Archivio di febbraio 2010

LA SCUOLINA DI NDAI(OBOK).

sabato 27 febbraio 2010

Dopo alcuni mesi di dialogo con la gente ,i responsabili della zona,a 50 km. da Obok,lungo un wed ai piedi di montagne rocciose e scosese,è nata una scuolina comunitaria.Le suore residenti a Obok da alcuni mesi frequentavano ogni lunidì la zona incontrando i bambini,figli dei pastori nomadi.Per qualche ora hanno intrattenuto i ragazzi iniziando ad animarli alla conoscenza del francese,e verso le 12 tutti a pranzo,le cuoche sono le mamme che hanno accompagnato i bambini.Riso pasta,tonno e sardine sono portate dalle suore.Da lunedì un giovane della zona che ha studiato si presta a fare scuola fino al giovedì e così i 45 bambini ,si radunano tutti i giorni ,alcuni vengono da molto lontano,per imparare a scrivere leggere e far di conto tutto in francese,è il progetto che con l’aiuto vostro realizzeremo quest’anno e l’anno prossimo.Dopo una animazione,e una iniziazione così ,i responsabili della zona hanno la forza di chiedere alle autorità che la scuola diventi statale e normalmente la direzione scolastica di zona invia un insegnante e nei casi più fortunati ha anche costruito un bel edificio.Per ora le famiglie dei bimbi hanno costruito una baracca stile ovile per capre ,ma va bene ,noi abbiamo portato tutto il materiale scolastico e paghiamo il giovane ”insegnante” e forniamo loro il mangiare per i giorni che vengono a scuola.I Bimbi sono veramete entusiasti di imparare ,dovreste vedere i loro occhi curiosi e le loro bocche aperte a prununciare quelle parole che per loro suonano ancora così strane.Ma meglio delle parole parlano le foto che allego.Le suore continuano ad andare tutti i lunedì ed io ogni 15 giorni per potar loro i sacchi di riso o di pasta.Grazie al vostro aiuto ancora una goccia cade nel mare per avere un futuro di pace e fratellanza tra i popoli ,allora se continuiamo a sognare assieme il sogno si realizzerà ,naturalmente sempre con ,anche l’aiuto di Chi dirige tutto e tutti,Dio ,Yavhè.Allah.GRAZIE.
La prossima settimana con la Federica e Stefano di Gambettola ,che vengono a trovarmi,staremo qualche giorno con loro,e sarà subito fraternità.

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2 DOMENICA DI QUARESIMA -IL TABOR-

sabato 27 febbraio 2010

Sul Tabor
Siamo entrati nel deserto della quaresima per arrivare fino a lì, su quella piccola collina di Galilea, arsa dal sole, disseminata di alberi frondosi e battuta dal vento del mare.
Vogliamo riscoprire e scegliere che uomini essere, come Gesù ha scelto che Messia diventare, per potere salire, come gli apostoli, quel piccolo monte che ad ogni credente dice la bellezza di Dio.
Sì, perché di bellezza, si tratta.
Tabor evoca il momento in cui Gesù, grande Rabbì, carismatico profeta, svela la sua vera identità, supera il limite e si dona alla vista sconcertata e stupita degli apostoli. Tabor dice l’assoluta diversità di Dio, la sua immensa gloria, la sua indescrivibile bellezza.
Tabor è la meta della quaresima.
E questo occorre dirlo e ridirlo a noi cattolici inclini all’autolesionismo, che associamo la fede al dolore, che raffiguriamo sempre Gesù come il crocifisso, scordandoci del Risorto, e che già pensiamo alla quaresima come al tempo della rinuncia e non al tempo dell’opportunità e della conversione, del combattimento e della lotta interiore per vincere la gara.
Verrà il tempo del dolore, e su un altro monte, una piccola cava di pietra in disuso chiamata Golgota, vedremo l’appeso, volgeremo lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Il bellissimo
Ma prima – assolutamente – occorre ricordarci della bellezza di Dio, della sua inebriante presenza. La liturgia, provocatoriamente, pone la trasfigurazione all’inizio del cammino penitenziale, per indicarci il luogo da raggiungere. Se pongo dei gesti di conversione e di solidarietà, di rinuncia e di digiuno, di preghiera e di essenzialità è solo per poter essere libero e vedere la gloria del Maestro.
Siete già saliti sul Tabor nella vostra esperienza di fede?
Dio ci dona – a volte – di assistere alla sua gloria.
“Raptim”, diceva il grande Agostino. Fugacemente.
Un momento di preghiera che ci ha coinvolto, una messa in cui siamo stati toccati dentro, una giornata in quota in mezzo alla neve con la bellezza della natura che diventa sinfonia e ci mozza il fiato. Attimo, barlumi, in cui sentiamo l’immenso che ci abita.
E il sentimento diventa ambiguo: talmente grande da averne paura, talmente infinito da sentircene schiacciati, talmente immenso da restarne travolti.
È la paura che prende Pietro e compagni, è il terrore che abita Abramo prima di incontrare il suo Dio. Il sentimento della bellezza di Dio, la percezione della sua maestà ci motiva e ci spinge. Pietro lo sa: “È bello per noi restare qui”.
Finché non giungeremo a credere grazie alla bellezza che ci avvolge, ci mancherà sempre un tassello della fede cristiana.
Sapete perché sono cristiano, amici?
Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, ripartire dalla bellezza. Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati. Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo. Orribile la vita caotica e tesa che siamo costretti a vivere, sempre spronati alla concorrenza, alla lotta, alla sfida. Orribile il dolore che nasce quando l’amore esplode, quando il dolore che ci creiamo e alimentiamo, ci travolge.
Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà.

