suo desidero condividere la sua passione per gli ultimi. Per donarmi totalmente e nella libertà ho bisogno di un cammino di fraternità e di obbedienza”. Quale consiglio daresti ad un giovane che non sa che fare della sua vita? “Importante è non aver paura di cercare, non sentirsi mai arrivati, credere che il Salvatore è solo Cristo”. Quali sono le caratteristiche che hai colto nella Chiesa di Chiusi Città? “C’è tradizione vissuta, voglia di Chiesa e generosità per le emergenze di carità”. Saluta, sorride, con la pacatezza tipica del suo stile. Il suo passaggio a Chiusi non è stato vano. Ha lasciato quel segno che è tipico delle persone di Dio. Ci piace pensarla nel deserto, di notte, a pregare.

CONOSCERE PER AMARE N.3 Chi è il profeta Mohammed ?

sabato 16 gennaio 2010

Mohammed nacque alla Mecca nel 570. Fin dalla morte del padre, prima della sua nascita e dopo la morte della madre, avvenuta subito dopo, fu allevato dallo zio che apparteneva alla rispettata tribù di Quraysh. Crebbe analfabeta e così rimase fino alla sua morte. Il suo popolo, prima della sua missione come profeta, non conosceva la scienza e la maggior parte di loro era analfabeta. Quando crebbe, divenne conosciuto per la sua sincerità, onestà, fedeltà e generosità. Era così fedele da essere chiamato il Fedele.1 Mohammed era molto religioso e detestò a lungo la decadenza e l’idolatria della sua società.
All’età di quarant’anni, Mohammed ricevette la sua prima rivelazione da Dio attraverso l’Arcangelo Gabriele. Le rivelazioni continuarono per ventitré anni e sono conosciute, nel complesso, con il nome di Corano.

Appena iniziò a recitare il Corano e a predicare la verità che Dio gli aveva rivelato, lui e il suo piccolo gruppo di seguaci furono perseguitati dai non credenti. Le persecuzioni diventarono così feroci che nell’anno 622 Dio diede loro l’ordine di emigrare. Questa migrazione dalla Mecca alla città di Medina, circa 450 km a Nord, segna l’inizio del calendario musulmano.

Dopo diversi anni, Mohammed e i suoi seguaci ritornarono alla Mecca, dove perdonarono i loro nemici. Prima della sua morte, all’età di sessantatré anni, la maggior parte della penisola arabica divenne musulmana e circa dopo cento anni dalla sua morte, l’Islam conquistò la parte Ovest della Spagna e la Cina. Tra le ragioni di una così rapida e pacifica diffusione dell’Islam vi è la verità e la chiarezza della sua dottrina. L’Islam richiede la fede in un solo Dio, che è l’unico degno di essere adorato.

Il profeta Mohammed fu un esempio perfetto di essere umano onesto, giusto, misericordioso, compassionevole, fedele e coraggioso. Sebbene fosse un uomo, non possedeva caratteristiche cattive e si sforzò unicamente per predicare nell’interesse di Dio e nella sua ricompensa nell’aldilà. Inoltre, in tutte le sue azioni e relazioni fu attento e timido verso Dio.

