Archivio di maggio 2010

Riflettendo con…P.Stefano Camerlengo IMC

sabato 8 maggio 2010

UN MISSIONARIO DELLA CONSOLATA, SULLE “SENTINELLE DEL MATTINO”

Chiesa e Missione, Brief

“I missionari sono come le “sentinelle del mattino”, perché vivono ai confini geografici, sociali, culturali, ambientali, politici…proprio perché, per vocazione, vivono situazioni di limiti, i missionari riescono a cogliere i segni premonitori dei tempi e sono sempre pronti a cercare delle risposte alle sfide epocali, come anche oggi in questa crisi che tocca tutti gli aspetti della convivenza umana, sociale, ambientale, religiosa e finanziaria…I missionari, però, non sono tutti uguali; difatti ci sono quelli che creano eventi, a volte carismatici, sorprendenti e originali allo scopo di scuotere l’immaginario degli altri, provocarli e stimolarli per uscire dagli schemi stereotipi; altri invece vivono la loro fedeltà alla missione nella quotidianità, nella semplicità della testimonianza e nel nascondimento. Questi due modi di affrontare le sfide sono ambedue necessari e non devono essere contrapposti, anzi devono articolarsi sempre più – meglio se si realizzano nella vita di ogni missionario – mettendo bene a fuoco prima di tutto l’obiettivo della missione, che è quello di promuovere la vita in abbondanza per tutti, soprattutto per i poveri; in secondo luogo creare fraternità universale, tessendo quella rete di rapporti umani, sociali, interculturali per superare ogni frammentarietà e autoreferenzialità e tendere al progetto del Dio di Gesù Cristo che vuole formare una unica e grande famiglia universale. Il più grande equivoco per un missionario, laico o consacrato, uomo o donna, giovane o anziano, è quello di pensare che sia il luogo geografico a determinare il suo impegno, l’intensità e la qualità della sua azione; oppure pensare che per raggiunti limiti di età, per circostanze varie possa ritirarsi a vita privata e in un certo senso pensare che la “sua” missione sia compiuta. Il missionario sa che la vocazione è un dono e per questo rimane tale sempre e dovunque: in Africa, in Asia, in America, in Europa; solo che a differenza del passato deve tenersi allenato a vivere e a pensare sempre più in un contesto di missione globale”.

[Incipit dell'articolo "Vivere la missione in tempi di crisi" di padre Stefano Camerlengo (Istituto Missionari della Consolata, IMC), pubblicato sul sito ufficiale della Congregazione; continua più avanti] [PMB]

HETTY HILLESUM

sabato 8 maggio 2010

«La vera sazietà viene dalla vicinanza di Dio»

( 23 Gennaio 1942 )

Questa notte stavo bene, mi trovavo nel mio piccolo letto “solitario”. Ho di nuovo ringraziato Dio, non per il calore di questo letto o la zuppa ai piselli, ma perché egli ha voluto ritornare ad abitare in me. Non dico mai “grazie” per le buone cose della terra che ricevo da lui e non mi ribellerei il giorno in cui non le possedessi più. Mi dispiace ringraziare per qualcosa che tanti altri non hanno. Perché la ripartizione dei “beni materiali” su questa terra imperfetta è ancora molto cattiva. E il fatto di essere dalla parte dei sazi o degli affamati, è qualcosa che sembra dipendere dal “caso”. Dunque, mai potrei ringraziare per il mio “pane quotidiano”, se sapessi che altri non dovrebbero averne. Ma se un giorno arrivassi a non disporre più di questo “pane quotidiano”, spero di ringraziare lo stesso. Per un’altra cosa. Per il fatto che Dio è in me. E questo non ha niente a che fare con uno stomaco ben “rimpinzato” o meno. O almeno, è quello che affermo adesso, mentre sono vicino alla mia padella bella calda e un’abbondante colazione.

Mio Dio, prendimi per mano!

