Archivio di maggio 2010

ACCOGLIENZA, ALTRO NOME DI DIO.

lunedì 17 maggio 2010

DOC-2266. ROMA-ADISTA. Una società in cui non ci si sente corresponsabili di nulla, neppure del destino dei propri simili, in cui l’accoglienza dell’altro, del diverso da sé, è solo uno sbiadito ricordo e al suo posto si ergono muri di prepotenza, di potere, di denaro, è una società cui sono venute a mancare le sue fondamenta e che è destinata a crollare su se stessa. All’altra estremità dello spettro, la società in cui è praticata l’ospitalità, dove la condivisione del pane si trasforma nella sua moltiplicazion: lì Dio è all’opera e lì si avverte la sua benedizione. Così suor Elisa Kidané, missionaria comboniana, ha affrontato, insieme alla teologa islamica Shahrzad Houshmand, la penultima tappa del ciclo di incontri sul tema “Le diversità: un dono”, organizzato dal Cipax (Centro interconfessionale per la Pace) in collaborazione con la Comunità di base di S. Paolo, la sezione romana di Pax Christi, Religions for Peace e il Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche. Il ciclo – partito nell’ottobre scorso con un incontro dal titolo “L’altro come povero, come diverso, come nemico” (v. Adista n. 112/09) – ha esplorato da diversi punti di vista tutte le varie forme di negazione dell’altro e a questo scopo si è avvalso, nel corso di questi mesi, del contributo dell’economista Tonino Perna, del teologo Armido Rizzi, dei sociologi Luigi Manconi e Antonella Cammarota, solo per citarne alcuni.

“Tanti – ha sottolineato la missionaria comboniana nell’incontro svoltosi a Roma il 14 aprile scorso sul tema “L’ospitalità è sacra” – rivendicano le radici cristiane, facendone una bandiera politica: bisognerebbe invece tornare ad abbeverarsi alle Sacre Scritture che ci indicano la strada maestra per rendere credibile la nostra appartenenza alla religione, qualsiasi religione, la religione in cui ci si sente a casa, per accogliere e far diventare sacra l’ospitalità”.

Tra i nomi con cui il Corano chiama Dio, le ha fatto eco la teologa Houshmand, ce n’è uno che più di tutti richiama questa idea di ospitalità, ed è il nome “Karim”, “colui che è generoso, colui che dona”: “Nella sura 17.70 il Corano parla di questa generosità di Dio nei confronti di tutti gli esseri umani, laddove dice: ‘Abbiamo onorato i figli di Adamo, li abbiamo trasportati sulla terra e sul mare, abbiamo elargito loro buone cose e li abbiamo preferiti al di sopra di molte altre nostre creature’. Ciò che ci interessa – ha proseguito la teologa – è l’espressione ‘Abbiamo onorato i figli di Adamo’: ogni essere umano, senza eccezione, è stato onorato da Dio nel Corano”. “Come Dio elargisce questa sua generosità verso i figli di Adamo, così chiede all’uomo di fare lo stesso verso gli altri uomini: nella mistica infatti si dice che l’uomo realizzato è colui che si veste di tutti i nomi di Dio, e quindi anche del nome ‘Karim’”. “E se Dio è stato generoso nei confronti dell’essere umano – ha concluso Shahrzad Houshmand – quest’ultimo a sua volta deve vestirsi di questo nome essendo generoso verso il prossimo”.

LO SPIRITO IN VACANZA

lunedì 17 maggio 2010

di Faustino Vilabrille
Dice Gesù: “Lo Spirito Santo, che il Padre manderà in mio nome, vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26).

Circola una barzelletta che dice che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo decidono di andare in vacanza. Il Padre vuole tornare sul Sinai (per ricordare Mosè, i comandamenti, la li-berazione del popolo dalla schiavitù, ecc.); il Figlio vuole tornare a Betlemme (per la nascita tra i poveri), a Nazareth (per il lavoro da operaio), in Galilea (per la cura degli infermi, il cibo agli affamati, la proclamazione del Regno di Dio: fraternità, giustizia, uguaglianza, amore), a Gerusalemme (per l’eucarestia, il comandamento nuovo, la denuncia degli oppressori, la persecuzione, l’uccisione, il sepolcro vuoto…); e lo Spirito Santo dice: “Io voglio andare a Roma, perché non ci sono mai stato…”.