Mission possible
Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea?
Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità?
Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede? Nel celebrare il Risorto?
È noioso credere. Giusto – certo – ma immensamente noioso.
Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido.
Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo.
Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.
Facciamo delle nostre vite delle profezie di bene e di armonia, pronti a donare, a sorridere, a perdonare con matura e sofferta consapevolezza. Tiriamo fuori tutto il bello che c’è in noi.
Sogno e lotto per la rivoluzione della bellezza, la conversione all’amore, come discepoli di questo bellissimo Dio che stiamo cercando.
Dio, lo splendido, ci rende splendidi, se lo lasciamo fare.

Non scommettere su una pace non…

sabato 27 febbraio 2010

(Tonino Bello)

Non scommettere sulla pace che non venga dall’alto: è inquinata.
Non scommettere sulla pace non connotata da scelte storiche concrete: è un bluff.
Non scommettere sulla pace che prenda le distanze dalla giustizia: è peggio della guerra.
Non scommettere sulla pace che si proclami estranea al problema della salvaguardia del creato: è amputata.
Non scommettere sulla pace che sorrida sulla radicalità della nonviolenza: è infida.
Non scommettere sulla pace che non provochi sofferenza: è sterile.
Non scommettere sulla pace come “prodotto finito”: scoraggia

Che senso ha il dolore nel mondo contemporaneo?

martedì 16 febbraio 2010

Il Cardinale Angelo Comastri interviene sul tema

di Carmen Elena Villa

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 14 febbraio 2010 (ZENIT.org).- A questo mondo niente è più certo della morte, e paradossalmente questa è un tema tabù e perfino proibito in molti ambienti.

Il Cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, si è riferito a questo fenomeno durante il suo intervento “Il dolore e la sofferenza hanno senso per l’uomo nel mondo contemporaneo?”.

Il discorso è stato pronunciato in occasione del Congresso “La Chiesa al servizio dell’amore per i sofferenti”, svoltosi nei giorni scorsi nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, per commemorare i 25 anni della fondazione del Pontificio Consiglio per la Salute.

Un tema inevitabile che molti vogliono evitare

Il porporato si è riferito ai termini “sofferenza” e “morte” osservando che sono come “due sorelle che si chiamano vicendevolmente e si tengono per mano”, e ha definito la morte come “la consumazione delle sofferenze”.

Utilizzando esempi e statistiche, il Cardinale ha illustrato come la mentalità contemporanea cerchi sempre più il comfort e ciò che porta a sfuggire dal dolore e dall’inevitabile morte.

“Perché tanto silenzio attorno al problema della morte? Perché circola tanta paura attorno alla morte, che è un passo ineludibile di ogni persona che nasce? E, di conseguenza, perché tanta paura della malattia e della sofferenza?”, si è chiesto.

L’Arciprete ha risposto affermando che la morte “smonta la falsa visione della vita, che ha fatto presa sugli uomini del XX secolo”, e ha alluso a questo proposito al pensatore francese Jean-Paul Sartre (1905 – 1980), che affermava che l’uomo “nasce senza ragione, sopravvive per debolezza, muore per caso”.

“Apriamo gli occhi!”, ha esortato. “E facciamoli aprire ai giovani, che, come farfalle, girano attorno alle false luci della modernità e ci cadono dentro, morendo e stoltamente”.

Il porporato ha quindi criticato i sistemi economici che riducono l’uomo al solo livello produttivo, dimenticando il vero senso della sua vita: “L’uomo infatti non vive di solo pane: l’uomo ha bisogno di capire perché mangia il pane, perché vive e… perché muore. Se rinuncia a questo, rinuncia all’umanità!”

Nonostante tanti progressi della medicina, ha aggiunto, “poco è cambiato da venticinque secoli da quando il salmista biblico esclamò: ‘Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti. Passano presto e noi ci dileguiamo’” (Salmo 90).

Per questo, ha indicato che “non possiamo accettare la soluzione del nichilismo, cioè la soluzione di chi pensa che l’uomo venga dal niente e al niente ritorni”.

Il Cardinale ha portato l’esempio della celebre rivista nordamericana Playboy, in cui “è proibito parlare di bambini, di prigioni, di disgrazie, di vecchi, di malattie. Ma, soprattutto, è rigorosamente vietato parlare di morte”.

Di fronte a questo fenomeno, ha affermato che “la civiltà del consumismo vuole soltanto consumatori, bocche che mangiano, corpi che cercano sensazioni ma non cercano alcun senso, alcun significato per la loro vita”.

Ad ogni modo, si è accettato il fatto che nel cuore umano esista sempre la possibilità che sbocci un senso del vivere, del soffrire e del morire.

“Tuttavia noi dobbiamo sapere che esiste questo dramma: il dramma di una cultura che ha rifiutato Dio e non è pentita di questo rifiuto, però avverte un senso lacerante di ‘vuoto’”, ha osservato.

Ha poi ricordato la testimonianza di un giovane italiano chiamato Ricciardetto, che nel 1970 si rese conto di avere una malattia terminale. “Se avessi il conforto della fede potrei rifugiarmi in essa, e in essa troverei la necessaria rassegnazione – diceva -. Ma la fede, purtroppo, l’ho perduta da tempo”.

Per mostrare un esempio recente del modo cristiano di sopportare il dolore, ha allora citato la giovane venerabile Benedetta Bianchi Porro, morta a 27 anni nel 1964 dopo una lunga e prolungata paralisi del corpo. “In questo abisso di dolore, Benedetta incontra Gesù e il dolore diventa un ‘luogo’ in cui vivere la speranza e, soprattutto, la carità”, ha segnalato.

Il Cardinale ha ricordato come Benedetta iniziò a evangelizzare attraverso lettere che scriveva a persone nella sua stessa situazione: “questa è la notizia meravigliosa che Benedetta grida con tutta la sua sconvolgente storia: Dio abita anche nel dolore; e, pertanto, il dolore non è più dolore, non è più causa di disperazione, non è più senza senso”.

1 DOM. DI QUARESIMA -DON BRUNO MAGGIONI

martedì 16 febbraio 2010

Sorprende che è lo Spirito Santo ricevuto al Battesimo che conduce Gesù nel deserto, dove avviene il confronto con Satana. Filiazione divina, dono dello Spirito e missione (queste le tre fondamentali strutture del Battesimo) non sottraggono alla prova, ma al contrario inaugurano un’esistenza costantemente messa alla prova.
Satana suggerisce a Gesù di percorrere una via messianica conforme alle attese popolari. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio racconta – ad esempio – che uomini fanatici sobillavano il popolo invitandolo a recarsi nel deserto perché Dio avrebbe ripetuto il prodigio della manna, o a recarsi sulla spianata del Tempio dove il Messia sarebbe prodigiosamente disceso dal cielo, e assicuravano che il Messia avrebbe assunto la sovranità sul mondo intero. Conformarsi alle attese del popolo (per essere in tal modo accettato e popolare) o attenersi alla parola di Dio? Ecco la prova.
Certo non è difficile scoprire nella triplice prova di Gesù anche una dimensione morale, diciamo personale e quotidiana, interna a noi stessi e al nostro mondo: la tentazione di servirsi persino della potenza di Dio per «avere» o «potere» o «farsi valere». Atteggiamento che corrisponde ai canoni del mondo, ma che per il Vangelo è suggestione di Satana. La potenza di Dio è donata per amare e servire, non per avere, potere e farsi valere.
«Se sei Figlio di Dio, dimostralo», ripete Satana. E difatti Gesù lo ha dimostrato, ma per una via completamente differente: l’obbedienza, la fiducia nel Padre, il servizio, la dedizione fino alla Croce.
Non si può però terminare la lettura di questo racconto di Luca senza osservare la sua sorprendente conclusione: «Il diavolo si allontanò da Lui per ritornare nel tempo fissato». Dunque la prova non è un episodio chiuso, ma aperto. È previsto un tempo in cui Satana ritornerà. La prova si riproporrà nella vita di Gesù e, più tardi, nella vita della comunità e dei discepoli. In un certo senso, tutta la vita di Gesù fu accompagnata dalla prova, come ebbe a dire egli stesso ai discepoli: «Voi siete rimasti costantemente con me nelle mie prove». Una prova insistente, proveniente da varie parti (da Satana, da scribi e farisei, dalla gente) e tuttavia sempre uguale nel contenuto, il tentativo, cioè, di distogliere Gesù dalla fiducia nella parola di Dio per indurlo a percorrere strade umanamente più promettenti. Una prova che Gesù superò nella preghiera e nella vigilanza e nel più completo e fiducioso abbandono nelle mani del Padre, rifiutando fino all’ultimo ciò che il tentatore gli aveva proposto sin dall’inizio: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso».

Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni

martedì 16 febbraio 2010

La frase si trova in un testo del Concilio, ed è splendida per dottrina e concisione. Dice che, all’annuncio dell’angelo, Maria vergine “accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio”.
Nel cuore e nel corpo.
Fece largo, cioè, nei suoi pensieri ai pensieri di Dio, ma non si sentì per questo ridotta al silenzio.
Offrì volentieri il terreno vergine del suo spirito alla germinazione del Verbo; ma non si considerò espropriata di nulla. Gli cedette con gioia il suolo più inviolabile della sua vita interiore; ma senza dover ridurre gli spazi della sua libertà. Diede stabile alloggio al Signore nelle stanze più segrete della sua anima, ma non ne sentì la presenza come violazione di domicilio.
Santa Maria, donna accogliente aiutaci ad accogliere la Parola nell’intimo del cuore. A capire, cioè, come hai saputo fare tu, le irruzioni di Dio nella nostra vita. Egli non bussa alla porta per intimarci lo sfratto, ma per riempire di luce la nostra solitudine.
Non entra in casa per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà.
Lo sappiamo: è la pura del nuovo a renderci spesso inospitali nei confronti del Signore che viene. I cambiamenti ci danno fastidio. E siccome lui scombina sempre i nostri pensieri, mette in discussione i nostri programmi e manda in crisi le nostre certezze ogni volta che sentiamo i suoi passi, evitiamo di incontrarlo, nascondendoci dietro la siepe, come Adamo tra gli alberi dell’Eden. Facci comprendere che Dio, se gusta i progetti, non ci rovina le festa; se disturba i nostri sonni, non ci toglie la pace.
E una volta che l’avremo accolto nel cuore, anche il nostro corpo brillerà della sua luce.

QUARESIMA :METTERSI IN CAMMINO . P.RENATO

martedì 16 febbraio 2010

Forse a prima vista sembra un tempo triste, come l’inverno per le stagioni. La quaresima sembra un periodo che limita, rinchiude, trattiene e costringe la vita. Suggerisce, infatti, da sempre un senso di ascesi, una tradizione di disciplina, un limite in ogni cosa.
Invece, la quaresima è un tempo meraviglioso, luminoso. Invita a un dinamismo nuovo. Risveglia a una vitalità insospettata. E fa toccare con mano una forza straordinaria, la forza di Dio nascosta in ognuno. Essa incoraggia a mettersi in cammino.
Di fronte alla continua tentazione di sedersi, di istallarsi nell’abitudine, di rifiuto dell’altro o della novità, di sprofondarsi nei propri interessi essa stimola energicamente a riprendere il cammino. Ad avanzare verso l’altro, il differente da noi. Ed è come l’aria fresca del mattino che contiene una forza dinamizzante ad ogni passo, perchè libera la vita che è in noi per la vita dell’altro.
Ricordo un vecchio sacerdote francese quando spiegava ai bambini il senso del peccato. E mi stupiva come non ricorresse alla “pastorale della paura”, così abituale un tempo, quella che scuote gli animi promettendo pene o castighi. Aveva, invece, un approccio inedito che lasciava attoniti i suoi ragazzi.
E spiegava loro che il peccato più grave è quello di omissione. Perchè ricordava loro con entusiasmo:“Avete delle forze, delle qualità belle, delle energie nascoste con cui poter rivoluzionare il mondo. E non muovete un dito. Potete rendere più bello il nostro ambiente, più fraterno il nostro rapporto e invece si preferisce restare sulle proprie difese. E giocare, invece, con l’invidia, l’ambizione, l’arroganza, la gelosia, tutti veri sentimenti di chiusura o di paralisi!”
Quaresima è il tempo di mettersi in cammino, di uscire dalla chiesa. E ricordare che il vero praticante di una religione non è colui che va in chiesa, ma colui che esce e mette in pratica. Sì, realizza ciò che al suo interno ha cantato, proclamato, ascoltato o meditato: il perdono, la solidarietà, la riconciliazione, l’apertura gioiosa e missionaria all’altro, differente da noi.
È il tempo di tracciare sentieri nuovi, di aprire strade originali di incontro, di seminare speranza e ottimismo. Questo, in fondo, è “una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccesssi, una forza he non lascia mai il futuro agli avversari. Il futuro lo rivendica per sè!” Ripeteva questo con convinzione un pastore protestante, Dietrich Bonhoeffer. Al momento di essere trascinato alla morte a 39 anni di età sotto il nazismo, nella notte precedente l’esecuzione scriveva “La vittoria è sicura!”
Anche la morte serve alla vita dell’altro o dei valori in cui si crede. Splendida lezione del cammino di quaresima.

PREGHIERA A MARIA

Santa Maria, donna bellissima, attraverso te vogliamo ringraziare il Signore per il mistero della bellezza.
Egli l’ha disseminata qua e là sulla terra, perché lungo la strada, tenga deste, nel nostro cuore di viandanti, le nostalgie insopprimibili del cielo.
Riconciliaci con la bellezza.
Tu lo sai che dura poco nelle nostre mani rapaci.
Facci comprendere che sarà la bellezza a salvare il mondo.

ALFABETIZZIAMO con la MARAFFA

domenica 14 febbraio 2010

Dopo il grande successo delle torte alla Consolata non potevamo fermarci e così ecco il torneo di MARAFFONE, per promuovere i progetti di Padre Francesco. Tutti invitati e portate tanti giocatori!

Grazie a tutti per le torte!A chi le ha fatte e a chi le ha mangiate :)

torneo maraffa

GRAZIE A TUTTI

lunedì 8 febbraio 2010

Carissimi grazie di avermi manifestato la vostra vicinanza con auguri e preghiere per la mia nomina,ma voglio chiarire alcune cose.E’ una nomina che mi impegna ancora di più a servire i nostri amici gibutini,collaborare con il Vescovo nel gestire la Diocesi che è poi non cisì grande,anche se i problemi sono molti.Comunque conto molto sulla vostra amicizia e la vostra vicinanza.
GRAZIE
Gesù risorge anche oggi
—————————–
(L. Cammaroto)

Credevo che avessero ucciso Gesù,
e oggi l’ho visto dare un bacio a un lebbroso.
Credevo che avessero cancellato il suo nome,
e oggi l’ho sentito sulle labbra di un bambino.
Credevo che avessero crocefisso le sue mani pietose,
e oggi l’ho visto medicare una ferita.
Credevo che avessero trafitto i suoi piedi,
e oggi l’ho visto camminare nelle strade dei poveri.
Credevo che l’avessero ammazzato una seconda volta con le bombe,
e oggi l’ho sentito parlare di pace.
Credevo che avessero soffocato la sua voce fraterna,
e oggi l’ho sentito dire:
“Perché, fratello?” a uno che picchiava.
Credevo che Gesù fosse morto nel cuore degli uomini
e seppellito nella dimenticanza,
ma ho capito che Gesù risorge anche oggi
ogni volta che ogni uomo ha pietà di un altro uomo.

NELLA NOSTRA AMICIZIA CRISTO RISORGE ANCHE OGGI

COMUNICATO

venerdì 5 febbraio 2010

5 febbraio 2010
Mons.Giorgio Bertin ,Vescovo di Mogadisio(Somalia) e Gibuti,oggi festa della martire S.Agata,nella chiesa di Boulaos (Gibuti) dopo aver avuto il parere favorevole del Sup.Generale dei Missionari della Consolata P.Aquileo Fiorentini,ha nominato Vicario Genarale della diocesi P.Francesco Giuliani.
Con l’aiuto della madre SS.Consolata e del Padre Fondatore Beato Giuseppe Allamano il padre ha confessato,davanti al Vescovo e un piccolo drappello di fedeli, la sua disponibilità a servire anche in questo modo la Chiesa che testimonia la Fede ,la Speranza,la Carità in questa regione del medio oriente dove ,pochissimi sono i cattolici e la maggioranza della gente è di religione Mussulmana.