Mio Dio, prendimi per mano,
ti seguirò,
non farò troppa resistenza.
Non mi sottrarrò a nessuna delle cose
che mi verranno addosso in questa vita,
cercherò di accettare tutto
e nel modo migliore.
Ma concedimi di tanto in tanto
un breve momento di pace.
Non penserò più nella mia ingenuità,
che un simile momento
debba durare in eterno,
saprò anche accettare
l’irrequietezza e la lotta.
Il calore e la sicurezza mi piacciono,
ma non mi ribellerò
se mi toccherà stare al freddo,
purché tu mi tenga per mano.
Andrò dappertutto allora,
e cercherò di non aver paura.
E dovunque mi troverò,
io cercherò
d’irraggiare un po’ di quell’amore,
di quel vero amore per gli uomini
che mi porto dentro.

( HETTY HILLESUM )

“Ti ricordi del grembiule della Nonna?”

sabato 8 maggio 2010

Il compito principale del grembiule della Nonna era di proteggere il vestito che c’era sotto ma inoltre:

- serviva da guanto per tirar giù dalla stufa un tegame che scottava.
- era straordinario per asciugare le lacrime dei bambini e, in certi casi, per pulire un faccino sporco.
- dal pollaio, il grembiule serviva a trasportare le uova e, ogni tanto, qualche pulcino.
- quando arrivavano visite, il grembiule diventava un riparo per bambini timidi.
- quando faceva freschino, la Nonna se lo arrotolava intorno alle braccia.
- quel buon vecchio grembiule serviva anche da soffietto, agitato sopra la legna del fuoco.
- era lui che portava patate e legna secca fino in cucina.
- nell’orto serviva da cesto per varie verdure e, dopo la raccolta dei piselli, era il turno del cavoli.
- a fine stagione era usato per raccogliere le mele cadute dall’albero.
- quando c’era una visita imprevista, era sorprendente vedere con che velocità quel vecchio grembiule faceva la polvere.
- all’ora dei pasti, la Nonna usciva sul pianerottolo ad agitarlo e gli uomini, nei campi, capivano che era ora di passare a tavola.
- la Nonna lo usava anche per posare la torta di mele, appena uscita dal forno, sul davanzale della finestra, per lasciarla raffreddare; ai giorni nostri, sua nipote fa lo stesso gesto, per… scongelarla!

Quanti anni ci vorranno prima che qualcuno inventi qualcosa che rimpiazzi quel vecchio grembiule, capace di fare così tante cose?

CARO DON TONINO, HO NOSTALGIA DI TE

sabato 8 maggio 2010

(Nichi Vendola nell’anniversario della morte di don Tonino Bello – da www.lagazzettadelmezzogiorno.it)