Sì, Spirito Santo, ti chiediamo di venire presto a Roma per disfarti il prima possibile di ricchezza, fasti, mitrie, cappelli, berrette, palli, prelature, pastorali, anelli d’oro, abiti da migliaia di euro, cerimonie offensive per i poveri, successi mondani, autoritarismo, dogmatismo, ornamenti di lusso, titoli quali porporato, santità, santo padre, eccellentissimo, reverendissimo, sua santità…

Sì, Spirito Santo, ti chiediamo di venire a Roma per realizzare il più presto possibile:

- l’impegno con i poveri: “Beati i poveri perché vostro è il Regno dei Cieli”;

- l’impegno per la giustizia: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”;

- l’impegno per la fraternità: “Uno solo è vostro Padre: tutti voi siete fratelli”;

- l’impegno per l’uguaglianza: “Non chiamerete nessuno signore sulla terra; il maggiore fra di voi sia il servo di tutti”;

- l’impegno per l’austerità: “gli uccelli hanno i nidi e il Figlio dell’uomo non ha dove poggiare il capo”;

- l’impegno per la verità: “la verità vi farà liberi”;

- l’impegno con gli affamati, gli assetati, gli infermi, i denudati, gli incarcerati: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a vedermi, perché il tempio vivo di Dio sono le persone: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? Il tempio di Dio è sacro: voi siete il tempio del Dio vivo” (san Paolo).

Sì, Spirito Santo, vieni e ricorda loro tutto quello che ci ha detto Gesù. Ricorda loro e bene il Regno di Dio, il Messaggio di Gesù, i fatti della sua vita, il suo impegno con i bambini, i malati, le donne povere e disprezzate, l’uguaglianza assoluta di diritti fra uomini e donne: ricorda loro molto chiaramente che non hanno il diritto di discriminare le donne – come fanno da due millenni – perché Gesù non solo non lo ha fatto, ma, nell’evento più importante della sua vita (la resurrezione), ha tenuto particolarmente presenti le donne. Ricorda loro chiaramente che devono denunciare le ingiustizie e gli ingiusti che causano tanta ingiustizia fino ad uccidere di fame centomila persone al giorno, che non basta che facciano beneficenza a quelli che prima hanno reso poveri, che bisogna lottare per i diritti umani di tutti gli uomini, anche all’interno della stessa Chiesa, e che firmino una buona volta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ricorda loro il Concilio Vaticano II, che sembra dimentichino apposta; che abbandonino tradizioni di altri tempi che oggi non hanno più valore e rivolgano l’attenzione al presente (“vino nuovo in otri nuovi”).

Ricorda loro di domandare ed ascoltare, perché non sanno tutto. Di’ molto chiaramente che non sei un loro patrimonio esclusivo e che tu semini verità anche in altre religioni, popoli e culture, pure in coloro che si confessano agnostici e non credenti; che dove c’è verità lì sei anche tu.

Sì, Spirito Santo, vieni e ricorda loro anche di preoccuparsi molto di più della Madre Terra. Di’ loro che già dal-l’origine dell’Universo battevi le ali su di essa come ci racconta la Genesi; che la Terra può vivere senza l’uomo, ma non l’uomo senza la Terra; che tu sei anche nei pesci, negli uccelli, nei minerali, negli alberi, negli animali; che vesti di bellezza i gigli, che ti curi dell’alimento dei passeri… Di’ loro che imparino dalle donne indigene, che, per quanto bisogno abbiano delle piante per preparare cibo o medicine, non colgono mai la pianta intera, solo alcune parti, e le chiedono perdono perché le stanno togliendo qualcosa che le apparteneva; o dai maya, che, per ogni albero che tagliavano, piantavano cinque semi e ti chiedevano perdono perché toglievano la vita ad un essere che tu stavi preservando.

Ricorda loro, come san Paolo nella Lettera ai Romani, che tutti gli esseri vivi sono chiamati alla resurrezione. Insisti su questo, Spirito Santo caro, perché la Terra è già malata, ha la febbre, rimane senza alberi e il sole la brucia; perché pochi uomini, ricchi e potenti, la stanno togliendo agli africani, i quali, rimanendo senza terra da coltivare, muoiono di fame. Di’ loro che la Terra ha la sua dignità e i suoi diritti.

