Archivio di aprile 2010

SE LA MEMORIA NON MUORE. A 30 ANNI DAL MARTIRIO, IL MONDO RICORDA MONS. ROMERO

sabato 24 aprile 2010

SAN SALVADOR-ADISTA. Se, assassinando mons. Oscar Romero, i suoi nemici pensavano di poter ucciderne anche la memoria, non potevano sbagliarsi di più. Di anno in anno, il numero di quanti celebrano il martirio dell’arcivescovo non fa che aumentare, nel Salvador e nel mondo intero, come testimoniano le innumerevoli iniziative per il trentesimo anniversario della sua morte. Nel Salvador, dove i governi di Arena (il partito fondato dal maggiore Roberto D’Abuisson, riconosciuto dalla Commissione per la Verità come mandante dell’assassinio) hanno tentato per vent’anni di seppellire il ricordo di Romero sotto una coltre di silenzio, è accaduto finalmente quello che il popolo ha atteso per tanto tempo: il riconoscimento della responsabilità storica dello Stato salvadoregno nell’omicidio dell’arcivescovo, secondo quanto richiesto – sulla base delle raccomandazioni rivolte dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) – dalla Concertación Mons. Romero, il cartello di associazioni promotore della Campagna “Verità, giustizia e speranza”, il cui obiettivo è quello di esigere e verificare il rispetto delle tre raccomandazioni della Cidh sul caso Romero (indagini, processo e sanzione dei mandanti ed esecutori del crimine; atti di riparazione nei confronti della famiglia di Romero, della Chiesa e della società salvadoregna; adeguamento della legislazione nazionale alla Convenzione americana sui diritti umani, con l’abrogazione della legge di amnistia promulgata nel 1993).

Non sono state accolte, tuttavia, le proposte che la Concertación aveva rivolto al presidente Mauricio Funes in una lettera rimasta senza risposta: che, cioè, tale riconoscimento avvenisse nell’atrio della cattedrale, in quanto luogo storico dell’incontro tra mons. Romero e il popolo salvadoregno, e, soprattutto, che le vittime, anziché limitarsi ad ascoltare, potessero prendere la parola per esprimere le proprie aspettative. Il presidente ha scelto invece la sede dell’aeroporto internazionale di Comalapa, dove, il 24 marzo, ha chiesto perdono “alla famiglia dell’arcivescovo e anche al popolo salvadoregno che è stato, è e sarà la grande famiglia di mons. Romero, come pure alle migliaia di famiglie che sono state colpite da una violenza inaccettabile”. All’aeroporto il presidente ha anche inaugurato un grande murale di 2 metri per 6 con le scene più importanti della vita dell’arcivescovo, come “‘biglietto da visita’ per gli stranieri e anche per i compatrioti che fanno ritorno nel Paese, in modo che conoscano questa esperienza e questa eredità storica”. In precedenza – fatto altrettanto storico – l’Assemblea legislativa aveva approvato il decreto che istituisce il 24 marzo come Giornata nazionale di mons. Romero. E, ancora prima, il governo aveva annunciato l’impegno a dare seguito alle raccomandazioni della Cidh (completamente disattese dai governi precedenti).

“Così uccidemmo Romero”

Proprio riguardo al chiarimento del caso Romero, nuovi dati emergono da una lunga e impressionante intervista, dal titolo “Así matamos a Monseñor Romero”, concessa al giornale salvadoregno on line El Faro (www.elfaro.net) dall’ex capitano Álvaro Rafael Saravia, braccio destro del maggiore D’Abuisson e anche lui coinvolto nell’omicidio dell’arcivescovo. Saravia, che nel 2004 è stato condannato negli Stati Uniti, in un processo civile svoltosi a Fresno, a versare ai familiari di Romero 10 milioni di dollari (v. Adista n. 63/04) oggi vive nascosto in un imprecisato Paese “in cui si parla spagnolo”, e non a caso: se si esclude Amado Garay, l’autista della macchina che ha trasportato il killer, che oggi vive negli Usa sotto il programma di protezione dei testimoni, altre cinque persone coinvolte a vario titolo nel crimine sono tutte morte, una per suicidio, le altre assassinate. E non solo nascosto, ma in condizioni di profonda miseria: “La peggiore disgrazia del mondo, la povertà!”. “Come avrebbe potuto non diventare guerrigliero – dice oggi, quando quella povertà la soffre sulla sua stessa carne – un uomo che vedeva i propri figli morire di fame? (…). Se un giorno potessi fare qualcosa per questa gente lo farei. Anche prendere le armi”.

L’ex capitano riconosce la sua partecipazione al crimine (“Morirò perseguitato da quanto è successo”): fu lui a consegnare agli assassini l’auto, una Volkswagen Passat rossa, e fu ancora lui a versare i soldi al killer, soldi prestati a D’Aubuisson da Eduardo Lemus O’Byrne, un noto imprenditore salvadoregno, già presidente dell’Associazione Nazionale dell’Impresa Privata, che oggi nega tutto. Ma Saravia allarga anche il quadro delle responsabilità, e afferma che il killer – un membro del corpo di sicurezza di Mario Molina, figlio dell’ex presidente Arturo Armando Molina (’72-’77), e oggi ritirato a vita privata – vive ancora oggi nel Salvador. E “lui sa”.

Dichiarazioni, quelle di Saravia, che, come ha dichiarato Marisa D’Aubuisson – la sorella del maggiore da sempre devota all’arcivescovo – “ci daranno ora altri argomenti per chiedere alla Procura di istruire un processo”. Quanto alle responsabilità di suo fratello nel crimine, Marisa D’Abuisson racconta, sempre a El Faro, di avergliene chiesto conto non appena erano cominciato a circolare le voci sul suo coinvolgimento. E il maggiore aveva risposto: “A quello che ha ammazzato questo figlio di puttana faranno un monumento”. In ogni caso, come evidenzia El Faro, quelle voci hanno senz’altro giovato alla carriera di D’Abuisson, consolidandone la leadership nelle file dell’estrema destra e trasformandolo in “icona della lotta anticomunista”: fondatore di Arena, il partito che ha governato il Paese per 20 anni, D’Abuisson ha anche ricoperto, dall’‘82 all’‘85, la carica di presidente dell’Assemblea Costituente ed ha conservato il suo posto di deputato fino alla sua morte, nel ‘92, per un tumore alla gola.

La memoria viva di mons. Romero

Al di là delle iniziative statali, molte altre attività – liturgiche, teologico-pastorali e culturali, alcune delle quali dirette esplicitamente ai giovani – si sono svolte per iniziativa della Fundación Monseñor Romero, sul tema “Monsignor Romero, speranza delle vittime”: tra le altre, la “processione della luce” seguita da una messa nell’atrio della cattedrale, il 20 marzo; un festival artistico il 23 marzo; un Congresso di teologia dal titolo “A 30 anni dal martirio di mons. Romero, conversione e speranza”, organizzato dal Centro Monsignor Romero dell’Università Centroamericana José Simeón Cañas (Uca), con gli interventi dei teologi Xavier Alegre, Gustavo Gutiérrez, María Clara Lucchetti, José Comblin, Luiz Carlos Susin, Jon Sobrino, dal 18 al 23 marzo e, negli stessi giorni, una serie di incontri nella cripta della cattedrale animati da diverse comunità ecclesiali; infine, il 24 marzo, una concelebrazione ecumenica in memoria di Romero nella cappella dell’Hospitalito, dove l’arcivescovo venne assassinato, seguita da una processione diretta alla cattedrale.

Ricco anche il programma di iniziative in Italia, a partire dalle tradizionali celebrazioni romane promosse dal Comitato romano Oscar Romero e organizzate dal Cipax (non ancora concluse nel momento in cui scriviamo) su cui avremo occasione di tornare. (claudia fanti)

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PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE DEI LAICI MISSIONARI DELLA CONSOLATA

sabato 24 aprile 2010

I Laici Missionari della Consolata sono ormai una realtà. Nate in epoche diverse, le comunità LMC sono cresciute e si sono strutturate in modi differenti. Diverso è il modo di incontrarsi, diverse le attività missionarie che portano avanti, diverso è il percorso formativo che hanno alle spalle.
Ma uno solo è il fine, quello della missione, ed uno solo è lo spirito, quello “di famiglia” che li lega intimamente ai Missionari e alle Missionarie della Consolata.
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Ebbene, dopo alcuni decenni, in cui le singole comunità LMC hanno seguito la propria storia, determinata dalle variabili contingenti oltre che dal soffio dello Spirito, è iniziato un processo di conoscenza e di collaborazione tra le diverse comunità, che ha portato alla nascita di un Coordinamento Regionale in molte Circoscrizioni, e ad un Coordinamento Continentale in Europa ed in America Latina.

E’ dunque arrivato il tempo di organizzare un Primo Incontro Internazionale dei LMC, in cui uno o due rappresentanti di ogni Circoscrizione in cui siano presenti una o più comunità LMC possano incontrarsi per conoscersi e dare origine ad una rete di contatti.
Quella sarà l’occasione per confrontarsi sui temi fondanti del Laicato Missionario della Consolata, oltre che per rinsaldare il legame con gli Istituti Missionari fondati dal Beato Giuseppe Allamano.
L’idea è nata in seno al Coordinamento Europeo LMC, ed è stata successivamente appoggiata e sostenuta dalle Direzioni Generali dei due Istituti, che vedono come un segno dello Spirito il fatto che i Laici Missionari della Consolata vogliano incontrarsi e confrontarsi sulla propria identità alla vigilia dei prossimi Capitoli Generali.

Sul blog www.lmcmeetings.blogspot.com è possibile leggere la lettera di invito del Coordinamento Europeo LMC, ed aggiornarsi circa il programma e le modalità di iscrizione e partecipazione all’incontro
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IV DOMENICA DI PASQUA -IL BUON PASTORE

sabato 24 aprile 2010

“Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dissero: ‘Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente’. Gesù rispose loro: ‘Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola’. Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo” (Gv 10,22-31).

“Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. (…) Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: ‘Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello. (…) Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita’ (Ap 7,9.14b-17).

“Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. (…) I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13,48.52).

La IV Domenica di Pasqua è detta del “Buon Pastore”, e coincide con la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni di “speciale consacrazione”. Entrambe le cose suonano forse estranee al nostro mondo e alla semplice vita familiare, ma riflettendo sul contesto delle Letture proposte e sul fondamento battesimale di ogni vocazione cristiana, possiamo fare nostro il messaggio della liturgia.

Al tempo di Gesù, i pastori vivevano in una tale intimità di vita con le loro pecore da far pensare al calore di una famiglia, o alla simbiosi di una vera e propria amicizia affettiva, com’è descritto nella meravigliosa parabola raccontata dal profeta Natan al re Davide, reo di essersi iniquamente impossessato della sposa di Uria, paragonata a “una pecorella piccina…vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno… come una figlia” (2Sam 12,3).

Al di là dell’antica cultura nomade di Israele, una simile, reciproca appartenenza vitale era l’icona di quella, ben più profonda ed essenziale, che legava il popolo al suo Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Tutto ciò non è incomprensibile, ma sembra aver poco o niente da dire al nostro mondo “digitale”, come osservava già più di sessant’anni fa, Romano Guardini: “Vogliamo ammettere che sentiamo addirittura dell’imbarazzo quando i fedeli sono paragonati ad un gregge di pecore” (R. G., “Il Signore”, parte terza, cap II).

E’ perciò opportuno mutuare l’icona pastorale con un’altra più familiare ed universale, anch’essa perfettamente biblica, da Dio stesso rivelata con queste commoventi parole: “A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Osea 11,3-4).

E’ questa la rivelazione della vocazione nativa di ogni essere umano all’intimità divina, ineffabile relazione d’amorosa amicizia con Dio, Padre e Pastore delle nostre anime, nel Figlio suo Gesù Cristo. Ponendo in parallelo i testi di Osea e Giovanni, vediamo scaturire la luce del volto materno di Dio: “insegnavo a camminare tenendolo per mano” || “ascoltano la mia voce e mi seguono”; “ma essi non compresero che avevo cura di loro” || “voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”;“io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore” || “nessuno le strapperà dalla mia mano..e nessuno può strapparle dalla mano del Padre”; “mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” || “io do loro la Vita eterna”.

Il dono meraviglioso di questa Vita eterna è contemplato a Patmos dal discepolo che Gesù amava: “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi” (Ap 7,17). Lo stesso discepolo aveva rivelato a Cafarnao che la beatitudine di una simile sazietà è un “già” possibile fin d’ora, purchè si desideri il vero nutrimento del nostro cuore inquieto: “Gesù disse loro: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

La “moltitudine immensa” descritta da Giovanni in Paradiso è una specie di “Via lattea” stellare, dato che ognuno porta un abito luminosissimo: “vesti candide lavate nel sangue dell’Agnello”. Essa è composta non solo dai martiri cristiani, ma anche da “tutti coloro che hanno dimostrato la loro fedeltà a Cristo nelle piccole scelte di ogni giorno e nel quotidiano martirio che la coerenza di vita sovente esige” (La Bibbia “Via Verità e Vita”, p. 2557).

La menzione del “sangue dell’Agnello”, tuttavia, oltre ad evocare la testimonianza del martiri, vuol significare anche la pienezza sovrabbondante della Vita divina. Per gli Israeliti, infatti, il sangue era portatore di vita, era identificato con la stessa vita fisica (Gen 9,5: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto”). Oltre a ciò, il sangue “era il segno dell’amicizia e dell’elezione da parte di Dio, del patto come della purificazione e della riconciliazione della comunità; il sangue rinnova la comunione con Dio” (G. Ravasi, “Piccolo dizionario biblico”, p.187).

E’ evidente, da queste ultime parole, il profondo significato di ciò che Gesù dice oggi nel tempio ai Giudei: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10); parole che sottintendono quel Sangue da lui versato fino all’ultima goccia sulla croce per arricchire eucaristicamente della sua Vita divina le nostre anime.

Vediamo allora il collegamento con il Buon Pastore. Ecco, quando un malato ha bisogno di una trasfusione di sangue, la sua collaborazione è del tutto passiva. Una volta steso il braccio per accogliere l’ago, altro non deve fare che rimanersene immobile fino all’ultima goccia che scende dalla sacca. L’immagine mi serve per similitudine e per contrasto: la Vita divina che il Buon Pastore ci dona mediante l’Eucaristia che è Lui, comporta una fede non certo passiva come un braccio steso, ma attiva: mentre accoglie docilmente il Mistero intende concretamente obbedire alla Parola divina: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Cosa significa anzitutto ascoltare la voce del Pastore? Significa pregare, cioè fargli compagnia: “Credetemi, fate il possibile per non privarvi di un così buon amico. Se vi abituerete a tenervelo vicino, se egli vedrà che lo fate con amore e che vi adoperate a contentarlo, non potrete, come suol dirsi, togliervelo d’attorno” (S. Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, c. XXVI, 1).

Non è perciò necessario andare alla ricerca di pensieri elevati o aprire il libro delle preghiere. Bastano pensieri e parole semplici, secondo lo stato d’animo: “Se vi sentite disposte alla gioia, contemplatelo risuscitato…Se siete afflitti o tristi pensate a quando si reca per l’orazione nell’Orto degli Ulivi…Parlategli, non con delle preghiere già formulate, ma con la preghiera che sgorga dal vostro cuore..” (ibid., 4-6). Un simile ascolto muove sempre alle opere concrete, poiché l’ovile del Pastore è il mondo intero, ed egli non può da solo accudire tutte le pecore.

Tornando all’icona biblica materna, credo che il silenzioso tu-per-tu tra la donna incinta e il suo invisibile bambino, si presti perfettamente a rappresentare l’incontro orante con il Signore. Nell’intimità del suo raccoglimento ad occhi chiusi, la mamma si rivolge al figlio con la stessa certezza che la fede dona circa la reale presenza di Dio nel cuore del battezzato. Scrive Teresa: “L’anima comprende chiaramente che c’è nel suo intimo Chi…da’ vita a quella nuova vita; che c’è un Sole da cui procede questa grande luce che va a illuminare la persona dall’interno dell’anima..” (VII Mansioni, cap. II, 6).

La nuova vita è la nostra vita rinnovata, trasfigurata, colmata di gioia per l’esperienza soprannaturale della tenerezza materna del Buon Pastore.

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Il prete che io cerco Hans Urs von Balthasar

giovedì 22 aprile 2010

Abbiamo parlato di miracolo. La riuscita di un prete è sempre un miracolo della grazia. Il miracolo atteso sarebbe semplicemente la santità: quella di un uomo che in Dio ha perso talmente la coscienza di se stesso da stimare Dio come unica realtà importante. Egli non si preoccupa più della propria identità. Perciò è abituale e nutriente come una pagnotta da cui chiunque può strappare un boccone. Il modo in cui egli si distribuisce viene a identificarsi con quello adottato dalla Parola di Dio per distribuirsi in pane e vino. Egli conosce anche il modo di spezzare e d’interpretare la Parola di Dio. Contrariamente ai predicatori di oggi, egli non mi richiamerà dal deserto provvedendomi di un indigesto viatico di parole sull’apertura della Chiesa al mondo. Che cosa devo porgere agli affamati che mi circondano, se non pane? Ma dove lo prendo, se non mi viene porto? Come può la Chiesa uscire all’esterno se non ha più alcuna interiorità da porgere? Oppure si deve dire che essa scaccia da sé l’incertezza della propria identità perché non ha più alcuna esperienza di ciò che è il suo intimo? Non è essa stessa tale interiorità – la Chiesa non può riflettere se stessa – bensì Cristo, suo capo e anima, mediante il quale il Dio trino s’impossessa di essa.
Una volta c’erano i monaci, sia in Oriente che in Occidente, sull’Athos, a Clairvaux e al Ranft, a Kiev e Optina. I monaci erano anche chiamati “spirituali” (in greco, pneumatikói, coloro che possiedono lo Spirito); tale è tuttora la denominazione corrente dei sacerdoti nei Paesi di lingua tedesca. Per secoli, nell’ortodossia, i candidati ai gradi più elevati delle gerarchie sono stati forniti dai monaci. Sono spirituali quelle persone che hanno esperienza dello Spirito Santo e, grazie a essa, sono capaci di riconoscere e di accendere in noi, in me, lo Spirito nascosto, incognito, imprigionato. Quanto raro è diventato questo tipo di uomo. Dobbiamo forse accontentarci di un surrogato dello Spirito? Tale surrogato ci è fornito soprattutto dalla psicologia – il che non significa che un buono e umile psicologo non possa essere permeabile allo Spirito Santo; ma il suo oggetto è rappresentato dalle leggi generali della psiche umana. Lo Spirito, invece, è sempre irripetibile. L’uomo spirituale deve permettere allo Spirito Santo irripetibile d’intervenire su di lui in modo da riuscire a soddisfare il bisogno di quest’uomo irripetibile che gli sta di fronte: non facendo intervenire forze mediatrici, ma nell’apertura alla grazia del Dio vivente, il quale liberamente rivolge a me la sua Parola amorosa, dolce ed esigente – mediante il prete che io cerco.

Quei capelli sempre più grigi

giovedì 22 aprile 2010

di Gerolamo Fazzini
Sempre meno, sempre più anziani. Radicati quasi solo nel Nord. I missionari italiani sembrano essere al lumicino. Quale futuro?

I numeri, con la loro fredda e implacabile eloquenza, lo dicono chiaramente: i missionari – almeno quelli made in Italy, altrove le cose vanno meglio – sembrano ormai una specie in via di estinzione. Sempre di meno, sempre più anziani. Un glorioso esercito in disarmo (absit iniuria verbis). Tempo qualche decennio e – direbbero le Cassandre – la figura del missionario o della missionaria come si è sedimentata nell’immaginario collettivo potrebbe diventare un ricordo del passato.
Stiamo parlando dei missionari «classici», appartenenti a istituti e congregazioni familiari a molti. Già, perché il fenomeno del calo numerico e dell’innalzamento vertiginoso dell’età media riguarda soprattutto loro; la crisi in atto, infatti, sembra non colpire altre presenze missionarie, come nel caso dei movimenti ecclesiali o di gruppi di recente costituzione (cfr box a p. 39).

ESAGERAZIONI? No. Basta leggere le statistiche. Qualche esempio: le suore missionarie della Consolata di origine italiana erano 870 nel 1983, oggi sono 443. Vale a dire che nell’arco di un quarto di secolo si sono letteralmente dimezzate. Vero è che, nel frattempo, sono cresciute – da 257 a 325 – le sorelle «straniere» (l’aggettivo non ci piace, ma l’usiamo qui per comodità); tuttavia il saldo totale è comunque pesantemente negativo.
Passiamo all’istituto numericamente più consistente, i comboniani. Nel 1983 gli italiani erano 1.216; 25 anni dopo sono diventati un quarto di meno (778). «Ma di questi – avvertono dalla direzione generale – i pensionati e gli invalidi sono 548». Anche in questo caso, il progressivo e vistoso calo del personale italiano è stato compensato dalla crescita molto forte di vocazioni dall’estero, passate da 566 del 1983 alle 975 attuali (quasi il doppio). Ciò fa sì che il totale dei membri dell’istituto sia rimasto stabile negli anni: 1.782 nel 1983, 1.753 oggi.
Il ramo femminile della famiglia comboniana sembra conoscere una dinamica non troppo dissimile. In termini percentuali, gli ultimi 25 anni hanno visto un calo pari a un quarto (da 2.101 a 1.515), particolarmente accentuato se consideriamo le italiane: le 1.732 vocazioni del 1983 sono oggi circa la metà, 980. Anche qui è cresciuta in maniera significativa la presenza in congregazione di sorelle provenienti da quelli che vengono solitamente chiamati (fino a quando?) «Pae¬si di missione»: le non italiane erano 369 cinque lustri or so¬no, sono divenute 535, con un balzo dal 18 per cento al 35 del totale.
Suor Dorina Ta¬diello, vicaria generale delle Com¬bo¬niane, sottolinea che «le con¬gre¬ga¬zioni stanno cam¬¬biando fisionomia e al calo italiano corrisponde un aumento di sorelle da altre regioni che ha dato nuova vitalità agli istituti menzionati. Il nuovo volto è interessante e ha una sua ricchezza, pur con le sfide che l’accompagnano. Oggi la presenza di comunità formate da sorelle di varie nazionalità è certamente un segno molto forte e profetico, visto che spesso si percepisce la paura del diverso».
Ogni istituto ha vissuto l’apertura all’internazionalizzazione in modo diverso, con scelte e percorsi differenti (che non sta a noi giudicare ma semplicemente registrare). Così, ad esempio, abbiamo i due casi assai dissimili tra loro del Pime e delle Missionarie dell’Immacolata (il cui carisma è ispirato al Pime). Nel 1983 il Pime contava 653 membri (fra preti e laici), che oggi sono 507; se 25 anni fa gli stranieri erano solo 36 (il 5 per cento del totale), oggi – a vent’anni dall’internazionalizzazione ufficiale dell’istituto, sancita solo nel 1989 – sono 83, ovvero il 16 per cento. Nel caso delle Missionarie dell’Immacolata la situazione è radicalmente diversa: già 25 anni or sono le sorelle straniere costituivano la stragrande maggioranza dell’istituto (401 suore, ovvero il 72,2 per cento del totale a fronte di 155 italiane); oggi la percentuale è salita all’81,4 (731 suore non italiane contro 156 italiane). Circa 600 delle 731 straniere (i due terzi dell’istituto) sono indiane; del resto, l’India è stata la prima missione nel 1948 e le prime sorelle indiane risalgono al lontano 1953. L’attuale è la seconda superiora indiana.
Così come per il Pime (che, al trend attuale, presto potrebbe scendere sotto la soglia simbolica dei 500 membri), anche per i saveriani l’arrivo di nuove leve dall’estero non sopperisce – oggi come oggi – il vistoso calo dell’Italia. Se il numero globale della congregazione è sostanzialmente stabile, abbastanza significativo è il calo degli italiani. I professi temporanei di origine italiana nel 1983 erano 50; nel 1993 erano scesi a 30; nel 2003 erano 11, infine 6 nel 2008. Negli stessi periodi i professi temporanei stranieri sono stati rispettivamente 70, 118, 120, 118. Questo dato mostra una stabilizzazione del numero dei membri non italiani negli ultimi anni, ovvero un rallentamento della crescita. Gli stranieri non sembrano poter rimpiazzare il calo degli italiani, a meno che non intervenga una accelerazione nel prossimo futuro.
Beninteso: il calo numerico non riguarda solo la galassia missionaria, bensì tocca tutto il mondo della vita consacrata (lo specchietto a p. xx lo conferma), con l’eccezione della vita claustrale che, si sa, conosce una nuova fioritura in tutto il mondo. Non molto migliore è la situazione del clero diocesano: chi percorra il corridoio del Seminario arcivescovile di Venegono Inferiore, storica fucina dei preti ambrosiani, non può che restare colpito confrontando i poster dei candidati al sacerdozio del passato (talvolta superiori a 90) con quelli degli ultimi anni (23 nel 2008). Ma queste considerazioni, pur vere, non eliminano né ridimensionano il problema di cui parliamo.
Si dirà: sai che novità, la missione sta cambiando e i numeri non fanno che confermare quanto l’esperienza sul campo e la teologia più avanzata segnalano da tempo, quando parlano di missione globale e via dicendo.
Non v’è dubbio: lo Spirito che «soffia dove vuole», sta conducendo la Chiesa – e segnatamente la «galassia missionaria» – su strade nuove, che andranno capite e seguite.
Noi, però, ci guarderemo dall’entrare nel merito di questioni teologiche sul futuro della missione. Ci basta focalizzare l’attenzione su una situazione assai più circoscritta (il panorama italiano) e delineare con precisione un quadro che viene spesso evocato a parole ma quasi mai affrontato con il coraggio che richiede.
GIÀ, PERCHÉ un conto è affermare genericamente che i missionari sono sempre meno e coi capelli sempre più bianchi. Un altro conto è documentare – ad esempio – che l’età media dei missionari italiani della Consolata è 68 anni.
L’invecchiamento del personale è un dato trasversale. Prendiamo i saveriani. Il numero globale dei membri della congregazione è oggi ai livelli del 1979 (823 allora, 821 oggi). Ma l’età media nel 1983 era di 43,1 anni (considerando sia i professi perpetui che i temporanei), mentre oggi è di 54,8. Nel caso degli italiani il fenomeno è ancor più marcato, dal momento che i membri di altre nazionalità in congregazione sono quasi esclusivamente giovani.
Anche le suore non sono esenti dal problema. «Il dato attuale più evidente – fanno sapere le saveriane – è l’aumento dell’età media: a livello di congregazione è di 61 anni circa (nel 2002 era di 57), per l’Italia di circa 65». Idem dicasi, mutatis mutandis, per le altre congregazioni: la maggioranza delle suore dell’Immacolata italiane – ad esempio – appartiene alla fascia 60-70 anni o a quella successiva (70-80). Quanto alle comboniane, sul totale delle italiane (ben 980) solo 50 hanno un’età inferiore ai 50 anni. Suor Tadiello aggiunge un’osservazione che molti condividerebbero: «L’aumento dell’età media non lo sentiamo come un peso o un limite. La nostra riflessione sulle sorelle anziane è quella di considerarle un dono, un patrimonio di sapienza, i pilastri che sostengono grazie alla preghiera continua e preziosa a cui ora possono dedicare molto tempo, in contrapposizione a una società che magari sottolinea di più il costo finanziario e il dispendio di energie per venire incontro ai loro bisogni… Per questa ragione stiamo raccogliendo le loro memorie per non perdere la preziosità di esperienze che hanno molto da comunicare alle altre fasce di età o ai giovani che frequentano le nostre case dove vivono le nostre sorelle anziane e non si stancano di ascoltare le loro esperienze di vita».
Puntualizzazione sacrosanta.
Resta il fatto che, in termini brutalmente aritmetici, i missionari italiani sono oggi sempre meno e sempre più anziani.
E il ricambio? Altro punto dolente: i giovani e le ragazze che, in Italia, scelgono la vocazione missionaria sembrano ormai mosche bianche. Dal 2003 a oggi i Comboniani hanno registrato 6 nuove ordinazioni sacerdotali di italiani e i voti perpetui di 8. Numeri che molti superiori invidierebbero. E tuttavia anche in casa comboniana non mancano i segnali preoccupanti: nel 2008 non si registra nessun novizio italiano (per la prima volta nella storia) e in tutt’Europa i novizi sono soltanto tre (un polacco, uno spagnolo, un portoghese).
Torniamo ai missionari della Consolata: negli ultimi cinque anni hanno avuto tre sole ordinazioni di giovani italiani. Quanto al termine «giovani» occorre intendersi; i neo-ordinati, infatti, hanno tutti superato la trentina (avendo rispettivamente 38, 36 e 34 anni). L’ultimo della lista, padre Daniele Giolitti, ingegnere civile, proviene da una parrocchia di Saluzzo, diocesi di Cuneo. Guarda caso una terra che – spiegano dalla direzione generale – per anni ha costituito un «serbatoio» di vocazioni, essendo una zona di tradizionale presenza della Consolata.

MA CIO’ APRE uno squarcio su un altro aspetto del problema vocazionale-missionario in Italia. Se è pur vero che sono in crisi anche i bacini più «fertili» (Lombardia, Triveneto…), vero è che altrove, in molte zone d’Italia gli istituti o non hanno proprio messo radici o hanno una presenza del tutto marginale. Ciò spiega l’assoluta sproporzione – dal punto di vista geografico/ecclesiale – tra Nord, Centro e Sud.
Qualche esempio: dei 778 comboniani italiani 618 provengono dalle diocesi del Nord. Idem dicasi per le comboniane: su 980 ben 396 vengono dalla Lom¬bardia, 350 dal Veneto; il Trentino Alto Adige ne ha sfornate ben 54, a fronte delle sole 9 del Lazio o 18 della Cam¬pania. Discorsi del genere valgono per il Pime (343 membri del Nord su 424, ovvero l’81 per cento), le suore del Pime (133 dalle diocesi settentrionali, 23 dal Centro-Sud) o le suore della Consolata (212 provenienti dal Nord, 42 dal resto d’Italia).
Pochi ma buoni? Detto così suona banale. Ma – come osserva una delle superiore intervistate – «la vita consacrata oggi forse non è più per grandi numeri, è un lievito nella massa; ma continuerà nella storia, perché dentro vi è qualcosa di bello, forte e irresistibile, che i giovani di oggi sanno cogliere, anche se in numero minore rispetto al passato».

NEL VORTICE di un cambiamento che disorienta, c’è un fatto positivo che va registrato: la globalizzazione produce una sorta di purificazione.
Ammesso che ciò sia davvero accaduto in passato, oggi difficilmente un giovane sceglie di farsi missionario per mera sete d’avventura o semplicemente per la voglia di fare il «buon samaritano» sulle strade del mondo. Per quello esistono altre strade, dalla cooperazione al volontariato a tempo. Tutte strade nobili e significative, prive dell’«inconveniente» di fondo: la dedicazione a vita.
Quell’ad vitam che, invece, rimane come tratto irrinunciabile del missionario e della missionaria. Di ieri e di domani.

Antiche e nuove presenze missionarie

Il «movimento missionario italiano» è una realtà ricca e articolata, di cui gli istituti missionari rappresentano una componente significativa e storicamente radicata, ancorché non l’unica. Quelli presi in considerazione nello Speciale sono gli istituti missionari di fondazione italiana. Accanto ad essi – va ricordato – abbiamo istituti missionari presenti in Italia, ma di fondazione straniera, come, ad esempio, le suore di Nostra Signora degli apostoli, i Padri Bianchi, la Società missioni africane (Sma), i Verbiti, gli Oblati di Maria Immacolata…
Una presenza missionaria importante è quella degli ordini religiosi maschili e femminili, di vita attiva (gesuiti, salesiani/e…) o contemplativa (clarisse…). Anche tra costoro, in misura diversa, si osserva una crisi vocazionale per quanto concerne l’Italia. Sebbene oggi un po’ in crisi quanto a numeri, degna di nota è certamente la realtà dei fidei donum: preti diocesani, laici e famiglie “prestati” da una diocesi a una «Chiesa sorella» (M.M., novembre 2005, pp. 41-56; M.M., aprile 2007, pp. 39-58). Uno sviluppo interessante dei fidei donum è quello dei preti «associati», ossia temporaneamente aggregati a un istituto missionario per la durata del servizio ad gentes. Sul versante laicale, non si possono dimenticare i movimenti ecclesiali, alcuni dei quali con spiccata sensibilità missionaria. Citiamo qui Comunione e liberazione, i Focolarini, la Comunità di Sant’Egidio e i Neo-catecumenali.
Vanno poi menzionate alcune presenze missionarie relativamente recenti ma interessanti per vitalità. È il caso della Comunità missionaria di Villaregia (nella foto i fondatori dal Papa) oppure della Comunità Giovanni XXIII di don Benzi. Al carisma di don Giussani si ispira la Fraternità sacerdotale san Carlo Borromeo, che raccoglie preti di Cl per la missione ad gentes.
Infine, non possiamo non ricordare realtà laicali fiorite sul tronco del carisma degli istituti missionari. Nel caso del Pime: la Comunità delle missionarie laiche, che propone una consacrazione a vita e l’Associazione laici Pime (Alp), che invia missionari laici per esperienze a tempo.
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Povertà come denuncia DI DON TONINO BELLO

giovedì 22 aprile 2010

Di fronte alle ingiustizie del mondo, alla iniqua distribuzione delle ricchezze, alla diabolica intronizzazione del profitto sul gradino più alto della scala dei valori, il cristiano non può tacere.
Come non può tacere dinanzi ai moduli dello spreco, del consumismo, dell’accaparramento ingordo, della dilapidazione delle risorse ambientali.
Come non può tacere di fronte a certe egemonie economiche che schiavizzano i popoli, che riducono al lastrico intere nazioni, che provocano la morte per fame di cinquanta milioni di persone all’anno, mentre per la corsa alle armi, con incredibile oscenità, si impiegano capitali da capogiro.
Ebbene, quale voce di protesta il cristiano può levare per denunciare queste piovre che il Papa, nella “Sollicitudo rei socialis”, ha avuto il coraggio di chiamare strutture di peccato? Quella della povertà!
Anzitutto, la povertà intesa come condivisione della propria ricchezza.
E’ un’educazione che bisogna compiere, tornando anche ai paradossi degli antichi Padri della Chiesa: “Se hai due tuniche nell’armadio, una appartiene ai poveri”. Non ci si può permettere i paradigmi dell’opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti di accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze.
La condivisione dei propri beni assumerà, così, il tono della solidarietà corta.
Ma c’è anche una solidarietà lunga che bisogna esprimere.
Ed ecco la povertà intesa come condivisione della sofferenza altrui. E’ la vera profezia, che si fa protesta, stimolo, proposta, progetto. Mai strumento per la crescita del proprio prestigio, o turpe occasione per scalate rampanti.
Povertà che si fa martirio: tanto più credibile, quanto più si è disposti a pagare di persona.
Come ha fatto Gesù Cristo, che non ha stipendiato dei salvatori, ma si è fatto lui stesso salvezza e, per farci ricchi, sì è fatto povero fino al lastrico dell’annientamento.
L’educazione alla povertà è un mestiere difficile: per chi lo insegna e per chi lo impara.
Forse è proprio per questo che il Maestro ha voluto riservare ai poveri, ai veri poveri, la prima beatitudine.

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3 PUNTATA DEL VIAGGIO DI DANIELA A GIBUTI

giovedì 22 aprile 2010

Martedì,(19/1/10) l’auto è carica, aspettiamo Ibrahim che ci accompagnerà per il giro in montagna e saremo ospiti nel suo villaggi. Percorriamo parte della strada che abbiamo fatto il giorno precedente ma oggi deviamo a nord. Il paesaggio sempre sassoso , è comunque più suggestivo e la strada non è trafficata. In lontananza su un promontorio c’è Artà che vedremo successivamente, per ora ci dirigiamo verso l’unica attrattiva “turistica”, Lac Assal. Il paesaggio che si incontra è affascinante , la strada costeggia il mare ma poi si addentra in una vallata che sembra uscita dagli inferi: la lava solidificata rende tutto nero e sembra sia appena uscita dal sottosuolo. La vista del lago è incredibile! Si è formato successivamente al ritiro delle acque del mare e parte di queste sono rimaste intrappolate in una specie di bacino, hanno colori che vanno dal blu al verde rese ancora più spettacolari dal bianco del sale. Il lago rimane sotto il livello del mare ed è molto più salato del Mar Morto. Un progetto già in atto prevede la lavorazione del sale e la spedizione attraverso un porto che costruiscono nella parte più stretta de golfo di Gibuti, Ghoubet et al Garab. Incontriamo anche una scolaresca in gita di istruzione che è qui con il professore di scienze. Poco distante una sorprendente sorgente di acqua dolce veramente calda forma un rigagnolo che arriva al lago, e brucia veramente! Riprendiamo il nostro tragitto ci fermiamo in riva al mare a mangiare ma anche qui il vento ci impedisce di bagnarci, ma io almeno i piedi li ho messi nell’acqua!
Ora la strada ci porta ad aggirare il lago per inerpicarsi sulle montagne, qui sono piuttosto alte e a ridosso del mare. Raggiungiamo il wed dal quale parte la “strada” chiamarla così è una esagerazione, che porta al piccolo villaggio dove lasceremo l’auto e proseguiremo lungo il letto del fiume secco a piedi. Dobbiamo attendere un po’ l’arrivo di Mohamed il fratello di Ibrahim, che con il suo cammello caricherà le cose che abbiamo portato per loro e le nostre.
Il percorso dapprima è in salita e poi scende completamente sul letto del fiume; incontriamo pastori e donne che vanno a prendere l’acqua in una pozza scavata nel fiume. L’oggetto che ricorre più spesso e ovunque è la tanica di plastica gialla che usano per procurarsi l’acqua.
Proseguiamo la vegetazione è leggermente più verde e comunque composta solo da arbusti che sono il cibo di capre e cammelli. Gli Afar, che sono l’etnia presente qui, sono un popolo di pastori e hanno un gran rispetto per la natura e gli animali lo si vede da tante piccole cose. Dopo un’ora di marcia arriviamo ai piedi della collina dove vive la famiglia di Ibrahim, suo fratello con il cammello e il suo carico sono arrivati da un pezzo! Ci inerpichiamo per la via breve e siamo su a 650m di altezza. L’accoglienza è speciale p.Francesco è già stato qui lo scorso anno e Ibrahim poi gli è molto riconoscente perché lo ha aiutato più volte. Ci immergiamo completamente nei loro usi. Hanno preparato un tukul nel posto più bello. E’ la loro tipica capanna fatta di intrecci di canne e coperta con stuoie, poi vi stendono internamente tappeti e loro vivono lì. Ci servono un buonissimo te che beviamo insieme, e il nostro ospite che è l’unico col quale possiamo comunicare resta con noi a chiacchierare. Il tempo passa ed è intervallato dai bambini suoi e di suo fratello che a turno ci raggiungono incuriositi e ridono divertiti dalla novità. Ci offrono poi latte di mucca, buonissimo e bollito, e pane fatto di mais fermentato. Ci promettono che il giorno dopo uccideranno un giovane capretto col quale prepareranno il pranzo, appositamente per noi, perché sono onorati della visita.
Il tempo passa e siamo silenziosi spettatori della loro esistenza. La figlia maggiore si occupa degli asini e va a prendere la legna, la cognata di occupa della cucina , un’altra più piccola aiuta ad accudire i fratellini minori ma tutti scorazzano poi in giro come caprette! Ce n’e uno che ha legato una corda ad un bidone vuoto e con in mano un bastone lo tira. Ibrahim ci spiega che gioca al pastore! Tira un forte vento e fa freddo, indossiamo tutto quello che abbiamo , prendo in giro Francesco dicendogli che è un gran lamentone, perché in Africa non fa caldo come lui ci racconta sempre. Passiamo la serata a guardare le stelle con il naso all’insù, sembra di poterle toccare, qui non c’è neanche una luce! Ci meravigliamo della nostra grande ignoranza in materia “celeste” e nominiamo spesso un amico comune detto focus, il quale sicuramente saprebbe dirci tutto e con grande precisione quello che vediamo!
MERCOLEDI’ (20/01/10) Mi sveglio presto, la notte non è stata il massimo, freddo e ossa rotte. Vado su un promontorio e osservo la vita che si anima attorno a me alle prime luci del sole. Ritmi millenari, lenti e di grande semplicità. Due uccelli, che credo siano rapaci, volteggiano sopra di me bassi, si posano poco lontani e amoreggiano; arriva il piccolo discolo della famiglia, avrà due anni ma con la grinta del capo, e urlando si avvicina a loro e tutto soddisfatto li caccia.
E’ nuvoloso e arriva persino qualche goccia, ma qui mi spiega Ibrahim non piove le nuvole vanno oltre e si scaricano in Etiopia. Ci prepariamo per un’altra bella camminata, andremo in giro per queste belle montagne e poi dopo il pranzo in nostro onore, scenderemo giù di nuovo all’auto. I monti hanno sempre il loro fascino e qui il è il colore della pietra che lo caratterizza. Arriviamo ad una sorgente dalla quale attinge l’acqua la famiglia di Ibrahim. Peregriniamo in tranquillità ascoltando i suoi racconti e le sue spiegazioni e ogni tanto sbuca Mohamed con il suo cammello; per farlo mangiare spesso sono costretti a tagliare loro stessi i rami più alti dei cespugli. Rientriamo e il vecchio, del villaggio di fronte, è venuto in visita; ci teneva a salutare di persona p. Francesco perché lo aveva conosciuto e ospitato lo scorso anno. Lui coltiva un orto-giardino con tanto di recinto che si vede persino da qui nonostante sia sulla collina di fronte. Pranziamo secondo i loro usi, noi seduti dentro la capanna sulle stuoie e loro fuori, per rispetto. Ci portano riso, capretto, una specie di spezzatino e spaghetti! Tutto buonissimo! Salutiamo le donne, che sono sempre rimaste in disparte e le ringraziamo porgendo loro dei doni che ho portato dall’Italia. Qui tutto ha i ritmi dell’Africa e quindi con calma partiamo.

Al rientro ci accompagna anche il vecchio e si aggiunge un ragazzo di un altro villaggio. Faranno il tragitto in auto con noi fino al paese di Sagallou. Arriviamo a Tadyourah nel tardo pomeriggio lasciamo Ibrahim, che qui ha una sorella, e ci dirigiamo alla missione. Si trova sul mare vicino al porticciolo ed ha una struttura molto bella. E’ la più grande comunità di Gibuti qui infatti c’è fratello Bruno, una coppia di laici francesi, un volontario francese e due simpatiche signore belghe che non abitano qui ma poco distanti. L’accoglienza è la stessa che mi ha accompagnato finora e sono tutti molto simpatici. Solo il muro di cinta divide dal mare ed è molto bello sentire lo sciabordio delle onde.

Giovedì mattina; faccio un giro della bella missione ci sono varie aule anche quella di informatica dove insegna Pier il volontario francese, altre strutture e un bel verde curato da fratello Bruno. Ricarichiamo l’auto oggi andremo alla scuola di Ouea in montagna. Con noi viene Filomena una delle due laiche belghe, sono più di quarant’anni che presta la sua opera in missioni e nonostante i suoi oltre ottant’anni è ancora in gambissima. Ci accompagna un giovane che proviene da quel villaggio. Ripercorriamo la strada principale che costeggia il mare per poi inerpicarci ancora sui monti . Le strade sono assurde è difficile percorrerle con il 4×4, sono praticamente dei passaggi tra i sassi e qui è tutto un sasso! Arriviamo dopo un buona ora di marcia, la scuola è veramente bella! Il ministro ha inaugurato la scuola da poco e anche la nostra visita ha un significato importante per loro. Oggi non sarebbe giorno di lezione ma gli alunni sono stati istruiti dal maestro in merito alla nostra visita e loro, circa 50 bambini, sono venuti accompagnati dalle loro madri. Sono splendidi tutti composti, ci sediamo di fronte a loro e intanto che l’insegnante ci racconta la loro realtà e come è nata questa scuola, io non posso fare a meno di osservare tutte quelle faccine davanti a me!
Anche qui ci offrono caffè, latte di capra e una specie di frittella dolce. Poi facciamo le foto e distribuiamo ciò che Filo sapeva sarebbe servito loro. Latte, zucchero, quaderni, penne e pensate…coperte! Ora per loro è inverno, infatti essendo abituati a temperature molto alte, i diciotto gradi che si registrano di notte per loro sono molto pochi. Non hanno vestiti adeguati così hanno chiesto coperte. Ogni bambino ha ricevuto tutto l’occorrente e lo porterà a casa. Fuori le mamme dapprima ritrose poi sempre più curiose si fanno avanti e fanno le foto con noi. La felicità dell’insegnante è molta, lui stesso proviene da queste montagne, e si sa che l’istruzione è il primo gradino per la consapevolezza di sé e degli altri. Ci ringrazia e quando gli diciamo che in Italia parlerò della loro realtà è onorato. Nel viaggio di rientro, tra i tanti animali che normalmente attraversano le strade, capre cammelli mucche, oggi vediamo anche le scimmie! Riaccompagnamo Filo a casa sua, molto vicina alla missione e restiamo con lei e Odil a pranzo. Sono due splendide vecchiette con la grinta di due ventenni. I racconti delle loro avventure animano il pranzo. Siccome è la prima giornata senza vento e con un bel sole ci prendiamo una pausa e andiamo al mare alla famosa spiaggia sabbiosa “sable blanc”. Non pensiate che sia facile andare al mare! Raggiungere la spiaggia è tutto un programma! Altro fuori strada di mezz’ora e poi a piedi giù, sempre tra i sassi, fino al mare. Ne vale la pena! Splendida! E’ una piccola baia sulla quale esistono alcune strutture ricettive. Qui le famiglie prenotando possono dormire e anche mangiare. Sono una specie di padiglioni con tetti in paglia e muratura attorno e i gestori portano il cibo. Ora ci sono due famiglie, e noi. Che folla! E il mare…la barriera corallina è a pochi passi, con la maschera nuotiamo in mezzo a pesci variopinti, l’acqua è trasparente e i colori sembrano quelli di un giardino fiorito! Tutto attorno montagne a strapiombo di lava nera e…il solito cammello!

Venerdì ripartiamo da Tadjura direzione Obock, terza città di Gibuti situata all’estremo nord e da lì in poi il deserto continua fino al confine con l’Eritrea. Saliamo fino a raggiungere un altopiano che costeggia il mare e anche qui il paesaggio ha un fascino che ti cattura. Nonostante la sola presenza di sassi, roccia e sabbia i colori hanno tali sfumature che sembra di viaggiare attraverso un acquerello! Durante il percorso carichiamo come al solito qualche “autostoppista” e scendiamo dall’altopiano fino al mare; si percepisce e si respira il deserto. Il clima è più caldo (anche se continuano a ripetermi è inverno 30°) . L’orizzonte si appiana e in fondo si vede Obock. E’ il paese più caratteristico, a metà fra il villaggio e le più emancipate Tadjiura e Gibuti. La piccola missione è sul mare e ci accoglie una delle due suore indiane che prestano la loro opera qui. Il loro aiutante e custode ci accompagnerà lungo un wed sui monti, dove le sorelle vanno ad insegnare ad un gruppo di bambini, una volta a settimana. Portano con se anche da mangiare così che i bambini si abituino piano alla presenza delle sorelle e alle attività che loro propongono. Sono zone molto povere, il problema è sempre l’acqua, là dove gli animali non riescono a sostenersi la gente muore perché il latte di capra è l’unico sostentamento dei bambini. Spesso non piove per degli anni! Il progetto che si è avviato questo anno è proprio quello di sostenere questa realtà, aumentando i giorni di scuola cosi che il governo poi, dopo che la realtà viene consolidata, interviene creando delle strutture. Partiamo quindi con le nostra guide, e dopo un po’ di strada buona ci lasciamo il mare alle spalle e dirigiamo nuovamente verso i monti. Il letto del fiume è ampio e agevole, incontriamo anche le gazzelle. Dopo oltre un’ora di strada arriviamo alla scuola, è vicino ad una sorgente d’acqua che è stata recentemente convogliata in un serbatoio con una pompa. Il nostro accompagnatore ci conduce poi a “casa” sua più avanti dove il wed si restringe e le montagne si chiudono. Qui vivono la madre, la nipote con il figlio, il fratello e due anziani; ci accolgono con il loro buonissimo te, che non si può rifiutare! Le capanne sono sotto ad alberi abbastanza grandi e sono pieni di uccelli curiosi che vengono a bere il te direttamente nel nostro bicchiere e mangiano gli avanzi del nostro pranzo. Torniamo a Obock in tempo per un bagno al mare presso una delle tre più belle spiagge del paese, Rasbiar. La serata restiamo con suor Gina che ci accoglie con cucina indiana.

Sabato, siamo giunti al giro di boa ora ci aspetta il rientro a Gibuti. Mi sveglio presto, prima del sole e in silenzio gironzolo fuori per le vie e verso il porto che si anima sotto i miei occhi. I pescatori rientrano con il loro pescato, le donne del paese vanno loro incontro e cammina nell’acqua bassa, gli uccelli becchettano a riva piccoli pesciolini e sono pochi suoni si avvertono; ritmi lenti e millenari accompagnano questa gente: la pastorizia, la pesca. Si fa tutto col giusto tempo! Il muezzin richiama alla preghiere, davanti alla moschea ha dormito chi non ha neanche un tetto sotto al quale adagiarsi e ora si alza per affrontare un altro giorno. Piano il paese si anima i bambini si dirigono nelle scuole anche quella della missione e noi ci prepariamo per la partenza. Faremo solo tappa a Tadjura per prendere la posta e salutare la comunità. Rivedo tutto il paesaggio con occhi diversi, quello che ho percorso non è stato solo un viaggio, ma un viaggio nel viaggio. Mi sono inserita nella vita di questo popolo in brevissimo tempo, aiutata da padre F e amici locali ad abbattere le barriere della lingua, unica differenza che ho percepito. Ho capito che se si apre il cuore agli altri eliminando pregiudizi e paure si è accolti con lo stesso spirito. E’ ovvio che bisogna conoscere per capire, così come io sono stata accolta in un paese mussulmano così i cristiani che vivono qui li aiutano e mostrano loro l’amicizia e la fratellanza che tutti ci deve unire. Non è una realtà possibile ovunque perché nel momento in cui è presente l’estremismo questa condizione si annulla. E’ bene anche riflettere su quella che è la vita missionaria che ha come scopo principale la testimonianza di Dio con la preghiera e l’Eucarestia. Qui anche il Vescovo compie 300 km per portarLa alle due religiose più lontane! Tutto il resto è una continua testimonianza di amore verso il prossimo, che si manifesta con le opere concrete di cui io stessa ne sono stata testimone.
Quotidianamente, in silenzio e in punta di piedi operano in mezzo agli ultimi con umiltà e sacrificio. Una vita dedicata al bene del prossimo.
I lunghi silenzi, durante il rientro, sono intervallati da animate discussioni e tutto è uno spunto per una più attenta riflessione interiore. Sono talmente tante le emozioni e le informazioni che ho ricevuto che mi ci vorrà un ber po’ per metabolizzarle ma sono consapevole di aver avuto una opportunità straordinaria.

Il rientro a Gibuti è piacevole e all’arrivo mi sembra di essere a casa. Dopo un pomeriggio di riposo ci concediamo una serata goliardica a cena fuori. Siamo stati invitati da un amico libanese e tutta la famiglia si prepara. I padri mi ricordano che è la prima volta che portano Mastaot e Fortunata a mangiare fuori ed è una festa per tutti. La serata diventa interculturale, si parla di Libano, Etiopia, Italia e in tante lingue diverse, francese, arabo, afar, italiano. Padre M è un esperto e si diverte lui stesso ad imparare alcune parole arabe che in libanese si pronunciano diversamente. Il cibo è ottimo e il nostro ospite ci fa compagnia intrattenendoci e servendoci.

Domenica giro per la città; prendiamo il taxi e ci dirigiamo verso il centro. I palazzi più belli risalgono al colonialismo ma nessuno li ha più toccati da allora e lo stile africano si riappropria del suo spazio, caos, odori, colori, tutto amplificato. Giriamo il mercatino in cerca di qualche cosa da portare a casa e tutti vogliono venderci tutto, un classico. Ne usciamo illesi ma la degradazione che vediamo ovunque conferma la abissale differenza culturale ed economica. Nel pomeriggio ci dirigiamo ad Artà ultimo luogo che mi è rimasto da visitare. Si trova su di una altura a mezz’ora da Gibuti , è sul mare e gode di una splendida vista. Qui ci sono belle case e una struttura gestita da una laica francese. All’arrivo mi mostra la scuola, le stanze per gli ospiti e con orgoglio il bellissimo orto. L’aria è più fresca e lei insegna ai ragazzi a coltivare le piante. Dopo la funzione alla quale partecipano diverse famiglie francesi che risiedono qui rientriamo per la cena. Abbiamo un motivo per festeggiare è infatti l’onomastico di p Francesco, ci attende una tipica cena etiope che Mastaot insieme a sua figlia hanno preparato per noi. E’ uno spettacolo di profumi e colori. E’ un rito in cui si beve caffè e tè accompagnato da un dolce o del riso. La particolarità è il bracere sul quale viene tostato il caffè, che è poi pestato a mano. Sempre utilizzando il bracere si fa bollire dell’acqua messa poi in una apposita caffettiera con il caffè macinato. Il rito prevede l’ assaggio di tre tazze di caffè, nel frattempo ci sono incensi e legni profumati che bruciano in un altro bracere. I gesti che accompagnano il rito sono eleganti e ripetitivi. Anche questo è un ber momento di comunione e incontro di culture.
Lunedì, passo la mattina in giro con Matthew; andiamo al mercato del pesce vicino al porto e chiacchieriamo facendo una passeggiata. Tutto ha un certo fascino ma l’odore dell’Africa aggiunto a quello del pesce è potente! Andiamo anche al supermercato. Al rientro cucino il pesce con Mastaot e lei mi insegna a fare il riso all’etiope; mi dona anche tutte le spezie necessarie.
Nel pomeriggio riposo e poi partenza!
Mi stavo dimenticando di essere in Africa e qui i ritmi sono molto calmi, arriva un messaggio dalla mia agenzia italiana il volo è in ritardo di due ore. Padre F e padre M mi tengono compagnia e continuano ad arrivare regali; la sera prima Mastaot mi aveva regalato un abito per mia figlia e ora mi dona uno dei suo foulard, Fortunata invece mi porta una lettera per mia figlia vorrei che si conoscessero hanno la stessa età. Anche padre M ci si mette non vuole che parta a “mani vuote” e mi regala tre magliette con la stampa di Gibuti, così quando la gente mi chiede “dov’è?”, glielo potrò far vedere.
I saluti all’aeroporto sono veloci, siamo tutti consapevoli di aver vissuto una bella esperienza e condiviso momenti unici. Il volo ritarda ancora e nell’attesa osservo. E’ inevitabile che nella massa c’è sempre qualcuno che emerge. Non so ma forse è che sono sempre molto attenta ai dettagli. Ho notato un uomo molto gentile con uno sguardo buono, dimentica una delle borse che ha in mano e gliela porto, mi ringrazia. Attendiamo. Scopro che F e M sono fuori dall’aeroporto e hanno detto che non si muoveranno fino alla partenza dell’aereo! Si parte e mi siedo vicino all’uomo che avevo notato. Cominciamo una conversazione in inglese e scopro una delle tante persone che mi rimarranno impresse di questo viaggio anche perché a volte capita che certe persone ti parlino e ti dicano cose che in realtà chissà chi è che te le doveva far arrivare! Non prendetemi per pazza! Un altro inconveniente si trasforma in una opportunità. Perdo la coincidenza a Adis Abeba e sono costretta a passare un giorno lì e altri due ottimi incontri danno senso a questo cambio di programma! E la città è molto bella valeva la pena girarla anche solo per un giorno. Riparto con un giorno di ritardo ma a casa mi dicono che non c’ è problema tanto nevica!!! Nella sala d’attesa siamo tutti europei il volo fa scalo a Roma e a Stoccolma, ho una strana sensazione, sento parlare molto italiano ma mi sento molto africana e nera dentro, metto l’auricolare e ascolto musica quasi a voler proteggere quello che ho vissuto dalle stupide chiacchiere di un romano e un bolognese che parlano di donne romagnole.
Penso ai discorsi fatti con gente che non rivedrò mai più ma che la pensa esattamente come me e come io non dimenticherò credo che anche loro non mi dimenticheranno. Ritorno su ciò che credevo quando sono partita siamo tutti uguali basta solo volerlo vedere, la cosa drammatica e che non abbiamo tutti le stesse possibilità di scelta nella vita!

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MEDITAZIONE Lettera al “fratello marocchino”,di don Tonino Bello

venerdì 9 aprile 2010

Fratello marocchino. Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire. Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sofferenza: tapis!
La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde. A che serve? Il mondo ti è indifferente.
Dimmi marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi li riceverà? E’ viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brugheria?
Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il “foglio di via” obbligatorio.
Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria.
Perdona soprattutto me che non ti ho fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea. Perdonaci, fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha… il colore della tua pelle.DSCN6446

2 PUNTATA DEL DIARIO DI DANIELA A GIBUTI

venerdì 9 aprile 2010

Lunedì.(18/01/10) Dopo le colazione io e p. Francesco ci prepariamo per raggiungere Ali Sabieh. P. Matthew non può venire con noi perché insegna inglese ed è super impegnato con verifiche e scrutini di fine semestre. Vi ricorda qualcosa? Partiamo alla volta di Ali Sabieh percorrendo la strada che costeggia il porto dove lunghe colonne di camion sono in fila per caricare la loro merce. La maggior parte prosegue poi per la strada che percorreremo anche noi, che attraversa le montagne e giunge in Etiopia. Un’altra si interseca e va in Somalia. Uno scenario desolato di sassi e sterpaglie secche riempie gli occhi, il mare blu fa capolino sulla destra ma non riesce a mitigare la desolazione di questo paesaggio che è ulteriormente imbruttito da questi vecchissimi camion carichi di ogni cosa; percorrono con pochissima sicurezza e rispetto altrui questa lunga strada costeggiata da ulteriore povertà fatta di persone che difficilmente riesci a pensare possano sopravvivere in qualche modo, capre, cani e cammelli più scarni dei loro padroni e immondizia ovunque trasportata dal vento.
A tutto ciò si aggiungono i profughi che di tanto in tanto si incontrano. Lasciano l’Etiopia, paese dove comunque non si muore di fame, in cerca di illusorie fortune nello Yemen, lo raggiungeranno , forse dopo aver trovato passaggio su barconi che attraversano lo stretto. Molti invece si fermeranno a Gibuti ad aggiungersi alla marea umana che affolla la baraccopoli nella periferia della città.
Tutto questo paesaggio è comunque sempre segnato dalla presenza dei militari francesi che oltre alla base di Gibuti, hanno anche la scuola militare e più avanti su questa strada anche la legione straniera. Loro poi li vedi anche nel deserto a fare esercitazioni per prepararsi alle missioni in Afghanistan.Altro tipo di missioni!
E il rumore poi, quello degli aerei, fa da sottofondo continuo alla giornata, è un viavai continuo dalle sette della mattina fino a sera.
La strada che percorriamo attraversa anche due deserti che distolgono lo sguardo dai sassi per posarlo su sabbia fine e rossastra prima, e dura e compatta poi. Nel frattempo siamo anche costretti ad uscire dal percorso perché un camion si è ribaltato e noi dopo un po’ di insabbiamento riusciamo a riprendere il cammino. Altri camion meno fortunati si insabbiano irrimediabilmente.
Lasciamo il deserto e cominciamo a salire le montagne, arriveremo ad una altitudine di settecento metri e l’aria qui è già più fresca ma un vento incessante e forte si abbatte ovunque e per tutto il giorno. Il paese di Ali Sabieh è molto vicino al confine somalo e oltre la collina c’è un grande campo profughi. Qui in paese c’è una sede della Consolata dove al momento vivono due suore e un volontario. Si occupano di tener viva una scuola di alfabetizzazione e un centro ospedaliero per malati di tubercolosi. Sono parole enormi per quello che la realtà lascia fare a queste coraggiose.
Qui infatti il clima non è dei migliori i cristiani sono poco tollerati non mancano sassate e insulti.
Salutiamo suor Cecil, argentina, ci fa vedere la casa ristrutturata da poco, nel cortile ci sono ragazzi grandicelli che giocano a calcio, oggi per loro non c’è scuola ma vengono comunque qui per giocare, provengono alcuni anche dal campo profughi.
Cecil cin indica approssimativamente l’ospedale tubercolotico dove suor Dorothy, polacca, ci aspetta. Percorriamo il tragitto a piedi e gli sguardi a volte incuriositi ci seguono. Gruppi di bambini si affollano, vorrei fare qualche foto ma p .Francesco dice che è meglio di no, infatti nei pressi dell’ospedale li lasciamo e visto che non abbiamo dato loro niente ci insultano e tirano sassi. Dopo un vocione grosso se ne vanno.
Suor Dorothy ci accoglie nell’ospedale che è ai margini del paese, qui la tubercolosi uccide, e anche se tenuto insieme con enorme dignità, c’è persino qualche alberello che crea un po’ di conforto, ci si rende subito conto della più totale povertà. Suor Dorothy è sola, passa tutto il mattino qui ma le condizioni igieniche sono difficili, l’acqua è sempre il bene più prezioso, e il cibo è scarso; molti malati passano qui anche diversi mesi qualcuno si salva ma la cura per la tubercolosi è molto pesante e loro non hanno cibo che li aiuti a sopportarla. Riescono ad avere un po’ di te e un pasto al giorno composto da riso a volte condito con del pomodoro concentrato. Ci sono vecchi e anche bambini. La realtà è resa più difficile perché gli aiuti che arrivano sono gestiti da un comitato che sta nell’ospedale civile e il dirigente fa sparire parte degli aiuti che viene venduto o usato diversamente, quindi ciò che resta sono briciole! All’esterno della struttura il terreno è disseminato da cumuli di pietre sotto sono sepolti e morti!
Riattraversiamo il villaggio percorrendo una scorciatoia, il tanfo degli scoli delle latrine è forte la sensazione è quella di accelerare il passo per uscire da quella sporcizia.
La casa delle sorelle è all’interno di un cortile recintato con il guardiano; è pulita e accogliente ed è un dolce riparo dal tanfo e dal vento incessante. Suor Cecil ci ha preparato un pranzo gustoso, quello che hanno, mi dice, è troppo e mi sento in colpa perché vengo accolta ovunque con banchetti quando io sono l’ultima qui che ha bisogno di mangiare.
Ma è il modo che hanno per ringraziarmi della visita, qui la solitudine è forte e a volte un viso nuovo che ti parla anche se per poco è consolante.
Lasciamo le sorelle per tornare a Gibuti e il vento ci segue, alza enormi colonne di sabbia quando ripercorriamo il deserto. Più tardi vado con p. Francesco che va a celebrare la messa dalle suore francescane; loro gestiscono una grande scuola e altre strutture tra le quali quella che mi ha colpito al cuore è la puponier ! Qui accolgono i bambini abbandonati o portati dalle tantissime prostitute sono divisi per età dai piccolissimi pochi mesi a quelli oltre l’anno. Vengono adottati nel giro di pochissimo tempo dalle tante famiglie francesi che ne fanno richiesta. Entriamo piano perché sono stati messi a letto da poco, sono divisi in due stanze da circa venticinque bambini ciascuna tutti nei loro lettini. La maggior parte di loro dorme già, ma qualcuno strilla arrabbiatissimo e passiamo vicino coccolandoli un po’, chissà cosa pensano di questa visione? Una di loro, si vede che è una femmina, è sveglia e buona mi guarda con due occhioni enormi! Difficili mettere a tacere l’istinto materno e non prenderla in braccio! Alla funzione nella piccola cappella dell’istituto conosco parte delle suore che gestiscono tutto e rivedo felice suor Anna della Consolata e suor loro operano qui a Gibuti nella baraccopoli. Mi chiedono un consiglio commerciale su oggetti che stanno producendo in un laboratorio e prometto di passare.
La cena di questa sera è stato un momento veramente allegro, abbiamo coinvolto anche Fortunata che si è seduta con noi a mangiare il gelato; lei e sua madre cenano sempre dopo che hanno mangiato i padri, mi spiegano che fanno un rito etiope non una vera e propria cena, mangiano riso e bevono caffè sedute nella loro stanza che profumano con incensi. Così dopo vari tentativi anche i padri hanno capito che loro preferiscono mantenere la propria tradizione .
Tra le cose che ho portato dall’Italia ci sono due libri di italiano per stranieri che p. Francesco ha richiesto per insegnare l’italiano a Fortunata e ora la stuzzica e la prende in giro facendola provare a leggere; Matthew continua dicendo che ormai non sa più neanche l’arabo! Ma Fortunata è splendida e ride come una matta. E’ veramente bella ha 13 anni e una risata che incanta. Sua madre invece è di una eleganza e dolcezza uniche. Tiriamo ancora tardi a chiacchierare del più e del meno e dei preparativi per domani, andremo in montagna!
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2 DOM .DI PASQUA-BRUNO MAGGIONI COMMENTA

venerdì 9 aprile 2010

Il racconto di Giovanni (20,19-29) dell’apparizione di Gesù risorto ai discepoli è particolarmente ricco di spunti interessanti.
Ne scegliamo tre: la vittoria sulla paura, la pace e la gioia.
L’evangelista annota che le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano «chiuse per paura dei giudei». La paura è un sentimento che il lettore del quarto Vangelo conosce bene. C’è la paura della folla che non osa parlare in pubblico di Gesù (7,13), la paura dei genitori del cieco guarito che temono le reazioni delle autorità (9,22), la paura di alcuni notabili che non hanno il coraggio di dichiararsi nel timore di essere espulsi dalla sinagoga (12,42). Naturalmente la paura proviene dall’esterno, ma se può entrare nel cuore dell’uomo è unicamente perché vi trova un punto d’appoggio. Non serve chiudere le porte. La paura entra nel profondo se si è ricattabili, se qualcosa importa più di Gesù. E questo qualcosa può essere la vita, anche se, più spesso, si ha paura per molto meno. Ma ora che il Signore è risorto non c’è più ragione di avere alcuna paura. Persino la morte è vinta.
«Pace a voi» dice il Signore. Si tratta di una pace che Gesù ha già promesso nei discorsi di testamento: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come il mondo la dà» (14,27). La pace di cui parla Gesù è diversa dalla pace del mondo. Diversa perché dono di Dio. Diversa, perché va alla radice, là dove l’uomo decide la scelta della menzogna o della verità. Diversa perché è una pace che sa pagare il prezzo della verità. Diversa perché non promette di eliminare la Croce – né nella vita del cristiano, né nella storia del mondo – ma rende certi della sua vittoria.
I discepoli «si rallegrarono al vedere il Signore». Anche la gioia è un dono che Gesù ha già promesso (15,11). Si tratta sempre di una gioia che affonda le sue radici nell’amore («rimanete nel mio amore»). Come la pace, anche la gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto. La fede permette una diversa lettura della Croce e del dramma dell’uomo: non un dolore sterile, ma il dolore che conduce a una vita.
Pace e gioia sono al tempo stesso i doni del Risorto e le tracce per riconoscerlo. Ma si deve infrangere l’attaccamento a se stessi. Solo così non si è più ricattabili, perché liberati da ogni paura. La pace e la gioia fioriscono nella libertà e nel dono di sé, due condizioni senza le quali diverrebbe impossibile ogni esperienza della presenza del Risorto.

S.TOMMASO NOSTRO FRATELLO

S.TOMMASO NOSTRO FRATELLO