Caro don Tonino, faccio sempre il gioco di provare a guardare il mondo mettendomi dal punto di vista delle tue parole, inseguendo il tuo sguardo, inerpicandomi sulle vette delle tue domande rivolte al gregge ma anche ai pastori, smarrendomi lungo le latitudini sconfinate del tuo pensiero di dio: del dio che danza sulle gambe dei poveri, che si fa compagno piuttosto che giudice della storia umana, che carezza i perdenti e annuncia la novella di una resurrezione dalla morte che stringe un nodo potente tra il divino e l’umano, tra il tempo e l’eternità.
Ma penso che i tuoi occhi, a poter vedere in rapida sequenza il film di questi anni cupi che ci separano dalla tua scomparsa, sarebbero abbagliati dalla luce sporca dello scandalo.
Siamo in un punto buio della notte, ci siamo pure persi la sentinella biblica a cui chiedere notizie sull’arrivo di una agognata alba, forse ci siamo abituati alle luci artificiali e il tempo dell’attesa (dell’Avvento) si è come impigliato in un orologio da supermarket: una immensa nube tossica di oblio, di indolente distrazione, di colpevoli amnesie, assedia il nostro presente. Se non conosci il passato, il suo ritmo e la sua fatica, rischi di non imparare il confine tra il bene e il male, rischi di non imparare l’arte difficile del discernimento.
La coniugazione di Sant’Agostino dei tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente) si sfrangia nell’attimo fuggente del vortice consumista. Il futuro è ipotecato dal virus produttivo ed esistenziale della precarietà. Il mondo è globale nelle truffe finanziarie ma è maledettamente territorializzato nelle patrie della purezza etnica o della solidarietà mafiosa e corporativa.
Vedi, don Tonino, io sento nostalgia struggente della tua voce e della tua cosmogonia, perché ho l’impressione che le cose si siano fatte molto più complicate. L’eroe del nostro tempo non è certo quel tuo samaritano o zingaro o beduino che dinanzi a una qualunque vittima (e dunque dinanzi al
calvario di Cristo) «lo vide e ne ebbe compassione». Il sacerdote e il levita che hanno una certa fretta autostradale, lungo la Gerusalemme-Gerico della nostra quotidianità, saranno loro i nostri pedagoghi, la nostra fredda cattedra di realismo benpensante. Oggi vincono e convincono quelli che non hanno tempo per occuparsi di vittime, di poveri, di esuberi, di quelle «pietre di scarto» che nel Vangelo saranno le «pietre angolari» dell’edificio della salvezza: quelli che girano lo sguardo da un’altra parte, quelli che fingono di non vedere l’orrore, quelli sono gli eroi di cartapesta del nostro immaginario e della nostra etica pubblica.
Oggi gli afflitti vengono ulteriormente afflitti e i consolati ulteriormente consolati. Sembra un universo capovolto con un dio seriale e mediatico, talvolta usato come un sedativo o magari un eccitante spirituale, come un Internet teologico. La crisi del mondo scopre le proprie carte persino con uno sconosciuto vulcano islandese che, risvegliandosi ed eruttando, con la sua nube premonitrice avvolge l’intera Europa. Non c’è varco che indichi l’intangibilità della vita: l’economia appiccica prezzi e toglie valore alle persone, la mercificazione non ha senso del limite, anche i bambini sono merce-lavoro esposti a qualsivoglia violazione, i vecchi sono delocalizzati dalla finanza domestica e rottamati o esiliati, le donne pagano a prezzo salatissimo la rivendicazione della propria libertà (cioè della propria dignità), torna la stagione degli acchiappafantasmi. Ognuno ha la propria ossessione, il proprio fantasma da esorcizzare.
Torna, come se la storia si fosse del tutto ammutolita, la ruvida antropologia dell’antisemitismo, c’è chi vorrebbe metter su un Ku Klux Klan in versione padana, gli stranieri sono l’extra della nostra umanità, oltre che della nostra comunità: appunto, extra-comunitari. E poi clandestini. Figli di un altro dio, di nessun dio.
La pace di Isaia, il disarmo dei pacifisti, il digiuno che purifica, l’astinenza dall’odio: dov’è tutto questo, carissimo don Tonino? Dov’è la Pasqua della responsabilità sociale e della convivialità culturale? Anche la Chiesa spesso pare più vocata all’autodifesa che non all’annuncio. L’Annuncio, sì carissimo pastore, quello che tu hai saputo incarnare nella ferialità di un amore senza misura («charitas sine modo»): amore capace di giudizio storico, capace di passione civile, capace di condivisione radicale.
Tu sapevi essere la sentinella che annuncia l’alba. E i tuoi scritti, le tue preghiere, le tue sacre sfuriate, la tua dolcezza accogliente, erano fasci di luce che illuminavano i nostri passi. Ti ho scritto questa lettera in tono apocalittico, perché tu mi hai insegnato che bisogna denunciare il male non per stimolare cinismo e rassegnazione, ma per allenare la coscienza alla ricerca del bene, del giusto, del bello. Ora che comincio a misurare l’agenda dei miei ricordi in decenni, ora che mi capita di avere più confidenza con la tristezza dei lutti, ora sento più forte la tua voce (quella tua salentinità planetaria) che ci dice di rallegrarci, di saper scorgere il profilo dell’aurora anche quando ci si senta sprofondati nel buio degli abissi. Don Tonino, la tua santità continua a dare luce e calore. A me, a tanti. Sempre ci accoglie la tua ala di riserva.

Voglia di camminare

sabato 8 maggio 2010

Tonino Bello
Coraggio, gente!
La Pasqua ci dice
che la nostra storia ha un senso,
e non è un mazzo di inutili sussulti.
Che quelli che stiamo percorrendo
non sono sentieri ininterrotti.
Che la nostra esistenza personale
non è sospesa nel vuoto
né consiste in uno spettacolo senza rete.
Precipitiamo in Dio.
In lui viviamo,
ci muoviamo ed esistiamo.