HAITI – “SEMBRAVA LA FINE DEL MONDO”, IL SISMA NEL RACCONTO DI UN MISSIONARIO

sabato 16 gennaio 2010

“È stata una scossa fortissima e lunga almeno 30-40 secondi; noi ci siamo buttati tutti sul pavimento. Quando la scossa è finita ci sono stati un paio di secondi di silenzio assoluto, poi si sono sentite da fuori le urla della gente, altissime che provenivano da tutte le direzioni. Sembrava la fine del mondo”: così frate Demetrio De la Cruz Jiménez, viceprovinciale dei missionari cappuccini di Haiti e Santo Domingo, racconta alla MISNA il terremoto del 12 Gennaio, quando lui stesso era a Port au Prince, nella sede della Conferenza episcopale haitiana situata nel centro della capitale. “Eravamo un centinaio di religiosi haitiani e di altri paesi caraibici riuniti per un’assemblea della sezione caraibica della Clar (Conferenza dei religiosi dell’America Latina, ndr)” racconta il missionario contattato a Santo Domingo dove è rientrato ieri dopo aver trascorso le prime 24 ore del dopo sisma a Port au Prince. Dopo la scossa tutti i religiosi e il personale hanno lasciato l’edificio che mostrava grosse crepe ma non ha subito crolli, ha raccontato ancora fra’ De la Cruz.
“Abbiamo visto cominciare ad affluire decine di feriti: venivano alla sede della conferenza episcopale perché in una delle stanze dell’edificio le suore gestiscono un dispensario medico. Li abbiamo sistemati come potevano nel cortile della casa e abbiamo cominciato a curarli, mentre i religiosi haitiani sono corsi a raggiungere i loro familiari e confratelli che non erano riusciti a contattare con il telefonino” dice ancora fra De la Cruz. Il missionario racconta che le suore sono riuscite a rintracciare un medico cileno e due dottoresse volontarie, una delle quali arrivata solo Domenica dalla Svizzera, ed hanno cominciato a curare i feriti. “La maggioranza aveva ferite alla testa, al volto e agli arti – continua il frate – e quelli più gravi sono stati portati all’ospedale con le auto dei religiosi. Erano le sei o le sette di sera, ma dopo neanche un’ora sono tornati tutti indietro perché all’ospedale non c’era posto e non li potevano curare, così abbiamo continuato ad assisterli come potevamo per tutta la notte”. Il missionario cappuccino dice che i feriti raccolti nel cortile saranno stati una sessantina o anche di più. “La città è una distesa di detriti, non c’è un quartiere di quelli che ho attraversato che sia stato risparmiato” ha detto ancora il missionario parlando con la MISNA,ritornando con la mente al paesaggio visto mentre ieri mattina si dirigeva verso Santo Domingo per la strada che porta a Croix-des-Bouquets e più oltre Fond-parisien, due sobborghi della capitale, ad est dal centro, anch’essi duramente colpiti. “Le pareti di gran parte delle abitazioni sono tutte crollate e quelle che sono riamaste in piedi sono danneggiate” prosegue, spiegando di aver percorso quella strada in macchina. Fuori dalla città fra’ De la Cruz e i suoi accompagnatori hanno trovato un taxi che li ha portati alla frontiera , dove in autobus sono rientrati a Santo Domingo.

DALL’AFRICA: ” I NOSTRI CUGINI HAITIANI…”

sabato 16 gennaio 2010

“I nostri cugini haitiani, discendenti di schiavi originari dall’Africa nera, sono stati colpiti da una terribile tragedia: non bastano i messaggi di compassione dei nostri governanti, non possiamo nasconderci dietro la nostra povertà per evitare di soccorrere”: lo scrive – ricordando la storia prima Repubblica nera a conquistare l’indipendenza il 1° Gennaio 1804 – la testata elettronica “Camerounlink”. E il Forum della Rinascita africana (Fora), associazione continentale di intellettuali, aggiunge: “Oggi più che mai Haiti ha bisogno dell’Africa: i popoli africani, l’Unione Africana, i capi di stato e di governo africani devono organizzare ogni forma di aiuto possibile per venir in soccorso ed esser solidali con la patria di Toussaint Louverture” affinché “gli haitiani possano percepire la forza dei legami che ci uniscono a loro”. L’articolo della testata camerunense sottolinea “la storia, le basi comuni delle nostre culture che devono spingere l’Africa a condividere i momenti di sofferenza con i nostri fratelli e sorelle, anche con quei pochi mezzi che abbiamo. Se non possiamo inviare fondi e soldati, mobilitiamo i nostri uomini!”. I legami storici tra il continente e Haiti sono ricordati con forza da Kadiatou Konaré, figlia dell’ex-presidente del Mali Alpha Oumar Konaré e fondatrice della casa editrice ‘Cauris’: “Oggi, come non sentirsi haitiano? Haiti, simbolo della nostra fierezza riconquistata di essere Neri. Eppure Haiti non ha mai smesso di pagare il prezzo forte della sua indipendenza, della sua posizione strategica nella lotta contro la schiavitù sia nelle colonie delle Americhe che nella conquista delle sovranità nazionali in Africa”. Sul sito ‘Journal du Mali.com’ la Konaré sollecita la solidarietà dei popoli e dei governi del continente affinché “la nostra prima Repubblica indipendente non affondi. Haiti è un esempio per il suo coraggio, per la speranza che rappresenta”. Il portale d’informazione dei camerunensi in Belgio ha scelto le parole di Aimé Césaire, poeta francese originario della Guadalupe nonché fondatore del movimento letterario della ‘Negritudine’, per testimoniare la sua vicinanza all’isola Hispaniola : “Povera Africa! Povera Haiti! Del resto è la stessa cosa (…) Non ho mai dimenticato che quest’isola ha conquistato la libertà ormai 200 anni fa, non le è stata data. Gli haitiani hanno lottato per ottenerla. Bisogna insistere sul fatto che l’hanno conquistata non solo per loro ma per tutti noi. Dobbiamo esserne loro riconoscenti”. L’articolo prosegue con un’analisi più politica delle carenze delle infrastrutture di Haiti, presenti anche in Africa e nei paesi del Sud del mondo in generale. Un problema che rende più difficile sia la prevenzione sia la risposta a simili eventi: “I nostri governi, più propensi a stringere legami di complicità con i predoni delle nostre ricchezze dovrebbero servirsi della tragedia che ancora una volta affligge i nostri fratelli haitiani per riflettere sulla gestione da loro scelta”. [VV]

2 DOMENICA DEL TO. DOMENICA 17 GENNAIO I vantaggi di avere Gesù come amico di famiglia

sabato 16 gennaio 2010

Prima Lettura: Isaia 62,1-5

Salmo: 95

Seconda Lettura: 1 Lettera ai Corinti 12,4-11

Vangelo: Giovanni 2,1-12

L’antico che lascia posto al nuovo

Il gesto compiuto da Gesù a Cana di Galilea (Gv, 2,1-12) è una manifestazione messianica, come il Battesimo al Giordano. Ma mentre al Battesimo è il Padre che svela il significato profondo del Cristo, qui è Gesù stesso che si manifesta.

Il miracolo non sottolinea la potenza del Cristo, ma è piuttosto attento ad alcuni particolari, come l’abbondanza del vino, la sua ottima qualità, il fatto stesso che esso sostituisca l’acqua preparata per le abluzioni rituali. Sono tutti tratti messianici. Gesù è il Messia, al nuova Alleanza e la nuova legge. Ma si noti subito un particolare importante. Nella messianità di Gesù è contenuta l’idea di un cambiamento: c’è qualcosa di vecchio (l’acqua) che deve venir meno per lasciar posto a qualcosa di nuovo (il vino). L’antica legge deve lasciar posto alla nuova.

Il messianismo che Gesù rivela a Cana di Galilea è tutto proteso verso l’ora (v. 4), che sappiamo essere l’ora della Croce e risurrezione. È proprio alla luce della Croce che si capisce la natura profonda della gloria che a Cana, per la prima volta, si è fatta manifesta. Potrebbe sembrare strano e scandaloso affermare che la gloria si riveli sulla Croce, che è il luogo dell’umiliazione e della sconfitta. Ma Giovanni insiste su questo pensiero. E ha ragione. La gloria di Dio, (in altre parole ciò che lo rivela al mondo, ciò che lo visibilizza: questo è, appunto, il significato di gloria) è l’inaudita potenza dell’amore che resta fedele fino al martirio.

I discepoli credettero in Gesù. La costruzione grammaticale (eis e l’accusativo) denota che la fede è uno slancio. Non si crede in una cosa o in una dottrina, ma in una persona. Il discepolo si fida di Gesù, si abbandona a lui e si lascia condurre. Come l’atteggiamento di Maria: «Fate qualunque cosa vi dirà», «Fate qualunque cosa vi dirà» (v. 5). La messianità di Gesù include un passaggio dal vecchio al nuovo. La fede è conversione, apertura al nuovo, disponibilità. Come la fede di Maria che accetta l’apparente rifiuto e si lascia condurre verso un’attesa superiore. «Non hanno più vino»: queste parole di Maria esprimono, discretamente, la speranza del miracolo. La risposta di Gesù esprime una chiara reticenza, pur acconsentendo, poi, a fare il miracolo. La reticenza di Gesù ha lo scopo di far passare la fede della Chiesa (di cui Maria è il modello) da una fede incipiente a una fede più matura. Gli uomini cercano nel miracolo la soluzione a un loro imbarazzo: Gesù fa il miracolo per una rivelazione superiore.

Don Bruno Maggioni (Biblista)

 

I vantaggi di avere Gesù come amico di famiglia
padre Raniero Cantalamessa

Il Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario è l’episodio delle nozze di Cana. Cosa ha voluto dirci Gesù, accettando di partecipare a una festa di nozze? Anzitutto, in questo modo egli ha onorato, di fatto, le nozze tra l’uomo e la donna, ribadendo, implicitamente, che esse sono una cosa bella, voluta dal creatore e da lui benedetta. Ma ha voluto insegnarci anche un’altra cosa. Con la sua venuta, si realizzava nel mondo quello sposalizio mistico tra Dio e l’umanità che era stato promesso attraverso i profeti, sotto il nome di “nuova ed eterna alleanza”. A Cana, simbolo e realtà si incontrano: le nozze umane di due giovani sono l’occasione per parlarci di un altro sposalizio, quello tra Cristo e la Chiesa che si compirà nell’ “ora sua”, sulla croce.

Se vogliamo scoprire come dovrebbero essere, secondo la Bibbia, i rapporti tra l’uomo e la donna nel matrimonio, dobbiamo guardare come sono quelli tra Cristo e la Chiesa. Proviamo a farlo, seguendo il pensiero di san Paolo su questo argomento, come è espresso in Efesini 5, 25-33. All’origine e al centro di ogni matrimonio, secondo questa visione, vi deve essere l’amore: “Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”.

Questa affermazione – che il matrimonio si fonda sull’amore – oggi sembra a noi scontata. Invece solo da poco più di un secolo si è giunti a un riconoscimento di ciò, e ancora non dappertutto. Per secoli e millenni, il matrimonio era una transazione tra famiglie, un modo di provvedere alla conservazione del patrimonio o alla mano d’opera per il lavoro dei capi, o un obbligo sociale. I genitori e le famiglie erano i protagonisti, non gli sposi che spesso si conoscevano solo il giorno delle nozze.

Gesù, dice ancora Paolo nel testo di Efesini, ha dato se stesso “al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile”. È possibile, per un marito umano, emulare, anche in questo, lo sposo Cristo? Può egli togliere le rughe alla propria moglie? Sì che lo può! Ci sono rughe prodotte dal non amore, dall’essere lasciati soli. Chi si sente ancora importante per il coniuge, non ha rughe, o, se le ha, sono rughe diverse, che accrescono, non diminuiscono la bellezza.

E le mogli, cosa possono imparare dal loro modello che è la Chiesa? La Chiesa si fa bella unicamente per il suo sposo, non per piacere ad altri.

È fiera ed entusiasta del suo sposo Cristo e non si stanca di tesserne le lodi. Tradotto sul piano umano, questo ricorda alle fidanzate e alle mogli che la loro stima e ammirazione è una cosa importantissima per il fidanzato o il marito.

A volte, è per essi la cosa che conta di più al mondo. Sarebbe grave fargliela mancare, non avere mai una parola di apprezzamento per il suo lavoro, la sua capacità organizzativa, il suo coraggio, la dedizione alla famiglia; per quello che dice, se è un uomo politico, che scrive se è uno scrittore, che crea se è un artista. L’amore si nutre di stima e muore senza di essa.

Ma c’è una cosa che il modello divino ricorda soprattutto agli sposi: la fedeltà. Dio è fedele, sempre, nonostante tutto. Oggi, questo della fedeltà è diventato un discorso scabroso che nessuno osa fare più. Eppure il fattore principale dello sgretolarsi di tanti matrimoni è proprio qui, nell’infedeltà. Qualcuno lo nega, dicendo che l’adulterio è l’effetto, non la causa, delle crisi matrimoniali. Si tradisce, in altre parole, perché non esiste più nulla con il proprio coniuge.

A volte questo sarà anche vero; ma molto spesso si tratta di un circolo vizioso. Si tradisce perché il matrimonio è morto, ma il matrimonio è morto proprio perché si è cominciato a tradire, magari in un primo tempo solo con il cuore. La cosa più odiosa è che spesso proprio colui tradisce fa ricadere sull’altro la colpa di tutto e si atteggia a vittima.

Ma ritorniamo all’episodio evangelico, perché esso contiene una speranza per tutte le coppie umane, anche le migliori. Avviene in ogni matrimonio quello che avvenne alle nozze di Cana. Esso comincia nell’entusiasmo e nella gioia (di ciò è simbolo il vino); ma questo entusiasmo iniziale, come il vino a Cana, con il passare del tempo si consuma e viene a mancare. Allora si fanno le cose non più per amore e con gioia, ma per abitudine. Cala sulla famiglia, se non si sta attenti, come una nube di grigiore e di noia. Anche di questi sposi, si deve dire mestamente: “Non hanno più vino!”.

L’episodio evangelico indica ai coniugi una via per non cadere in questa situazione, o uscirne se vi si è dentro: invitare Gesù alle proprie nozze!

Se lui è presente, gli si può sempre chiedere di ripetere il miracolo di Cana: trasformare l’acqua in vino. L’acqua dell’abitudine, della routine, della freddezza, nel vino di un amore e di una gioia migliore di quelli iniziali, come era il vino moltiplicato a Cana. “Invitare Gesù alle proprie nozze”, significa tenere in onore il Vangelo nella propria casa, pregare insieme, accostarsi ai sacramenti, prendere parte alla vita della Chiesa.

Non sempre tutti e due i coniugi sono religiosamente sulla stessa linea.

Magari uno dei due è credente e l’altro no, o almeno non allo stesso modo.

In questo caso, inviti Gesù alle nozze quello dei due che lo conosce, e faccia in modo – con la sua gentilezza, il rispetto per l’altro, l’amore e la coerenza della vita- che divenga presto l’amico di tutti e due. Un “amico di famiglia”!

 

E’ ARRIVATA LA BEFANA PER I BAMBINI DEL DESERTO -LA SETTIMANA PROSSIMA CON GLI AMICI DEL DESERTO

sabato 16 gennaio 2010

La settimana prossima andrò con una amica romagnola di Montecastello a trovare gli amici del deserto e ne approfitteremo per portare ai bambini latte ,zucchero,quaderni ,penne e in questo periodo fa molto freddo ”per loro”,porteremo anche coperte.In montagna e sopratutto alla sera il termometro scende a 18 gradi e quindi gli ospedali sono pieni di bambini con tossi raffreddori e bronchiti,per questo abbiamo pensato di comprare coperte e andare presso i nomadi ,nelle scuole del deserto e distribuirle.Daniela mi ha portato i vostri saluti e i vostri risparmi per comprare tutto questo.Grazie ancora.Al nostro ritorno vi daremo relazione della nostra bella avventura.

PORTEREMO A TUTTI IL VOSTRO SORRISO IL VOSTRO AMORE LA VOSTRA SOLIDARIETA’

6 GENNAIO-EPIFANIA DEL SIGNORE-BUONA FESTA

martedì 5 gennaio 2010

Prima Lettura: Isaia 60,1-6

Salmo: 71

Seconda Lettura: Efesini 3,2-3a.5-6

Vangelo: Matteo 2,1-12

Alcuni Magi vennero dall’oriente

“Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto la sua stella e siamo venuti per adorarlo”. Sulla scia dei Magi ripercorriamo l’itinerario dell’uomo che cerca sinceramente Dio. Troveremo alla fine che Dio ci ha preceduti e ci aspetta in una casa perché anche noi lo abbiamo ad adorare. Epifania significa appunto “manifestazione di Dio”. Quel Dio invisibile che l’uomo cerca da sempre s’è reso visibile in quel Bambino che i Magi vengono a Betlemme ad adorare.

1) LA RICERCA DI DIO

Una stella appare ai Magi. Forse erano degli astronomi, scrutatori della bellezza del creato in cui primariamente si squaderna la grandezza di Dio creatore. Dalle cose visibili l’uomo è rapito alle cose invisibili: “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore” (Sap 13,5). Scrive San Paolo: “Ciò che di Dio si può conoscere, lui stesso lo ha manifestato; le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalle creature del mondo attraverso le opere da lui compiute” (Rm 1,19-20).

In fondo è da questa radice che si nutre il senso religioso di ogni uomo e sono nate tutte le grandi religioni storiche. Ma più probabilmente questi Magi conoscevano la tradizione biblica, lì dove si parla che “una stella spunterà da Giacobbe e uno scettro sorgerà da Israele” (Nm 24,17). Vi è stato tra il popolo di Dio una lunga preparazione e attesa del Messia, che sarebbe nato a Betlemme – come attestano le Scritture e ben sanno i capi dei sacerdoti.

E’ la Bibbia allora a precisare la ricerca dell’uomo e a indirizzarne l’incontro al punto giusto, all’evento storico della Incarnazione. Il Cristianesimo porta l’uomo là dove Dio gli è venuto incontro, dove il cielo si è chinato sulla terra, dove in sostanza “il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi”. E’ un fatto storico, un punto geografico preciso l’incrocio tra le strade dell’uomo e quelle di Dio.

A Gerusalemme i Magi trovano l’indifferenza della città e il sarcasmo di Erode. Non è facile il cammino della ricerca di Dio, ieri come oggi. Una cultura, la nostra, che per lo meno è indifferente, quando non ostile e stoltamente supponente nei confronti del fatto religioso; e in particolare nei confronti del Cristianesimo e della Chiesa. Ma in alternativa cosa sa offrire? Magia, sette, e – oggi – le stupidaggini pagane della befana! Pura irrazionalità e generico sentimentalismo come è nella forma vagamente religiosa che si sta diffondendo chiamata New Age. Quanto è penoso vedere gente che lascia la sicurezza documentata di Cristo per volgersi alle più sciocche favole ammannite dalla televisione!

2) LA MANIFESTAZIONE DI DIO

E i Magi “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono”. Riconoscono in quel bambino il Dio fatto uomo. “Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. Commenta Sant’Ambrogio: “L’oro spetta al re, l’incenso a Dio, la mirra al defunto”. Cioè riconoscono in quel Bambino il Messia, re discendente di Davide; il Dio fatto carne; il Figlio di Dio che muore per noi.

Il mistero sconvolgente del Natale è appunto quello di un Dio venuto tra noi, prima nella storia col nascere a Betlemme, e poi nella vita di ognuno, oggi, nella Chiesa e nel sacramento, fino a farsi pane, nostro nutrimento! Un Dio con noi e per noi! Anzi, per tutti. Oggi, nella seconda lettura, San Paolo si mostra orgoglioso di essere annunciatore di un mistero tenuto nascosto per secoli e ora finalmente svelato, un progetto cioè di Dio per il quale “i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa, per mezzo del vangelo”.

Si sono cioè spalancate le porte: quel che all’inizio era dono ad Israele – l’alleanza e la comunione con Dio – ora è offerto a tutti. I Magi ne sono come la primizia e il simbolo. Isaia aveva sognato i tempi in cui Gerusalemme sarebbe diventata il centro d’incontro di tutti i popoli col Signore: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del suo sorgere. Tutti costoro si sono radunati, vengono a te.. proclamando le glorie del Signore”. E’ scritto: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4).

I modi di questa chiamata per ogni uomo sono sorprendenti e propri. Per i Magi fu il discreto tremolare di una stella; per ognuno di noi Dio pone dei segni e fa seguire itinerari personali. A noi chiede di essere attenti, incominciando a consentire con la rettitudine e la fedeltà della coscienza, prima voce di Dio e prima forma della sua chiamata. Divenire seri di fronte alla vita e porsi l’interrogazione sul significato e il fine della propria esistenza è condizione indispensabile per incrociare le risposte di Dio. Senza precludersi lo studio di ciò che oggettivamente Dio ha posto per incontrarci; lo studio quindi, sincero, della Bibbia.

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Termina oggi il ciclo dell’Incarnazione. Un Dio che si rivela per comunicarsi. Un Dio che ama la nostra carne per contagiarla della sua divinità: è mistero decisivo per la sorte dell’uomo e della sua storia. L’immagine che meglio ne coglie il senso è quella dello sposalizio. Un antico canto orientale – caduto come canto alla comunione entro la Liturgia Ambrosiana di oggi – così si esprime: “Oggi la Chiesa si unisce al celeste suo sposo che laverà i suoi peccati nell’acqua del Giordano. Coi loro doni accorrono i Magi alle nozze del Figlio del Re, e il convito si allieta di un vino mirabile”. Mirabili nozze abbiamo celebrato con Dio in questo Natale; siamone degni e fedeli!
Don Bruno Maggioni (Biblista)