Anche a noi, seguaci di Gesù, devi ricordare una quantità di cose, che però ti dirò un’altra volta. Per il momento e hai abbastanza da fare a Roma. Mi sa che avrai molto lavoro, e che delle vacanze… dovrai dimenticarti.

L’OSPITALITÀ È SACRA -Il silenzio della Chiesa

lunedì 17 maggio 2010

E ciò che più rammarica è il silenzio di fronte al rifiuto dell’altro, anche il silenzio dei cristiani e della Chiesa: si parla a sproposito di tante cose e poi non si alza la voce quando l’orfano, la vedova, lo straniero, i piccoli, i bambini vengono oppressi e rifiutati solo perché diversi. È qui che vorremmo sentire alta la voce della Chiesa; è qui che vorremmo vedere la gente andare in piazza contro questa deriva barbarica nei confronti degli indifesi.

Più la società si barrica dietro muri di prepotenza, di po-tere, di denaro, più diventa difficile praticare l’ospitalità. Finché si tiene chiuso il proprio cuore, si lascia chiuso anche lo spazio: più è ristretto il proprio spazio, meno possibilità esistono di dialogo e di interazione. Don Tonino Bello diceva che la convivialità delle differenze è il futuro della società: ospitare nel proprio cuore i popoli, ospitare nel proprio cuore il diverso.

Ospitare è scomodo perché fa saltare i propri schemi: per riuscire a fare spazio dentro se stessi al totalmente altro, all’ospite, bisogna avere imparato l’arte del saper morire a se stessi. Bisogna imparare che l’ospitalità verso l’altro significa che il diverso da noi deve diventare diverso “come noi”. Perché, nel dire che gli altri sono diversi, ci dimentichiamo che anche noi siamo diversi per gli altri. C’è una bella versione del tradizionale “Ama il prossimo tuo come te stesso”: “Ama il prossimo tuo, è come te stesso”. È come te stesso: con tutti i tuoi limiti. Con noi stessi siamo molto indulgenti: amare l’altro significa scusarlo nella stessa misura in cui scusiamo noi stessi. Solo se ridimensioniamo la nostra immagine, impareremo che accogliere l’altro vuol dire fargli spazio: assumere un atteggiamento positivo nei confronti del totalmente altro vuol dire riconoscerlo nella sua dimensione umana e culturale. Vuol dire, in altre parole, rispettare l’altro. Per questo dovremmo allenarci ad aprire le nostre menti e i nostri cuori alla conoscenza reciproca, in quanto si ama solo ciò che si conosce: solo allora ci sarà l’incontro di anime e di culture, solo allora saremo capaci di accogliere l’altro, solo allora sapremo che l’accoglienza è sacra.

annunciare il Vangelo nei Paesi islamici

giovedì 13 maggio 2010

Il dialogo dei cattolici con l’Islam ha bisogno di grande apertura reciproca, ma anche di piena libertà religiosa per i cristiani nel mondo islamico, compreso il diritto di annunciare il Vangelo. Lo affermano vari esperti in piena attività per la stesura dell’Instrumentum laboris (IL) del Sinodo dei vescovi per il Medio oriente, che si terrà in Vaticano dal 10 al 24 ottobre 2010. Intanto, Benedetto XVI ha nominato i presidenti e i relatori del raduno.

Nel documento in preparazione un’ importante tematica messa a fuoco è quella del dialogo con l’Islam. Esso necessita di grande amicizia, ma nello stesso tempo di grande chiarezza. È necessario infatti sottolineare l’urgenza di attuare una vera libertà di religione, col diritto ad annunciare il vangelo nei Paesi islamici, allo stesso modo in cui i musulmani hanno diritto ad annunciare l’Islam.
L’IL, ottenuto dall’integrazione fra i Lineamenta e le risposte venute dalle diverse parti del mondo, sarà pubblicato in occasione della visita di Benedetto XVI a Cipro nel prossimo giugno.

A differenza di altri Sinodi, che hanno avuto una preparazione molto più lunga, questo del Medio oriente sta avendo una preparazione più breve, forse dettata dall’urgenza della situazione. Esso è stato indetto subito dopo il viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, lo scorso maggio e il documento di lavoro (Lineamenta) è stato pubblicato lo scorso 19 gennaio. Secondo gli esperti le risposte giunte sono state numerose (almeno 200 pagine). Molte risposte provengono da Iraq, Egitto, Siria.

Di particolare interesse quelle dalla Terra Santa (Israele e Palestina), che riguardano in particolare il rapporto con il mondo ebraico. Le Chiese – si dice – sono “troppo arabe” e vivono troppo poco la testimonianza nel mondo ebraico (e israeliano). Alcuni sottolineano il valore della riscoperta delle radici ebraiche della fede cristiana.

Il documento in preparazione ripropone la visione di Benedetto XVI e del Vaticano di “due popoli; due Stati” per Israele e Palestina, che possano vivere nella sicurezza e nella pace all’interno dei loro confini, eliminando la violenza come modo di risolvere le dispute.

Fra le risposte giunte alla segreteria, ve n’è anche una dal mondo ebraico; nessuna dal mondo musulmano.

Il 24 aprile scorso Benedetto XVI ha scelto i responsabili del Sinodo. Delle personalità scelte come presidenti, tre sono cardinali: Nasrallah Sfeir, patriarca maronita del Libano; Emmanuel Delly, patriarca caldeo di Baghdad; Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. Insieme ad essi vi è anche il patriarca siro-cattolico Ignace Youssif Younan. Quest’ultimo è il più giovane del gruppo della presidenza (66 anni), ma ha grande esperienza e un’esperienza internazionale, avendo studiato in America.

Il relatore generale, che farà l’esposizione iniziale e globale per il Sinodo, è il patriarca di Alessandria dei Copti, mons. Antonios Naguib; il segretario speciale sarà mons. Joseph Soueif, arcivescovo maronita di Cipro.

La casa del mio cuore

giovedì 13 maggio 2010

Descrivo ciò che sta intorno a me
con qualche tocco di speranza,
qualche pennellata di malinconia
e una manciata di ricordi
variamente colorati.
Non scendo più nel profondo
a cercare o rinnovare emozioni:
non hanno bisogno
d’essere richiamate,
ormai fanno parte di me
ed ogni attimo, ogni palpito,
ogni sentimento provato
e vissuto é racchiuso in me,
non può essere nè perso
nè dimenticato.
Ha contribuito a fare di me
quella che sono: tutte le persone
incontrate ed amate,
ogni meraviglioso angolo di mondo
che ho potuto vedere
é immagazzinato nei miei ricordi
ed ormai tutto é così impresso
nella mia memoria che nulla
può essere cancellato.
Vivo con ciò e tutti coloro
che ho incontrato e amato.
Se non dà più forti emozioni,
questa simbiosi con tutto il creato
regala una nuova serenità,
nella consapevolezza
che nulla é perduto,
quando si é amato veramente,
così tutto e tutti entrano e vivono
nella grande casa del mio cuore.

11.03.09 GRAZIANA

Essere giovani

giovedì 13 maggio 2010

Non si diventa vecchi perché ci è piovuto addosso un certo numero di anni: si diventa vecchi perché si sono abbandonati i propri ideali.

Gli anni solcano la pelle: rinunciare al proprio ideale solca l’anima.

Le preoccupazioni, i dolori, i timori e la disperazione sono i nemici che lentamente ci piegano verso la terra e ci fanno diventare polvere prima della morte.

Giovane è colui che è capace di stupore e meraviglia. Come il bambino insaziabile egli si domanda: “E poi?”
Egli sfida gli avvenimenti e trova gioia nel gioco della vita.

Voi siete giovani quanto lo è la vostra fede.

Vecchi come il vostro dubbio.

Giovani come la vostra fiducia in voi stessi.

Vecchi quanto il vostro abbattimento.

Rimarrete giovani finché vi conserverete ricettivi.
Ricettivi a ciò che è bello, buono e grande.
Ricettivi ai messaggi della natura, dell’uomo, dell’infinito.

Essere giovani non è una questione di età.

Gen. Douglas A. Mac Arthur

Ciliegi

giovedì 13 maggio 2010

Un ciliegio fiorito
richiama alla mente
il bosco incantato di Re,
immerso nelle illusioni giovanili.
Aspiro il profumo della gioventù
nell’inebriante cornice
delle colline romagnole
che confinano con il cielo,
come tutte le colline…
ma quelle, un tempo,
erano fatate ed uniche
e risvegliavano sogni sconfinati
che dilatavano il cuore e la mente.
Gli occhi rifiutavano di vedere
tutte le altre meraviglie del mondo
perché soltanto lì, in quella casa
persa nel silenzio della selva,
tra ghiri, scoiattoli e lucciole
che facevano a gara con la luna
per rendere magica l’atmosfera,
avevano visto nascere
le più belle chimere.
Centinaia di grilli, la sera,
da ogni anfratto della vallata
intonavano il più bel concerto
a due cori la cui armonia
cullava il nostro sonno
accompagnando la mente
nel viaggio fantastico
attraverso una realtà
filtrata dal sogno.

GRAZIANA

La grande domanda

giovedì 13 maggio 2010

Se eri un bambino negli anni 50, 60 e 70, come hai fatto a sopravvivere?

• Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…

• Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo

• Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi,con vernici a base di piombo

• Non avevamo chiusure di sicurezza per bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte

• Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco

• Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale

• Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, si ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri con i cespugli, imparavamo risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto

• Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari, cosicché nessuno poteva rintracciarci…

• La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta a famiglia (anche con il papà)

• Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi

• Mangiavamo biscotti, pane, olio e sale, pan e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare

• Condividevamo una bibita in quattro, bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo

• Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, videogiochi, televisione viacavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet… avevamo invece tanti amici

• Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavano fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.

• Sì, lì, fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.

• Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno, lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogista, nessuno soffriva di dislessia né di iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.

• Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità… e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa: Come abbiamo fatto a sopravvivere ed a crescere e diventare grandi?

Un annuncio di conversione e perdono ASCENSIONE Vangelo: Lc 24,46-53

giovedì 13 maggio 2010

Luca conclude il suo Vangelo (24,46-53) con l’episodio dell’Ascensione e con le ultime parole di Gesù ai discepoli. Allo stesso modo aprirà la storia della Chiesa (Atti 1,9-11). Per Luca l’Ascensione ha un duplice significato. È un salire al Padre («Veniva portato verso il cielo»), precisando in tal modo che la Risurrezione di Gesù non è un ritorno alla vita di prima, quasi un passo all’indietro, bensì l’entrata in una condizione nuova, un passo in avanti, nella gloria di Dio. L’Ascensione è però anche descritta come un distacco, una partenza («Si staccò da loro»): Gesù ritira la sua presenza visibile, sostituendola con una presenza nuova, invisibile, e tuttavia più profonda: una presenza che si coglie nella fede, nell’intelligenza delle Scritture e nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane e nella fraternità.
Ma importante non è solo l’episodio di Gesù che sale al cielo, bensì – e forse soprattutto – le sue ultime parole che dice prima di allontanarsi. «Così sta scritto» (vv. 46-47): gli eventi rinchiusi in quel «così sta scritto» sono tre, non due come spesso si pensa: la Passione, la Risurrezione, la predicazione a tutte le genti. La missione, dunque, non è ai margini dell’evento Cristologico, ma ne fa intimamente parte. Destinatari dell’annuncio sono «tutte le genti», dunque l’universalità più ampia possibile. E l’annuncio deve avvenire «nel suo nome», cioè deve poggiare sulla sua autorità, non su altro. Contenuto dell’annuncio è la conversione e il perdono. La conversione in primo luogo è la conversione della mente, una conversione teologica: il Crocifisso è rivelazione di Dio, non sconfitta. Annunciare il perdono dei peccati è proclamare che l’amore di Dio è più grande del nostro peccato. Annunciare la Croce significa annunciare un Dio che perdona.
«Voi siete testimoni di queste cose» (v. 48): nella grecità il testimone (martus) è chi è in grado di deporre su fatti ai quali ha assistito di persona. L’ambiente originario della testimonianza è il dibattimento processuale. I discepoli hanno personalmente visto gli eventi di Gesù («queste cose») e sono perciò in grado di testimoniarli. Il vocabolo «testimone» ha però allargato il suo significato: non più soltanto chi ha constatato di persona un fatto, ma anche chi afferma coraggiosamente una cosa in cui crede profondamente, pronto a dirla anche con la vita.
«Ed ecco io mando su di voi la promessa del Padre mio» (vv. 24-49): la promessa del Padre è il dono dello Spirito. Senza lo Spirito non è pensabile la Chiesa né il suo futuro nel mondo. I grandi doni dello Spirito sono soprattutto tre: la fedeltà alla memoria di Gesù, l’intelligenza per rendere questa memoria viva ed attuale in ogni tempo e luogo, la forza di comprenderla e testimoniarla.

Pasqua: la Pace viva che zampilla dal fondo dell’anima

sabato 8 maggio 2010

VI Domenica di Pasqua, 9 maggio 2010

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 7 maggio 2010, (ZENIT.org).- “Gli disse Giuda, non l’Iscariota: ‘Signore, com’è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?’. Gli rispose Gesù: ‘Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da’ il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate’” (Gv 14,23-29).

Il primo messaggio comunicato dal volto dell’Uomo della Sindone, anche a chi lo fissa senza fede, è un arcano senso di pace, definitiva, inalienabile; una pace viva che non sembra provenire dal regno dei morti. Per il credente, questa pace ha il sapore della gioia, poiché egli riconosce nell’Uomo della Sindone il “Vivente”, colui che “era morto, ma ora vive per sempre ed ha potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18).

Il primo istante di questo “ora” eterno, è rimasto impresso nella Sindone come traccia luminosa della “Vita oltre la vita”; e come l’angelo Gabriele rallegrò Maria con l’annuncio dell’Incarnazione, così la Sindone rallegra il credente con l’annuncio della Risurrezione. Quest’immagine misteriosa è l’istantanea del ritorno al Padre di Colui che era disceso dal Cielo per abitare trentatre anni e nove mesi in mezzo a noi. Dal volto silenzioso e come addormentato di quest’Uomo, traspare l’abisso insondabile della Vita divina, la Vita tout-court, quella Vita Increata che è all’origine di ogni vita.

In un cadavere umano il volto fa pensare ad un cielo invernale, gelido, plumbeo, ma il Volto della Sindone è simile al cielo in una limpida notte d’estate, fissando il quale l’anima si sente trasportare oltre le stelle, al di là delle galassie, fino agli estremi confini del “Principio”. Tale contemplazione delle schiere celesti, pur essendo di per sé pacificante, non è tuttavia in grado di comunicare la pace a chi l’avesse gravemente perduta.

La contemplazione della Sindone, al contrario, promette questa pace, poiché le labbra ammutolite del Signore sembrano suggerire proprio le parole che Egli dice oggi ai suoi discepoli “Vi lascio la pace vi do la mia pace. Non come la da’ il mondo io la do a voi” (Gv 14,27).

Dicendo “la mia pace”, Gesù non lascia alternative: la sua pace è l’unica in grado di placare qualsiasi turbamento profondo che abbia infranto la nostra fragile pace interiore. Come intendere, allora, questa pace propria ed esclusiva di Gesù?

Può darcene l’idea il disastro ecologico di questi giorni nel Golfo del Messico. Cito al riguardo le parole di un esperto: “Questo è un fiume di petrolio in piena che scorre dal fondo dell’oceano e non sappiamo quando si fermerà” (intervista riportata da “Avvenire”, 1 maggio).

Leggendole, m’è venuto in mente un passo del profeta Isaia, di segno diametralmente opposto rispetto a quello della marea nera, ma metaforicamente utile alla riflessione sulla pace di Gesù, se sostituiamo alla menzione dell’oceano il fondo della coscienza, e all’esplosione della piattaforma petrolifera un evento drammatico come quello dell’aborto, che costituisce un vero e proprio “disastro” dell’anima.

In questo capitolo il profeta si rivolge alla nuova comunità che sta risorgendo in Gerusalemme dopo il terribile disastro della distruzione del tempio, seguito dalla deportazione in esilio. Come in un sogno, Isaia descrive ciò che vede: una carovana esultante che avanza verso la Città santa, formata dagli Israeliti che tornano dall’esilio e da una moltitudine di popoli attratti, come i Magi, dalla luce che rifulge sul colle di Sion. Rivolgendosi a Gerusalemme come ad una persona, le dice: “A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te, verranno a te i beni dei popoli” (Is 60,5).

E’ finito il tempo del lamento ed è iniziato quello della gioia e della speranza!

Veniamo ora al giorno e al momento del “disastro” dell’aborto, pensando in particolare alla mamma che sta ingoiando la famigerata pillola RU 486, che ella sa benissimo essere un veleno mortale per il suo bambino. Posato il bicchiere, nel profondo della sua coscienza si apre una ferita dalla quale, come un fiume di petrolio, si riversa in tutta la sua persona l’inquinamento spirituale per ciò che ha fatto.

Ne è segno la morsa d’angoscia che comincia a stringerle il cuore, spingendola poi a rimedi palliativi la cui inutilità fa pensare a quelli messi in opera dai tecnici del Golfo per arginare la marea nera. Tali sono le misure di ordine umano, psicologico, farmacologico, ecc., con le quali si cercherà di darle sollievo, le quali sono però sostanzialmente insufficienti, poiché non vanno e non possono andare efficacemente al luogo profondo dell’“esplosione”, cioè alla coscienza della donna davanti a Dio, ferita dal pungiglione mortale del peccato.

Infatti, come l’unica soluzione reale al disastro petrolifero consiste nel fermare la fuoriuscita del veleno oleoso dal fondo dell’oceano (e ciò non basta a riparare i danni irreversibili inferti all’ecosistema), così la pace del cuore della mamma che ha abortito può essere ritrovata solo se la ferita della sua coscienza viene sanata in profondità, senza lasciare cicatrici, vale a dire con la “restitutio ad integrum” dell’intero “ecosistema” della sua persona: “spirito, anima e corpo”(1 Ts 5,23) .

In verità, il fiume di turbamento che la memoria non cessa di far scaturire dal fondo del cuore, può essere fermato solamente se nello stesso punto la donna lascerà zampillare la sorgente purissima dell’“acqua viva” promessa da Gesù alla donna samaritana (Gv 4,13), l’unico rimedio in grado di rigenerare la vita interiore e far rifiorire la persona, una volta che si è riconciliata con Dio: “perché queste acque dove giungono risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà” (Ez 47,9).

Sì, quest’acqua divina è il “dono di Dio” (Gv 4,10) che Gesù vuol dare ad ogni donna che ha abortito, “samaritana” in quanto assetata di verità, di amore vero, di perdono e di pace. Dovrà solo incontrare ed ascoltare molte volte il Maestro divino che la sta attendendo al pozzo dell’anima.

Ora comprendiamo il significato profondo di queste parole del Signore: “Non come la da’ il mondo io la do a voi” (Gv 14,27).

Gesù vuole aiutare tutti coloro che sono angosciati dal ricordo di un evento doloroso ed irreversibile (sia che si tratti di un peccato commesso, sia di un fatto accaduto senza volerlo) e che non sanno (e non possono) darsi pace.

La vera pace, infatti, non è quella che ci si può dare in un modo o nell’altro, cercando qualcuno o qualcun altro, ma è quella che Dio solo può e vuole dare. Essa dipende dall’armonia interiore della persona, cioè dalla sua amicizia con Dio in Gesù “via, verità e vita” dell’anima.

Ogni volta che tale comunione vitale è colpevolmente interrotta (come nel peccato di aborto volontario), dal fondo dell’anima si spande in tutta la persona come una morte spirituale, segnalata dal turbamento del rimorso che solo la grazia sacramentale della Confessione può dissolvere, donando insieme la pace propria di Gesù, la pace nel suo sangue, come annuncia Paolo: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete divenuti vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia,..per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace (Ef 2,13-1). Paolo la chiama anche “la pace di Dio che supera ogni intelligenza”(Fil 4,7), vale a dire che non ha spiegazione umana, né può essere ottenuta da risorse umane.

Il salmo 46/45 la descrive splendidamente come un fiume: “Un fiume e i suoi canali rallegrano la santa città di Dio…Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare. Fremano, si gonfino le sue acque, si scuotano i monti per i suoi flutti” (vv. 3-5).

Il turbamento del cuore è come il mare in tempesta: quando il vento cessa, le onde non si placano all’istante, ma continuano a perturbare la superficie e a far ballare le imbarcazioni, fino al giorno dopo.

Questa è anche la dinamica della Confessione. Gesù lo sa bene, per questo dice: “abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). L’atto di fede che compio inginocchiandomi, confidando ciecamente nella Misericordia del Padre ed in Gesù, mi sottrae già dall’occhio del ciclone interiore, ma non elimina ancora il turbamento.

Per possedere la pace totale di Gesù, come un mare tranquillo che ricolma l’anima, dovrò attendere, continuare a navigare con Gesù senza timore, trovando sempre rifugio sotto la protezione materna della Regina della Pace.

——-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.