Coraggio, gente!
La Pasqua vi prosciughi
i ristagni di disperazione
sedimentati nel cuore.
E, insieme al coraggio di esistere,
vi ridia la voglia di camminare.

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

sabato 8 maggio 2010

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Parola del Signore

Un’antica leggenda racconta che san Giovanni evangelista, vecchio e ormai sul suo letto di morte, continuava a mormorare: “Figli miei, amatevi gli uni gli altri, amatevi gli uni gli altri…”. Questo testamento di Gesù, che egli ci ha trasmesso, era per lui molto importante. E, certamente, questo amore non era facile nemmeno in quei tempi. Non è mai così necessario parlare d’amore come là dove non ce n’è. È la stessa cosa che succede per la pace: non si è mai parlato tanto di pace come oggi, e intanto si continua a fare la guerra in moltissimi luoghi. Ma, proprio su questo punto, il Vangelo di Giovanni pone un’importante distinzione: c’è una pace di Gesù e un’altra pace, data dal mondo. San Giovanni attira la nostra attenzione sul fatto che noi non dobbiamo lasciarci accecare dalle parole, dobbiamo tenere conto soprattutto dello spirito nel quale esse sono dette. Dio ci ha mandato lo Spirito Santo per insegnarci la sua volontà. Il suo Spirito ci insegna anche a penetrare il senso delle parole. Possiamo allora rivolgerci a lui quando siamo disorientati, quando ci sentiamo deboli, quando non sappiamo più cosa fare. È un aiuto al quale possiamo ricorrere quando ci aspettano decisioni difficili da prendere. Egli ci aiuta!

don Bruno Maggioni
Lo Spirito, ponte fra Gesù e il tempo della Chiesa

Il passo del vangelo di Giovanni (14,23-29) svolge due temi: l’amore per Gesù e il dono dello Spirito. Subito viene presentato l’indissolubile legame fra l’amore a Gesù e l’osservanza dei comandamenti. La prova che si ama veramente il Signore è l’obbedienza. Il verbo amare dice anche desiderio, affetto, amicizia, appartenenza: ma qui si sottolinea che non si può parlare di vero amore se manca l’osservanza dei comandamenti. «Se uno mi ama osserverà la mia parola» (v. 23). C’è poi un’altra nota dell’amore. Esso è il luogo dell’incontro con l’amore del Padre, anzi il luogo in cui il Padre e Gesù pongono la loro dimora: «Il Padre mio lo amerà e verremo da Lui e faremo dimora presso di Lui» (v. 25).
La domanda di Giuda (v. 22) manifesta un fraintendimento. Giuda ha l’impressione che l’esclusione del mondo dalla manifestazione di Gesù sia qualcosa di arbitrario, o forse di deludente: la tradizione non parlava di una manifestazione pubblica, con potenza e gloria? Invece la manifestazione di Gesù avviene nell’amore. È perciò la disponibilità all’amore che diventa la ragione della differenza tra i discepoli e il mondo. Senza l’amore l’uomo resta carnale, incapace di autentica esperienza di Dio (v. 24).
Il secondo tema afferma che un primo compito dello Spirito Consolatore è l’insegnamento: «Vi insegnerà ogni cosa». È un’affermazione da precisare. Lo Spirito è mandato dal Padre nel nome di Gesù e ricorda quanto Gesù ha già detto. L’insegnamento dello Spirito è ancora l’insegnamento di Gesù. Nessuna concorrenza. Compito dello Spirito è insegnare e ricordare. Si tratta sempre dell’insegnamento di Gesù, ma colto e compreso nella sua pienezza: «Vi insegnerà ogni cosa». Non si tratta di aggiungere qualcosa all’insegnamento di Gesù, quasi fosse incompleto. «Ogni cosa» significa la pienezza, la sua radice, la sua ragione profonda. E anche la memoria, dono dello Spirito, non è ricordo ripetitivo, ma ricordo che attualizza.
Lo Spirito è il protagonista che mantiene aperta la storia di Gesù rendendola perennemente attuale e salvifica. Senza lo Spirito la storia di Gesù – compresa la sua risurrezione – sarebbe rimasta una storia chiusa nel passato, non un evento perennemente contemporaneo. Lo Spirito è la continuità tra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa.